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Mattarella: fare piena luce sugli anni di piombo PDF Stampa
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di Maurizio Molinari

 

La Repubblica, 9 maggio 2021

 

Il presidente della Repubblica: "Fu una guerra asimmetrica e molti intellettuali favorirono chi

sparava per la rivoluzione. L'eversione nera era invece al servizio di trame oscure e mirava a rovesciare l'asse del Paese".

Negli anni di piombo la democrazia italiana ha sconfitto il terrorismo: è questo il giudizio che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, consegna a Repubblica attraverso un esame limpido e severo della violenta aggressione dei terroristi, rossi e neri, contro la Repubblica italiana. In coincidenza con il Giorno delle Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, Mattarella descrive quanto avvenne dall'inizio degli anni Settanta, quando "coloro che predicavano la morte" misero in pericolo le nostre libertà, causando lutti e tragedie, ma perdendo il confronto contro "la statura della nostra democrazia", che seppe difendersi senza mai applicare leggi di emergenza.

Mattarella definisce il terrorismo di allora una "guerra asimmetrica" lasciando così intendere quanto la capacità delle Istituzioni repubblicane di imporsi sui nemici possa essere oggi patrimonio delle democrazie minacciate dal terrorismo contemporaneo, di matrice islamista, a cui l'Italia stessa ha versato un alto prezzo di vite umane: da Tunisi a Nizza, dal Bataclan fino alle impervie montagne dell'Afghanistan.

Nella conversazione che segue la ricostruzione di uno dei periodi più difficili della vita repubblicana si sovrappone all'analisi dei motivi profondi del fallimento dei terroristi, evidenziando l'impossibilità di qualsiasi tipo di "zona grigia" fra lo Stato e i suoi avversari. Nei confronti di tali ambiguità, intellettuali e politiche, la condanna di Mattarella è inequivocabile. Il dovere morale è di "non dimenticare" e di fare luce sugli angoli ancora bui di ciò che avvenne perché "la completa verità sugli anni di piombo è un'esigenza fondamentale per la Repubblica". E per il sistema Paese c'è un'eredità importante da valorizzare: il "patto di cittadinanza" che si impose sui terroristi e di cui anche oggi c'è bisogno per unirsi e risollevarsi dopo la pandemia. Sul recente arresto in Francia di dieci latitanti degli anni di piombo, responsabili di atti di sangue, Mattarella ringrazia il presidente Emmanuel Macron ed auspica che "altri Paesi stranieri ne seguano l'esempio", consentendo alla giustizia italiana di fare il proprio corso nei confronti di tutti i latitanti fuggiti all'estero.

 

Che cosa sono stati gli anni di piombo per il nostro Paese?

"Sono stati anni molto sofferti, in cui la tenuta istituzionale e sociale del nostro Paese, è stata messa a dura prova. Oltre quattrocento le vittime in Italia, di cui circa centosessanta per stragi. Cittadini inermi colpiti con violenza cieca, oltre cento gli uomini in divisa che hanno pagato con la morte la fedeltà alla Repubblica. Magistrati, docenti, operai, dirigenti d'azienda, studenti, giornalisti, uomini politici, sindacalisti. Nessuna categoria manca all'appello di una stagione in cui il terrorismo, di varia matrice, ha preteso di travolgere la vita delle persone inseguendo progetti sanguinari. La scia lasciata dagli assassini ci porta sino ai primi anni 2000".

 

Da dove nasceva la violenza del terrorismo che colpiva i civili per indebolire lo Stato?

"Certamente non dalla contestazione del '68. La Repubblica non ha mai identificato nel conflitto delle opinioni e nel loro confronto, anche aspro, un pericolo o un nemico. Al contrario. Le stagioni delle lotte sindacali, come quelle delle manifestazioni studentesche, sviluppatesi alla fine degli anni '60 del Novecento, hanno rappresentato forti stimoli allo sviluppo di modelli di vita ispirati a maggiore giustizia e coesione sociale. Esperienze che, in particolare per i giovani, attraversarono tutti Paesi occidentali: si pensi ai movimenti per la pace nelle università americane, alle esperienze nelle università francesi e tedesche. Potremmo anzi, sotto questo profilo, dire che il dibattito pubblico italiano si arricchì nel 1968 e nel 1969 di elementi che portarono a risposte positive, a partire dalle innovazioni introdotte nell'ordinamento universitario e dai diritti dei lavoratori nelle fabbriche. La radicalizzazione ideologica di frange nichiliste introduce a partire dagli anni '70 modelli di terrorismo "fai da te", gruppi che ritengono di porsi come isolate avanguardie contro tutto e contro tutti, ispirate all'aberrante teoria del superuomo o a quella della prevalenza della massa sulla persona".

 

Qual era l'obiettivo dei terroristi?

"Il bersaglio era la giovane democrazia parlamentare, nata con la Costituzione repubblicana, per approdare a una dittatura, privando gli italiani delle libertà conquistate nella lotta di Liberazione. Esattamente il contrario di quanto proclamava il terrorismo rosso, quando parlava di Resistenza tradita. Il tradimento della Resistenza sarebbe stato, invece, quello di far ripiombare l'Italia sotto una nuova dittatura, quale che ne fosse il segno. Al di là delle storie personali di chi aderì alla lotta armata, c'era la contestazione radicale della democrazia parlamentare, così come era stata delineata dai padri Costituenti; e, a ben vedere, anche la mancata accettazione della volontà degli elettori in favore di forze centriste, atlantiche, riformatrici, di segno moderato. Un esercizio di democrazia che veniva definito "regime". C'era in Italia anche chi, legittimamente, si sarebbe aspettato dei governi o delle politiche diverse. Ma fu grave e inaccettabile quel processo mentale, prima che ideologico, che portò alcuni italiani - pochi - a dire: questo Stato, questa condizione politica, non risponde ai miei sogni, è deludente e, visto che non siamo riusciti a cambiarlo con il voto, abbattiamolo. Uno dei pilastri su cui si fonda la Repubblica è il valore del pluralismo. La democrazia è libertà, uguaglianza, diritti. È anche un metodo. Un metodo che impone di rispettare le maggioranze e le opinioni altrui. Prescindere dal consenso e dalle opinioni diverse vuol dire negare, alla radice, la volontà popolare, l'essenza della democrazia. È quello che tentarono di fare i terroristi".

 

Che cosa assimilava e che cosa distingueva il terrorismo rosso e nero?

"L'obiettivo del terrorismo rosso era di approfondire i solchi e le contrapposizioni nella società e nella politica, per spingere, compiendo attentati, il proletariato a fare la rivoluzione, cercando di delegittimare i partiti della sinistra tradizionale, accusati di essersi "imborghesiti". Il terrorismo nero, accanto a suggestioni nostalgiche di improbabili restaurazioni, è stato spesso strumento, più o meno consapevole, di trame oscure, che avevano l'obiettivo politico di rovesciare l'asse politico del Paese interrompendo il percorso democratico, provocando una reazione alle stragi che conducesse a un regime autoritario, così come era avvenuto in Grecia. Ricordiamo sempre il contesto, a neppure venticinque anni dalla fine del secondo conflitto mondiale".

 

La lotta armata si giovò di un humus culturale di ostilità per le istituzioni. Come rileggere opinioni e scelte di chi allora decise di restare in una zona grigia nello scontro con lo Stato? Quanto era grande l'area dell'indifferenza, del "né con lo Stato né con le Br"?

"Vi furono, palesemente, posizioni inaccettabili di alcuni intellettuali dell'epoca, che favorirono la diffusione del mito della "Resistenza tradita", a somiglianza di D'Annunzio che contribuì ad aprire la strada al Fascismo, con lo slogan della "Vittoria mutilata". Il dibattito tra gli intellettuali dell'epoca, in realtà, non fu sempre così manicheo: in qualcuno prevalevano le sfumature, i distinguo, rispetto alle posizioni nette. Oggi non si può neanche ipotizzare l'idea dell'equiparazione tra lo Stato e le Brigate Rosse, senza avvertire incredulità e sdegno, ma neppure allora era legittimo farlo. Quasi ogni giorno, in vili agguati, venivano gambizzate o uccise persone inermi. Ed è bene ricordare che il terrorismo uccideva sovente gli uomini migliori, fautori del dialogo, volti al confronto, al superamento delle contrapposizioni, alla coesione: servitori della Repubblica e della comunità nazionale, non feroci aguzzini dediti alla repressione del popolo come sostenevano nelle farneticanti rivendicazioni".

 

Cosa distinse la reazione dello Stato alla sfida del terrorismo, quali furono gli elementi di forza e di debolezza delle istituzioni?

"La debolezza dello Stato si manifestò soprattutto nella impreparazione, talvolta in infedeltà, nel contrastare una guerra che oggi definiremmo asimmetrica. Ma fu proprio la violenza contro persone inermi e innocenti a prosciugare rapidamente il bacino del consenso al terrorismo. Mentre cresceva, per così dire, l'aggressività degli agguati e l'efferatezza delle stragi, aumentava anche la consapevolezza che bersaglio del terrore era la società, i cittadini, la comunità nazionale, il popolo: pensiamo agli attentati sui treni, alle stragi di piazza Fontana, di Bologna, di piazza della Loggia. A mandare in crisi il terrorismo fu l'isolamento, la totale contrarietà che il terrorismo nero, le Brigate Rosse, e gli altri movimenti armati, lo stragismo, trovarono nella vita della comunità, nei luoghi di lavoro, nel sindacato, negli uffici, nel sentire comune".

 

Casalegno e Tobagi uccisi, Montanelli ferito: perché i terroristi bersagliavano la stampa?

"La libera stampa, il diritto di critica, il dissenso sono i cardini delle democrazie liberali. Il giornalismo è prima di tutto testimonianza civile. Nella visione folle dei terroristi, i giornalisti costituivano un pericoloso ostacolo sulla loro strada. Per questo andavano intimiditi per ridurli al silenzio".

 

L'Italia è stato il Paese dell'Occidente più sfidato dal terrorismo ideologico (non fondato su rivendicazioni autonomiste come i baschi in Spagna o i nordirlandesi in Gran Bretagna). Si aspettava questa capacità di resistenza, questa difesa della democrazia nonostante le zone grigie?

"Non ho mai nutrito dubbi. Il terrorismo imponeva una scelta tra la vita e i portatori di morte, e non vi è stata esitazione nella risposta da parte del popolo italiano, rafforzando una fedeltà laica e civile ai valori della Costituzione, un patto di cittadinanza che trova radice nella Resistenza e nella lotta di Liberazione. Il tentativo di spacciare l'assassinio come strumento di lotta politica ha visto reagire senza esitazioni le istituzioni democratiche, i partiti e le forze sociali. Si pensi al ruolo del sindacato nelle fabbriche, soprattutto dopo l'assassinio a Genova di Guido Rossa. L'inammissibile proposito di negare le proprie responsabilità personali con l'appello a non distinguibili responsabilità collettive, è andato deluso, evidenziando la sua inconsistenza. Sono stati condannati coloro che hanno commesso reati, ferendo e assassinando, non gli appartenenti al circolo della critica. Non furono solo "anni di piombo". Il terrorismo non è riuscito a realizzare l'ambizione di rappresentare una cesura, uno spartiacque nella storia d'Italia. Il disegno cinico - non esente da collegamenti a reti eversive internazionali - di destabilizzare la giovane democrazia è stato isolato e cancellato. La comunità nazionale ha saputo rispondere allargando gli spazi di partecipazione, aprendo alle nuove generazioni: dallo Statuto dei lavoratori al riconoscimento dell'obiezione di coscienza, agli organi democratici nella scuola, alla maggiore età a diciotto anni. Nelle sedi istituzionali i partiti politici seppero elaborare una risposta unitaria. L'esperienza della solidarietà nazionale dimostrò la capacità della Repubblica di sapersi unire, oltre i tradizionali confini di maggioranza e opposizione, contro un nemico che intendeva travolgere le libere istituzioni che gli italiani si erano dati. È la statura della nostra democrazia, è la Repubblica ad avere prevalso contro l'eversione che aveva nel popolo il proprio nemico".

 

Come giudica la recente decisione della Francia di ordinare l'arresto di dieci terroristi rossi condannati per fatti di sangue?

"La lotta al terrorismo è indivisibile e impegna tutte le democrazie, insieme. Era una decisione che lo Stato italiano - attraverso i diversi governi che si sono succeduti negli anni - chiedeva da tempo. Ringrazio il Presidente Macron: con la sua decisione ha confermato amicizia per l'Italia e manifestato rispetto per la nostra democrazia. Mi auguro che possa avvenire lo stesso per quanti si sono sottratti alla giustizia italiana e vivono la loro latitanza in altri paesi. Vi sono state tante vite stroncate, ferite insanabili nei familiari che hanno visto sconvolta la loro esistenza. Lo Stato di diritto, la Repubblica democratica, seppero battere il terrorismo senza venire mai meno alla pienezza della garanzia dei diritti fondamentali, senza leggi eccezionali. Tanti corresponsabili di quei delitti, scontata la pena, sono da tempo in libertà, grazie ai benefici della legislazione italiana, piena di garanzie. Tutto questo in coincidenza di un processo di tenace e incessante conciliazione con le nuove istanze sociali e i nuovi protagonisti espressi dalla società".

 

Sugli anni di piombo è stata fatta piena luce o ci sono ancora angoli bui?

"Come ha ricordato il Presidente Napolitano in occasione della Giornata della Memoria nel 2012 "non brancoliamo nel buio di un'Italia dei misteri: ci troviamo dinanzi a limiti da rimuovere e a problemi di giustizia e di verità ancora da risolvere, ma in un'Italia che ha svelato gravissime insidie via via liberandosene... individuandone e sanzionandone a centinaia gli sciagurati attori...". Desidero riaffermare la riconoscenza per il coraggio di giudici e di giurie popolari di cittadini che non avevano ceduto alle minacce. Ci sono ancora ombre, spazi oscuri, complicità, non pienamente chiarite. Mi ha colpito molto il dialogo di qualche giorno fa tra la vedova e il figlio del commissario Calabresi che si sono detti persino pronti - insieme ad altri familiari delle vittime - a rinunciare al loro titolo ad avere giustizia, dopo tanti anni, in cambio della piena verità da parte degli assassini dei loro cari. L'esigenza di completa verità è molto sentita dai familiari. Ma è anche un'esigenza fondamentale per la Repubblica. Il trascorrere del tempo non colloca quanto avvenuto tra gli eventi ormai esausti, consumati, da derubricare. Cos'è il terrorismo? L'orrore dell'attacco vile alla vita delle persone, aggressione violenta alle idee, intimidazione contro le libertà dei cittadini, violenza contro il diritto di professare la propria fede. Penso alla vita del piccolo Stefano Gaj Taché, ucciso, a due anni, alla Sinagoga di Roma. Ho voluto ricordarlo nel mio discorso di insediamento, sei anni fa, perché quel delitto suscita congiuntamente tanti motivi di orrore: disprezzo per la vita, antisemitismo, violenza contro la libertà religiosa. La Repubblica sa che sarebbe un errore pensare che si tratti di questioni ed esperienze relegate a un passato, più o meno remoto. Quei morti, quei feriti ci parlano di come difesa della libertà e della democrazia, affermazione dei diritti delle persone, siano un'impresa mai pienamente compiuta, sempre sottoposta a insidie da prevenire e contrastare. Custodiamo la memoria di tante vite spezzate e dobbiamo interrogarci con rigore su come sia stato possibile che accadesse".

 

Negli anni più recenti è stato il terrorismo jihadista a uccidere cittadini italiani, dal museo Bardo di Tunisi ad un ristorante di Dacca fino al lungomare di Nizza. Si tratta di un pericolo ancora attuale?

"Le guerre, anche quelle appunto asimmetriche, si nutrono di radicalismo, di negazione di comuni principi di convivenza, di mancato riconoscimento della persona e dei diritti degli altri. Sarebbe colpevole ritenere che siano definitivamente sconfitte queste tossine profondamente anti-umane. Negli anni scorsi il terrorismo, soprattutto di matrice islamista, ha colpito tanti Paesi e tante comunità, con le quali ci sentiamo solidali. Tanti italiani sono stati colpiti in Paesi esteri, dal Museo del Bardo a Tunisi, nel 2015 (dove mi sono recato pochi mesi dopo), al Bataclan, Dacca, Nizza, Berlino, Barcellona, Strasburgo. Come si vede, la lotta al terrorismo ci interpella da vicino e gli sforzi internazionali tesi a rimuovere ogni pretesto invocato per legittimarlo, a spegnere i focolai di guerra che, in Europa, in Medio Oriente, nel Mediterraneo, lo fortificano, devono essere più che mai efficaci. Il fanatismo, l'odio non hanno diritto di cittadinanza. La Repubblica Italiana è fortemente impegnata su questo terreno, anche partecipando alle missioni di pace decise dalla comunità internazionale".

 

Si riconosce nella tesi secondo cui il caso Moro costituisce la maggiore discriminante nella storia del Paese?

"L'assassinio di Aldo Moro fu uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica. Non a caso, dopo molti anni, resta tanto viva l'esigenza di fare luce completa su quella vicenda. Il vuoto che quel delitto terroristico ha prodotto è stato inimmaginabile. Mi limito a ripetere le parole di Paolo VI: "un uomo buono, mite, saggio, innocente". Rileggendo i suoi discorsi, le sue parole, le sue idee riusciamo a comprendere, oltre il caso giudiziario, non solo cosa i terroristi volessero colpire ma soprattutto le ragioni per cui sono stati sconfitti e la democrazia ha prevalso. Non è stata un'epoca facile: tanti i terrorismi all'assalto, anche di matrice straniera. Come non ricordare l'attentato a Giovanni Paolo II nel 1981?".

 

 

 

 

 

 

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