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Santa Maria Capua Vetere (Ce). Violenze in carcere: i due comandanti si accusano a vicenda PDF Stampa
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di Raffaele Sardo


La Repubblica, 29 luglio 2021

 

Tra i due comandanti il colpevole è sempre l'altro. È la tesi che ieri mattina hanno sostenuto davanti al Tribunale del Riesame di Napoli i legali di Gaetano Manganelli e Pasquale Colucci, rispettivamente comandante del carcere di Santa Maria Capua Vetere e comandante del carcere napoletano di Secondigliano, ma Colucci era anche comandante del "Gruppo di Supporto agli Interventi", che il 6 aprile del 2020 ha dato vita ad "un'orribile mattanza" (come scrive il gip) nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. A essere messa in discussione è innanzitutto la catena di comando che quel giorno, per quel che ha scritto il gip nell'ordinanza che ha portato a 52 misure nei confronti di agenti e dirigenti penitenziari, non ha assolutamente funzionato.

Giuseppe Stellato, legale di Gaetano Manganelli, attualmente ai domiciliari, dice: "Il nostro assistito non ha partecipato, né disposto, né tollerato la perquisizione, ma soprattutto le modalità della stessa. Perché in questo processo il tema non è che si sia fatta la perquisizione straordinaria, che era un'azione assolutamente possibile, e secondo me anche legittima. Il problema è di come è stata fatta. Manganelli nei pestaggi non c'è. Non era presente, ma addirittura la catena di comando della perquisizione passa attraverso il direttore del Dap e il responsabile dell'Unità di sicurezza, cioè Pasquale Colucci, Istituita ad hoc per la vicenda di Santa Maria. Per me la catena di comando, parte da Fullone e finisce a Colucci".

Per la Procura era presente l'aggiunto, Alessandro Milita, il quale ha sostenuto che le chat allegate anche nell'ordinanza, sono chiare: Manganelli sapeva che c'era la perquisizione e ha indicato anche i reparti in cui farla. "Certo, sapeva, ma non ha dato indicazione agli agenti di esercitare violenza nei confronti dei detenuti. Il problema - ha obiettato ancora l'avvocato Giuseppe Stellato - non è la perquisizione, ma la modalità esecutiva e chi l'ha voluta".

L'avvocato ha chiesto la scarcerazione per mancanza di gravi indizi di colpevolezza.

L'avvocato Domenico Scarpone, che con Carlo De Benedictis difende Pasquale Colucci, anche lui ai domiciliari, ha innanzitutto impugnato il provvedimento sia dal punto di vista dei gravi indizi di colpevolezza che delle esigenze cautelari, chiedendo l'annullamento dell'ordinanza. "Abbiamo fatto un discorso per ciascun capo di imputazione che viene ascritto a Colucci - spiega il legale. Colucci risponde per la stragrande maggioranza dei capi di imputazione sebbene non abbia messo materialmente in essere atti violenti nei confronti dei detenuti". La tesi del gip è che lui aveva il potere di impedire ai suoi uomini di usare violenza nei confronti dei detenuti. "In realtà Colucci - ha sostenuto il legale - è arrivato ad operazione già cominciata". E a proposito delle responsabilità sulla catena di comando, il legale ha esposto la sua tesi: "All'interno del carcere è il comandante che è responsabile, ovvero Manganelli. Tanto è vero che il giorno prima, il 5 aprile 2020, quando c'era in atto una contestazione da parte dei detenuti, è arrivato il nucleo esterno, ma il comandante ha ritenuto di non farli entrare perché stava gestendo lui la protesta". Ora si aspettano le determinazioni del Riesame, che ha tempo per emettere il provvedimento fino al 29 luglio.

Intanto il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, ha scritto al ministro della Giustizia, Marta Cartabia, chiedendo di integrare la Commissione ispettiva istituita dal Dap "per fare luce sull'origine delle rivolte dei detenuti avvenute negli istituti" composta da sole figure interne all'Amministrazione penitenziaria. Ciambriello ha chiesto di "integrarla con figure di terzietà capaci di uno sguardo multiplo e riassuntivo, con un profilo non artefatto e un ruolo di osservatori super partes".

 

 

 

 

 

 

 

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