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Se ci emoziona solo la morte PDF Stampa
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di Cecilia Strada


La Stampa, 28 agosto 2021

 

Cartolina dalla rada di Augusta, dalla nave di soccorso "ResQ People" che sta per finire la sua quarantena dopo aver sbarcato 166 naufraghi soccorsi nel Mediterraneo centrale. Cinque minuti di pausa, un social network: "Cecilia, vuoi rivedere i tuoi ricordi?". E così mi ricordo che esattamente dieci anni fa, oggi, condividevo la notizia di un attentato al mercato di Lashkar-gah, provincia di Helmand, Afghanistan.

Venticinque feriti arrivati in ospedale, tre morti prima di entrare in sala operatoria, compresa una bambina di pochi anni (sei-sette? Non lo sapevamo: era una bambina che chiedeva l'elemosina davanti alla banca). Invece cinque anni fa, oggi, ero a Kabul e pubblicavo la foto della lavagna del pronto soccorso del Centro per feriti di guerra: 102 letti occupati, 18 liberi. Un dettaglio di quella lavagna: "Lavanderia 0". E perché mai sulla lavagna di un pronto soccorso ci dovrebbe essere uno spazio dedicato alla lavanderia? Perché quando i feriti sono troppi, e non ci stanno più da nessuna parte, bisogna usare anche quella stanza per metterci i meno gravi.

Quante volte è successo in questi anni in Afghanistan, nel solo ospedale di Emergency a Kabul? Tante, troppe. Quante stragi di civili in tutto il Paese, quanti morti negli attentati talebani, quanti nei bombardamenti dei soldati della coalizione internazionale? Troppi. E quanti titoli sui giornali italiani? Troppo pochi. Quanti post commossi sui social network? Idem. Eppure erano le stesse persone, le stesse famiglie che oggi si accalcano all'aeroporto. Oggi li vorremmo salvare tutti, ed è giusto così - perché non siamo stati capaci di vederli anche ieri? Ecco, forse l'Afghanistan dovrebbe aiutarci a capire questo: che è meglio occuparsi dei vivi finché son vivi. Finché hanno ancora una possibilità di salvezza, prima che siano completamente fregati.

Un po' come succede con le immagini che arrivano dal mare, quel Mediterraneo che è diventata la frontiera più letale al mondo per donne, uomini e bambini che cercano di attraversarla. Abbiamo tutti - o quasi - pianto sulla foto di Alan Kurdi a faccia in giù nella sabbia. Abbiamo detto "Mai più". È giusto, è umano provare dolore e pietà per un bambino morto in mare. Perché non riusciamo a provare la stessa emozione per quei bambini che sono ancora vivi, in mezzo al mare, che saranno fra le onde domani o la prossima settimana? E soprattutto, perché non riusciamo a tradurre l'emozione in azione, quando siamo ancora in tempo a cambiare le cose? Quando c'è ancora qualcuno da salvare?

Le risposte non le ho, sono solo piena di domande. E un'altra suona così: ci rendiamo conto che le persone che cercano di scappare dall'Afghanistan hanno diritto a farlo con un visto, su un sedile di un aereo e non attaccati alla carlinga? Se non usciranno su un aereo li ritroveremo da un'altra parte: in mezzo a un qualche mare, per esempio. Vivi o morti. Sulla rotta balcanica, con i piedi piagati. E come li guarderemo, allora: sempre con gli occhi della pietà e della solidarietà, o come i clandestini da lasciare annegare, congelare, sparire nel nulla? E quelli che provano ad aiutarli, tirandoli fuori dall'acqua o medicando ferite in una piazza di Trieste, come guarderemo loro? Con gli occhi con cui oggi guardiamo Tommaso Claudi sul muro dell'aeroporto di Kabul (tashakor, tashakor dal profondo del mio cuore) o di nuovo come se fossero pirati e criminali? L'Afghanistan oggi è in fiamme. E sono le stesse persone che morivano ieri, nel nostro silenzio, e che moriranno domani, in tutti gli Afghanistan del mondo. Che cosa vogliamo fare con gli afghani? La risposta che ci daremo sarà anche la risposta a un'altra domanda: chi vogliamo essere noi?

 

 

 

 

 

 

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