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Siria. Il veleno di Assad PDF Stampa
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di Roberto Saviano


Corriere della Sera, 9 maggio 2021

 

Il regime siriano ha scaricato sulla popolazione civile del Paese il proprio arsenale chimico. Ci sono le prove, dice e scrive Joby Warrick, due volte Premio Pulitzer. Eppure il regime siriano - dieci anni dopo l'inizio di una guerra in cui si sono affrontati governativi, ribelli, islamisti, minoranze etniche, servizi segreti di mezzo mondo e diplomazie internazionali - è ancora lì, sostenuto da amici potenti (soprattutto la Russia di Putin) e simpatie occidentali. Un fallimento (anche di Obama) che ha poche giustificazioni.

Il Sarin è definito il killer perfetto. Lo scoprirono i nazisti che arrivarono alla sua formula per caso, mentre testavano nuovi pesticidi. Il Sarin è un gas 26 volte più letale del cianuro. Il Sarin non ha odore, non ha sapore. Quando lo respiri, il sistema nervoso si paralizza. Chi è esposto al Sarin non riesce più a respirare, i polmoni non riescono più a muoversi, il cuore chiede ossigeno, ma i muscoli non sono in grado di assecondare le esigenze del cuore. La morte è dolorosa e avviene per asfissia. Bastano pochissime gocce in sospensione nell'aria e ciò che si prova è come essere stritolati all'istante da una forza invisibile.

Ecco, Bashar al-Assad ha bombardato migliaia di persone con questo veleno, ha usato i gas sulla popolazione civile, su persone indifese. Bambini, anziani, uomini e donne di ogni età e ogni attività sono stati sorpresi da questa morte atroce, sterminati con il gas ideato per uccidere i topi. Assad ha lanciato armi chimiche su quartieri che non erano stati avvertiti dalle sirene, su paesi che non avevano avuto nemmeno l'ultima concessione della minaccia prima della catastrofe.

Assad ha ucciso con il gas persone a caso, al solo scopo di terrorizzare; non gli importava uccidere, ma mostrare quale morte fosse in grado di infliggere: la peggiore di tutte, l'asfissia immediata e senza scampo. O Assad o niente! - urlavano i suoi ufficiali.

Joby Warrick, reporter americano che seguo da sempre, dai tempi di Bandiere nere in cui ha raccontato la nascita dell'Isis, ha scritto oggi un nuovo libro, necessario per comprendere finalmente il dramma siriano, e per dare il giusto peso agli echi che qui da noi sono giunti, alle storie drammatiche di chi è scampato al massacro, di profughi senza terra che hanno inseguito in Europa la vita che Assad gli ha portato via. Esce in libreria, per La nave di Teseo, La linea rossa. La devastazione della Siria e la corsa per distruggere il più pericoloso arsenale del mondo, il libro in cui Warrick racconta come il mondo abbia assistito immobile al massacro dei gas; come un regime che ha gasato innocenti sia ancora lì, immutato nella sua violenza, e ancora saldo al potere l'assassino che ha ordinato l'impiego di Sarin, che ha fatto torturare e uccidere migliaia di dissidenti. Assad continua a rimanere al suo posto, e continua a negare il gas e le torture nella dinamica mafiosa del fare e negare, perché è proprio qui, nello spazio della discrezionalità e della non rivendicazione, la forma di violenza più forte. Uccido nell'ombra, senza preavviso, in modo che morte e violenza arrivino senza motivo, senza logica, senza rivendicazione, nemmeno la rivendicazione più irrazionale e furiosa. E quando tutto accade così, senza che niente faccia supporre che il peggio sia in arrivo, vivere diventa l'attesa più spaventosa. Warrick raccoglie in Siria le prove finali di come il mondo abbia permesso che un assassino sanguinario e folle mietesse oltre mezzo milione di vittime e costringesse oltre 10 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, a muoversi all'interno dei confini siriani o a decidere di lasciare il Paese.

In questi anni abbiamo assistito in rete e in televisione alla propaganda di squallidi figuri che, certamente prezzolati, non hanno avuto scrupoli a difendere uno dei peggiori macellai della storia contemporanea, sostenendo che Bashar al-Assad non ha mai usato armi chimiche, che la loro esistenza faceva piuttosto parte di un "complotto imperialista ordito dagli americani" e che se c'erano, le armi venivano in realtà utilizzate dai terroristi islamici. Menzogne, solo menzogne.

Joby Warrick decide di fare chiarezza, sgombra il campo da ogni equivoco e sceglie di raccontare le storie tenendo saldo il rigore, attraverso la verificabilità delle fonti, ma affidandosi alla parola narrata che però resta saldamente ancorata ai fatti. È stato coraggioso, Warrick, nella scelta del metodo perché in genere, negli Stati Uniti, questa strada è vista come una soluzione ambigua, a tratti pericolosa. Dove misuro la verità - ecco l'obiezione - se c'è narrazione? Scegli, ti diranno: o sei uno scrittore o fai il giornalista. Nel primo caso l'identità sarà formata dalla qualità dello stile, la credibilità dal fascino della storia, l'affidabilità dalla verosimiglianza dello scritto. Nel secondo l'identità è la chiarezza della prova, la credibilità risiede nell'inconfutabilità del fatto, l'affidabilità nella giusta distanza da ciò che racconti. Per lo scrittore empatia e coinvolgimento, per il giornalista rigore e imperturbabilità. Ecco, Warrick riesce con una strategia personale a porsi completamente nell'ambito giornalistico, ma a conservare gli aspetti narrativi che avvicinano storie distanti - distanza fisica e distanza culturale. Un mondo sconosciuto diventa vicinissimo, persone sconosciute diventano familiari, meccanismi geopolitici complessi diventano accessibili.

Warrick non è nuovo al genere che lo ha portato, nel 2016, a vincere il (secondo) Premio Pulitzer con Bandiere nere, l'incredibile racconto della fondazione dell'Isis, con i suoi personaggi avanzi di galera, picari ridicoli che la furbizia, il vuoto politico e il risiko geopolitico rendono temuti guerriglieri e mistici ferocissimi. Dalle sue pagine si esce allo stesso tempo intrattenuti e informati, ma con forme di conoscenza approfondite. Più del romanzo, c'è il dato ricercato, visto, osservato, metabolizzato. Più del saggio c'è la narrazione del dato, che lo rende vivo.

La linea rossa inizia con una vicenda talmente incredibile da sembrare un calco troppo perfettamente realizzato di una storia di genere. C'è "il chimico" Ayman che viene avvicinato dalla Cia alla fine degli anni Ottanta, quando la Siria inizia il programma militare per fornirsi di un arsenale chimico. Il progetto si chiama al Shakush, il martello. Ed è il progetto che la Cia deve monitorare. Gli Assad vogliono costruire un arsenale chimico per attaccare Israele; le armi devono servire contro gli israeliani e per difendersi dai nemici. Ayman "il chimico" inizia a collaborare con i servizi segreti americani in cambio di denaro. In fondo gli sembra una cosa innocua, fornisce informazioni sul proprio lavoro senza modificarlo o sabotarlo, e in cambio riceve denaro. Un giorno Ayman consegna al suo contatto della Cia un piccolo regalo di Natale. Il pacchetto contiene una fiala con liquido chiaro, un agente nervino. Ayman fornisce agli americani la prova della produzione di armi chimiche. All'inizio del nuovo millennio, la Siria possiede 1.500 tonnellate di Sarin binario, di gas mostarda e VX (gas nervini letali e classificati come armi di distruzione di massa), tra i più letali al mondo.

Ma Ayman non prende soldi solo dagli americani. Riceve anche mazzette dai fornitori: ha cinquant'anni ormai, è un uomo facoltoso e rispettato, con case in mezzo mondo e una famiglia ricchissima. Nasce da qui il sospetto sulle origini della sua fortuna. Assad, terrorizzato dai tradimenti, mobilita il Mukhabarat, il servizio segreto, che immagina cospirazioni con zelo paranoico. Ayman viene avvicinato dai militari, arrestato e chiuso in prigione. Gli dicono che hanno scoperto tutto, gli chiedono i nomi. Ayman cede, confessa subito, dice che la Cia non gli ha dato scampo - o collaborava o lo avrebbero ucciso, lui e la sua famiglia. Gli uomini di Assad sono sconvolti: non sospettavano in nessun modo del suo rapporto con la Cia, avevano banalmente scoperto le tangenti e ad Assad serviva capire se quei soldi provenivano da aziende amiche del governo o nemiche. Per questo lo avevano spaventato, per comprendere se quelle tangenti avevano un orientamento politico: se non lo avessero avuto, l'avrebbero liberato in 48 ore. E invece lui, confessando tutto e subito, firma la propria condanna a morte e getta Assad nel panico. La mattina del 7 aprile 2002 viene bendato, legato a un palo e fucilato.

Così inizia La linea rossa, la storia del più grande fallimento della diplomazia americana. Il titolo del libro riecheggia una dichiarazione di Obama, che traccia, con l'immagine della linea rossa, il limite entro cui i governi democratici - indipendentemente dalla situazione, indipendentemente dal Paese - devono restare. La linea rossa è una linea di tolleranza per violenze e ingiustizie, ma quando viene superata tutto cambia... O dovrebbe cambiare, perché la linea rossa di cui parlava Obama è stata abbondantemente superata, eppure gli Stati Uniti non sono intervenuti. Eppure nessuno è intervenuto. Il terrore di finire in un altro ginepraio mediorientale - un nuovo Iraq, un nuovo Afghanistan - ha paralizzato ogni proposito. Un presidente che ha ricevuto il Nobel per la Pace, una sorta di assegno in bianco per quel che avrebbe fatto, non è intervenuto in Siria, lasciando al potere un uomo che ha usato armi chimiche sulla popolazione civile. Proprio questo chiedo a Warrick, che incontro in collegamento video: come sia stato possibile consentire ad Assad di armarsi contro la sua stessa popolazione, come sia stato possibile abbandonare milioni di siriani al loro destino, come sia possibile che un sanguinario dittatore trovi ancora, contro ogni evidenza, chi è disposto a giurare che mai abbia usato i gas per colpire i civili.

Come tutti i libri che lavorano sulla necessità di dare al lettore una soluzione, La linea rossa offre risposte assai più incredibili di quelle che offrirebbe la fantasia. Avete letto bene: incredibili. Sì, perché una cosa l'ho imparata presto: la realtà riesce a essere molto più assurda dell'immaginazione.

C'è un personaggio tra i tanti, Timothy Blades, il cowboy della chimica, a cui il governo sottopone la necessità di smantellare l'armamentario chimico, progetto che riuscirà soltanto in parte. Vengono proposte infinite strategie. Bombardare l'arsenale? No, perché il gas fuoriuscito dopo l'esplosione si diffonderebbe ovunque. Andare alla fonte del problema e uccidere Assad? Nemmeno, soprattutto dopo che Obama ha acceso i riflettori su di lui ("il mondo sta guardando"). Spedire centinaia di camion a prelevare 1.500 tonnellate di armi chimiche e munizioni? Impensabile. Allestire un gigantesco inceneritore? Impossibile anche questo, perché l'inceneritore avrebbe impiegato anni, almeno tre, per bruciare tutto. A questo punto, non sapendo come distruggere le armi, è palese che il governo americano si trova su un binario morto. È qui che interviene Blades e, come descrive Warrick, con i modi di un muratore del Maryland orientale del tutto insensibile all'etichetta della Casa Bianca, apre una bottiglia d'acqua sul tavolo e dice: ecco la soluzione, l'idrolisi. In sostanza Sarin, gas mostarda e VX si combinano facilmente con l'acqua e, attraverso un processo chiamato idrolisi, l'agente nervino viene neutralizzato. Anche grandi quantità di Sarin possono essere neutralizzate in pratica con l'acqua calda.

Nell'ottobre del 2018, la Bbc conferma che 106 attacchi chimici su 164 casi sospetti sono avvenuti su ordine di Assad, il cui scopo era quello di piegare il morale della popolazione e costringerla ad abbandonare le zone controllate dai ribelli. Idlib, Aleppo, Hama, la periferia di Damasco... e prima ancora, nel 2013, Ghouta. È dopo Ghouta che inizia la vera propaganda siriana. Assad approfitta della missione sul territorio siriano degli osservatori dell'Onu guidati da Åke Sellström. Forte della loro presenza, inizia a bombardare con i gas. Sembrerebbe un pensiero illogico: bombardare proprio quando ci sono gli osservatori dell'Onu? E invece va proprio così, e la presenza dell'Onu in Siria impedisce un nuovo intervento americano.

Nonostante i satelliti spia americani avessero scoperto con video inconfutabili che la mattina del 21 agosto 2013 i missili erano partiti proprio da aree controllate dal governo, Assad ha avuto mano libera per iniziare la sua propaganda. Tutti - Siria, Turchia, Israele, Stati Uniti, Onu e organizzazioni non governative - avevano prove incontrovertibili che si fosse trattato di un attacco chimico. L'unica fu la Russia ad affermare che gli attacchi fossero in realtà operazioni sovversive condotte dai ribelli. Putin scrisse addirittura un insolito fondo sul "New York Times" per dire che la minaccia era jihadista, non certo Assad: "Nessuno dubita che in Siria sia stato usato gas velenoso, ma ci sono tutte le ragioni per ritenere che sia stato usato non dall'esercito siriano, piuttosto dalle forze di opposizione, per provocare l'intervento dei loro potenti protettori stranieri, che prenderebbero le parti dei fondamentalisti". Ovviamente Putin mentiva.

C'è un altro episodio incredibile, raccontato nel libro. Assad si convince, dopo un altro bombardamento chimico, che l'America sarebbe intervenuta. Allora fa sgombrare la prigione di Adra, dove sono reclusi anche migliaia di prigionieri politici, alcuni detenuti semplicemente per avere portato latte in polvere a famiglie isolate in quartieri considerati filo-islamisti. Ebbene, Assad fa portare i prigionieri politici nei pressi dell'aeroporto militare di al-Mazzeh perché è convinto che gli americani avrebbero bombardato i suoi aeroporti militari: il piano è fare uccidere i dissidenti politici dalle bombe americane. Ha già pronti giornalisti e blogger per raccontare questo "oltraggio". È furbissimo Assad; è un macellaio di grande strategia. Usa la moglie come volto laico del regime criminale; laico, emancipato e persino femminista; lei rilascia interviste con la stampa occidentale, chiacchiera di moda e di stile, mentre i generali, su indicazione del marito, torturano, sgozzano e avvelenano gli oppositori.

 

Dunque, chiedo direttamente a Joby Warrick, se l'uso di armi chimiche in Siria a opera di Assad è così ben documentato e altrettanto provato, come è possibile che si sia sviluppata una contro-narrativa secondo la quale Assad sarebbe vittima di un complotto internazionale?

"Assad non è un ideologo: lui alimenta il regime. È questo che sostiene, e questa è la maniera in cui il regime siriano ha operato dagli anni Settanta, da quando era al potere suo padre. E quando c'è un'opposizione - non importa da quale direzione venga, dalla comunità islamica o da ambienti democratici - la soluzione è la brutalità. Il dissenso viene schiacciato. L'hanno fatto anche nei primi anni 2000, quando Bashar al-Assad è arrivato al potere. Sanno benissimo come reprimere l'opposizione e lo fanno con i mezzi più brutali. Questo lo so perché ho trascorso molto tempo nella regione, ho parlando con moltissime persone, persone normali le cui vite sono state trasformate da questa brutalità, persone che hanno subito attacchi con armi chimiche, persone che sono sopravvissute per raccontarlo, persone che sono state rinchiuse nei gulag di Assad. Chiunque pensi che sia una persona degna di ammirazione si fa ingannare. I siriani hanno ammesso di avere il Sarin, la Siria è l'unico Paese del Medio Oriente che sappiamo avere il Sarin".

 

Negli anni ho cercato di studiare chi arrivava a sostenere Assad. Ci sono tre categorie. Quelli pagati direttamente da Assad (pochi, pochissimi); quelli influenzati da false informazioni provenienti dalla Russia; e poi c'è la macro categoria che si alimenta di una umorale simpatia per Assad, che lo descrive come un laico delegittimato dagli americani, dagli israeliani e dall'Occidente perché è filorusso. Assad come baluardo della lotta all'Isis: è questa l'immagine che scientemente s'è cucito addosso...

"Nel 2014, quando Assad viene accusato di usare armi chimiche, arrivano le smentite. Smentiscono i siriani, naturalmente. E poi smentiscono i russi, in maniera decisa per proteggere il loro alleato attraverso una campagna molto sofisticata che noi chiamiamo Twitter bot, cioè mediante account Twitter automatizzati che ripetono in continuazione le stesse falsità. E a volte appaiono sui media tradizionali, a volte sui media russi. Queste storie false hanno un obiettivo: proteggere Assad, ripulire la sua immagine, avvelenare la verità. Io lo vedo ogni giorno, quando scriviamo articoli che criticano Assad o quando divulghiamo le scoperte di enti investigativi che denunciano, prove alla mano, i crimini del regime".

 

E a chi dice che i gas sono opera degli islamisti?

"Esamino la cosa in maniera dettagliata nel libro. Non è solo un problema che riguarda Assad perché alcuni gruppi radicali ed estremisti, come lo Stato islamico, hanno deciso di unirsi al gioco. Vedono il risultato drammatico delle armi chimiche e dicono: perché non lo facciamo anche noi? Ma queste sono operazioni molto diverse. Lo Stato islamico ha dedicato risorse a cercare di costruire un programma di armi chimiche, ma non è andato molto lontano. Abbiamo visto e analizzato alcuni agenti chimici che hanno creato: non sono efficaci, si disperdono velocemente. Abbiamo visto casi in cui gli estremisti hanno utilizzato armi chimiche, ma le sostanze davvero pericolose - il Sarin, il gas nervino, il VX - le sostanze potenti e pericolose, sono state utilizzate solo dal regime di Assad. Nessun altro ne ha accesso. Il regime siriano stesso ha confermato che nessuno ha saccheggiato le loro riserve. La maggior parte dei loro agenti chimici sono stati trasferiti fuori dal Paese nel 2014, quindi sul suolo siriano non sono rimaste scorte. Ci sarà sempre chi cercherà di incolpare gli islamisti, ed è vero che hanno utilizzato in passato il cloro e altre sostanze grezze, ma le sostanze sofisticate, le sostanze letali che abbiamo visto ripetutamente impiegare con effetti tragici, sono prodotti e armi del regime siriano".

 

È il grande fallimento di Obama non essere riuscito a fermare Assad?

"Credo sia un fallimento internazionale, il fallimento dei nostri sistemi. Non ci vado leggero su Obama nel libro, sono critico, ma cerco anche di spiegare a chi legge cosa Obama doveva affrontare, compresa la teoria della "linea rossa" su cui, negli Stati Uniti, eravamo concentrati. Come spiego nel libro, è estremamente complicato e ci sono molti motivi per cui era consigliabile non colpire in quel momento preciso, soprattutto se consideriamo le armi in questione, perché non si possono bombardare le armi chimiche: è una cosa molto pericolosa da fare. Se le bombardi probabilmente finirai solo per disperderle, si scatenerà una nuvola velenosa, ucciderai i civili che volevi salvare. Quindi la sua scelta di accettare una soluzione diplomatica, in base alla quale le armi vengono portate fuori, per quanto non fosse perfetta, per quanto Assad non abbia svuotato completamente il suo arsenale, è stata una mossa importante e di grande effetto. Il fallimento collettivo, non credo sia un fallimento solo americano, sta nel non essere riusciti a prevedere quanto la situazione sarebbe precipitata. Tutti pensavano che Assad sarebbe caduto, nel 2011-2012 sembrava spacciato, non avevamo capito che aveva alleati importanti e che era disposto a combattere fino alla fine. Inoltre non riuscivamo a far funzionare il sistema internazionale, si era ingolfato, perché ogni volta che si tentava di fare qualcosa in Siria, ogni azione veniva bloccata, generalmente dalla Russia, che voleva impedire che le Nazioni Unite agissero e che arrivassero aiuti ai rifugiati. Siamo precipitati in uno stallo che si è trascinato in maniera perpetua, e che continua tuttora. Ne hanno subito le conseguenze milioni di siriani".

 

Si possono usare gas letali e continuare a governare? Si possono usare gas letali e rimanere impuniti? Si possono usare gas letali e continuare a negare di averli usati?

"La Russia copre le spalle ad Assad. Sostiene totalmente Assad e si sta impegnando affinché rimanga in carica. Dobbiamo ricordarci, tra parentesi, che di tutti i Paesi al mondo la Russia ha sempre interpretato la sopravvivenza della Siria come un fattore di sicurezza nazionale interna. L'Iran uguale, la pensava allo stesso modo. Erano entrambi completamente decisi ad assicurarsi la permanenza di Assad al potere. Non credo tuttavia che la situazione sia senza speranza. Oggi, dieci anni dopo l'inizio del conflitto, la Siria è in guai seri, la sua economia sta collassando, nessuno ricostruisce le sue città, la popolazione rimasta è sempre più scontenta e arrabbiata. Sicuramente anche il Covid ha giocato un ruolo in questo scenario. Credo che qualche forma di accordo sia possibile. Forse non saranno accordi perfetti, ma potrebbero contenere una forma di responsabilità, persino una forma di giustizia per il popolo siriano. Potrebbe sembrare un sogno, una fantasia, ma è già successo. Nel conflitto balcanico sono state commesse atrocità terrificanti e le persone che le hanno commesse l'hanno fatta franca per molto tempo. Ci sono voluti vent'anni prima che alcune figure chiave, i capi militari responsabili di quelle atrocità, fossero portati al cospetto del tribunale all'Aia. Ma alla fine è successo. Penso che non dobbiamo perdere la speranza. Alcune organizzazioni internazionali hanno iniziato a raccogliere le prove per imbastire un'azione legale. È possibile che un giorno si faccia giustizia, anche se non subito".

 

Quindi cadrà Assad?

"È scoraggiante vedere che continua a rimanere al potere e a negare i crimini: questo è il messaggio che ci arriva da lui. Ma credo sia importante riconoscere che è stato indebolito. Ha perso credibilità internazionale - non credo arriverà mai il giorno in cui i Paesi occidentali lo accetteranno come membro della famiglia internazionale, come qualcuno con cui si possa fare affari. È un paria, un emarginato, ha qualche alleato importante, ma la Siria sarà sempre vista come il Paese dov'è successa una cosa orribile che non verrà dimenticata, almeno nell'arco delle nostre vite. L'altra tragedia è che questo tabù collettivo, che ci appartiene in quanto comunità globale, sull'utilizzo delle armi chimiche, è uscito indebolito perché Assad non è stato processato. Il fatto che abbia usato armi chimiche e l'abbia fatta franca significa che c'è un cattivo esempio che altri potrebbero seguire. La sensazione è che questa norma internazionale molto forte - questo divieto di utilizzare armi chimiche - sia stata indebolita. Ecco, questo ci danneggia tutti, questo fa parte della tragedia, queste sono conseguenze che potremmo dover affrontare di nuovo in futuro".

 

Nelle nostre vite non sarà possibile dimenticare quanto è accaduto, ha ragione Joby Warrick; non sarà possibile cancellare dalla memoria collettiva quanto abbiamo visto come testimoni inermi, immobili, incapaci di porre fine alla tragedia. Tutto ciò che è accaduto è rimasto impunito, non senza colpevole, ma senza che il colpevole sia stato messo al cospetto delle proprie responsabilità.

Ricordo i quattro sintomi del Sarin, e li ricordo per comprendere come la ferocia umana non abbia paragoni in natura. Tim Blades ricordava quello che era accaduto al tecnico di un laboratorio chimico che aveva sfiorato una sola goccia di Sarin ed era stato esposto al suo "morso". Il primo sintomo: il naso iniziò a colare a cascata, come fosse un rubinetto aperto. Il secondo sintomo: il campo visivo cominciò a restringersi, il tecnico di laboratorio iniziò a vedere sempre meno. Il terzo sintomo: una pressione sul petto, una pressione descritta come il peso di una Volkswagen appoggiata sullo sterno. Il quarto sintomo: una nausea fortissima, come se qualcosa di grosso e marcio fosse stato ficcato a forza nello stomaco. Iniziò il vomito senza sosta, ma in realtà non usciva niente, perché non era vomito ma gli spasmi del corpo che non riusciva più a respirare.

Questo, proprio questo è accaduto a migliaia di persone inermi, a bambini morti strozzati da un nemico invisibile, durante il gioco, durante il sonno, mentre erano a scuola o per strada. Un mondo che il Covid ha reso edotto su che cosa significhi perdere l'aria, continua a lasciare l'assassino che ha tolto l'aria a mezzo milione di persone al suo posto. Non possiamo fare molto contro i regimi che difendono Assad, ma è proprio quando ci tolgono ogni strumento che ci resta il racconto, e a voi che leggete il compito cruciale di non lasciare evaporare mai questo dolore.

 

 

 

 

 

 

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