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Piacenza: chiude "Sosta Forzata", il giornale del carcere, dopo 11 anni di vita PDF Stampa
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di Ambra Notari

 

Redattore Sociale, 14 febbraio 2015

 

Sospese le attività di redazione dopo 11 anni di vita. Carla Chiappini, direttore responsabile: "Tanto rammarico. Ora speriamo che non si interrompa il bellissimo dialogo che avevamo instaurato tra le persone recluse e quelle libere".

Chiude "Sosta Forzata", il giornale del carcere di Piacenza Sospese le attività di redazione dopo 11 anni di vita. Carla Chiappini, direttore responsabile: "Tanto rammarico. Ora speriamo che non si interrompa il bellissimo dialogo che avevamo instaurato tra le persone recluse e quelle libere". Dopo 11 anni di vita, la direzione del carcere di Piacenza Le Novate ha sospeso l'attività di redazione di "Sosta Forzata", il giornale della casa circondariale. "Sono molto rammaricata", commenta Carla Chiappini, direttore responsabile della pubblicazione. Al momento, non sono ancora state fornite motivazioni ufficiali: sta di fatto che l'ultimo numero uscito è quello dello scorso dicembre. "Sosta Forzata" è nato come allegato del giornale diocesano "Il nuovo giornale". Una tiratura di 4.500 copie, sul quale scrivevano una media di 20 detenuti all'anno. "Il nostro obiettivo è sempre stato il dialogo tra i cittadini reclusi e i cittadini liberi. Un dialogo che nascesse dall'idea di confronto, che ponesse occhi e orecchie delle persone libere di fronte ad altre storie". Persone che facevano fatica a scrivere nella loro lingua che si sono forzate - e sforzate - a scrivere in italiano. A raccontare prima a se stessi e poi agli altri la propria storia, con i propri limiti ed errori. A raccontare la loro vita in una città in cui vivono ma che non conoscono. Niente lamentele, recriminazioni e rabbia: "Su questi temi abbiamo sempre discusso molto".

Il dialogo con le scuole, l'università, l'istituzione di un premio letterario (Parole oltre il muro - Stefania Manfroni, riservato ai detenuti e alle detenute della casa circondariale di Piacenza): "Abbiamo messo in moto un meccanismo molto articolato, senza mai creare conflitto". "Sosta Forzata" usciva 3/4 volte all'anno: "Raccoglievamo persone di culture anche molto diverse, avevamo un grandissimo turnover. Rispettare le scadenze non era facile. Il primo passo che ogni volta facevamo era instaurare un clima di dialogo e fiducia, senza il quale nessuno sarebbe stato disposto a condividere con altri i propri pensieri". 2 ore alla settimana di attività di redazione, senza computer ma prendendo pagine e pagine di appunti. Un enorme lavoro sulle parole, sul loro significato nelle varie lingue, perché fosse compreso da tutti: "Per un bel po' abbiamo anche collaborato con il magazine Terre di Mezzo. Per loro abbiamo creato una specie di vocabolario delle parole del carcere". E adesso che succede? "La speranza è che non si interrompa il bellissimo dialogo che avevamo instaurato tra le persone recluse e quelle libere. E che si possa trovare un modo per riaprire questo lavoro, che a Piacenza aveva generato tanti frutti". I numeri. La Casa circondariale di Piacenza è diretta da Caterina Zurlo. Al 31 luglio 2014 ospitava 327 detenuti (403 i posti massimi regolamentari). Secondo i dati più recenti forniti dal Sappe, il Sindacato autonomi di Polizia penitenziaria, nelle carceri dell'Emilia-Romagna nel 2013 ci sono stati 811 gesti di autolesionismo e 126 casi di tentato suicidio. Maglia nera proprio a Piacenza, con 235 gesti di autolesionismo e 36 di tentato suicidio.

 
Rimini: visita al carcere dei Casetti... mi chiedo se come cittadino sono complice di questo PDF Stampa
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di Ivan Innocenti

 

Notizie Radicali, 14 febbraio 2015

 

Domenica 18 gennaio 2015 con gli amici Radicali, Simone, Anna e Luca, siamo andati in visita al carcere riminese per l'iniziativa Nonviolenta del Partito Radicale di Natale. Solo ora trovo la forza e la voglia di mettere nero su bianco quanto visto e le emozioni che con i giorni sono venute fuori. La visita ha mostrato con quale disprezzo e sciatteria le istituzioni trattano la vita umana e i doveri di legalità che le sono propri. All'interno del carcere ad un certo punto siamo arrivati in un ampio corridoio al primo piano. A destra detenuti rinchiusi dietro una inferriata. Si entra nella sezione, la I. Visitiamo alcune celle. Traspare la volontà dei detenuti di renderle presentabili come per dare bella impressione di se.

Si guardano i muri ammuffiti e incrostati, gli spazi ridotti, ma oggi vivibili se confrontati con quanto visto fino a pochissimi anni fa. I bagni piccoli e logori, presente solo una tazza, la vernice ai muri incrostata. Qualche domanda, "Come va?", "Tutto bene". Si intravede una piccola cella socchiusa, minuscola e con due letti a castello, una di quelle che non pretendeva di essere vista.

Una cella fatiscente, con un bagno incrosto e sudicio riempito di rottami di ferro, viene indicata come spazio ricreativo per la sezione. Priva di ogni arredo mostra al centro un bigliardino che non è dato capire se funzionante. Sono 32 le persone in questa sezione, la più vecchia del carcere e tutt'altro che ospitale. In corridoio una bacheca con l'orario dell'aria, due ore al giorno, il regolamento per il telefono.

La situazione è di evidente degrado anche se migliore di quella di un paio di anni fa quando i detenuti nel carcere erano il doppio. Si torna in corridoio, il cancello di fronte è lucido e verniciato da poco. È la seconda sezione. La visitiamo. Disabitata. Tutta nuova. Celle da 2, 3 e 4 posti. Impianti nuovi, muri puliti, bagni con doccia interna e piastrelle al muro, luce personale sopra ogni posto letto come negli ospedali. 24 posti liberi e disponibili.

La sezione è pronta da oltre 10 mesi ma ci dicono che dal ministero nessuno si è interessato a venire a fare il collaudo. Una autentica beffa; decine di persone che vivono in condizioni igieniche precarie godono della vista di tanto spazio disponibili e attrezzato alla distanza del loro braccio. A portata di mano ma irraggiungibile una detenzione dignitosa e civile. Il personale carcerario che ci accompagna osserva che anche per loro sarebbe sicuramente più salubre se si utilizzasse la sezione pronta.

Si esce dalla sezione, una porta tra la vecchia sezione e la nuova è chiusa. "Cosa c'è li?". "C'è una sala ricreativa per i detenuti, ma è chiusa perché piena delle suppellettili della sezione da collaudare". Un ulteriore sacrifico.

Si visitano le cucine nuove. Si chiede di vedere le vecchie. Sappiamo che potrebbero essere disponibili per poter fare dei corsi ai detenuti e che c'è interesse a riguardo. Però anche questi spazi sono occupati da cartoni, tavoli, sgabelli. Ci dicono che anche questi sono spazi che hanno dovuto utilizzare per immagazzinare gli arredi della sezione che deve essere collaudata. Altri progetti che devono aspettare.

All'uscita ancora materassi, tavoli e sgabelli ammassati fanno bella vista al sole dietro una vetrata accanto all'ingresso. Ancora arredi della sezione da collaudare. Il carcere sembra trasformato in un magazzino dove ogni spazio è ipotecato dalle lungaggini ministeriali.

Ci spiegano che in origine gli arredi delle sezioni erano ammassati tutti nella palestra del personale carcerario ma che per garantire lo standard di benessere hanno dovuta liberare la palestra e trasferire il tutto in altri spazi.

Durante la visita si è visto anche altro: i vecchi locali dell'infermeria, gli spazi all'aperto, la sesta sezione in ristrutturazione. Il carcere è sempre sovraffollato. 113 detenuti per 93 posti utili un sovraffollamento del 125%. Si ricordano oltre 250 detenuti di alcuni anni fa e i 200 del 2012 per 100 posti utili. Si è da tempo abituati al peggio, un detenuto in più ogni 5 sembra nulla, ma per chi vive questa realtà e ancora molto.

La situazione italiana è di una condizione riconosciuta di cronica emergenza e illegalità delle istituzione in materia carceraria e di violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti. Come è possibile che ci si permetta di negare il già disponibile per alleviare questa condizione, mostrando un disinteresse ad una urgente soluzione da più istituzioni nazionali e internazionali richiesta. Mi chiedo se come cittadino sono complice di questo regime, e tale mi sento. Come Radicale sicuramente no!

 
Reggio Emilia: il vecchio Ospedale psichiatrico giudiziario di Via dei Servi di apre le porte PDF Stampa
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di Cristina Fabbri

 

Gazzetta di Reggio, 14 febbraio 2015

 

Oltre un secolo di follia e dolore, dal 1896 al 1991: l'Opg di via dei Servi ha mantenuto pressoché intatte le tracce del suo drammatico passato. I portoni robusti delimitano ogni cella. Dagli spioncini pare di scorgere ancora gli internati. Alle finestre ci sono spesse inferriate di ferro: fuori la luce è quasi accecante, doveva esserlo anche a quel tempo, quando il "fuori" pareva un sogno.

Nel lungo corridoio di ogni padiglione, sembra di sentire le urla, le stesse che i "vicini di casa" di allora dicevano di udire. Poi la bacheca con le chiavi degli uffici, delle cucine, dei cassetti, delle celle è ancora lì: ci sarà qualche guardia a custodirle? E i registri sul tavolo? Una cassaforte è chiusa a chiave: impossibile aprirla. Poi caldaie, lavandini enormi e tavoli riempiono il refettorio. Anche la cappellina è riconoscibile: vi è una croce sulla parete, croce che avrà sentito non si sa quante preghiere.

Ogni padiglione ha il suo luogo per l'ora d'aria: un'area cortiliva trasformata in campetto da calcio. Ci sono le porte disegnate e le panchine. Era il momento sicuramente più piacevole della giornata. Non mancano le torrette, da dove si monitorava dall'alto, e la casa del direttore. Doveva essere piuttosto inquietante stare lì, tra quelle mura, mentre fuori, a pochi passi, Reggio era viva. La via Emilia era piena di gente, i fedeli andavano a messa.

Il complesso dell'Opg - compreso tra il controviale della circonvallazione di viale Timavo, via dei Servi e via del Portone - per certi versi pare essersi fermato nel tempo. Per altri, il segno dei giorni, dei mesi e degli anni che l'hanno visto chiuso, si fanno sentire. Eccome. Piccioni morti, escrementi, materassi di qualche senzatetto, lavandini rotti, cappellina usata come deposito, pareti scrostate e porzioni di pavimento collassate. Infiltrazioni d'acqua, fili scoperti.

Ci sono anche resti di usi successivi: pannelli appesi al soffitto ricordano che in uno dei quattro padiglioni si è svolta una mostra; un bancone da bar ricorda serate e vita post Opg, un maxi schermo mostra che l'ex cappella per un periodo è diventata un cinema. Questo luogo trasuda dolore. Dolore per quello che è stato. Dolore perché ora è vuoto e chissà se troverà mai una seconda vita, auspicabilmente migliore.

Valerio Bussei, dirigente del Servizio infrastrutture della Provincia, e l'architetto Fiorenzo Basenghi, responsabile dell'Unità operativa del Patrimonio Storico ci spiegano un po' la sua storia. "L'imponente edificio - dice Basenghi - è nato come convento ad opera dei Padri della Missione e figura già esistente nel 1675". Le cose poi cambiarono nel 1796: "il convento venne incamerato dal Demanio e convertito in carcere correzionale poi, nel 1896, venne trasformato in Opg.

Nel primi decenni del 900 vennero costruiti quattro padiglioni quadrangolari e l'alloggio del direttore". Nel '91 sorse il nuovo Opg e fu la fine del vecchio. "L'ex Opg nel 2001 - ricorda Bussei - venne acquistato dalla Provincia per realizzarci degli uffici ma poi le cose cambiarono e la situazione attuale...beh la conosciamo tutti".

Negli anni sono stati fatti diversi interventi: "in particolare alla parte esterna, per evitare cadute di calcinacci o quant'altro". "Ad oggi - prosegue Basenghi - è stato dichiarato inagibile ed è stato inserito tra gli immobili da alienare, pur con diversi vincoli da rispettare". Ecco dunque che l'ex Opg aspetta un acquirente mentre resta lì, vuoto, freddo, trasudante di storia.

Che ne sarà dell'ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di vicolo dei Servi? "Vendesi" è la risposta. "Comprasi" non si sa. Il complesso, che è un pezzo di storia della nostra città, da tempo se ne sta chiuso lì, con ancora ben visibili i segni di quello che è stato, testimone silenzioso di un'epoca neanche troppo lontana. Prima convento, poi carcere correzionale e in seguito Opg fino agli anni 90, quando venne trasferito in via Settembrini, fuori dalle mura del centro.

Dal 2001 la proprietaria del complesso di vicolo dei Servi è la Provincia: lo acquistò per realizzarci degli uffici. Questo intervento sarebbe costato circa 20 milioni di euro. Poi tutto saltò. Seguì qualche apertura sporadica, tra visite guidate, serate di musica e mostre, ad esempio nel 2007 per Fotografia Europea. Fino al disuso totale. E ora le cose come stanno?

"Il periodo non semplice ci vede costretti a fare certe scelte - risponde il presidente Giammaria Manghi -, pensiamo dunque a una dismissione immobiliare, consapevoli che siamo di fronte a un pezzo di storia della nostra città". Insomma, le sorti dell'edificio situato dietro alla Basilica della Ghiara e vicino al palasport, vanno viste dentro la situazione attuale delle Province, "che hanno un'identità ridefinita e sono prive di ogni risorsa per realizzare interventi".

Ecco allora che - in un momento in cui gli Opg in Italia sono solo sei (uno di questi è a Reggio) e in vista della loro chiusura definitiva - l'ex Opg non conosce il suo destino a parte il fatto che "non sono previste azioni di recupero" per lui. Questo perché la Provincia "ha bisogno di effettuare una dismissione patrimoniale per fare cassa".

La superficie abitabile complessiva è di 6.945 mq e quella non abitabile di 5.020, per un totale di 11.965 mq. "Non sarà semplice vendere - incalza Manghi - è una struttura vasta, in una zona particolare essendo in pieno centro storico e recuperarla non è cosa facile. Chiamati a un piano di riorganizzazione obbligatorio, come Provincia opereremo per mettere la struttura a capitale al fine di recuperare risorse utili per fare investimenti sulle scuole, sulle strade e per la difesa del territorio, ad esempio per risolvere problemi di dissesto idrogeologico". Insomma, per questioni prioritarie.

Il valore della struttura è consistente, "diversi milioni di euro", e al momento "nessuno si è fatto avanti concretamente". O meglio "ci sono solo valutazioni informali in atto", conclude Manghi. Niente di scritto o deciso nero su bianco, in sostanza. Che qualcuno si sia fatto avanti con l'idea di recupero lanciata dal patron della Pallacanestro Reggiana Stefano Landi per il nuovo palasport? Non ci resta che stare a vedere. Al momento, su questo, bocche cucite.

Dal piano di fattibilità fatto con la Sovrintendenza, però sono più altre le ipotesi. Come evidenzia l'architetto Fiorenzo Basenghi responsabile dell'Unità operativa del Patrimonio Storico della Provincia: "Per l'ex Opg va rispettato il vincolo storico-architettonico cui è sottoposto, ovvero non può essere abbattuto ma restaurato e ristrutturato". Quindi cosa potrebbero sorgervi? "Ad esempio delle residenze, potrebbe diventare un centro sanitario, potrebbe essere usato per degli uffici o diventare un museo".

L'Ospedale Psichiatrico Giudiziario reggiano venne aperto nel 1896 per sottrarre al carcere chi aveva commesso reati ed era riconosciuto come folle. La legge del 1904 diede poi ai manicomi la responsabilità della cura di buona parte di quei pazienti, ricoverati in appositi reparti: è il caso del padiglione Lombroso al San Lazzaro. Le cose cambiarono col Codice Rocco (1930): tutte le persone prosciolte, impazzite in carcere, seminferme o in attesa di giudizio vennero ricoverate negli Opg. Al tempo del nazifascismo nel Carcere Dei Servi vennero imprigionati e torturati oltre 500 prigionieri . Da qui passarono anche i fratelli Cervi prima della loro morte. Si ricorda che Casa Cervi venne messa a ferro e fuoco dai fascisti la notte fra il 24 e il 25 novembre 1943.

I sette fratelli, il padre, Quarto Camurri, catturati, verranno portati al carcere dei Servi. Tutti gli stranieri, che in quella notte ospitavano in casa, verranno invece trasferiti alle carceri di Parma. I sette fratelli Cervi verranno poi fucilati senza processo all'alba del 28 dicembre 1943, al Poligono di tiro di Reggio, insieme a Quarto Camurri. La storia dei fratelli Cervi e quella di Quarto Camurri sono solo due esempi di quanto avvenne tra queste mura. Mura piene di storie che hanno segnato la storia della nostra città.

Quando il vecchio Ospedale Psichiatrico Giudiziario di vicolo dei Servi venne chiuso, nel 1991 i pazienti vennero trasferiti in via Settembrini. Ad oggi quello di Reggio è uno dei sei attivi in Italia. Ma nel 2010 una commissione del Senato, dopo una visita ai sei Opg, ne denunciò le condizioni inaccettabili. Ciò favorì la promulgazione nel 2012 di una legge che prevede il superamento degli Opg entro il 31 marzo 2013 e che ogni Regione provveda all'uso di Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems). Il termine per il superamento degli Opg è stato fissato, dopo una promulgazione, al 31 marzo 2015. Reggio si sta attrezzando in merito.

Alcuni riferimenti si hanno verso la metà del Settecento quando nel 1751 l'architetto Giambattista Cattani detto Cavallari ricostruisce il complesso conventuale e i padri chiudono a proprio vantaggio la parte terminale di via Franchi ove si apre anche l'odierno accesso. L'impianto assume una caratteristica forma ad "U" aperta verso sud e via del Portone. Una cortina edilizia costituita da fabbricati privati fronteggia il complesso in prospetto di via Chierici - ad est - che unisce appunto via dei Servi a via del Portone. Ancora nel 1760 si chiede licenza di costruire un atrio d'ingresso alla loro casa occupando altre dieci braccia circa di strada.

Nel 1796 il convento è incamerato dal Demanio convertito dapprima in carcere Correzionale ed in seguito adibito ad Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Alcune planimetrie redatte dall'Ing. Pietro Marchelli nel 1852 ci documentano lo stato dei luoghi al tempo e un progetto di riduzione di parte dello stesso. Il catasto unitario di primo impianto del 1880 certifica l'area limitata verso ponente dalle vecchie mura urbane. L'espansione con i quattro corpi di fabbrica quadrangolari avviene nei primi decenni del Novecento.

I quattro padiglioni più recenti, organizzati in un piano rialzato, interrato e sottotetto, risultano definiti da murature perimetrali in elementi laterizi pieni e malta di calce, con strutture interne costituite da pilastri laterizi e sovrastanti volte con archi di rinforzo nell'interrato, setti laterizi con distribuzione scatolare con volte a botte centrale ed a crociera ribassata laterali al piano rialzato e da setti trasversali e pilastri nel sottotetto, con copertura ad orditure lignee con falde con distribuzione a padiglione. È da rilevare che le murature di fondazione risultano eseguite con ottima tecnica costruttiva, tendente a conservare integralmente le caratteristiche meccaniche originarie.

La palazzina residenziale denominata "ex alloggio del direttore" posta in fregio al complesso di antico impianto è caratterizzata da uno sviluppo planimetrico ad "L" tozza, con i lati principali rispettivamente pari a 17.50 e 12.10 metri ca.. In elevazione presenta un piano terra, due orizzontamenti praticabili, un terzo orizzontamento di sottotetto e l'impalcato di copertura, a due falde; risulta presente anche un livello interrato, che si sviluppa per solo una quota parte della pianta.

 
Lamezia (Cz): il Sindaco scrive al ministro Orlando "trovare una soluzione per il carcere" PDF Stampa
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Ansa, 14 febbraio 2015

 

Il sindaco di Lamezia Terme, Gianni Speranza, "dopo essersi rivolto nei giorni scorsi - è detto in un comunicato - al Capo Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, e al Direttore generale del Dipartimento, Luigi Pagano, lamentando la mancanza di dialogo tra l'Amministrazione penitenziaria e la Città di Lamezia e la situazione veramente kafkiana verificatasi in cui il carcere non funziona dal 28 marzo dell'anno scorso allorquando i detenuti sono stati trasferiti altrove, ha scritto nuovamente al Ministro della Giustizia ed a tutti i parlamentari calabresi per sollecitare una soluzione positiva per la casa circondariale di Lamezia Terme".

"Le segnalo nuovamente - scrive Speranza al ministro Orlando - la situazione della casa circondariale della mia città. Da quando sono stati trasferiti tutti i detenuti presenti nella struttura, senza nessun intesa con le istituzioni locali e senza nessun preavviso, è quasi passato un anno e dopo le prime rassicurazioni nulla si è risolto: non è stato trasferito il Provveditorato regionale nei locali di proprietà dell'Amministrazione penitenziaria e, tra l'altro, da poco oggetto di significativi lavori di restauro, non è stata riavviata l'attività della casa circondariale, né si è provveduto a farne sede logistica della polizia penitenziaria".

"Già nella mia prima lettera - afferma ancora il sindaco di Lamezia - le chiedevo un intervento, cosa sollecitata anche nell'incontro avuto con il Sottosegretario Cosimo Maria Ferri e con il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria, Salvatore Acerra, e addirittura ancora prima segnalata all'allora Capo Dipartimento, Giovanni Tamburino.

La nostra città, che è sede di Procura e Tribunale, e nel quale sono in corso processi rilevanti anche di criminalità organizzata, non ha quindi più né la sua casa circondariale, né un presidio adeguato dell'Amministrazione penitenziaria. I disagi per gli operatori e per i familiari dei detenuti sono evidenti e le ripercussioni negative sulla città altrettanto. So bene che soprattutto negli ultimi mesi le vicende politiche e istituzionali hanno conosciuto ben altre priorità. Ritengo però sia ormai arrivato il momento di prendere una decisione positiva rispetto ad una situazione che si trascina da troppo tempo". Ai parlamentari calabresi il Sindaco di Lamezia chiede "di sostenere le richieste dell'Amministrazione comunale e quelle dei sindacati affinché la città non perda un importante ed indispensabile presidio di sicurezza in un territorio così difficile".

 
Avellino: Uil-Pa; bombolette di gas esplodono in una cella, forse per tentativo di evasione PDF Stampa
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www.irpinianews.it, 14 febbraio 2015

 

Undici bombolette di gas del tipo usato per i fornellini da campeggio sono esplose questa mattina intorno alla 5.00 nella cella n. 8 del Piano Terra destro della Casa Circondariale di Avellino. Nella cella erano ubicati due detenuti e nelle operazioni di soccorso è rimasto lievemente ferito un agente penitenziario che espletava il turno notturno. Sul posto si è recato il Direttore del carcere, Paolo Pastena, ed è intervenuta anche una squadra dei Vigili del Fuoco.

Eugenio Sarno, Segretario Generale della Uil-Pa Penitenziari aggiunge: "Le cause dell'esplosione sono ancora tutte da accertare anche se pare farsi strada una pista dolosa, appalesata anche dai Vigili del Fuoco. Le bombolette, infatti, erano state accatastate in un luogo prospicente del muro della cella. Questo, ma è ancora tutto da verificare, potrebbe dar corpo anche all'ipotesi di un clamoroso tentativo di evasione.

Attendiamo gli esiti delle indagini per comprendere l'esatta dinamica dei fatti In ogni caso il personale in servizio è prontamente intervenuto per portare in salvo i detenuti e spegnere il principio di incendio. Proprio in questa fase - spiega Sarno - una bomboletta è esplosa procurando lievi ustioni e ferite ad un agente penitenziari che, dopo le prima cure presso l'infermeria del carcere, è stato trasportato in ospedale per ulteriori accertamenti. A lui vanno i nostri sentimenti di vicinanza e gli auguri di immediata guarigione".

"L'uso delle bombolette di gas è ordinario nelle strutture penitenziarie italiane. Esse sono in dotazione ai detenuti per consentire loro la preparazione dei pasti. Spero che questo episodio non dia la stura a strumentalizzazioni di sorta, come spesso è accaduto quando le bombolette sono state usate per compiere suicidi in cella o usate per inalare gas.

Piuttosto occorre chiedersi se non sia il caso di impedire un eccessivo accumulo in cella, ancor più in considerazione che ad Avellino i locali destinati alla preparazione dei pasti sono angusti e ricavati nei locali dei bagni. Purtroppo in quasi la totalità delle strutture penitenziarie italiane - sottolinea amaramente il Segretario Generale della Uil-Pa Penitenziari - i detenuti sono costretti a cucinare laddove vanno ad urinare o defecare. Questo per dire quanto in Italia siamo ancora lontani dal risolvere, in tema di dignità della detenzione, la grave questione penitenziaria".

 
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