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Davvero tutto è possibile? PDF Stampa
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di Ferruccio de Bortoli


Corriere della Sera, 6 settembre 2021

 

Abbiamo bisogno, mai come oggi, di fiducia e speranza. Sarebbe però sbagliato coltivare facili illusioni e credere di essere quello che non siamo. Non esiste una misura attendibile del clima di fiducia del Paese. Si va per sensazioni. Sabino Cassese notava ieri sul Corriereche "regna una strana pace nella politica italiana". Scaramucce quotidiane, sguardo chinato su un presente troppo dilatato. Ma qual è la temperatura media degli animi nel mondo dell'economia? Quello della fiducia è l'unico riscaldamento di cui non dobbiamo avere timore.

Mentre una parte del Paese soffre un impoverimento drammatico ve n'è un'altra che sta decisamente meglio. E tende, purtroppo, a dimenticarsi di quella che sta peggio. I mercati finanziari sono ai massimi. L'industria manifatturiera italiana non è mai andata così bene. Mancano le materie prime semmai, non i clienti del Made in Italy che celebra, con l'apertura del Supersalone del Mobile di Milano, una sorta di nuovo inizio. Anche le attività più colpite dalla pandemia, come il turismo per esempio, mostrano segni di forte ripresa.

Abbiamo bisogno, mai come oggi, di fiducia e speranza che sono beni non quotati su alcun mercato. Dipendono dalla qualità e soprattutto dalla serietà di ciò che facciamo. A tutti i livelli. Non abbiamo bisogno però di coltivare facili illusioni e credere di essere quello che non siamo. E soprattutto dobbiamo guardarci dalla tentazione del "tutto è possibile". La sostenibile leggerezza del debito, di cui si parla poco, incoraggia progetti e persino sogni.

Non abbiamo sentito nessuno, in questo drammatico tornante della vita del Paese, dire con onestà che qualcosa non è fattibile perché "non ce lo possiamo permettere". Se tutto è possibile (spese e sussidi, ammortizzatori, ovvero redistribuzione) ciò che è assolutamente necessario (investimenti che creano reddito e lavoro) riceverà meno attenzioni e risorse. Curioso che nel dibattito sul Piano nazionale di ripresa e resilienza si insista spesso nel sottolineare quello che non c'è, anziché interrogarci su come realizzare per tempo quello che c'è. E che senza 48 riforme da approvare entro il 2026 non ci sarà mai. Il senso dell'urgenza è scomparso, come se il Pnrr fosse già stato realizzato. "Lo sviluppo lo fanno le persone - ha detto ieri il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi - con le loro competenze". Vero. In questi anni ci siamo dimenticati che il capitale umano non si forma magicamente come un'emissione di titoli di Stato. Non lo si crea stampando moneta, né lo si prende a debito. Abbiamo imparato veramente la lezione?

A Cernobbio, al workshop Ambrosetti, l'ottimismo sul futuro dell'economia italiana era palpabile. Anche da parte di chi ha passato infinite quaresime. Tempi in cui uno scostamento di bilancio di un miliardo appariva un miraggio ed era frutto di faticose ricerche nelle pieghe della contabilità nazionale. E oggi appare, invece, solo una briciola che cade dal tavolo imbandito dei sussidi e dei prestiti europei. Non si ammette che è relativamente più facile gestire un Paese, così come un'azienda, nell'abbondanza (apparente) delle risorse. E infatti, nel dibattito pubblico, si parla poco di impegno, sacrifici, studio, lotta all'evasione fiscale e molto di diritti. Come se esistesse un fantomatico benessere di cittadinanza. In pochi mesi l'aumento della crescita attesa per il 2021 è stato pari - e non possiamo che rallegrarcene - a tutta quella che abbiamo mestamente cumulato in anni di sostanziale stagnazione. Non eravamo abituati a questi tassi "cinesi". Sono percentuali quasi etiliche che si aggiungono però agli effetti analgesici di misure ancora in vigore: moratoria sui debiti, garanzie pubbliche, aiuti dello Stato.

Il rimbalzo dell'economia si trasformerà tanto più facilmente in una crescita strutturale se ogni scelta verrà accompagnata dalla consapevolezza di godere di misure eccezionali e temporanee. Se uno spreco era insopportabile prima, a maggior ragione è colpevole oggi con tante persone in difficoltà. La ripresa dell'economia, merito anche della campagna vaccinale e dell'elevata disciplina degli italiani, è oggi superiore a quella di altri Paesi. Nel dirlo con una comprensibile punta d'orgoglio, dovremmo ricordarci che siamo caduti più degli altri. La storia poi insegna che i primati possono essere ingannevoli e finire per alleggerire gli anticorpi di una società anziché irrobustirli. Il 16 maggio del 1991, il Corriere fece questo titolo: "Italia, quarta potenza". Che cos'era successo? Avevamo superato per valore del Prodotto interno lordo sia la Gran Bretagna sia la Francia. L'Istat aveva appena rivalutato il nostro Pil mettendoci dentro un po' di economia sommersa (a occhio molto cresciuta anche oggi).

Non lo facemmo solo noi, lo fece anche il Belgio per esempio. Il governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, invitava alla prudenza preoccupato dall'esplosione del debito pubblico. La lira era però incredibilmente forte. Nel gennaio del 1989 era entrata a far parte della banda stretta di oscillazione del Sistema monetario europeo, promossa tra le monete stabili dopo che dal 1979 si era svalutata otto volte sul marco.

Pochi mesi dopo quel titolo che sembrava una medaglia, il 14 settembre del 1992, se ne fece un altro di segno opposto: "A sorpresa, la lira svaluta del 7 per cento". Era l'inizio della più grave crisi finanziaria del Dopoguerra che costrinse il governo Amato a una manovra lacrime e sangue con la quale entrò nottetempo nei conti correnti degli italiani prendendosi il 6 per mille.

Una patrimoniale a tradimento. La prima obiezione che si può fare a questo improvvido paragone storico è che allora non c'era l'euro e non esisteva una Banca centrale europea che acquistasse (per quanto ancora?) tutti i nostri titoli di Stato. Appunto. Questa è la differenza, meglio non scordarcelo. Anche perché - come ha ricordato ieri a Cernobbio il ministro dell'Economia, Daniele Franco - negli anni 90 il nostro Paese cresceva molto di più della media europea. Negli ultimi anni molto meno. E nel 2019, prima della pandemia - livello che non recupereremo nemmeno con una crescita "cinese" nel 2021 - il rapporto tra Italia, Francia e Regno Unito, superati brillantemente trent'anni fa, era il seguente. Il Pil italiano valeva 1.787,7 miliardi di euro; quello francese 2.425,7; quello britannico 2.525,1.

 

 

 

 

 

 

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