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Goliarda Sapienza: "Il carcere un pianeta vicino e lontanissimo" PDF Stampa
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di Damiano Alipirandi


Il Dubbio, 13 agosto 2021

 

Attrice, poetessa e scrittrice politica, speculativa, struggente, visionaria e difficilmente etichettabile. Parliamo di Goliarda Sapienza e sembra già un nome d'arte. Quando nasce a Catania nel 1924, la madre ha già cinquant'anni, ed entrambi i genitori vedovi, lei con sette figli, lui con tre, si sono uniti "liberamente". Il padre Giuseppe, avvocato, è tra i principali animatori del socialismo siciliano (il quale soleva dire che era "meglio un colpevole libero di un innocente in carcere", la madre, Maria Giudice, figura storica della sinistra italiana, è la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino.

Goliarda viene fatta studiare in casa perché il padre vuole evitarle la scuola fascista. Grazie ad una borsa di studio, a sedici anni, frequenta a Roma l'Accademia d'Arte Drammatica e, per alcuni anni, interpreta con successo in teatro ruoli pirandelliani. Si lega al regista Citto Maselli, e recita in vari film, diretta da registi come Blasetti e Visconti. Si dedica poi completamente alla scrittura e pubblica vari libri, tra cui Lettera aperta (1986), Le certezze del dubbio (1987) e L'università di Rebibbia (1983). Quello più importante, cui dedica nove anni di vita, dal 1967 al 1976, riducendosi in povertà, tanto da finire in carcere, è L'arte della gioia dove affrontò argomenti ritenuti fastidiosi come la libertà sessuale, la politica, la famiglia e la storia. Per questo il libro ricevette una serie di rifiuti da parte degli editori italiani e venne pubblicato postumo nel 2000, riscuotendo inizialmente indifferenza, poi enorme successo di critica.

Il carcere è uno "sconosciuto pianeta che pure gira in un'orbita vicinissima alla nostra città. Di questo pianeta tutti pensano di sapere tutto esattamente come la Luna senza esserci mai stati. Perché chi ha avuto la ventura di andarci, appena fuori si vergogna e ne tace o, chi non se ne vergogna s'ostina a considerarla una sventura da dimenticare". Sono queste le parole di Goliarda Sapienza che ci introducono nella città penitenziaria vista dai suoi occhi e raccontata nel suo libro L'università di Rebibbia.

Un punto di vista a cui non si è abituati perché mostra il mondo del penitenziario come una salvezza per quello che la scrittrice chiama "ergastolo della metropoli". Con questa lunga descrizione, infatti, la scrittrice prende le distanze dalla società che l'aveva messa all'indice e reclusa; "sono da così poco sfuggita all'immensa colonia penale che vige fuori, ergastolo sociale distribuito nelle rigide sezioni delle professioni, del ceto, dell'età, che questo improvviso poter essere insieme - cittadine di tutti gli stati sociali, cultura, nazionalità - non può non apparirmi una libertà pazzesca, impensata".

Pare che Goliarda avesse commesso un reato proprio per finire in carcere. D'altronde la stessa madre - che aveva fatto la storia politica femminile dell'Italia, all'inizio del ' 900 - finì in carcere per causa politica: era solita dire che se nella vita non si conosceva l'esperienza carceraria o il manicomio non si poteva dire di aver vissuto realmente. Si presume, quindi, che Goliarda abbai voluto seguire questo insegnamento. Resta il fatto oggettivo che il reato lo aveva compiuto anche per necessità, visto che era arrivata al punto di non riuscire più a pagare l'affitto. Nel capo d'accusa per ricettazione aggravata di preziosi, falsificazione di documenti e sostituzione di persona non ci fu però nulla di romantico. Goliarda Sapienza aveva 55 anni quando fu portata a Rebibbia, con alle spalle un vissuto già consolidato eppure, nel microcosmo carcerario, tutto le appare nuovo; sentimenti, persone, oggetti. Da nove anni a questa parte, esiste il "Premio Goliarda Sapienza", non a caso un concorso letterario rivolto alle persone detenute, con il coinvolgimento diretto di grandi scrittori e artisti nelle vesti di tutor.

Goliarda morirà a Gaeta il 30 agosto del 1996. Sulla sua lapide, c'è una sua poesia, un testamento, un'eruzione vulcanica: Non sapevo che il buio non è nero che il giorno non è bianco che la luce acceca e il fermarsi è correre ancora di più.

La sua "inchiesta" sul carcere: una prova di giornalismo letterario Risale all' 8 marzo 1983 la pubblicazione dell'articolo di Sapienza Atrofia e vertigine bianca per le detenute di Voghera in Quotidiano Donna. Il carcere della città in cui la madre Maria Giudice era stata eletta segretario della Camera del Lavoro diventa il luogo della denuncia di una "certa forma" di detenzione femminile. L'autrice non riuscirà ad accedere alla struttura per raccogliere interviste, ma riceverà dall'esterno, assieme a un'amica, alcune testimonianze che trovano analogie con il "romanzo- diario" e con l'esperienza psicanalitica narrata nel Filo di mezzogiorno: "Il muro ci attrae e cominciamo a costeggiarlo. Sento dal suo silenzio che la mia amica sta ricordando quello che io ricordo. E forse questo ricordare muto camminando lungo il muro di quelle sepolte vive è per noi laiche la nostra preghiera".

E prosegue: "Ti ricordi in isolamento a Rebibbia il solo sfiorare la mano della guardiana che ti porgeva il latte? Ora non hanno più contatto nemmeno con le guardiane, possono parlare con loro solo attraverso il citofono". Nel carcere ammodernato post- riforma le migliorie sembrano privare di umanità la detenzione: "Nadia scrive che anche lei ha cominciato a soffrire di capogiri. Deve essere per via del bianco e della proibizione del colore nelle vesti. (...) Morte per vertigine bianca". "Non gli concedono libri, giornali, riviste. La posta solo una volta al mese. Morte per atrofia intellettiva". "Anche il vitto è scarsissimo e insapore, e non sono permessi nei pacchi frutta, dolci, eccetera". Morte per assenza di sapore.

"Reta ha scritto a Olga che tutte le mattine ha preso a fare l'esercizio di chiamarsi ad alta voce, teme di dimenticarsi il proprio nome". Morte per disfacimento dell'identità. "La figlietta di Anna dopo l'ultima visita è crollata... (...) Urla che rivuole sua madre, quella vera." (...) La nostra passeggiata- preghiera è finita. La mia amica s'è fermata, con voce calma quasi soprannaturale dice: Dimenticheranno. Anche in questo paese dopo il primo baccano dimenticheranno. Questa costruzione è stata ideata proprio per essere confusa col resto, non sembra in fondo che un caseificio moderno, un opificio, un pollaio a ingrassamento forzato (...) "Ora capisco quello che dicevi di Rebibbia, la nostra Università. Avevi ragione." "Sì (...) Per questo ho dovuto scrivere quel libro insieme a voi: sentivo che sarebbe stata l'unica testimonianza di quando le nostre carceri, e con esse la nostra società, erano ancora umane.

Anche Terracini che vidi appena uscita, mi incoraggiò saputo del mio progetto". "Ah sì? Che cosa ti disse?". "Mi disse "Scrivi, Goliarda, quant'erano belle le nostre vecchie carceri di un tempo."" E aggiunse, con un'amarezza indescrivibile: "Ma cosa stanno facendo delle nostre carceri questi scellerati! L'unica cosa che mi consola è che tua madre è morta. Non è così bello essere longevi".

Il punto di vista plurale di Sapienza e delle compagne emerge con una radice diversa rispetto all'allora intenso dibattito sulla detenzione; il loro è stato, infatti, lo sforzo di creare una comunità fuori norma, che si riconoscesse in forme di pensiero "ancestrali" e, per questa ragione, vitali e libere. D'altro canto, l'esperienza familiare autobiografica ancora della madre Maria Giudice affiora nel finale anche dalla voce di Umberto Terracini, che era stato detenuto assieme a lei.

"Quando la mia curiosità verso gli altri sarà finita allora sarà cominciata la mia vecchiaia", riferiva Sapienza a Marina Maresca a conclusione dell'intervista dell'83: la sua, dunque, fu sempre un'apertura agli altri, avvenuta attraverso rapporti di scambio reali che non fanno soltanto cronaca ma rivelano impressioni, somiglianze, idee, adesioni e tentativi di partecipazione e appartenenza.

 

 

 

 

 

 

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