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Volterra (Pi). Nuova "fuga teatrale" dal carcere, torna in scena la Compagnia della Fortezza PDF Stampa
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di Rodolfo di Giammarco


La Repubblica, 29 luglio 2021

 

Con ritardo causa pandemia, i detenuti-attori presentano "Naturae - La valle dell'annientamento". E intanto matura l'ipotesi di un teatro stabile. Sessantotto detenuti attori, più sei performer esterni (4 donne e due uomini), più Armando Punzo presentissimo regista e drammaturgo, stanno mettendo in scena in questi giorni ancora una volta una fuga di massa dalla Fortezza Medicea / Carcere di Volterra. Una fuga mentale, artistica, poetica. Mentre le case di reclusione italiane possono persino rivelarsi luoghi di tortura, da anni la Compagnia della Fortezza ideata e diretta da Punzo a Volterra col contributo liberatorio di chi sconta pene detentive, garantisce con la scena la creazione di un altro mondo, una ricerca almeno progettuale della felicità.

Adesso, con ritardo dovuto alla pandemia, è in programma fino all'1 il terzo quadro di Naturae - La valle dell'annientamento cui assistiamo dalle afose ore 3 del pomeriggio in poi nell'abbacinante cortile del carcere, bianco come una salina. L'utilizzo diffuso e sempre più elaborato di poliedri, di parallelepipedi di varie dimensioni, suggerisce fin dall'inizio un regime scenografico dell'esistenza che ha un qualche dna in comune con Escher, con Mondrian, o col modularismo di Sol LeWitt, ma non sfugge che tutti questi monoliti cavi, quando non diventano librerie alla Borges, sono anche elementi che incapsulano, che racchiudono esseri umani. Sagome che, quando non destinate a recitare la parte di atletici macchinisti, sono figure internate, ingabbiate e però lentamente col compito di sporgersi, e guadagnare l'esterno, non senza un significato di affrancazione umana e simbolica da uno status.

Sfornano una letteratura dei sensi, i corpi gessati, sudati, voluminosi e genettiani di tutta la folta troupe, indossanti fedelmente costumi d'altri tempi e d'altri spettacoli di Punzo e della Compagnia, chi con gorgiera, chi con modanature statuarie, chi con valigia, chi con copricapi o aste d'alto fusto, spesso con un vaiolo rosso sangue che può ricordare il Teatro dell'Orgia e del Mistero di Hermann Nitsch. Il lavoro testimoniato fin qui parrebbe un manifesto di stupori trasmessi da un'architettura in moto, da infiniti mutamenti di visioni, un repertorio di transito perché al prossimo incontro il ciclo si chiuda, senonché per buona parte del tempo si scioglie nell'aria (o con riconoscibili interventi di singoli) un profondo e riflessivo distillato verbale, un poema misterico da rinviarsi a un processo di pensieri di Punzo. Slanci tesi a decostruire, a sottrarsi, a espandersi, con impulso verso cose che 'non avvennero mai ma sono sempre', alla ricerca di una nuova mitologia, ridisegnando spazio, linee, lontananze.

Si resta avvinti, calmi, privi di emozioni teatrali tradizionali, davanti a questo rito sospeso, col dignitoso sfilare di stranieri in patria, di persone che battono insistentemente porte fissate nel vuoto, con volto magrittiano fasciato, con specchi in cui noi pubblico siamo costretti a rifletterci. E Punzo dirige quest'orchestra umana con agili bracciate, e tutti sono seri e necessari, e forse matura l'ipotesi d'uno Stabile a Volterra, chissà.

 

 

 

 

 

 

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