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Referendum sull'eutanasia, il limite tra fine vita e diritti PDF Stampa
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di Luciano Violante


La Repubblica, 25 agosto 2021

 

Si faccia una battaglia politica e parlamentare per rendere applicabile la sentenza della Corte Costituzionale. Ma si eviti che il Paese autorizzi inconsapevolmente a schiacciare i più deboli. Il referendum sull'eutanasia propone di modificare l'articolo 579 del codice penale per permettere l'omicidio del consenziente, salvi i casi di persona minore, inferma di mente o tratta in inganno. La Chiesa cattolica si è opposta in nome del diritto di esistere e del dovere di vivere. Ma preoccupazioni possono venire anche da un versante laico.

Ogni diritto, in una società matura, richiede l'esercizio responsabile delle facoltà che ne derivano, per evitare di danneggiare sé stessi o altri. In nome di questo principio accettiamo la cintura di sicurezza, il casco e i limiti di velocità; puniamo il lavoratore che non faccia un uso appropriato dei mezzi antinfortunistici; puniamo addirittura l'abuso del diritto, se, ad esempio, esercitato al solo fine di danneggiare un terzo. La Corte Costituzionale nel 2019, sollecitata dalla coraggiosa autodenuncia di Marco Cappato, è intervenuta su un diverso caso di "morte desiderata", quello previsto dall'articolo 580 del codice penale: "Istigazione o aiuto al suicidio". Nell'articolo 579, oggetto del referendum, la morte è data da un terzo; nell'articolo 580, riformato dalla Consulta, si tratta di suicidio agevolato.

La Corte ha ammesso la non punibilità dell'agevolazione quando riguarda "l'esecuzione del proposito di suicidio, a) autonomamente e liberamente formatosi, b) di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, c) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma d) pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, e) sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, f) previo parere del comitato etico territorialmente competente".

Il referendum va molto oltre i confini ragionevolmente fissati dalla Corte perché liberalizza ogni forma di omicidio del consenziente, anche se determinato, ad esempio, da una depressione, da un fallimento finanziario, da una delusione sentimentale, da una momentanea fragilità psichica e anche se commesso con mezzi violenti.

Ma non è questo il solo esito preoccupante del referendum. Nel 2020 sul profilo Facebook del presidente di una Regione si definivano gli anziani: "Persone non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese, che vanno 'però' tutelate". Poche settimane or sono un affermato giornalista ha scritto su un quotidiano nazionale a proposito del Covid: "Non capisco proprio perché per salvare settuagenari od ottuagenari, in genere affetti da due o tre gravi patologie, sia bloccata la vita di intere generazioni a cui il Covid non poteva far nulla. Che muoia chi deve morire e smettiamola con questa tragica farsa".

Oggi il costo di una giornata di degenza in una struttura dedicata alle cure palliative è di circa 300 euro e quello di una giornata di ricovero in un ospedale pubblico è di circa 470 euro. Quale sarà il destino dei malati vecchi e poveri in una società che invecchia, con una sanità costosa, dove sia possibile sopprimere chiunque lo consenta e dove circolano idee come quelle sopra indicate? Sono certo che i proponenti del referendum non hanno convinzioni eugenetiche e tuttavia non sempre le buone intenzioni riescono a fermare le cattive conseguenze.

Si sostiene che il referendum è necessario perché, in mancanza delle disposizioni di attuazione per il Servizio sanitario nazionale, la sentenza della Corte non sarebbe direttamente applicabile. Si faccia allora una rigorosa battaglia politica e parlamentare per rendere applicabile la sentenza della Corte. Ma si eviti che il Paese, prigioniero delle buone intenzioni, autorizzi inconsapevolmente a schiacciare i più deboli.

 

 

 

 

 

 

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