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Quelle 239 leggi in Italia che parlano ancora di "razza" PDF Stampa
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di Sergio Rizzo


La Repubblica, 14 agosto 2021

 

"Origine razziale". Inutile stropicciarsi gli occhi: proprio così c'è scritto. Oltre settant'anni dopo la fine dell'infamia delle leggi razziali volute dal fascismo e sottoscritte da Vittorio Emanuele III, quelle parole sono riaffiorate in un atto ufficiale della Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Possibile? Altroché. Dicembre 2016, l'autorità della Privacy presieduta dall'ex onorevole del Pd Antonello Soro rilascia un'autorizzazione all'uso di dati personali a fini di ricerca. E nella delibera spunta la seguente frase: "Il trattamento può comprendere anche dati idonei a rivelare la vita sessuale e l'origine razziale ed etnica solo ove indispensabili per il raggiungimento delle finalità della ricerca". Uno spiacevole infortunio? Macché: le parole "origine razziale" ricorrono anche in altre delibere della stessa autorità.

Per esempio, in una pubblicata a gennaio 2019 (due anni e più dopo quella di cui sopra) sulle regole che devono seguire i giornalisti, prescrivendo ai medesimi che "nel raccogliere dati personali atti a rivelare origine razziale ed etnica, convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, opinioni politiche..." si debba garantire "il diritto all'informazione su fatti di interesse pubblico..." Ovvio. Ma perché usare quel termine, "origine razziale?" Forse che la razza umana non è una sola, come accertato dalla scienza, e ci sono invece più razze umane, com'è ancora purtroppo convinto qualche triste figuro in giro per il mondo, Italia compresa?

Non arriviamo a pensarlo. Grave è però che gli autori di quella formula sconsiderata ripetuta più volte negli atti ufficiali dell'authority non si siano resi conto delle implicazioni. E pensare che mentre i rigorosi esperti della Privacy la usavano con inconcepibile leggerezza, in Europa si stava da tempo discutendo sull'opportunità di eliminare la parola "razza" dalle costituzioni. La Francia c'è arrivata nel 2018, e la Germania lo scorso anno. E noi? La discussione va avanti senza esito da anni.

L'abolizione della parola "razza" dall'articolo 3 della Costituzione italiana ("Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali") era stata chiesta ufficialmente dalle comunità ebraiche più di sei anni fa. E la senatrice a vita Liliana Segre, in una intervista a Repubblica del febbraio 2018 aveva detto: "Sarebbe un ottimo segnale". Ma c'è chi, come il presidente dell'Accademia della Crusca Claudio Marazzini, e l'ex presidente della Consulta Paolo Grossi, pensa che la parola sia un "monito" e dunque vada mantenuta. Quanto ai politici, l'idea non dev'essere accolta con particolare entusiasmo, se si eccettua l'annuncio di un disegno di legge dell'Italia dei valori. Anche se nella banca dati del Parlamento non compare nessuna proposta di legge.

Eppure, in un Paese che nel 1938 si macchiò dell'abiezione delle leggi razziali, non sarebbe una questione di lana caprina. Soprattutto oggi, che si assiste a pericolose recrudescenze, perfino in ambiti politici apparentemente insospettabili. Dice tutto una formidabile ricerca di tre avvocati della Deloitte legal. Carlo Gagliardi, Barbara Pontecorvo e Francesco Paolo Bello hanno scoperto che dal 1944, quando le leggi razziali sono state formalmente abolite, la parola "razza" e l'aberrante concetto di "origine razziale" compaiono in ben 239 atti ufficiali dello Stato italiano. Si comincia con provvedimenti precedenti alla repubblica: 4 regi decreto legge. E poi 6 decreti legislativi luogotenenziali, 3 decreti legislativi del capo provvisorio dello stato, 9 decreti del Presidente della Repubblica, 6 decreti leggi, 86 leggi ordinarie, 31 decreti legislativi, 32 decreti del presidente del Consiglio dei ministri. E addirittura 31 contratti collettivi nazionali di lavoro. Per non parlare di 15 delibere dell'autorità della Privacy (incluse quelle di cui sopra), 2 dell'Agcom, 6 della Commissione di garanzia sui bilanci dei partiti politici, e altri 8 pronunciamenti di vari organismi.

Ce n'è perfino uno dell'Agenzia italiana del farmaco, 18 febbraio 2019. È un allegato alla determinazione che riguarda una medicina specifica, e una frase sulle sue possibili controindicazioni lascia letteralmente di stucco. Fra le "popolazioni" che mostrerebbero "un'aumentata inibizione della Pde4" si cita quella delle "femmine di razza nera non fumatrici". Leggendo e rileggendo questa incredibile frase, scritta da qualcuno non più tardi di due anni e mezzo fa viene da pensare che qualcosa di profondo da quell'epoca buia sopravviva ancora oggi. Quanto fosse profonda quella ferita inferta dal fascismo a tutti gli italiani, del resto, lo testimoniano i provvedimenti con cui nel 1944 vennero ripristinati i diritti dei cittadini bersagli delle leggi razziali: citati, in quelle leggi che abrogavano l'abominio, come appartenenti alla "razza ebraica". Forse il legislatore dell'epoca dovette agire in situazioni eccezionali, e senza troppo pensarci riprese alla lettera il vocabolario delle leggi da abolire.

Alcune delle quali nemmeno sono state abolite. Nell'elenco degli atti ufficiali ancora vigenti nei quali compare la parola "razza" stilato dagli esperti di Deloitte legal c'è per esempio un regio decreto del 1942 che fissa le regole per la concessione dei certificati di abilitazione dei radiotelegrafisti delle navi mercantili. Dove, all'articolo 2, è severamente prescritto che dagli esami "sono esclusi gli appartenenti alla razza ebraica". Firmato: Vittorio Emanuele III, oltre che Benito Mussolini".

Ma per non farci mancare proprio nulla, c'è anche il caso di una leggina razziale abolita e poi incredibilmente tornata in vigore. Trattasi del regio decreto del 1939 che escludeva dall'assicurazione pubblica per "nunzialità e natalità" tanto "i cittadini stranieri" quanto "i cittadini italiani di razza non ariana". Decreto sopravvissuto fino al 2009 (per 70 anni!), prima di essere seppellito nell'infornata delle "375 mila leggi inutili" che il prode ministro Roberto Calderoli incendiò con il lanciafiamme in una caserma dei vigili del fuoco. Salvo poi scoprire che insieme alle leggi inutili erano state abrogate pure leggi come quella che aveva abolito la pena di morte o quella che aveva istituito la Corte dei conti. Si dovette così fare un decreto per salvare le leggi abolite per sbaglio, e per sbaglio si salvò anche quella vergogna. Che, per quanto ormai inefficace, continua a far parte del cospicuo armamentario normativo italiano. Involontariamente, s'intende. Chi potrebbe sospettare il contrario?

Così come non si può sospettare che i riferimenti alla "razza" nelle nostre leggi siano stati introdotti con intenzioni meno che onorevoli, considerando che pressoché tutti riguardano prescrizioni antidiscriminatorie. "È vietato raccogliere informazioni e dati sui cittadini per il solo fatto della loro razza...", recita il regolamento di polizia giudiziaria di quarant'anni fa. Mentre il "divieto di qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sulla razza" è giustamente sancito anche dal nuovo statuto del Comune di Roma approvato dalla maggioranza che sostiene Virginia Raggi.

Ma non si può non notare, come sottolinea Barbara Pontecorvo, "che la parola razza ricorra pure nei provvedimenti che recepiscono gli accordi internazionali sui diritti umani". Ce n'è uno del 1946 nel quale si legge: "Come parti di una comune razza e come membri della stessa umanità, i popoli dell'emisfero occidentale partecipano vivamente alle infelici condizioni delle vittime della guerra in Europa". Quando poi si va più indietro, si scopre che prima del fascismo la parola "razza" non era quasi mai utilizzata negli atti ufficiali.

Nello Statuto albertino non ce n'è traccia, e le leggi del Regno d'Italia la citano a proposito delle razze bovine o equine. Quasi mai in riferimento all'uomo. Capita una volta, nel 1874, in occasione della elezione a corpo morale dell'Istituto Nascimbene di Pavia, cui si attribuisce il compito di creare una cattedra universitaria di "Storia di progresso della razza latina nelle Indie occidentali d'America". Poi quasi più nulla.

La questione, insomma, è assai più seria di quanto non pensino i tanti politici che fanno spallucce perché l'Italia, dicono, ha ben altri problemi da risolvere che togliere una parola dalla Costituzione. È un fatto di civiltà, come sanno bene anche i linguisti che ormai da anni, come ricorda Valeria Della Valle, sono impegnati nella revisione del significato di certi termini nei vocabolari. Quei 239 atti ufficiali in cui si parla con superficialità di "razza", perché quella parola c'è anche nella legge delle leggi, dicono ora con estrema chiarezza che è arrivato anche in Italia il momento di aprire una discussione seria su quel passaggio dell'articolo 3 della Costituzione. Quella parola non è un monito: è soltanto sbagliata.

 

 

 

 

 

 

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