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La lezione civile di Gino Strada, l'uomo che odiava la guerra PDF Stampa
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di Piero Colaprico


La Repubblica, 14 agosto 2021

 

Amava la vita, tutte le vite, e odiava la guerra, tutte le guerre. Intorno a Gino Strada, morto a 73 anni ieri a Rouen, dov'era in vacanza (e da tempo era molto malato), si è levato un cordoglio generale e internazionale, con numerosi politici, da destra a sinistra, che lo ricordavano per quanto ha fatto in mezzo mondo, per le centinaia di migliaia di persone curate. E forse un simile medico non poteva che nascere e crescere in quella periferia milanese inconsapevolmente aristocratica chiamata "Stalingrado rossa": a Sesto San Giovanni, la cittadina operaia della Falck, della Marelli, della Pirelli.

Figlio di due operai, prodotto esemplare di un proletariato solido, che mandava i ragazzi più svegli nelle scuole giuste, s'era ritrovato adolescente in parrocchia, con l'ex presidente delle Acli e deputato, Giovanni Bianchi, sestese anche lui. Ma il futuro medico non ha mai avuto vocazioni da santo.

Si dichiarava ateo. Un uomo sin troppo diretto. Zero in diplomazia. Intransigente. A tratti volutamente sgradevole e, come si sente ripetere, "divisivo". Eppure, nello stesso tempo, un essere umano allegro, scapigliato, scanzonato, capace di "staccare" dal dolore e passare le serate a tavola a discutere di tutto, bravissimo ai fornelli, in grado di cucinare una paella memorabile. Fedele agli amici veri, conosciuti ai tempi del liceo classico al Carducci, in piazzale Loreto, lo stesso di Bettino Craxi, Claudio Martelli, Armando Cossutta.

La laurea è inevitabilmente all'università Statale. Negli anni della contestazione, fa parte del Movimento studentesco, si occupa del giornale. E dalla sua passione per la scrittura nasce il libro che lo rende famoso: Pappagalli verdi, edito da Feltrinelli nel 1999. Il titolo deriva dalla forma di alcune mine anti-uomo. Sono costruite come giocattoli, con l'idea che siano soprattutto i bambini a raccoglierle. E quindi i primi a morire, a restare menomati, in modo da "fiaccare il morale" delle popolazioni.

La forza con cui, intervistato, Strada sa raccontare la crudeltà dei teatri di guerra aggrega d'improvviso intorno alla "E" rossa di Emergency, la Ong fondata con la prima moglie Teresa Sarti, decine di migliaia di pacifisti di ogni età, credo, censo. Strada diventa trasversale in un'epoca nella quale non si parlava come adesso di "volontariato". Lui è un semplice volontario disarmato. Uno che senza dire niente a nessuno, almeno così era all'inizio della lunga carriera, rischia la vita al fronte, in mezzo a morti, feriti, malati, contagiati. Armato di bisturi e medicine. Sostenuto da amici. Punto di riferimento di moltissimi colleghi medici. E con le sue capacità di abile navigatore del mondo, compreso un inglese perfetto.

E se sa resistere dove cadono le bombe, volano i proiettili e bisogna stare attenti a calunnie, dossier, rapporti torbidi con spie ed assassini, dipende anche, come dice chi l'ha conosciuto bene, dal fatto che il cardiochirurgo sa dove tornare: nella modesta Sesto San Giovanni, dove aveva trovato moglie e dove, quando poteva, andava al bar osteria "La Teresa", per giocare a boccette. C'è stato, dopo la popolarità dilagante, un Gino Strada che nelle manifestazioni contro la guerra è in prima fila, che nel 2002 per ricordare la dichiarazione dei diritti dell'uomo riesce a portare in piazza 25mila persone praticamente da solo. È a questo Gino Strada che vengono offerti vari ruoli nella politica attiva, ma dice sempre no. Anzi, scatena a sinistra polemiche feroci.

A cominciare da Massimo D'Alema, che aveva concesso le basi italiane per il bombardamento deciso dalla Nato sull'ex Jugoslavia. In quel periodo Strada smette di votare e, tra il 2006 e il 2007, se la prende ancora con Romano Prodi e sempre con D'Alema per la guerra in Afghanistan. Come racconta al nostro Gianni Mura, "Con la guerra si prepara solo un'altra guerra". La sua è una visione drastica: "Io non sono contro l'America né tantomeno filo-Taliban. Sono contro i pazzi, in buona parte con l'attenuante di una stupidità profonda, che pensano di risolvere in questo modo i problemi del mondo".

Fedele a questo schema, ha finito per litigare con moltissime persone. Per un breve periodo, persino con la figlia Cecilia sulla gestione di Emergency. Ora che è morto nell'amata Normandia, con accanto la seconda moglie, Simonetta, sposata a giugno, si può dire che Gino Strada muore "povero". Senza lasciare beni materiali, titolare di una pensione un po' disastrata.

Il suo è un lascito diverso, che fa dire al presidente della Repubblica Sergio Mattarella che Strada "invocava le ragioni dell'umanità" e al presidente del consiglio Mario Draghi che "ha trascorso la sua vita sempre dalla parte degli ultimi". Un lascito forte, che commuove Milano: almeno la Milano che conserva un pensiero per gli altri.

 

 

 

 

 

 

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