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Afghanistan, i leader europei alla prova PDF Stampa
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di Eugenio Scalfari


La Repubblica, 13 agosto 2021

 

Bisogna domandarsi di quale Ue avremo bisogno per governare la possibile nuova emergenza. Gli occhi dell'Europa e delle grandi potenze occidentali sono stati puntati per molto tempo sull'Iran e sull'Iraq, per paura e interesse differenti a seconda delle posizioni politiche e geografiche. Nell'impero del "grande gioco", adesso la situazione afgana ci costringe a spalancarli su un Paese martoriato dove i talebani stanno tornando al potere assoluto, armandosi con l'arsenale abbandonato dai nemici che lentamente ma inesorabilmente stanno smontando una missione di pace miseramente fallita.

In poco più di tre settimane le truppe fondamentaliste e arcaiche hanno conquistato più del 65 per cento del territorio (ieri, giovedì 12 agosto, è caduta anche Herat) e si può dire che ora assediano Kabul, senza trovare una vera resistenza da parte dell'esercito regolare. Gli americani, che in venti anni di conflitto in Afghanistan hanno speso mille miliardi di dollari, prevedono che entro tre mesi la capitale cadrà.

Migliaia di persone sono in fuga, migranti della disperazione che prenderanno la via dell'Europa e rischiano di trovarsi di fronte un muro a causa delle divisioni che attraversano il Vecchio continente. Austria e Grecia temono che, se si aprono le porte agli afgani, il flusso di immigrazione diventerà incontenibile. L'Occidente, nel momento in cui torna la guerra a Kabul, deve ammettere di avere ancora una volta fallito. L'America ha risposto con il ritiro dei suoi soldati a una richiesta sempre più pressante dei suoi cittadini e Biden lo ha fatto perché era una sua priorità elettorale. Doveva farlo subito, all'inizio del suo mandato, in previsione di non andare oltre i quattro anni. In 20 anni sono infatti stati più di duemila i soldati americani caduti, 40 mila le vittime civili afgane.

La nuova situazione potrebbe trasformare l'Afghanistan in una roccaforte degli islamisti e far ripartire gli attacchi terroristici in Europa e negli Stati Uniti. Un ritorno all'inferno che ci siamo illusi di esserci lasciati alle spalle. Il Paese è povero, poco istruito e devastato da guerre infinite. Le donne saranno nuovamente martirizzate. Terreno ideale per i nuovi Osama Bin Laden, anche se gli esperti vedono maggiori pericoli di terrorismo ai danni della Cina e dell'Europa, piuttosto che nei confronti dell'America già alle prese con i suprematisti bianchi.

Bisogna quindi domandarsi di quale Europa avremo bisogno nei prossimi mesi e di quali leader in grado di governare la possibile nuova emergenza, a cominciare dalla nuova ondata di profughi provenienti dal Medio Oriente. E qui si torna al bisogno di ritrovare un'unità perduta - se mai posseduta - , quell'unità che era nella testa dei fondatori. Penso che il vero problema non siano i sovranisti di Polonia e Ungheria né i proclami di Salvini e Le Pen e nemmeno il fronte minimalista dei "frugali" venuti dal Nord e guidati dall'Olanda. La forza dell'Europa, dopo la Brexit, è composta da Germania, Francia e Italia, il luogo dove batte il suo cuore politico e storico. La cancelliera Merkel sta per lasciare, il francese Macron è atteso da elezioni complicate, Draghi è il "padrone" di una maggioranza multiforme e inquieta. Scenario delicato e fragile, come vedete. Eppure avremo molto bisogno di un patto a tre Parigi-Berlino-Roma, un triangolo che, a differenza di pochi mesi fa, ha proprio in Draghi il suo lato più resistente e forse ascoltato dal presidente americano Joe Biden. E qui si torna al discorso di una possibile permanenza di Mattarella al Quirinale, idea che ho esposto più volte e sulla quale dunque non mi dilungo.

Bisognerà accogliere migliaia di profughi e trovare un sistema di accoglienza equanime, bisognerà rafforzare il ruolo della Nato, bisognerà coordinare il lavoro dei servizi segreti per mettersi al riparo da possibili attacchi terroristici, bisognerà trovare sul piano per ora diplomatico un "programma di salvataggio" per l'Afghanistan, bisognerà evitare trappole da parte di Putin e di Pechino. Un elenco di doveri per assolvere i quali potremo fidarci non di "ominicchi" ma di leader veri capaci di spostare il proprio sguardo un po' oltre i piccoli interessi partitici e ideologici. Possiamo solo sperarlo.

 

 

 

 

 

 

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