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Migranti. Al confine tra sofferenza e rabbia PDF Stampa
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di Elena Stancanelli


Il Dubbio, 8 agosto 2021

 

È come un videogioco e infatti lo chiamano il "game". I migranti devono camminare, nuotare, arrampicarsi, strisciare a terra, devono muoversi da soli, in gruppo, con le famiglie. I migranti a volte sono bambini, neonati, a volte sono anziani. Devono superare i muri, non affogare in mare, evitare le guardie, schivare i colpi dei bastoni e le pallottole. A volte vengono fermati e devono trascorre un po' di tempo in qualche luogo di detenzione altre vengono rispediti al punto di partenza. Ma qualunque cosa accada loro vanno avanti, ripartono, non si fermano. Non hanno altra scelta, non possono cambiare idea: devono andare avanti, semplicemente.

Una, due, cento, mille volte fin quando non ci riescono. Le nostre vite sono piene di cose, di pensieri, di opportunità e fallimenti, le loro hanno un unico obiettivo: attraversare il confine, venire di qua. La rotta balcanica passa per la Grecia, la Macedonia la Serbia la Croazia, la Slovenia e l'Austria... ci vogliono settimane, mesi, stagioni diverse, giorni e notti che sono una ordalia. L'ultima tappa prima di entrare in Italia è il Carso. Lo si passa al buio, e in fondo c'è Trieste. I migranti, in questa loro lotta mostruosa contro la natura e le nazioni che li respingono, fanno tutto quello che possono col poco che hanno a disposizione.

Amici o nemici che siano tra loro - afgani, pachistani, siriani, iraniani - si passano, per quanto è possibile, le informazioni. I boschi intorno a Dolina, sopra la Val Rosandra, nel Carso triestino, sono diventati, negli anni, una tappa, un livello da superare: il luogo di una prova. Che consiste nel travestirsi in modo da rendersi invisibili, somigliare il più possibile a noi, gli italiani, quelli che dovranno confondere per evitare di essere riconosciuti e fermati, o rimandati indietro. Di notte, in quel bosco, i migranti abbandonano quello che sono stati fino a quel momento, gli abiti stracciati dal viaggio, le bibite con marchi diversi da quelle che beviamo noi, le coperte con le sigle delle onlus incontrate nei campi profughi, gli zaini.

Le scarpe soprattutto, distrutte come quelle dei soldati dopo le marce peggiori. La loro identità. Sanno che quello è il confine, tra la loro vita precedente e quello che devono fingere di essere per poterla cambiare, cercare un lavoro, proseguire il cammino verso nord e raggiungere amici o parenti. In quel limbo buio si trasformano. Le spoglie della vecchia esistenza rimangono lì, come la pelle del serpente, e servono da indicazione a chi arriverà dopo di loro. Resta a terra nei boschi di Dolina tutta quella sofferenza incrostata negli abiti, negli oggetti.

Dove trovano il nuovo abbigliamento, il costume da cittadino italiano modello, lo avranno portato con sé per tutto il viaggio? Oppure altri di loro che ce l'hanno fatta nascondo nel bosco per loro magliette, pantaloni, scarpe Forse anche qualche italiano di buon cuore li rifocilla e li prepara per la nuova sfida. Di certo quel che resta nel bosco, le vecchie cianfrusaglie, scompaiono, finiscono nella spazzatura. Nessuno di loro potrà mai tornare in quei panni. Non per molto tempo, non fino a quando il game non sia finito. Allora, quando si saranno finalmente sistemati, saranno diventati degli ircocervi, mezzi noi e mezzi quello che hanno lasciato nel bosco. E molta, molta giustificata rabbia nel mezzo.

 

 

 

 

 

 

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