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"Sulla giustizia va fatta battaglia in Parlamento, a costo di rompere coi 5S" PDF Stampa
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di Umberto De Giovannangeli


Il Riformista, 13 agosto 2021

 

Intervista a Matteo Orfini (Pd). Non gira attorno ai problemi più scottanti dell'agenda politica, Matteo Orfini, parlamentare dem, già presidente del Pd. Dalle morti bianche ai referendum sulla giustizia, dal voto sul rifinanziamento della Guardia costiera libica al futuro del Partito democratico e al rapporto con i 5Stelle. Una intervista a tutto campo quella di Orfini. Un campo politicamente "minato".

 

"Morti bianche. Solita ricetta 5Stelle: più manette per tutti". Così titolava oggi (ieri per chi legge) questo giornale in prima pagina. Un dramma sociale che la politica delega alla magistratura?

C'è indubbiamente un arretramento della politica. È del tutto evidente che chi ha responsabilità penali ne debba rispondere. Quando c'è un morto sul lavoro di solito è per responsabilità di qualcuno che non ha fatto rispettare le norme di sicurezza, e quindi è chiaro che c'è anche un aspetto di individuazione delle colpe e delle pene. Però noi siamo di fronte a un fatto che da anni ha acquisito dimensioni enormi. Siamo a numeri pazzeschi, tragici, che raccontano di qualcosa di più profondo, di come si sia ormai totalmente squilibrato dentro ai luoghi di lavoro, forse non tanto nelle grandi aziende ma certamente in quelle di dimensioni medio-piccole. È totalmente squilibrato il rapporto tra lavoratori e datori di lavoro. In questo squilibrio, in questa perdita di potere da parte del mondo del lavoro, c'è anche l'impossibilità di far rispettare i diritti fondamentali, come quello alla sicurezza.

 

Che cosa è successo perché si arrivasse a questo?

È impressionante leggere, come spesso accade, che le morti sul lavoro avvengono dove era stata segnalata dai lavoratori la pericolosità di quelle situazioni. Ma quei lavoratori sono soli. Spesso si trovano delle imprese che non ritengono questi aspetti prioritari, spesso fanno fatica ad entrare nella dimensione della rappresentanza sindacale, e questo chiama in causa anche la capacità dei sindacati di stare dentro i molteplici e sempre più frammentati e precarizzati luoghi di lavoro. Siamo quindi di fronte a lavoratori che sono soli e che sono deboli. Questo è un grande tema: restituire potere ai lavoratori. Un tema che non può non riguardare la politica. Non è che può essere delegato alla magistratura. La magistratura interviene quando il dramma è avvenuto. La politica deve costruire le condizioni perché quel dramma non avvenga più. E questo lo si fa ridistribuendo potere nei luoghi di lavoro.

 

Una sinistra che non aggredisce la grande e irrisolta "questione sociale", amplificata dalla crisi pandemica, ha ancora titolo per definirsi "sinistra"?

La sinistra non esiste se non sta dentro i conflitti. Peraltro siamo chiamati, tutti, a fare i conti con l'enorme cambiamento che il Covid ha di fatto prodotto e che rimarrà anche dopo, nel mondo, nell'organizzazione del lavoro, ma anche nei comportamenti individuali. Tutto ciò produrrà nuovi conflitti, il superamento di alcune filiere produttive e la crescita di altre. È chiaro che sta cambiando tutto, e in parte è già cambiato. Dentro i nuovi conflitti che questo cambiamento produce la sinistra ha il dovere di starci e stare dalla parte di chi rischia di pagare il prezzo di questi cambiamenti. La sinistra deve cercare di essere quella che guida le trasformazioni in modo che non producano ulteriori diseguaglianze. A me non convince l'idea di una sinistra che deve fare solo protezione sociale. È chiaro che noi dobbiamo proteggere chi rimane indietro, ma non possiamo limitarci a questo. Dobbiamo cercare, e questo è anche il terreno della sfida del governo Draghi, di essere coloro che costruiscono una ripresa che non produca diseguaglianze ma che le riduca. Non ci possiamo limitare a dire ci saranno le diseguaglianze e noi dovremmo poi arrivare a tamponarne gli esiti. Noi dovremmo scommettere su una ripresa che aggredisca il tema delle diseguaglianze e che non siamo, come è stato in passato, crescita per pochi e povertà per tanti, obbligandoti poi ad intervenire a sostegno. Dobbiamo puntare su un modello differente che produca crescita e redistribuzione. Redistribuzione di ricchezza ma anche di potere.

 

Un altro tema caldo è quello della giustizia. In un'intervista al Corriere della Sera, Goffredo Bettini ha annunciato la sua firma ai referendum promossi dai Radicali. Lei che ne pensa?

Penso che la scelta referendaria sia su questo sbagliata e anche un po' una fuga dalle responsabilità della politica. Alcuni di quei quesiti sono anche condivisibili: ritengo che sia una battaglia giusta ma un grande partito la fa in Parlamento. Il problema del Pd e forse anche di Bettini che è stato ed è il teorico del rapporto con il Movimento 5 Stelle, è che su questi temi c'è una radicale divergenza di vedute tra Pd e 5Stelle. E invece di affrontarla, e mettere il Pd alla guida di un processo di riforma della giustizia orientato anche dai principi che ispirano i quesiti, si usa la scappatoia dei referendum. Io invece credo, come sta provando a fare Letta da questo punto di vista, che il dovere del Pd sia fare quelle riforme in Parlamento. E se questo allontana dal Movimento 5Stelle, ce ne faremo una ragione. Non possiamo fermarci dal farle perché i 5 Stelle non sono d'accordo. Su questo il Movimento ha una posizione storicamente molto diversa dalla nostra, a mio avviso sbagliata, e se in Parlamento ci sono i numeri per cambiare la giustizia nella direzione giusta, facciamolo.

 

Ci sono morti che pesano e altri dimenticati. Come i migranti che continuano a morire nell'attraversata del Mediterraneo. Lei è stato uno dei 30 deputati che hanno votato contro il rifinanziamento della Guardia costiera libica. Quello della grande maggioranza dei suoi colleghi non è stato il "voto della vergogna"?

Credo che il Parlamento e il Governo abbiano scritto l'ennesima pagina triste e drammatica della storia del nostro Paese. Quando i nostri figli studieranno quello che sta succedendo nel Mediterraneo e quello che succede in Libia, si vergogneranno di questi voti. Pur sapendo tutto, sapendo cosa succede in Libia, sapendo chi sono i cosiddetti guardiacoste libici, per cinismo, per egoismo, in spregio dei più elementari principi di umanità, abbiamo scelto di continuare a finanziare dei criminali per fare il lavoro sporco che noi non potremmo fare perché se lo facessimo noi sarebbe illegale. Purtroppo da quel voto del 15 luglio, com'era prevedibile, nulla è cambiato. Continuano i morti, continuano le torture, continuano i respingimenti illegali, continua il dramma per migliaia di persone.

 

A sinistra e nel Pd è un fiorire di "agorà", di dibattiti, più o meno interessanti, sull'identità. Ha un senso tutto questo?

Per le ragioni che abbiamo spiegato prima, è normale che dopo un periodo di cambiamenti drammatici e tumultuosi come quello che stiamo vivendo, ci sia la necessità di ridefinire un progetto. Credo che il tema dell'inadeguatezza dello strumento "partito democratico" a svolgere la funzione che dovrebbe qualificarlo, ce l'abbiano chiaro tutti. E quindi reputo fondamentale la ricerca di una via per rilanciare il progetto del Pd. Penso peraltro che vada anche un po' cercata nelle sue radici. L'altro giorno Pierluigi Castagnetti ha detto una cosa che io condivido molto, sulla tradizione del cattolicesimo democratico, a proposito delle amministrative, sostenendo che il ruolo dei cattolici e di quel pensiero non può essere ridotto e immiserito nella ricerca del candidato da aggiungere alla lista per rappresentare un'area, ma è un elemento fondativo del Partito democratico, senza il quale il Pd non esiste. Io che vengo da una tradizione diversa, penso che Castagnetti abbia perfettamente ragione. Oltre a questo c'è il tema di come noi ridefiniamo un progetto politico in grado di rappresentare un popolo che oggi è stato diviso dagli egoismi dei suoi gruppi dirigenti. Le tante scissioni di questi anni, le tante divisioni, i rancori che ci hanno aggrovigliato, oggi hanno prodotto un centrosinistra diviso, frammentato e sempre più debole. In una fase nuova, come noi ridefiniamo ruolo e funzione di un soggetto politico che riunisca il centrosinistra in questo Paese, dovrebbe essere un assillo per noi. E la stagione del governo Draghi in qualche modo ci sfida anche a questo. Potremmo ambire alla guida del cambiamento solo se saremo in grado di produrre un progetto unitario. Non la coalizione dei partitini ma un soggetto politico che riscopra l'ambizione originaria del Pd e la funzione che il Pd ha avuto.

 

 

 

 

 

 

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