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Afghanistan, il fantasma di Saigon PDF Stampa
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di Federico Rampini


La Repubblica, 14 agosto 2021

 

La caduta di Kabul, data per quasi certa di fronte all'avanzata dei talebani, viene affiancata nella memoria al panico di 46 anni fa in Vietnam. Quel maledetto 30 aprile 1975, giorno della caduta di Saigon, Joe Biden aveva 32 anni, era ancora agli esordi della sua carriera politica, il più giovane senatore nella storia degli Stati Uniti. Oggi il più anziano presidente d'America, pur considerato un esperto di politica estera, viene accusato di ripetere quell'episodio infame. In tanti paragonano la partenza delle truppe americane dall'Afghanistan alla ritirata dal Vietnam.

La caduta di Kabul, data per quasi certa di fronte all'avanzata dei talebani, viene affiancata nella memoria a quel panico di 46 anni fa: le scene degli elicotteri in partenza dal tetto dell'ambasciata Usa di Saigon, i sudvietnamiti che si lanciavano disperati per aggrapparsi alla salvezza, tornano come un incubo che angoscia l'America. Biden lo sapeva quando annunciò la sua decisione di lasciare l'Afghanistan: il mese scorso fece riferimento proprio all'immagine dell'evacuazione degli elicotteri nella fuga scomposta del 1975: "In nessuna circostanza vedrete persone sollevate dal tetto".

Duri attacchi a Biden vengono dai repubblicani, il loro capogruppo al Senato dice: "Questo presidente ha scoperto il modo più veloce per concludere una guerra: perderla". Un deputato della destra che ha combattuto su quel fronte nei Berretti Verdi, Michael Waltz, si appella a Biden perché "schiacci l'offensiva dei talebani mobilitando la nostra potenza aerea". Il rimprovero più frequente da destra è di natura strategica: l'abbandono dell'alleato afgano è un colpo alla credibilità dell'America in tutto il mondo; il vuoto lasciato dalla partenza delle forze Nato verrà riempito da altre potenze come Cina, Russia, Pakistan, Turchia.

Non mancano le voci critiche anche a sinistra. Il Washington Post, giornale progressista, in un duro editoriale sentenzia: "Le vite perdute o rovinate degli afgani faranno parte dell'eredità di Biden". L'ala sinistra del partito democratico, umanitaria e terzomondista, sottolinea i progressi compiuti durante vent'anni di conflitto: fino al 2001 i talebani proibivano alle ragazze di andare a scuola, oggi la loro scolarizzazione raggiunge il 50%.

Infine Biden si è messo contro i vertici delle sue forze armate. Il generale Lloyd Austin, segretario alla Difesa, e il generale Mark Milley, capo di stato maggiore, erano contrari alla ritirata. Fra le altre cose i capi militari temono che i talebani, avendo già tradito ogni sorta di promessa, possano tornare a proteggere ed ospitare i terroristi di Al Qaeda o dell'Isis.

Il momento è grave, ma Biden non sembra aperto a ripensamenti. Dalla sua, ha la coerenza, che non sempre brilla fra i suoi accusatori. È dal 2009, quando era vice di Barack Obama, che lui milita nell'opposizione al prolungamento del conflitto. Già allora si scontrò con i generali - e perse, col risultato che Obama mandò altri 47.000 soldati su quel fronte, in una escalation che oggi si conferma inutile.

Alle critiche della destra la Casa Bianca risponde che fu proprio Donald Trump a delineare per primo un calendario così ravvicinato - e incondizionato - per il ritiro. Inoltre la "teoria del domino" fu smentita proprio dal Vietnam: secondo quella teoria, l'abbandono di un Paese alleato sarebbe stato seguito da una catena di defezioni, o di invasioni comuniste in tutto il Sud-Est asiatico. Non andò così.

La sinistra umanitaria che critica Biden per le sofferenze degli afgani è la stessa che denunciava l'invasione dell'Afghanistan come un crimine imperialista. Invece il progresso per i diritti umani è stato indubbio durante la presenza delle forze Nato. Ma il rispetto delle bambine afgane, l'emancipazione femminile, non possono essere vincolati ad una permanenza a tempo indefinito di truppe straniere. Biden è sempre stato scettico sull'idea del nation building, cioè la costruzione di istituzioni democratiche e di una governance efficiente con il metodo "avio-trasportato", affidato ai B-52.

Le analogie con il Vietnam piacciono agli opinionisti ma sono assurde. Negli anni più tragici della guerra in Vietnam combattevano in media mezzo milione di americani; alla fine ne morirono più di cinquantamila; quella guerra infiammò il mondo intero per lo più contro gli Stati Uniti, la stessa società civile americana era lacerata.

In Afghanistan il picco massimo di presenza è stato di 98.000 soldati, le vittime 2.300. L'opinione pubblica americana oggi ha molte altre priorità: uscire in fretta dalla pandemia, consolidare la crescita economica, ritrovare il pieno impiego. La stessa ala sinistra del partito democratico è impegnata su ben altri fronti domestici: vuole investimenti per 3.500 miliardi in dieci anni al fine di creare un Welfare inclusivo, un'economia sostenibile a emissioni carboniche zero. La guerra in Afghanistan, che è già costata 2.000 miliardi in vent'anni, qualora fosse stata prolungata avrebbe distolto risorse da quei cantieri di riforme progressiste. Non è difficile capire perché Biden, in mezzo al coro assordante di critiche, sembra deciso a tenere duro.

 

 

 

 

 

 

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