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Stati Uniti. Slahi, sopravvissuto a Guantánamo per raccontare una favola pacifista PDF Stampa
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di Angiola Codacci-Pisanelli


L'Espresso, 8 agosto 2021

 

Quattordici anni in carcere senza processo, tra abusi e torture. Poi la libertà, un film e adesso un libro. La nuova vita di "The Mauritanian". Senza rancore. Dalla newsletter de L'Espresso sulla galassia della cultura araba. Cosa fai quando riesci a uscire da Guantánamo, quando sopravvivi a 14 anni di carcere ingiustificato, di abusi e di torture? Come esci dalla spirale di odio e rancore che minaccia di travolgerti? Mohamedou Ould Slahi ci è riuscito scrivendo una favola. Una favola che in realtà promette di essere realistica, a partire dal titolo: "The Actual True Story of Ahmed and Zarga", cioè "La storia proprio vera di Ahmed e Zarga" (lo pubblica Ohio University Press nella collana Modern African Writing).

Il nome di Slahi forse non dice molto, perché è più conosciuto come "The Mauritanian", dal titolo del film tratto dal suo diario di prigionia, "Guantanamo Diary". Un film Prodotto da Benedict Cumberbatch e firmato da Kevin Macdonald. Jodie Foster interpreta l'avvocato che ha cercato per anni di tirare fuori l'uomo, accusato del tutto ingiustificatamente di essere uno dei mandanti dell'attentato dell'11 settembre: un ruolo che sembrava scritto su misura per lei e che in fatti le è valso un Golden Globe come migliore attrice. Nei panni di Slahi invece c'è Tahar Rahim, attore franco-tunisino già protagonista del "Profeta" di Jacques Audiard. Molto apprezzato negli Usa ma ostacolato dalla pandemia per le uscite nel resto del mondo, "The Mauritanian" è da poco arrivato su Amazon Prime Video.

Nel libro, firmato con lo scrittore e attivista per i diritti umani Larry Siems (dirige il Knight First Amendement Institute e ha appena pubblicato "The Torture Report: What the Documents Say About America's Post-9/11 Torture Program"), Slahi dà prova di quella serenità che ha convinto Macdonald che valesse la pena di impegnarsi per girare un film su di lui, e del buonumore che gli ha permesso di sopravvivere alla sua disavventura senza rovinarsi la vita e senza inaridirsi. Un carattere unico che lo ha portato a diventare amico di uno dei suoi carcerieri, come racconta un breve documentario prodotto dal Guardian, "My brother's keeper". Del resto, come Slahi ha detto riguardo ai film americani che gli venivano proposti a Guantanamo (una strategia "soft" per far apprezzare i valori occidentali ai detenuti sospettati di essere terroristi islamici), il suo preferito era il fantozziano "Grande Lebowski": "Perché lui viene confuso con un altro che ha il suo stesso nome e questo lo porta attraverso grandi problemi, dolori e confusione, nessuno gli crede. Era proprio la mia storia".

La storia "proprio vera" di Ahmed e Zarga invece è del tutto differente. La trama è semplicissima: il cammelliere beduino Ahmed parte in cerca di un cammello perduto, ed per ritrovarlo dovrà affrontare una quantità di prove e di pericoli: quelli del deserto, della superstizione, ma anche quelli causati dalla cattiveria umana. Che tutto quello che racconta sia vero, il narratore lo garantisce perché lo ha saputo da sua sorella "che l'ha sentito da Zia Aisha, la nostra vicina, che sa tutto sulle nostre tradizioni, che conosce tutte le storie dei beduini e del grande Califfo Harun al-Rashid, e di come lui costruì il suo giardino pensile sulla riva del mare alla fine del mondo. Si dice, e lei non lo nega, che sia una discendente diretta di Shahrazad...".

Figlio nipote e pronipote di cammellieri, Ahmed non sa quanti siano i suoi cammelli, perché contarli porta sfortuna. Ma li conosce tutti, uno per uno. Quindi si accorge subito quando sparisce Zarga, quella cammella di due anni e mezzo che si chiamava con una parola che in arabo vuol dire blu perché, spiega con sicurezza, "era un cammello blu, cioè con il mantello nero chiazzato di bianco". Partire alla sua ricerca significa entrare nel mondo delle leggende beduine: un mondo di miraggi e di presagi, di spiriti e magia ("hajjaba" beduine, "grigri" senegalesi...) ma anche di rischi più concreti: la disidratazione porta alla follia, il morso dei serpenti alla morte.

Lungo il cammino, fanno compagnia ad Ahmed meditazioni filosofiche sulle meraviglie, i rischi e le lezioni della vita dei beduini, e divagazioni religiose che presentano al lettore una versione dell'Islam tipica dell'Africa occidentale. Un Islam intimamente pacifista, contrario non solo a ogni violenza ma ad ogni resistenza al destino - che sia l'invasione francese, il morso di un serpente o l'aggressione dei predoni. Un Islam insomma lontano anni luce da quello che gli americani hanno cercato di combattere a Guantanamo.

Il ritratto della vita quotidiana nel deserto è l'idillio di chi non chiede di meglio che vivere come hanno fatto suo padre e suo nonno, e prima di loro padri e nonni e indietro così fino ai tempi del Profeta, in una tradizione che nessun progresso potrebbe migliorare (con l'unica eccezione di coltellini svizzeri e unguenti cinesi). Anche quando spera una vita migliore per suo figlio Abdallahi, Ahmed non vuole per lui "una vita diversa", ma solo che possa studiare meglio il Corano e il diritto malakita: "neanche lui sarebbe andato alla scuola francese", assicura Ahmed, perché sua nonna era stata chiara: "Dire una sola parola in francese significava che per quaranta giorni le sue preghiere non avrebbero avuto effetto".

Il rapporto con i francesi porta all'altro tema inevitabile di una storia ambientata in Mauritania: l'influenza delle potenze occidentali. Da pochi cenni sparsi in questo breve libro nasce un ritratto inedito delle ingerenze del colonialismo e del post-colonialismo che partono dall'indicazione dei confini, un'imposizione del tutto innaturale per popolazioni nomadi del deserto. Come Slahi ci fa ricordare, i limiti tra Mauritania, Senegal e Marocco sono un'invenzione europea, disegnata senza nessun riguardo non solo per la storia e le tradizioni locali, ma nemmeno per la geografia.

 

 

 

 

 

 

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