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Difesa europea, serve una forza di primo intervento PDF Stampa
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di Marco Minniti*


La Repubblica, 6 settembre 2021

 

Eppur si muove. O, almeno, così sembra. Tutto è incominciato esattamente trent'anni fa a Maastricht. In questa cittadina olandese che segnerà un pezzo grande della storia dell'Europa si gettarono le basi per la Pesc (Politica Estera e di Sicurezza Comune) entrata, effettivamente, in vigore nel 1993. Poi una sequenza strepitosa di acronimi in evoluzione: Pesd, Psdc fino all'attuale Pesco. Passando per la "forza di dispiegamento" fuori teatro di 60.000 uomini (di fatto mai nata) ai più agili Battle Group del 2007. Teoricamente sempre prontamente impiegabili a rotazione semestrale. Per poi scoprire amaramente che in qualche semestre ce ne era uno solo o addirittura nessuno.

Una rapida cronaca di una storia infinita. Sempre nel 1991, nella stessa città, incominciava il percorso della moneta unica. Nel 1999 viene introdotto l'euro. Nel 2002 diventa moneta contante. In questa mancata "sincronia" si riflette la strutturale fragilità politica del vecchio continente. Non solo una sottovalutazione ma, piuttosto la convinzione di far parte di un campo, quell'occidentale in cui ci si potesse permettere di fatto, una divisione dei compiti. Agli Stati Uniti l'onere principale di garantire la sicurezza del pianeta. Anche nel giardino di casa dell'Europa. Con quest'ultima che si muoveva di conserva dal punto di vista militare per cimentarsi nell'arte della mediazione e della diplomazia. Già con Obama, poi fragorosamente con Trump quest'approccio ha incominciato a vacillare.

Dopo la severissima lezione afghana il re è apparso, improvvisamente, nudo. In uno dei passaggi più delicati della recente storia dell'Occidente, a Kabul, mentre si effettuava una delle più imponenti operazioni di evacuazione di sempre, l'Europa, in quanto tale, non c'era. C'erano, in maniera encomiabile, singoli Stati membri. L'Italia in testa. Ma l'Europa no. Non ne aveva e non ha la capacità per farlo. Il tentativo di reazione del vertice di Lubiana va nella giusta direzione: una forza di primo intervento che garantisca proiettabilità. La consapevolezza che, in questo mondo così disordinato, la tempestività della decisione risulta determinante. Il superamento del totem dell'unanimità. La possibilità di procedere per cooperazioni rafforzate tra singoli Stati membri (non chiamiamoli "volenterosi", non porta benissimo). Tuttavia, i distinguo, i silenzi, che non sono mancati in Slovenia, inquietano. Eppure, mai come adesso le ragioni per una scelta decisiva non mancano. Dalle fortissime turbolenze nel Mediterraneo ed in Africa alla minaccia asimmetrica del terrorismo internazionale senza dimenticare il cyber e lo spazio. Non sfugge a nessuno, per esempio, che l'Afghanistan possa in tempi, anche, abbastanza rapidi tornare ad essere un safe haven, un rifugio sicuro del terrorismo internazionale. Anche indipendentemente dalla stessa volontà del governo talebano.

Questo costituirebbe un mutamento significativo del quadro della minaccia. Non più solo o, prevalentemente, il rischio di "lupi solitari". Ma ritornerebbe il radicamento territoriale, le possibili basi di addestramento, le retrovie dalle quali poter pianificare attacchi complessi, anche verso obiettivi lontani. Rifugi sicuri che possono diventare una calamita d'attrazione per singoli o gruppi già attivi nel mondo. Non sono scenari immaginari. Li abbiamo già visti. Purtroppo. Si tratta di tenere insieme intelligence e capacità di proiezione. Sono due facce della stessa medaglia: la sicurezza dei cittadini europei. A novembre, l'adozione dello Strategic Compass, della bussola strategica, può costituire "la risposta". Un'autonoma capacità di difesa europea non solo non confligge con i solidi e tradizionali rapporti con gli Stati Uniti ma, anzi, può aprire una nuova fase di relazioni transatlantiche sempre più decisive nel quadro della cooperazione-competizione che accompagnerà il nuovo corso del mondo. Lo stesso vale per la Nato. Nel 1998 Madeleine Albright, a proposito della cooperazione tra Nato e Difesa Europea, scrisse delle 3 D come chiave di un nuovo rapporto: no Decoupling, no Duplication, no Discrimination. Nessuna separazione, nessuna duplicazione, nessuna discriminazione. Molta acqua è passata sotto i ponti ma le buone idee non deperiscono mai. Infine, il Regno Unito. Una partnership decisiva, indispensabile per l'Europa. Come testimoniato, altresì, dalla costituzione recentissima (2020) di un'importante forza di intervento rapida franco-britannica sulla base dei Lancaster House Treaties.

La storia di questi trent'anni ci ricorda che siamo alla vigilia di decisioni cruciali. C'è bisogno di una fortissima volontà politica collettiva. Solitamente le elezioni imminenti producono un affievolimento della capacità decisionale. Tuttavia, la profondità della rottura afghana, il forte coinvolgimento emotivo di una parte importante dell'opinione pubblica europea può suggerire un approccio diverso. Vale per la Germania che voterà fra qualche settimana. Vale per la Francia che voterà l'anno prossimo. Due Paesi chiave. Il grande tema della sicurezza e del ruolo dell'Europa può diventare uno snodo cruciale delle campagne elettorali in questi Paesi. Il percorso partito in questi giorni può trovare compimento all'inizio del nuovo anno con il semestre francese di presidenza dell'Ue. Macron ha la forza di una leadership che va oltre il suo Paese. La sua relazione speciale con Draghi, il suo rapporto storico con la Germania possono costituire una positiva congiuntura astrale e politica. Sapendo che l'unica cosa che l'Europa non si può permettere è "un falso movimento".

 

*Presidente della Fondazione Med-Or

 

 

 

 

 

 

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