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Dopo la sentenza deve iniziare un'altra storia PDF Stampa
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di Ornella Favero*


Ristretti Orizzonti, 9 maggio 2021

 

"Dopo la sentenza deve iniziare un'altra storia": questa frase, che è al centro del saggio dedicato al cardinale Martini dalla giurista Marta Cartabia e dal criminologo Adolfo Ceretti, riassume un po' il senso dell'incontro che la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, rappresentata da me, che sono la presidente, e dalla vicepresidente Ileana Montagnini, ha avuto il 5 maggio, al ministero, con quella stessa giurista, che da poco è diventata Ministra della Giustizia. È una frase che segna la discontinuità tra la fase processuale e la sentenza, che parlano dell'uomo del passato, e la rieducazione dell'uomo detenuto, che dovrebbe guardare al futuro. È di questo che abbiamo parlato con la Ministra, della necessità che da questo periodo di "desertificazione" delle carceri con la pandemia si esca per ricostruire qualcosa di radicalmente diverso da quello che erano le carceri "prima".

Alla Ministra avevamo chiesto di incontrarci per parlarle del Volontariato negli Istituti di pena e nell'area penale esterna, e del nostro sforzo per superare la logica del coltivare ognuno il proprio orticello perfetto, e di finire così per contare tutti pochissimo. Quello che abbiamo chiesto con forza è che questo Volontariato, come ha di recente ribadito il Garante Nazionale, Mauro Palma, "non sia né subalterno, né di minore rilevanza" rispetto alle Istituzioni. Del resto lo dice chiaramente il Codice del Terzo Settore "...le amministrazioni pubbliche (...) assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore" e lo fanno attraverso gli strumenti della co-programmazione e della co-progettazione. La Ministra, in proposito, ha manifestato incredulità rispetto a questa "alterità", come l'ha definita lei, del Volontariato così poco riconosciuta, ma è un dato di fatto, evidenziato dalla pandemia, che spesso i volontari sono considerati "ospiti", "ruote di scorta", e non una componente fondamentale dei percorsi rieducativi.

Tema centrale dell'incontro è stata la Giustizia riparativa, semplicemente perché all'interesse grande per questo tema che sempre ha manifestato la Ministra corrisponde un lavoro importante della Conferenza in questo ambito, che ha delle caratteristiche di particolare valore perché intreccia la rieducazione con i metodi cari proprio alla Giustizia riparativa:

- Il progetto "A scuola di libertà" rappresenta una esperienza che, se per gli studenti è di autentica prevenzione, per le persone detenute è una specie di restituzione: mettendo al servizio delle scuole le proprie, pesantissime storie di vita i detenuti restituiscono alla società qualcosa di quello che le hanno sottratto. C'è bisogno di confronto con la società esterna, di sentire la studentessa che racconta cosa ha significato per lei trovare dei ladri in casa di notte o l'insegnante che testimonia del terrore provato quando è stata presa in ostaggio durante una rapina: è soprattutto così, capendo quanto distruttiva è la paura provocata dai reati, che chi i reati li ha commessi si misura con la sua responsabilità.

- I percorsi in cui famigliari di vittime di reati, come Agnese Moro o Fiammetta Borsellino, accettano di entrare in carcere e di aprire un dialogo con le persone detenute, sono percorsi di autentica rieducazione. È dall'incontro con le vittime e con la loro sofferenza che nasce la consapevolezza del male fatto. Mi viene in mente la generosità con cui Agnese Moro accetta di confrontarsi nelle carceri, ma anche la sua severità, quando pone domande durissime: "Come hai potuto mettere la sveglia quella mattina per andare a uccidere un uomo?".

- Dovrebbe essere approfondita anche la questione della mediazione penale come modalità di intervento applicata ai conflitti che sorgono in carcere, tra detenuti e detenuti, ma anche tra detenuti e operatori. A Padova, con Adolfo Ceretti, che è anche un mediatore, è già stata fatta una sperimentazione, che andrebbe estesa, perché questi conflitti, affrontati con rapporti disciplinari, perdita della liberazione anticipata, trasferimenti, alla fine allungano la carcerazione delle persone punite e non affrontano affatto il tema cruciale, che è quello della difficoltà a controllare l'aggressività e la violenza nei propri comportamenti.

La Ministra non ha solo espresso interesse per questa idea della Giustizia riparativa applicata all'esecuzione penale, come cuore della rieducazione, ma si è anche impegnata a coinvolgere nel sostegno a questi progetti il Ministero dell'Istruzione e i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria.

 

Affetti

 

Il nostro Paese ha, per tradizione, molto a cuore il tema della famiglia, ma se le famiglie sono quelle delle persone detenute, siamo fermi a una legge, l'Ordinamento penitenziario, che ancora finge che bastino dieci minuti di telefonata a settimana e sei ore di colloquio al mese per salvare una famiglia devastata dalla carcerazione di un suo caro.

Alla Ministra abbiamo detto che la sensibilità che ha dimostrato incontrando le persone detenute nel viaggio nelle carceri della Corte Costituzionale sarà fondamentale quando finirà la pandemia e si porrà con forza il problema di mantenere nelle carceri l'uso delle tecnologie, per dare finalmente più spazio agli affetti.

Quello che chiediamo è che, quando si uscirà da questa emergenza, non vengano tagliate le uniche cose buone che la pandemia ha portato, il rafforzamento di tutte le forme di contatto della persona detenuta con la famiglia e l'uso delle tecnologie per sviluppare più relazioni possibile tra il carcere e la comunità esterna.

 

Dal carcere alla comunità

 

Ad affrontare per la Conferenza il tema dei percorsi dal carcere alle misure di comunità è stata la vicepresidente, Ileana Montagnini, che ha sottolineato le difficoltà che si incontrano nel lavorare al reinserimento dal dentro al fuori, ben sapendo che le misure di comunità presuppongono anche di riflettere sul tipo di comunità in cui rientreranno le persone. Ma quello che è fondamentale è che questi percorsi non siano più affidati alla precarietà dei progetti-spot, ma siano servizi certi che garantiscano continuità e qualità, proprio a partire da quella parte del percorso che si sviluppa in carcere, ma oggi ancora in modo troppo "casuale" e discontinuo.

In carcere serve più lavoro "formativo" (il lavoro per l'amministrazione occupa in modo poco qualificato 15746 detenuti, il lavoro in carcere per cooperative circa 700 detenuti, di cui 150 a Padova Due Palazzi, per imprese circa 300), servono più attività costruite in vista del "fuori", che è molto più complesso di quanto si aspetti la persona detenuta quando inizia a uscire.

Ma se prima della pandemia uscivano ogni giorno dal carcere di Bollate circa 150 detenuti con il lavoro all'esterno o la semilibertà, e a loro volta i detenuti dentro quel carcere lavorano quasi tutti, vuol dire che si deve considerare carceri come Bollate, ma anche Padova e altri Istituti che sperimentano strade nuove, non "carceri vetrina", ma modelli da applicare anche in altri istituti per rilanciare i valori della rieducazione.

 

Ergastolo ostativo e possibilità di un cambiamento

 

Alla Ministra abbiamo rappresentato le esperienze avanzate che il Volontariato porta avanti anche sul tema dell'ergastolo ostativo. La recente sentenza della Corte Costituzionale, che ridà ai magistrati di Sorveglianza la discrezionalità di concedere permessi anche a chi ha scelto di non collaborare con la Giustizia, ha scatenato una campagna di stampa forsennata sul fatto che "i mafiosi non cambiano mai". Con la Ministra abbiamo ragionato sul fatto che le persone, da decenni in carcere nei circuiti di Alta Sicurezza, difficilmente possono cambiare se non gli si propongono dei percorsi rieducativi che rappresentino una assunzione di responsabilità rispetto al loro passato. Il progetto "A scuola di libertà" può essere uno di questi percorsi, e la recente esperienza, di un progetto di videoconferenze tra le scuole di Reggio Calabria e detenuti di quel territorio in carcere a Padova, è un esempio di persone detenute che mettono a disposizione delle scuole le loro testimonianze, perché i ragazzi capiscano i rischi e le conseguenze di certi comportamenti.

 

Per finire, ci piacerebbe che venisse ripreso il grande lavoro fatto dagli Stati Generali dell'Esecuzione penale, con il coordinamento di uno dei massimi esperti di diritto penitenziario, il professor Glauco Giostra: la nostra proposta è, sulla base di quella esperienza, di creare un tavolo di lavoro, che veda rappresentate tutte le componenti coinvolte nella gestione dell'esecuzione delle pene: Volontariato, Camere penali, Garanti, Cooperative sociali, Università, Istruzione e Sanità.

 

Se ci fosse stato nella fase della pandemia un coordinamento di questo genere, forse si sarebbe evitata la desertificazione delle carceri, ma ora il tema si ripropone con forza, perché serve davvero "UN'ALTRA STORIA":

 

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti

 

 

 

 

 

 

 

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