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Il diritto di non morire, l'unica speranza di un popolo PDF Stampa
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di Domenico Quirico


La Stampa, 28 agosto 2021

 

Per afghani, tigrini, siriani, l'Occidente è salvezza ma anche un salto nel vuoto. Le nostre ricette di felicità infallibile si scontrano con valori inconciliabili. Era un migrante un po' anziano, i capelli corti ricci e lanosi. Era lì fermo a guardare gli autobus che partivano, ma non sembrava provasse desiderio di salirvi. Li seguiva con gli occhi finché scomparivano in lontananza come un cane che fiuta l'aria dopo la partenza del padrone. Sembrava felice, scandalosamente felice. Gli chiesi perché. Non mi rispose che aveva ricevuto il permesso di soggiorno o il lasciapassare del rifugiato, che aveva trovato un lavoro o che la famiglia lo aveva finalmente raggiunto in Italia. Perché nulla di questo era vero. Era bloccato in un centro di accoglienza, non poteva andare da nessuna parte, non poteva lavorare se non illegalmente. Era solo. Eppure... Allora perché sei felice? "Perché qui in Italia sono vivo, nessuno mi ucciderà".

Mi sono ricordato di lui guardando le immagini degli afghani massacrati mentre tentavano di salire sugli ultimi aerei da Kabul prima che il cancello si chiuda. E di quelli che fuori dall'aeroporto attendono ancora fino all'ultimo, forse già sapendolo, invano. Li ha divisi un dettaglio come i destini di uomini in altri innumerevoli posti del mondo che ho attraversato: un attimo di ritardo o di esitazione prima di fuggire, un oggetto dimenticato, un posto di blocco più esigente, una strada sbagliata, vivere in un quartiere o in una città più lontana, il telefonino scarico a cui non sono arrivate le indispensabili indicazioni dei soccorritori. E così sono rimasti sotto la perentorietà del Corano o stanno volando verso una nuova vita nei fortunati paesi dei diritti. O sono morti.

Per i sopravvissuti, in modo diverso, la lontananza è diventata la condizione umana. Per quelli che partono l'Afghanistan, ormai lontanissimo e irraggiungibile, continuerà a esistere, chiederà continuamente di essere risuscitato nella memoria, li tormenterà, dividerà la loro vita in un prima e in un dopo, li assalirà come un esigente fantasma. Ma anche per i dimenticati del Grande Salvataggio, anche se non hanno vissuto lo sbarco in qualche terra straniera che dà loro asilo, c'è stato il salto nel vuoto, l'affrontare l'ignoto. Sono rimasti nel loro paese ma un paese che non riconoscono più perché ne avevano scelto, illudendosi per vent'anni, un altro in cui taleban sharia virtù obbligatoria non esistevano se non come minaccia. Fuggiaschi ancor più crudelmente quotidiani, soffriranno da soli, senza testimoni.

Per rammentare l'altro Afghanistan, come quelli che vivono a Roma o a Detroit, dovranno chiedere la collaborazione della memoria, e viverne una estraneità piena di stupori, una lontananza religiosa. Gli uni e gli altri si raccoglieranno la sera per parlare del passato come fanno i vecchi. I liberi ad alta voce, gli altri sussurrando. Per loro l'Occidente chiede esige assicura ricette di felicità infallibile. Ma non sa, proiettando la nostra ansia di garantire, giustamente, sempre nuovi e più sofisticati diritti, che gli afghani, e i somali i siriani i nigeriani i tigrini e tutte le alte scaglie del popolo dei fuggiaschi dalle tragedie del millennio, sono ancora fermi alla prima casella della mirabile dichiarazione: il diritto di sopravvivere. E di quello si accontenterebbero come di un definitivo miracolo.

Noi dobbiamo ridurre ogni evento che ha qualità di storia mondiale alla dimensione occidentale per sentirne la grandezza e valutarne gli effetti. Ma l'unificazione dei modi di vita ai nostri non è un problema davvero attuale, la omogeneizzazione dei modi di morte al contrario è già silenziosamente acquisita. Tortura governativa o poliziesca, fanatismo etnico o jihadista, massacro a colpi di machete di kamikaze o di missile, spirito di tribù o di fazione, lotta al terrorismo o carestia prodotta o accudita: l'uniformazione accelerata delle procedure di massacro è la sola evidenza planetaria. E invece, ancora una volta per l'Afghanistan, ci chiediamo stupefatti come questa tragedia sia maturata così "improvvisamente". Ma ogni giorno in quei luoghi gli uomini lottano non per poter votare senza brogli o ottenere diritti sindacali o ospedali e scuole decenti, semplicemente per restare vivi fino alla sera. Sono i sudditi, ahimè innumerevoli, del non diritto.

Nel mondo della salute, dei tribunali, delle leggi tutto funziona come se la morte violenta non esistesse, nessuno ne tiene conto, la quotidianità l'abolisce. I soldati che sono uccisi svolgendo il loro lavoro diventano eroi. In luoghi come l'Afghanistan delle guerre infinite la morte, non come transito ma come grande bocca vuota, permea tutto ciò che facciamo. Non bisogna dimenticarlo quando ci si china su quelli che sono partiti e soprattutto su quelli, vivi e morti, che abbiamo lasciato indietro.

 

 

 

 

 

 

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