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Riforma Cartabia, la vittima del reato non più ai margini del processo PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 25 agosto 2021

 

Per la prima volta entra nel codice la definizione di "vittima". La ministra: "La giustizia in cui credo è quella che guarda alle persone cui riconoscere lo status di vittime del reato". Il giurista Gatta "parlare di vittima significa riferirsi a una persona in carne ed ossa". Lattanzi: "Finalmente una figura soggettiva legata all'individualità della persona fisica colpita dal reato".

Ci sarebbe da non crederci, ma è proprio così. A tutt'oggi, nei nostri codici, non esiste una definizione di "vittima". Né quella di un femminicidio, com'è appena accaduto ad Aci Trezza per la povera Vanessa. Né quelle dei tanti terremoti che hanno colpito l'Italia. Né quelle del crollo del ponte Morandi. Né quelle delle stragi di mafia. Né delle vittime del terrorismo. Madri, padri, mogli, mariti, figli, stabili conviventi, tutti abbandonati a se stessi. Coperti - giuridicamente - dalla sola definizione di "persona offesa", con la prospettiva di un risarcimento civile, con un ruolo non certo da protagonista nel processo penale. Anche se l'Europa, con una direttiva del lontano 2012, ci raccomandava già allora di inserire proprio quella parola - "vittima" del reato - nei codici. Ma la sollecitazione è rimasta lì, lettera morta. Fino a oggi.

Ma la riforma del processo penale della Guardasigilli Marta Cartabia riserva una sorpresa. Nel bailamme politico del voto alla Camera di inizio agosto era difficile accorgersi di un comma che adesso, nel testo stampato per il prossimo via libera del Senato, figura a pagina 28, accanto alle altrettanto innovative previsioni sulla giustizia riparativa, e recita così: "Definire la vittima del reato come la persona fisica che ha subito un danno, fisico, mentale o emotivo, o perdite economiche che sono state causate direttamente da un reato; considerare vittima del reato il familiare di una persona la cui morte è stata causata da un reato e che ha subito un danno in conseguenza della morte di tale persona; definire il familiare come il coniuge, la parte di un'unione civile tra persone dello stesso sesso, la persona che convive con la vittima in una relazione intima, nello stesso nucleo familiare e in modo stabile e continuo, nonché i parenti in linea diretta, i fratelli e le sorelle e le persone a carico della vittima".

Parole semplici, che forse non hanno neppure bisogno di essere chiosate, tanto evidente è la loro chiarezza. Riguardano, appunto, innanzitutto chi dev'essere considerato "vittima" di un reato. Colui che ha subito un danno "fisico, mentale, emotivo". Colui che ha subito altresì una "perdita economica". Non solo un coniuge, ma il partner di un'unione civile, colui o colei che condivideva una "relazione intima", ma in modo "stabile e continuo". Dunque, non certo un partner occasionale. Ovviamente i parenti più stretti, fratelli, sorelle, e anche "le persone a carico della vittima". Sarà il futuro decreto legislativo a pesare e misurare ogni parola e ogni virgola. Ma la novità c'è tutta già adesso, in quella decina di righe.

Righe di cui è pienamente soddisfatta la ministra Cartabia che infatti a Genova, per il terzo anniversario del crollo del ponte Morandi, incontrando i familiari, il 14 agosto ha parlato proprio di questo. "La giustizia in cui credo, per la quale lavoro, è sempre e solo una giustizia dal volto umano, è una giustizia che guarda sempre alle persone. Alle persone che sono dietro ogni fatto e che hanno subito gli effetti di un'offesa così grave. Per questo, tra l'altro, ho fortemente voluto che all'interno della riforma fosse riconosciuto un adeguato status alle vittime del reato".

E ancora: "Si tratta di una novità nel nostro ordinamento, ben nota a livello europeo e internazionale, e che vede nel processo penale un luogo in cui la vittima cerca risposte al suo bisogno di giustizia, cerca attenzione e riparazione per l'offesa subita". Viene spontaneo chiedersi, ma com'è possibile che già oggi non sia così?

Ce lo spiega Gian Luigi Gatta, stretto collaboratore e consigliere giuridico di Cartabia in via Arenula, docente di diritto penale alla Statale di Milano e direttore della rivista Sistema penale: "Il codice di procedura penale è del 1988. Nella versione originaria, quella di Pisapia e Vassalli, la vittima non era mai nominata. Il codice parlava, e parla tuttora, di "persona offesa dal reato", un concetto generico e impersonale. Mentre il concetto di vittima si riferisce a una persona in carne e ossa. Un concetto centrale per scienze come la criminologia e la vittimologia, un concetto ricorrente nella comunicazione mediatica e nel dibattito pubblico e politico. Ma un concetto che finora non ha avuto altrettanta dignità nel codice che regola il processo penale".

E questo contribuisce forse a spiegare le sistematiche difficoltà e lamentele delle vittime per veder riconosciuti i loro diritti. Ma perché, se l'Europa sollecitava dal 2012 la necessità di inserire l'esplicito riferimento alle "vittime" per garantirne i diritti, non si è fatto nulla? Gatta lo spiega così: "Nella logica originaria del codice del 1988 - e ancor prima nella tradizione del processo penale, in Italia e non solo - la vittima è marginalizzata: è lo Stato, attraverso il pubblico ministero, a farsi carico dei suoi problemi. La vittima non è una parte processuale: è rappresentata dal pm e, nella veste di "persona offesa dal reato", ha solo alcuni diritti di informazione e di impulso, oltre al diritto di poter essere sentita". La riforma Cartabia intraprende una strada diversa e valorizza il ruolo della vittima, "al centro di una giustizia penale che è anche riparativa e non solo retributiva".

Nell'Italia delle stragi di mafia e di terrorismo, nell'Italia dei disastri ambientali, ma anche nell'Italia patria del diritto, sembra del tutto incredibile che delle vittime finora non si sia ricordato nessuno. Tant'è che, spiega Gatta, "il processo penale non è in funzione della vittima, ma è tutto teso ad accertare la responsabilità dell'indagato e poi dell'imputato. La vittima è parte del processo solo limitatamente alle pretese civili: la persona offesa è parte del processo non in quanto tale, ma solo se dimostra di essere "danneggiata", di aver subito un danno dal reato. A determinate condizioni si può costituire parte civile nel processo penale. Ed entra nel processo solo quale parte civile limitatamente alla richiesta del risarcimento del danno da reato".

Dev'essere per questo che a Genova, quando Cartabia ha annunciato quelle poche, ma rivoluzionarie righe che entreranno nel codice, la reazione delle vittime è stata di piena soddisfazione. Lo aveva immaginato la Commissione ministeriale presieduta dall'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, che ha studiato gli emendamenti al testo del processo penale dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, quando ha proposto di trasformare in emendamento la sollecitazione della direttiva Ue del 2012 sulle vittime chiosandola così nella sua relazione: "La definizione di vittima ritaglia, finalmente, una figura soggettiva legata all'individualità della persona fisica colpita dal reato, che si contraddistingue dalla massa delle persone offese dal reato generalmente intese come soggetti titolari del bene giuridico leso dal reato, categoria che include anche persone giuridiche".

 

 

 

 

 

 

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