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I dannati del lavoro, inchiesta sul caporalato in Italia PDF Stampa
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di Carlo Bonini

 

La Repubblica, 29 luglio 2021

 

Sono bruciati vivi come torce, mentre provavano a riscaldarsi. Annegati come animali stremati dalla sete, precipitando nei pozzi su cui si erano sporti nella speranza di trovare acqua. Sono stramazzati in terra, all'improvviso, come frutti maturi di un albero incolto, uccisi dalla fatica. Ad alcuni, il cuore è esploso, perché infartuato da eroina e antidepressivi somministrati come anestetico alla fatica.

Vivono accanto a noi. Nelle campagne del Piemonte, nelle vigne del Veneto. Nelle industrie lombarde. Nelle campagne a pochi chilometri da Roma. Nelle terre d'oro della Puglia. Quelle, ad esempio, di cui, qualche giorno fa, Chiara Ferragni ha postato una foto sui suoi social, mostrando un vassoio di panzerotti in mano. Non lontano da lì, Camara, 27 anni, era morto di troppo lavoro.

Li chiamano "lavoratori stagionali dell'agricoltura". Sono donne e uomini italiani e stranieri. Hanno dai 18 ai 60 anni. Sono diversi tra loro. Eppure, tutti uguali. Con il loro lavoro ci danno da mangiare. E noi non riusciamo neppure a dargli da bere. Li paghiamo anche due euro per ogni ora di lavoro, con 40 gradi all'ombra, con la testa piegata verso terra dall'alba al tramonto. Ingrassano i guadagni della grande distribuzione. Di etichette di primo livello dell'agroalimentare. Di loro si sente spesso parlare in tavoli tecnici, protocolli. Accade che, ciclicamente, guadagnino un po' di indignazione. Eppure, in questi anni, è cambiato poco. Quasi niente. Loro restano dei dannati.

Numeri - C'è un documento di 36 pagine, approvato il 12 maggio scorso dalle commissioni Lavoro e Agricoltura della Camera dei deputati alla fine di tre anni di inchiesta sul "caporalato in agricoltura", i cui numeri e sostanza non richiedono aggettivi. In Italia - le stime sono della Flai, la Federazione dei lavoratori agricoli della Cgil - ci sono 200mila "vulnerabili" in agricoltura. Che non significa "lavoratori irregolari". Ma uomini e donne sottoposti a regimi di semi schiavitù: non liberi, cioè, di prendere decisioni autonome sul luogo di lavoro. E vessati, fisicamente e psicologicamente, dai loro padroni. Guadagnano dai 25 ai 30 euro al giorno, per giornate che possono arrivare anche a 12 ore di lavoro consecutive, se si considera il trasporto. Il che significa, per alcuni, due euro l'ora. Il costo non è però soltanto degli sfruttati. Ma anche della comunità. "Si stima - si legge nel documento - che l'economia sommersa in agricoltura abbia raggiunto il 12,3 per cento dell'economia totale". Il che significa che il volume complessivo d'affari delle agromafie raggiungerebbe 24,5 miliardi". 24,5 miliardi. "Biggie" non sa nemmeno come si scrive 24,5 miliardi.

Terra - A Biggie hanno spento la luce. A sinistra. Ma non sono riusciti a spegnergli il cuore. D'altronde non deve essere facile. Perché Biggie - il suo nome è Sinayayogo Boubakarè e ha 29 anni - ha un cuore che ha vissuto molte cose. Un viaggio dal Mali all'Italia. A piedi, prima. Su un bus sgangherato, poi. E quindi su un barcone, che per due volte ha rischiato di affondare. Salvato da una barca di brava gente e portato, dopo aver aspettato qualche giorno al largo, fino al porto di Catania. Biggie oggi ha la maglietta rossa. Rossa come il suo occhio sinistro, pieno di sangue, che con fatica riesce ad aprire. Che cura ogni giorno con pazienza e speranza. Anche se i medici gli hanno detto che sarà difficile, forse impossibile, restituire quel pezzo di luce alla vita di Biggie. Quello che gli è stato tolto alla fine dello scorso aprile.

Biggie è un grande e grosso ragazzo del Mali che da qualche anno vive in Italia. Prima in Campania, poi in provincia di Foggia. È arrivato inseguendo il sogno di una vita migliore. E ha trovato quella che qui nessuno vuole fare: lavoratore stagionale nelle campagne, appunto. "Prima i negri" è scritto su un cartello a due chilometri dall'ingresso di Torretta Antonacci, uno dei ghetti del Gran Tavoliere delle Puglie. Ed è una cinica verità. Seppur non esatta. Perché in questi campi, non vengono soltanto prima i neri. Ci sono anche i bianchi, bulgari e rumeni. I disperati italiani. Ecco, qui vengono prima gli ultimi. Bisognerebbe cambiare il cartello. Biggie campa da tre anni con la schiena piegata verso il basso. E quando la alza lo fa per caricare cassette pesantissime su qualche mezzo a motore. Raccoglie tutto quello che c'è da raccogliere: pomodori, soprattutto. Asparagi. Uva no, perché le sue mani sono troppo grandi per gli acini. "Posso fare il vino". Ride.

Biggie è un lavoratore regolare. È in attesa di permesso di soggiorno e, nel frattempo, lavora con un contratto per un'azienda agricola di Foggia. Lo descrivono tutti come "un buono". A dispetto di quella sue mole che incute rispetto fisico. Di sicuro, parla poco ma in modo chiaro. E così quando ha cominciato a lavorare ha pensato di aggiungere anche un surplus di impegno alla fatica del campo. Proteggere i più deboli. Biggie, insomma, è anche un sindacalista. Lavora con la Cgil. E dicono che sia anche molto bravo.

Come tanti, tantissimi, vive in uno dei ghetti tra Foggia e San Severo. Posti strani. E non solo e non tanto per le condizioni di vita a cui sono costretti migliaia di persone (fino a cinquemila, nelle campagne del foggiano). Strani perché luoghi dai diritti sospesi. Perché ufficialmente non esistono, o non dovrebbero esistere. E invece non solo sono lì, ma somigliano per numeri ed estensione a città vere. Degli enormi Lego del degrado: al posto dei mattoni le lamiere, invece dei pozzi e delle cisterne, fusti sporchi di olio. Eppure ci sono bar, il parrucchiere, persino night. Vivono in case che somigliano alle loro la vite: ci sono, ma non esistono.

Ebbene, cosa sarebbe accaduto in una qualsiasi città italiana se le case improvvisamente si fossero incendiate, e gli abitanti fossero morti? Ecco, negli ultimi due anni, nel ghetto di Foggia, sono morte sei persone. Bruciate vive. Uccise dalle esalazioni delle fiamme. Ne avrebbero dovuto parlare tutti. E invece mai nessun silenzio è stato così forte.

Biggie in quella sera di fine dell'aprile scorso, era andato a fare una visita al Gran Ghetto, pochi chilometri dalla sua baracca. Aveva incontrato degli amici. Bevuto un bicchiere. Era in auto. E stava rientrando, con altre tre persone, a casa. "Ho sentito un rumore: boom!". A Biggie avevano sparato.

Chi erano? Delinquenti ha stabilito la procura di Foggia. Che sono fuggiti. Dunque, delinquenti ignoti. Non cercavano Biggie ma cercavano i neri da punire. E il perché va cercato in quello che era accaduto la sera precedente. Tre malviventi avevano provato a rubare il gasolio che serve ad alimentare l'impianto di illuminazione del centro di accoglienza. Erano stati scoperti. Ed era stata chiamata la polizia.

Uno dei ladri era stato fermato, gli altri erano fuggiti. I malviventi erano italiani. I denuncianti, migranti stranieri (e pensate quanto sarebbe stata diversa la storia se i passaporti fossero stati invertiti). In ogni caso: il giorno dopo, i ladri hanno deciso che i conti dovevano essere regolati. E così sono andati fuori dal ghetto. E hanno deciso di sparare al primo che passava. Biggie si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La pallottola ha mandato in frantumi il lunotto posteriore dell'auto, a bordo della quale viaggiava. Schegge di vetro sono finite nel suo occhio sinistro. E, nonostante lo straordinario lavoro dei medici, ci sono al momento pochissime possibilità che quell'occhio torni a vedere.

"Io spero che accada. Ma quei vetri non possono aver cambiato niente. I miei amici hanno fatto benissimo a denunciare. Lo farei ancora oggi. L'Italia è il paese che mi ha accolto con le braccia aperte. Vorrei restare qui. Vorrei che non mi cacciasse nessuno. Voglio lavorare in campagna, mi piace. Con i miei diritti. Voglio non avere più paura del mio futuro. Dopo tutto quello che è stata la mia vita, non possono farmi paura dei pezzi di vetro".

Già, "Che vuoi fa'?" A parlare, intercettato dai carabinieri del Nas, è un medico di Sabaudia, Sandro Cuccurullo, arrestato due mesi fa con l'accusa di aver prescritto centinaia di farmaci ad azione dopante ai sikh che si rompono la schiena nelle aziende agricole all'ombra del promontorio del Circeo. Dietro questa conversazione c'è però la prova di un vecchio sospetto: i lavoratori dei campi si drogano per sopportare meglio la fatica. E alla fine capita che qualcuno di loro ci resti.

L'inchiesta, che i carabinieri hanno chiamato "No Pain", ha portato per la prima volta la Procura di Latina ad accusare anche un camice bianco di favorire il doping tra i cittadini di nazionalità indiana presenti nell'agro pontino. Quei lavoratori, che compongono larga parte della comunità indiana presente in terra pontina, la seconda più numerosa d'Italia, da tempo del resto fanno uso di farmaci e droghe per cercare di sopportare la fatica nelle campagne. Le centinaia di aziende agricole presenti tra Aprilia e il sud pontino, la maggior parte concentrate tra Sabaudia, San Felice Circeo e Pontinia, vanno avanti grazie a quegli uomini che, partiti dal Punjab alla ricerca di un lavoro per sostenere le loro famiglie, si sono trasformati in nuovi schiavi.

Costretti a lavorare anche 12 ore al giorno nei campi, tutti i giorni, in cambio di circa 4,55 euro l'ora, mentre il contratto ne prevede 9 per lavorare la metà del tempo, i sikh hanno iniziato a utilizzare oppio, eroina, metanfetamine e antispastici. Il sistema di sfruttamento a sud di Roma è tale che i nordafricani da tempo hanno mollato e al loro posto, alla fine degli anni '80, sono arrivati gli indiani, cresciuti di numero negli anni '90 e fino a circa otto anni fa, quando gli arrivi dall'India sono diminuiti e quella comunità è ulteriormente aumentata soltanto per via delle nascite e dei ricongiungimenti familiari. Attualmente, i dati ufficiali parlano di circa 15mila persone ma, aggiungendo quanti sono privi di permesso di soggiorno e i bengalesi e i pakistani, che lavorano sempre nelle aziende agricole della zona, si arriva a 25-30mila persone.

"Nella totale indifferenza dei possibili effetti delle sue stesse condotte delittuose, ha continuato a prescrivere in assenza di presupposti terapeutici e sanitari, il farmaco stupefacente Depalgos 20 mg compresse in favore di numerosissimi pazienti indiani, al solo fine di agevolarli nella faticosa attività lavorativa nei campi agricoli", ha scritto il gip del Tribunale di Latina, Giuseppe Molfese, nell'ordinanza con cui ha fatto mettere in carcere il medico di base Cuccurullo e con cui ha sospeso per un anno dalla professione pure la farmacista Clorinda Camporeale. Gli investigatori, in un anno di indagini, hanno monitorato mille ricette del farmaco ad azione stupefacente fatte a 222 pazienti di nazionalità indiana. Droghe dirette in particolare ai sikh che vivono a Bella Farnia, frazione di Sabaudia, dove nei mesi scorsi era scattata la zona rossa per i troppi casi di Covid tra i braccianti di nazionalità indiana.

Un'indagine quella appena conclusa dal procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dal sostituto Giorgia Orlando che rappresenta una conferma, con il coinvolgimento questa volta anche di professionisti della sanità, della piaga del doping tra i sikh. Era il 2014, infatti, quando, con la coop In Migrazione, Marco Omizzolo, attualmente sociologo dell'Eurispes, realizzò il dossier "Doparsi per lavorare come schiavi", raccogliendo testimonianze sull'uso di droghe e farmaci da parte dei braccianti al fine di sopportare la fatica. Eccone alcune.

"Io lavoro 12-15 ore a raccogliere zucchine o cocomeri o con trattore per piantare altre piantine. Tutti i giorni anche la domenica. Io non credo giusto così. Troppa fatica e pochi soldi. Perché italiani non lavorano così? Dopo un po' io e anche altri indiani troppo male a schiena, male mani, collo, anche agli occhi perché hai terra, sudore, chimici. Sempre tosse, mattina dolore troppo a schiena. Tu capisci? Ma io devo lavorare e allora prego Signore e vado ancora tutti i giorni a lavorare in campagna da padrone. Ma io uomo di carne no di ferro. Allora dopo sei-sette anni di vita così, che fare? No lavoro più? Io e amici prendiamo piccola sostanza per non sentire dolore. Prendiamo una o due volte quando pausa da lavoro. Poi andiamo a lavorare nei campi senza dolore. Io prendo per non sentire fatica e lavorare e poi prendere soldi fine mese. Altrimenti per me impossibile lavorare così tanto in campagna. Tu capisci? Troppo lavoro, troppo dolore a mani", riferì uno dei testimoni a Omizzolo. E così altri: "Io e amici qualche volta prendiamo sostanze per lavorare. Io so che non è giusto. Ma senza sostanza io mattina no lavoro o faccio troppa fatica. Se io no lavoro, padrone no paga me e io come faccio vivere mia famiglia? Come pago affitto casa? Io voglio cambiare lavoro ma crisi e o lavori così in campagna o no lavori".

Gli stessi investigatori, iniziando a sequestrare a cittadini di nazionalità indiana carichi di oppio, inizialmente scartarono l'ipotesi che i sikh si drogassero, acquistando la sostanza stupefacente da connazionali diventati spacciatori, per riuscire a resistere allo sfruttamento. Poi però quello che era un sospetto è stato accertato dagli stessi inquirenti.

I braccianti fanno ormai ricorso all'oppio, ad altre droghe e a numerosi farmaci. "Il fenomeno - assicura Omizzolo, da lungo tempo in prima linea per i diritti della comunità indiana - è esteso in tutta la provincia di Latina. A Bella Farnia, lungo le strade, si trovano pacchetti contenenti fumo o pasticche per sopportare la fatica. Sono pasticche di varia natura, alcune vere e proprie bombe chimiche, che a volte vengono portate direttamente dall'India". Del resto, nonostante le nuove norme contro il caporalato, all'ombra del Circeo è un dramma. C'è chi è stato sorpreso a girare armato all'interno dell'azienda, sparando in aria per spingere i sikh a lavorare di più e senza sosta. Ci sono stati due imprenditori agricoli di Terracina, ora rinviati a giudizio, accusati di aver massacrato di botte un lavoratore indiano soltanto perché chiedeva mascherine e guanti con cui proteggersi dal Covid. E chi, come emerso in un'altra indagine dei carabinieri del Nas, culminata in sette arresti ad aprile, senza protezioni viene mandato a spargere nelle coltivazioni fitofarmaci pericolosi. "Gli stranieri - hanno dichiarato gli investigatori della squadra mobile tre anni fa, dopo un blitz in un'azienda di Borgo Le Ferriere, tra Latina e Nettuno - utilizzano l'oppio per la preparazione di infusi e bevande che utilizzano prima e durante i pesanti turni di lavoro nei campi per vincere la fatica ed il senso di spossamento".

La piaga del doping è iniziata circa dieci anni fa e sta andando sempre peggio. Nel 2014, sono stati arrestati i primi cittadini di nazionalità indiana trovati con valigie piene di oppio e due anni dopo sono iniziate anche le prime morti per overdose da eroina. Senza contare i suicidi. Disperati, ben 14 braccianti sikh si sono tolti la vita, alcuni impiccandosi anche nelle serre. E vi sono state nell'agro pontino anche altre 15 morti ritenute sospette, in cui si teme che alcuni giovani siano stati uccisi da un mix micidiale fatto di sfruttamento e uso di sostanze proibite. A spacciare oppio, importato direttamente dall'Asia, sono esclusivamente indiani e pakistani. Gli stessi che vendono poi metanfetamine, provenienti a quanto pare da laboratori clandestini gestiti in Campania dalla criminalità organizzata, e antispastici, ricettati da italiani che li rapinano nelle farmacie o assaltando furgoni di medicinali, soprattutto nel Centro-Sud. A far paura però è soprattutto la dimensione del fenomeno. "In base alla mia esperienza - rivela Omizzolo - a doparsi è almeno il 35-40% dei braccianti sikh. La mia è una stima, fatta però alla luce dei miei colloqui e dei miei studi e considerando che solo agli incontri che tengo con i lavoratori di nazionalità indiana solitamente su 10 braccianti 3-4 mi fanno capire che fanno uso di sostanze dopanti". Già, "Che vuoi fa?"

Fuoco - Non ha mai smesso di voler fare, Stefano Arcuri. Sono passati sei anni - era il 13 giugno del 2015 - da quando sua moglie, Paola Clemente, è crollata per terra. Morta di fatica. Mentre raccoglieva uva nelle campagne di Andria, a più di duecento chilometri da casa, San Giorgio Jonico, dove era partita all'alba. Paola lavorava per otto ore al giorno, partendo di casa alle 2 di notte e tornando non prima delle 15, per 27 euro al giorno. Poco più di 3 euro all'ora. Una schiava, o giù di lì. Sono passati sei anni e il processo al titolare dell'azienda per la quale Paola lavorava non è ancora cominciato. Nel frattempo, sono successe delle cose. La legge 199 del 2016, per esempio, la nuova legge sul caporalato è nata anche sulla spinta emotiva della morte di Paola. Ed è stato bello e importante che la storia, il nome di una bracciante di San Giorio Jonico, arrivasse fino nelle stanze del Parlamento. E contribuisse a una piccola rivoluzione.

Ma, evidentemente, non basta. Non è bastato. Hanno sparato a Biggie. Sono bruciati a Rignano. Sono morti dopati i sikh di Latina. Hanno picchiato i pachistani che stampavano i libri, anche quelli in loro difesa, nella tipografia Grafica Veneta di Padova. A fine giugno, è morto Camara Fantamadi, in Salento, a pochi chilometri da dove viveva Paola. Ed è morto come Paola. Stramazzato al suolo per la fatica, mentre provava a tornare a casa in bicicletta dopo aver lavorato per ore.

Stefano Arcuri non si è mai stancato: "Continuo a chiedere giustizia per mia moglie e per tutte le persone che hanno perso la vita in condizioni disumane. In questi anni è cambiato molto poco. È vero, c'è una legge contro il caporalato, come anche le ordinanze che vietano il lavoro nelle ore più calde. Ma servono i controlli, altrimenti resta tutto sulla carta".

Già, i controlli. Lo scorso anno sono state effettate dall'Ispettorato del Lavoro 3.992 controlli ad aziende agricole. 2.314 non erano in regola. Il 57.97 per cento. Più della metà. "E sono poche - dice Giovanni Mininni, segretario generale della Flasi Cgil - Sono poche perché purtroppo ancora pochi sono i controlli: la nomina del magistrato Bruno Giordano, avvenuta nei giorni scorsi, come direttore dell'Ispettorato è una notizia importante che però arriva dopo mesi di nostre denunce sul ritardo inspiegabile nella nomina. Il problema da affrontare immediatamente è che, a fronte di un aumento di reati, calano i controlli. E questo accade perché non ci sono risorse". Nella relazione della Camera, in realtà una luce, sullo sfondo, si intravede: "Il programma nazionale di ripresa e resilienza - si legge - prevede l'assunzione di circa duemila nuovi ispettori del lavoro su un organico di circa 4.500". Ma non basta. Dice il marito di Paola: "Servono telecamere e droni. Serve cuore e tecnologia. Perché davanti agli schiavi non si fa tutto quello che lo Stato può fare?".

"La mia battaglia non è una questione personale o familiare. È una battaglia che ci riguarda. Perché è la nostra Costituzione che ci chiede e ci obbliga a tutela re i lavoratori. Mia moglie non si sentiva bene già durante il viaggio in bus. Ed è morta perché ha avuto paura di dire che stava male. E ha avuto paura perché qualche giorno prima, non si era presentata al lavoro. Perché il fisico non reggeva. La lasciarono a casa, per punizione, per due settimane. E noi avevamo bisogno di lavorare. Lo Stato deve rompere questa legge della strada: o stati zitto e accetti quello che ti danno, oppure c'è un'altra persona in difficoltà pronta ad accettare quel lavoro per portare il pane a casa. Non è possibile".

Il marito di Paola racconta poi un altro pezzo di storia. Cruciale, per capire come funzionano le cose nei campi. "Mia moglie era assunta. Eppure lavorava a nero. Questo perché le giornate erano retribuite solo sulla carta. La pagavano per 10-15 giorni quando invece le giornate effettive erano il doppio. Ma in questo modo, in caso di controllo, tutto sarebbe stato regolare".

"La questione è fondamentale" spiega Raffaele Falcone, della Flai di Foggia, "perché in questi ultimi anni abbiamo assistito a questo fenomeno di schiavitù legale. Le giornate di lavoro vengono dichiarate alla fine del mese: le aziende, o per lo meno quelle che vogliono vivere nell'illegalità, fanno firmare regolari contratti ai dipendenti, in modo da essere tranquilli con i controlli. Ma poi dichiarano molto meno delle ore effettivamente lavorate. Così è impossibile scoprire se barano.

È tutto affidato alle denunce dei lavoratori. A cui si chiede fatica. E anche coraggio". E i datori di lavoro che fanno? È di metà luglio la notizia dell'ennesimo protocollo sottoscritto questa volta al Viminale in materia di caporalato: c'erano la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, quello del lavoro, Andrea Orlando, e dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli. Per l'ennesima volta si è chiesto aiuto alle imprese: da tempo è stata infatti creata la Rete del lavoro agricolo di qualità, con l'attivazione di misure premianti per le imprese agricole. Un elenco di imprese agricole, in sostanza, gestito dall'Inps che rispettando regole e legislazione sociale, può godere di una serie di privilegi. Bene: su 200mila aziende agricole in Italia, se ne sono iscritte 5mila. Il 2,5 per cento.

Acqua - Mentre al Viminale sottoscrivevano il protocollo, succedevano alcune cose. Una delle aziende che aveva aderito - ed esibito - alla filiera No Cap, che sta per No Caporalato, veniva beccata con gli schiavi al lavoro. Nella grande moschea di Sibi, in Mali, c'erano oltre 500 persone per l'ultimo saluto a Camara Fantamadi, morto nel giugno scorso a Cerignola (Foggia). Grazie a una sottoscrizione, erano stati raccolti i fondi per farlo tornare a casa, almeno da morto. Sulla sua bara la bandiera dell'Italia con il logo dell'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani d'Italia. Nella località 'Tre titoli', nelle campagne di Cerignola, il corpo di un ragazzo di colore galleggiava sul fondo di una cisterna irrigua. Si era chinato per cercare di riempire d'acqua un secchio. È scivolato. Le agenzie hanno battuto così la notizia.

"Un cittadino del Togo di 29 anni è morto annegato sabato pomeriggio in un vascone irriguo in località 'Tre Titoli' nelle campagne di Cerignola, nel Foggiano. Stando ad una prima ricostruzione dell'accaduto lo straniero, che viveva in un casolare della zona con altri migranti, probabilmente è scivolato, e poi annegato, mentre tentava di riempire un secchio d'acqua nel vascone. Per recuperare il cadavere dal fondo del piccolo invaso artificiale sono intervenuti i sommozzatori dei vigili del Fuoco". Nessuno, dopo, ne ha più parlato. Nessuno ha gridato. Nessuno ha chiesto scusa. Nessuna ha chiesto nemmeno il nome del "cittadino del Togo". Si chiamava Bassiru Djumma. Raccoglieva pomodori. E aveva sete.

 

 

 

 

 

 

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