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Giustizia: Migliucci (Ucpi); giusto che principio responsabilità valga anche per magistrati PDF Stampa
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di Chiara Rizzo

 

Tempi, 1 marzo 2015

 

Intervista a Beniamino Migliucci, il presidente dei penalisti italiani: "Finalmente il giudice pagherà se non valuterà i fatti o le prove in un processo". "Una legge equilibrata e molto attesa": la nuova norma sulla responsabilità civile dei magistrati supera l'esame dei penalisti italiani, come racconta a tempi.it il presidente dell'Unione camere penali italiane, Beniamino Migliucci.

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Giustizia: urge la chiusura immediata per l'osceno supermercato delle correnti togate PDF Stampa
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di Maurizio Tortorella

 

Tempi, 1 marzo 2015

 

I "partiti" delle toghe sono centrali nel disastro della giustizia. Anche perché governano il Csm, a cui spetta il compito di amministrare le carriere dei circa 9 mila magistrati. Il ministro della Giustizia si chiama Andrea Orlando, ma purtroppo non ha il crisma del paladino. Sulle correnti giudiziarie, per esempio, nel suo primo anno da guardasigilli si è lasciato scappare appena poche parole. Mesi fa lo si è sentito ventilare "una riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura che diluisca il peso delle correnti". Poi, di recente, ha cambiato idea: "Eliminare le correnti è un errore".

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Giustizia: Commissione Carcere Camera penale Roma "la voce di chi non ha più libertà" PDF Stampa
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di Maria Brucale

 

Il Garantista, 1 marzo 2015

 

Nasce la Commissione Carcere della Camera penale di Roma. Un gruppo di avvocati che si oppone alla tortura e che chiede il rispetto dei diritti dei detenuti, tra le iniziative le visite negli Istituti di pena e nei Cie.

Il mondo del carcere sta aprendo le sue porte. Il muro ideale che lo ha sempre separato dall'esterno sta cadendo. Forse è questa una visione ottimistica, forse un anelito fiducioso. Però di carcere finalmente si parla. Le sferzate punitive inferte o promesse dalla Corte Europea allo Stato italiano una volta constatata una qualità del vivere in prigione assai prossima alla tortura, hanno riacceso i riflettori su un pianeta troppo spesso dimenticato, volutamente accantonato, colpevolmente ignorato. L'attenzione non deve, però, smorzarsi.

Il decreto Renzi - inopinatamente denominato, assieme a quello che lo aveva preceduto, "svuota carceri" - finalizzato a risarcire con urgenza i detenuti delle sofferenze patite per una carcerazione inumana e degradante - ha rappresentato uno strumento normativo ambiguo, che nessuna chiarezza offriva su tempi e modalità applicative.

Il risultato è stata la paralisi dei Tribunali di Sorveglianza di tutta Italia - già afflitti da una mole di lavoro abnorme -e il prolungarsi all'infinito delle attese dei detenuti che formulavano speranzose istanze per un permesso premio, la riduzione della pena per buona condotta, l'accesso alle misure alternative al carcere, la restituzione alla vita. Il carcere merita la nostra attenzione, l'attenzione di tutti. È un luogo che ci appartiene e ci rappresenta, tutti.

Proprio in un'ottica di interesse ed attenzione crescenti si inserisce il nostro progetto. L'essenza statutaria delle Camere Penali è la promozione della conoscenza, della diffusione, e della tutela dei valori fondamentali del diritto penale e dell'equo processo penale in una società democratica.

Ormai da anni, anche attraverso il prezioso lavoro dell'Osservatorio Carcere, l'Unione delle Camere Penali si è mossa nella direzione della tutela dei diritti fondamentali. Le battaglie per il giusto processo e per la riforma dell'art. 111 della Costituzione hanno rappresentato un momento formativo importante ed hanno espresso con forza il ruolo dell'avvocato penalista nella società, una funzione di tutore del Diritto nella sua forma più alta, la garanzia dei diritti individuali, la restituzione all'uomo - con le sue legittime pretese di giustizia - della centralità nell'ambito dell'ordinamento.

Il progetto della Commissione Carcere si inalvea in un cammino già intrapreso, un cammino incessante e dinamico calato nella realtà sociale della quale il mondo delle persone detenute costituisce un segmento fondamentale. Attraverso la conoscenza di esso, l'avvocato penalista si propone come sentinella del Diritto, come creatore di spazi giurisdizionali nuovi, come portavoce autorevole di istanze troppo a lungo rimaste mute.

La commissione è composta da avvocati, iscritti alla Camera Penale di Roma, da sempre particolarmente impegnati nello studio della realtà carceraria e dei diritti delle persone detenute. Vogliamo essere una voce ferma e importante, quella delle persone private della libertà e del loro anelito di giustizia. Per questo saremo raggiungibili attraverso il fax: 06.3207040, l'email: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e attraverso la creazione di una pagina Facebook, all'interno della quale fare pervenire segnalazioni e testimonianze.

Nell'ambito della Commissione, saranno oggetto di studio e di approfondimento le tematiche inerenti al Tribunale di Sorveglianza; ai diritti umani delle persone private della libertà; al regime detentivo di rigore del 41 bis, ai reati ostativi - che precludono di fatto ogni accesso alla rieducazione ed alla progressione del reinserimento nel tessuto sociale - al drammatico tema dell'ergastolo ostativo, la pena di morte nascosta, lento, inesorabile stillicidio verso il crepuscolo della vita attraverso la mutilazione del bene supremo, la speranza.

Lavoreremo perché anche nei regimi di massimo rigore, le restrizioni siano autentica espressione di esigenze di prevenzione o di sicurezza e non appaiano sostenute da una bieca logica punitiva o vindice. Spesso, infatti, sfugge ogni correlazione tra esigenze di tutela e restrizioni trattamentali. Quale l'utilità, a fini di prevenzione, del ridimensionare l'aria, il vitto, l'abbigliamento, la possibilità di cucinare, di essere curati, il tempo da trascorrere con i propri congiunti, la possibilità di acquistare libri e riviste, di leggere o di studiare?

Tema di interesse sarà anche la territorialità della pena, la possibilità per il detenuto di patire la carcerazione in luoghi vicini alla famiglia. La reclusione sospende, infatti, la presenza nella società del detenuto. Diviene perno e direzione della vita non solo del ristretto ma anche della sua famiglia e suddivide i giorni in pacchi di vestiario e di alimenti, viaggi per destinazioni lontane dalla propria casa, visite di colloquio, vaglia postali, ricezione di telefonate, spese legali. Una condizione che è in sé mutilazione di vita, frattura di rapporti, interruzione di ogni attività lavorativa, esclusione.

Saranno programmate visite nelle carceri e nei Cie cui seguiranno documenti di relazione di quanto verificato e di denuncia delle criticità emerse.

Il nostro obiettivo è quello di conoscere ed approfondire la vita del carcere e le implicazioni di essa nelle sue molteplici sfaccettature. Le segnalazioni, che speriamo pervengano numerose, relative al diritto alla salute (valutazioni di incompatibilità con il carcere; effettività dell'accesso alla cura e alle visite specialistiche), all'accesso alle opportunità ri educative (rapporto con il personale deputato alle verifiche semestrali del trattamento intra murario), alla fruizione di misure alternative, al sovraffollamento carcerario ed alla conformità delle strutture penitenziarie ai parametri europei e ad ogni ulteriore aspirazione o rivendicazione di diritto, verranno tradotte in documenti di denuncia delle situazioni patologiche verificate.

Vogliamo conoscere capillarmente le pieghe dolorose della detenzione, farne oggetto di riflessione e di studio, raccogliere e catalogare dati statistici dai quali muovere, in modo costruttivo, per un'interlocuzione consapevole e concreta con la magistratura e, in generale, con gli organi politici nella direzione fattiva della salvaguardia dei diritti fondamentali dell'uomo e dei canoni del giusto processo.

Bisogna far comprendere all'esterno, che la privazione del bene supremo della libertà è, in sé, una violenta, assoluta afflizione che non può, non deve essere aggravata da una condizione del vivere inumana e degradante, che non consente di impiegare il tempo in modo costruttivo, che non offre spazi di crescita e di formazione alla mente ed al corpo, che ripiega le giornate in un vortice ciclico che si ripete all'infinito e abbrutisce, annichilisce. Il carcere è oggi afflizione, mortificazione quotidiana, negazione dei più elementari diritti, frustrazione costante della personalità, menomazione della sfera affettiva, annichilimento della natura stessa di uomini. Il carcere piega, umilia, spoglia della volontà costringendo ad accantonarla, aliena, annienta gli istinti forzando il recluso a domarli, reprimerli, sconfessarli, trasformarli, custodirli, schiacciarli.

Vogliamo che il carcere non sia un "non luogo" che confonde volti, anime e storie e, privandoli di una individualità, li mescola, informi, in un calderone di sofferenza che resta avulso dal mondo esterno. Vogliamo che volti, anime e storie appartengano a uomini che hanno forse incontrato l'errore e lo caduta ma che possono, devono, tornare alla loro vita; restituire il carcere alla sua funzione costituzionale di "rieducazione", reinserimento nella società.

Garantire che sia offerta la possibilità ad ogni persona detenuta -qualunque pena stia espiando, qualunque reato abbia commesso - di aspirare alla libertà e ad un percorso - patita la carcerazione -scevro dal pregiudizio, ad una emenda socialmente riconosciuta dal proprio errore. Leviamo i nostri scudi contro ogni regime di tortura e di vessazione, contro ogni compressione della dignità umana, padroni del nostro ruolo di difensori e garanti, dentro al processo e fuori.

 

Commissione Carcere - Camera Penale di Roma

 
Giustizia: quando le tasse oltrepassano le sbarre della galera PDF Stampa
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di Tano Gullo

 

La Repubblica, 1 marzo 2015

 

Non si può proprio dire che l'imprenditore fosse contento di stare in galera - e chi potrebbe mai esserlo - ma almeno in un aspetto ne aveva apprezzato l'utilità. La sua è stata però solo un'illusione, perché poi le cose non sono andate come sperava. Anzi. Andiamo al fatto, l'uomo si è convinto che nella sua condizione di detenuto non era tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi e quindi avrebbe potuto farla franca per tutti gli anni in gattabuia, presenti e futuri. D'altra parte non lo dice la stesa legge che "per cause di forza maggiore", si può sorvolare sugli obblighi tributari. Seppure in gabbia, forte di questa convinzione, si sente libero come un fringuello, al riparo dalle grinfie rapaci dell'erario.

Quando ormai il furbo "evasore per necessità", pensa di poter dormire sonni tranquilli, almeno per quanto riguarda il dare e l'avere economico della sua vita, gli arriva la mazzata. Il fisco non ha pietà e non perdona, così gli vengono recapitate in cella le cartelle tributarie con tanto di aggravio per la mancata presentazione della dichiarazione di Irpef, di Iva, dei registri e dei documenti previsti dalle norme fiscali. E per sovraccarico viene sanzionata anche la comunicazione tardiva di cessazione delle attività ai fini del saldo dell'Iva.

Lui si era illuso di eludere quei rituali tormentosi e astrusi a mai finire, che scandiscono, ahimè, ogni anno che cade sulla terra, ma deve arrendersi alla famelicità di uno Stato capace di tassare, come è accaduto in Sardegna in questi giorni, perfino l'ombra che "cade" sul marciapiede per occupazione di suolo pubblico; mentre in Emilia c'è chi paga un balzello per l'esposizione di merce in vetrina. Viene in mente la tassa su finestre e balconi ai tempi del duce.

L'imprenditore, residente nel nisseno, prima si stupisce, poi chiede consiglio, si documenta e parte all'attacco, con il ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Caltanissetta. Crede di trovare la sua salvezza nell'articolo 6, comma 5, del Decreto legislativo 472/1997. Una sequela di numeri che sanciscono la non punibilità quando un "reato" viene commesso per cause di forza maggiore. Si sente in una botte di ferro e aspetta fiducioso l'esito della sua istanza. Tanto tempo ne ha.

La risposta che arriva, però, trafigge ancora le sue speranze: senza giri di parole nella lettera c'è scritto che l'istanza è stata respinta. Punto e basta. Per i giudici tributari, infatti, si può parlare di forza maggiore, e della conseguente impunibilità, "solamente in presenza di un evento causato dalla natura o dall'uomo, evento che non può essere impedito, anche se fosse possibile prevederlo". Lo stato di detenzione, infatti, impedisce di esercitare l'attività imprenditoriale ma non di adempiere agli obblighi fiscali. Altrimenti chissà quanti si presenterebbero alla soglia dei vari "Ucciardoni" per chiedere asilo momentaneo, giusto il tempo di irridere all'erario. Fine della storia, l'uomo deve rassegnarsi a pagare oppure a prolungare la sua condizione di ospite a spese dello Stato. Morale: non c'è speranza, il fisco ci scova ovunque per presentarci imperturbabile i suoi esosi conti. Nessun posto è sicuro, nemmeno dietro quelle sbarre che tagliano a fette il cielo. E d'ora in poi, attenti all'ombra.

 
Giustizia: omicidi e silenzi, pentimento e bugie... la morte (in cella) del boia delle carceri PDF Stampa
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di Andrea Galli

 

Corriere della Sera, 1 marzo 2015

 

Pasquale Barra, da braccio destro di Cutolo all'assassinio di Turatello. Fino alle accuse a Tortora. Il "boia delle carceri" (uno dei suoi tre soprannomi) è morto in prigione e altrimenti non poteva essere. Non soltanto perché il camorrista Pasquale Barra da Ottaviano, 25 mila abitanti in provincia di Napoli, nella cintura vesuviana, era un ergastolano per gli omicidi, così numerosi che nemmeno esiste un numero preciso: tra i 65 e i 70. Barra, in galera, si è affiliato, ha scalato le gerarchie criminali, ha ammazzato e "cantato".

Ha collaborato con la giustizia e raccontato anche verità che tali non erano, basti pensare alle accuse contro il giornalista Enzo Tortora. E allora, magari, le immagini dal penitenziario di Ferrara dove venerdì, a 72 anni, Barra si è spento per un malore (le immagini d'un affezionato lettore del quotidiano cattolico "Avvenire", potrebbero essere state una recita. L'ultima. Nella vana speranza di raccomandarsi l'anima nera.

Un vecchio ispettore della Squadra mobile di Napoli dice che non lo piangeranno. Lontani i familiari, scomparsi i soci di malavita. In carcere non andava a trovarlo nessuno. In cella, se gli facevano il caffè, non era certo per deferenza nei confronti d'un boss quanto per pietà verso un signore malandato, inseguito dai problemi cardiaci.

Eppure al Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, un ufficiale che ha lavorato in Campania ricorda che "'o animale" (il suo secondo soprannome) è stato insieme un sicario infallibile e un uomo di "spessore" criminale. Dopodiché, non si sa se più usato oppure poco abile nei propri calcoli, il "boia delle carceri" rimarrà un killer. Un killer famoso, protagonista di agguati "unici" che hanno richiamato sia scrittori che registi; un killer che sconfinava oltre la bestialità di un omicidio per calarsi nella dimensione del cannibalismo.

Ad esempio con Francis Turatello, "re" della malavita milanese, contrapposto a Renato Vallanzasca, ucciso - eccoci di nuovo - in un carcere, quello sardo di Badu e Carros. Il 1980, il cortile del penitenziario e Pasquale Barra che trucidò Turatello con una quarantina di coltellate prima di sventrarlo. La storia scivolosa e traditrice dei collaboratori di giustizia, che spesso parlano per un salvacondotto e raramente per reale pentimento, non ha "ufficializzato" la totale responsabilità dell'"animale".

Secondo altri che in seguito hanno dialogato con la giustizia, potrebbe non esser stato Barra, o almeno potrebbe non aver avuto un ruolo decisivo, o ancora potrebbe non esser stato aiutato "solo" da Vincenzo Andraous, un assassino che oggi fa il poeta e gira per Comunità. Il penitenziario di Ferrara è piccolo, ha una capienza di 300 detenuti. Scarsa la presenza di figure note: scomparso Barra, non resta che una delle "bestie di Satana". Nel carcere ci sono attività sportive (calcio, pallavolo, corsa) e creative (scrittura, teatro).

"L'animale" non partecipava a niente. Se ne stava fermo in branda. Alternava la televisione allo sfoglio di "Avvenire". Non dava noie, non inoltrava richieste, non litigava, non aizzava gli altri detenuti. Se lo lasciavano in pace, era meglio; se lo importunavano, taceva. Alto, negli ultimi tempi per colpa della scarsa mobilità aveva messo su pancia. In precedenti circostanze avrebbe fatto di tutto per dimagrire.

La cosa ormai non gli dava pensiero: lo affaticavano i quattro passi dentro la cella. Barra aveva cominciato come tanti. Rapine, aggressioni. E come tanti l'avevano catturato e spedito nel carcere di Poggioreale. Lì si era inchinato alla Nco, la nuova camorra organizzata, struttura fondata da Raffaele Cutolo per "ristabilire" in Campania il dominio campano contro la mafia siciliana e i clan dei "marsigliesi". Non ha avuto una lunga vita, la Nco. Un contributo fondamentale l'ha dato Barra, che con le dichiarazioni ha mandato in galera quasi novecento persone. Pensare che di Cutolo, "l'animale" diventò braccio destro e braccio armato, punto di riferimento, interlocutore privilegiato.

E pensare che, laddove Barra raccontò che fu proprio Cutolo a ordinargli di eliminare Turatello, il fondatore della Nuova camorra organizzata negò ogni responsabilità. Naturalmente scaricando Barra. E anzi progettando di disfarsene. Turatello nacque in Veneto da padre ignoto che secondo fonti era Franck Coppola, mafioso, trafficante di droga, figura ingombrante per gli intensi rapporti con le alte sfere istituzionali e politiche.

La morte di Turatello fu un "errore strategico". Cutolo provò a giocarsi la carta del colpo di testa di un incontrollabile, impazzito Pasquale Barra in cerca di chissà quali vendette personali. Fu l'inizio della fine. Il "boia delle carceri" riuscì sì a evitare la vendetta votandosi alla collaborazione, ma nella discesa si tirò dietro chiunque. Fu in prossimità del ventesimo interrogatorio che Barra fece improvvisamente il nome di Tortora, "reo" di appartenere alla Nco e di muovere quantità di stupefacenti. Non passò molto che Barra ritrattò la versione, con quell'italiano che intanto migliorava. Entrato in galera analfabeta, "'o animale", il "boia delle carceri", aveva faticosamente iniziato a leggere. E si era guadagnato il terzo soprannome: lo "studente".

 
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