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Le violenze in carcere sono colpa della politica che non fa le riforme PDF Stampa
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di Riccardo Polidoro


Il Dubbio, 23 settembre 2021

 

Droni che portano armi, telefonini e droga che sorvolano gli istituti penitenziari italiani. La criminalità organizzata si è adeguata alle nuove tecnologie e - a dire dei sindacati di polizia penitenziaria - le carceri sono piazze di spaccio dove avere un cellulare o una pistola non è affatto difficile. Ma tutto lascia pensare che non solo dal cielo giunga la "merce proibita".

La maggior parte entra via terra, superando i molteplici filtri posti a garanzia della sicurezza interna e dello stesso Paese. Ritenere, però, che, qualunque sia il mezzo usato, l'ingresso illecito sia dovuto alla cosiddetta sorveglianza dinamica è del tutto fuorviante. Non è impedendo ai detenuti di uscire dalle celle - ma restando comunque all'interno del reparto ovvero a frequentare, nei pochi casi, possibili corsi o laboratori - che s'impediscono attività illecite.

Non a caso il detenuto di Frosinone, che ha impugnato una pistola e ha sparato contro altri reclusi che giorni prima l'avevano deriso, era in alta sicurezza e la stanza (cella) in cui era recluso gli veniva aperta per la doccia. Lo Stato deve quanto prima farsi carico di quanto sta avvenendo. Uscendo dall'istituto di Frosinone, il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Bernardo Petralia ha parlato di "fatto gravissimo".

Non vi è dubbio: si tratta di un episodio effettivamente grave, un colpo al cuore alla credibilità delle istituzioni. L'ennesimo! È di pochi mesi fa la "mattanza" a opera degli agenti di polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Scene raccapriccianti, da far voltare lo stomaco. E anche lì, subito dopo quanto accaduto, vi è stata - dovuta, ma anche apprezzata - l'immediata presenza dello Stato, in questo caso rappresentato dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Ancora, nei primi giorni del mese, una detenuta è stata lasciata da sola a partorire nel carcere di Rebibbia: un evento di sicuro non inatteso, solo il caso ha voluto che madre e neonato stiano bene. Un bimbo nato in carcere, dunque, e 26 piccoli ancora ristretti insieme alle loro madri. Al 19 settembre, inoltre, sono 91 i decessi negli istituti di pena e 39 i suicidi. Più di quattro persone al mese si tolgono la vita in carcere. Dinanzi a questo quadro straziante per un Paese civile, non basta certo istituire commissioni, ma occorre agire e subito.

Il lavoro degli Stati generali dell'esecuzione penale e delle Commissioni ministeriali per la riforma, durato più di due anni, pur completato e perfezionato con l'elaborazione di schede e di decreti, è stato utilizzato in maniera irrisoria e poco efficace. L'impegno di centinaia di addetti ai lavori - tra i quali docenti, magistrati, garanti, dirigenti dell'amministrazione penitenziaria e molti avvocati dell'Unione delle Camere penali italiane - non ha trovato il giusto riscontro. La politica ha ancora una volta dimostrato il suo disinteresse per una seria riforma e, pur in presenza di una delega del Parlamento al Governo, non ha ritenuto d'intervenire concretamente.

C'è un lavoro già fatto in attesa solo di essere tramutato in legge, mentre oggi assistiamo alla nomina di un'ennesima Commissione che di fatto ha la stessa "mission" delle precedenti. Ci vengono in mente le parole di un illustre giurista: le carte delle Commissioni restano cibo per i topi degli scantinati del Ministero. Oltre un intervento legislativo, occorrono immediate risorse umane ed economiche e comprendere che va rivista la struttura del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ai cui vertici, da sempre, sono nominati magistrati spesso lontani da un'esperienza manageriale e di recupero sociale, ma con una cultura esclusivamente securitaria. Anni e anni di fallimenti non hanno fatto invertire la rotta.

Il carcere va ripensato e ridimensionato. La nuova esecuzione penale deve puntare su nuove modalità di pena e sull'incremento delle misure alternative, come ci ha indicato la Corte europea dei diritti dell'uomo e come lo stesso Parlamento italiano aveva specificato nella legge delega al Governo. L'obiettivo dev'essere un'esecuzione penale allineata ai principi costituzionali, dove la responsabilizzazione del condannato e il suo reinserimento sociale sono lo scopo primario da raggiungere. La ministra della Giustizia Marta Cartabia l'ha affermato più volte, noi vogliamo crederci e, come sempre, l'avvocatura s'impegnerà affinché ciò avvenga.

 

 

 

 

 

 

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