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Toscana: carceri... a volte funzionano, il report delle visite effettuate dal Garante dei detenuti PDF Stampa
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www.nove.firenze.it, 2 marzo 2015

 

Il Garante regionale dei diritti in visita al penitenziario di Massa. Corleone: "192 detenuti dei quali 110 impegnati in attività lavorative". Frescobaldi impianta a Gorgona il secondo ettaro di vigne. Empoli, Gazzarri (Il popolo toscano): "Una piccola struttura di eccellenza nella nostra regione, che deve essere ulteriormente valorizzata. Importante ripensare ad un polo carcerario unico per le detenute"

"Punti di forza di questo istituto - ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo nei giorni scorsi al carcere di Massa - sono il percorso trattamentale, il regime penitenziario interno 'apertò e la presenza di lavorazioni penitenziarie di tessitoria, di sartoria e di falegnameria". Il percorso trattamentale avviene anche attraverso lo strumento risocializzante del lavoro, il regime aperto dell'istituto "rispetta - ha detto il garante regionale - tutte le condizioni normative e le migliora con celle aperte oltre le 8 ore e l'attività lavorativa fa sì che vengano prodotti lenzuola, asciugamani e coperte a tutti gli altri istituti penitenziari"

La Casa di reclusione di Massa, risale al 1930 e ospita 192 detenuti definitivi condannati a pene medio lunghe dei quali 66 in cella per reati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Si tratta di un corpo unico, suddiviso in padiglioni, in spazi comuni e aperti e con la presenza di impianti sportivi. "Tra i detenuti - ha precisato Corleone, ribadendo la positività di questo dato - 110 lavorano e di questi 15 svolgono attività di pubblica utilità in città". Corleone ha parlato, inoltre, con soddisfazione di un esperimento innovativo portato avanti dalla Asl di Massa Carrara: "I detenuti di questo carcere - ha detto - possono essere seguiti dal loro medico di base. Un modello che dovrebbe essere introdotto anche negli altri istituti penitenziari perché garantisce continuità terapeutica e assicura un rapporto di fiducia tra il medico e il paziente".

"La direttrice del carcere Maria Martone - ha affermato Corleone - è molto attenta all'innovazione e dà impulso alle attività. Nei mesi scorsi c'è stata una programmazione di cineforum. Inoltre, la biblioteca interna è collegata a a quella comunale e i detenuti scrivono un giornalino". "Peccato - ha aggiunto il garante regionale - che queste positività siano turbate dalla mancata apertura di un padiglione nuovo che dovrebbe ospitare 80 detenuti. La struttura è quasi pronta ma necessita del completamento degli ultimi lavori di ristrutturazione, al momento ancora bloccati". Tra le lacune del carcere Corleone ha parlato del "mancato finanziamento di due sezioni del refettorio necessarie per permettere ai detenuti di mangiare insieme e di una serra per consentire attività esterne. Credo - ha concluso Corleone - che ci siano tutte le condizioni per far sì che questa casa di reclusione diventi un'eccellenza, accogliere queste richieste garantirebbe alla struttura di rappresentare un modello di vivibilità".

"Il carcere circondariale femminile di Empoli è una piccola struttura di eccellenza in Toscana: ha buoni progetti di reinserimento, poiché si prevedono lavori all'esterno per le ospiti del carcere, ed un'ottima interazione con la comunità circostante. Un'esperienza sicuramente da prendere ad esempio e riproporla in altre carceri toscane". È quanto ha dichiarato stamani Marta Gazzarri, capogruppo de "il Popolo toscano", al termine della visita al carcere femminile di Empoli. La struttura, in grado di ospitare un massimo di 35 detenute, ne ospita attualmente 15, che stanno scontando gli ultimi cinque anni di pena; all'interno vi lavorano un totale 32 agenti di polizia penitenziaria, più altri operatori, per un totale di 38 persone. "È molto basso il numero di detenute che usufruiscono di questa struttura, che ha, tra l'altro anche costi alti di gestione, seppur presentando progetti di grande qualità - ha commentato la consigliera Gazzarri; quindi, proprio per questo, sarebbe opportuno pensare ad ospitare un numero maggiore di detenute, modificando magari il metodo di valutazione per entrare nel carcere stesso".

"Non solo, dati alla mano: le donne in Toscana non arrivano a 150, su un totale di 3.000 detenuti. A questo proposito - sottolinea Gazzarri - sarebbe auspicabile creare proprio nella nostra regione una struttura unica, in grado di ospitare tutte le detenute, considerando ormai che la vicinanza territoriale, così come è prevista dalla legge, è oggi meno problematica, in un mondo sempre più globalizzato". "Ripensare ad un polo carcerario unico per le donne in Toscana - ha concluso la consigliera regionale - tenendo conto delle rispettive problematiche ed esigenze, senza perdere di vista i progetti di inserimento nella comunità, magari proprio sulla falsariga del carcere empolese, che si è rivelato, ad oggi, un ottimo esempio di qualità".

Frescobaldi raddoppia. Sono state impiantate ieri da alcuni detenuti dell'isola carcere di Gorgona insieme al Marchese Lamberto Frescobaldi, all'enologo Federico Falossi e al suo staff le barbatelle di Vermentino per portare a due ettari il piccolo vigneto sull'ultima isola carcere esistente in Italia, adottato dai Frescobaldi nell'agosto del 2012, che ad oggi ha regalato tre vendemmie. Questo secondo ettaro permetterà ad un numero sempre maggiore di detenuti di lavorare sul progetto Frescobaldi per Gorgona. Ad oggi sono circa 20 i ragazzi che si sono dedicati alla vigna, a rotazione, dei 70 che vivono sull'isola e al momento sono 5 quelli assunti e stipendiati dai Frescobaldi.

I lavori termineranno nel giro di un paio di giorni poi bisognerà avere pazienza. Almeno sei anni per poter assaggiare quello che andrà a produrre questa vite. "Allevare una vigna è una cosa bellissima, ha un che di sacrale perché poi la vigna cresce, ha una storia diversa ogni giorno, è vita e mi auguro che sia vita anche per le persone che lavorano qui, che li faccia appassionare e li coinvolga in questa coltivazione millenaria che ha unito e fatto discutere i popoli ma che oggi ci abbraccia tutti". Un progetto sociale destinato a durare nel tempo, ad oggi i Frescobaldi hanno firmato un contratto di affitto per ben 15 anni con anche l'obiettivo di arrivare dalle 3200 bottiglie della vendemmia 2014, di vino bianco a base di uve Ansonica e Vermentino, alle 6 mila bottiglie nei prossimi anni per raccontare l'unicità del luogo ma anche l'eccellenza italiana. Un progetto nel quale l'azienda crede molto: ad oggi annualmente ha investito 100.000 euro di cui quasi il 50% per la formazione dei detenuti che in un momento di crisi del Paese significa molto. Un bell'esempio di come pubblico e privato possano fare sistema; un modello di carcere positivo tutto italiano che ha fatto il giro del mondo e che si spera venga replicato anche da altre realtà sul territorio.

"Presto sarà attivo il nuovo padiglione di alta sicurezza; manca solo il collaudo della cucina, ma per rendere le condizioni del carcere di Livorno accettabili c'è ancora molto da lavorare" ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo a Livorno "Sono preoccupato - ha aggiunto Corleone - per la disparità di ambienti, per la differenza abissale che c'è tra il padiglione di alta sicurezza e le altre strutture. I 97 detenuti che andranno nel nuovo padiglione avranno celle doppie con servizi, una sala colloqui ampia e luminosa, mentre i 117 "poveretti" che sono nei locali di media sicurezza, per reati minori, si trovano in tre per cella, in locali piccoli con docce e servivi igienici inadeguati". "Un conto è se tutti stanno male - ha commentato Corleone - ma le scale sociali in carcere possono rappresentare un problema".

La visita al penitenziario Le Sughere rientra nel percorso che il garante sta portando avanti attraverso gli istituti penitenziari della Toscana con l'obbiettivo di verificare sul campo se la diminuzione delle presenze di detenuti rispecchi anche il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Corleone ha parlato della mancanza della sezione femminile che "in Toscana è presente solo a Pisa, Empoli e Sollicciano", "il penitenziario di Livorno avrebbe lo spazio per riattivare il reparto donne". "Dei 117 detenuti presenti - ha aggiunto il garante - ben il 50 sono per detenzione a fine di spaccio e oltre la metà sono stranieri". Tra le criticità evidenziate da Corleone ci sono le condizioni deplorevoli in cui si trovano la vecchia cucina, l'infermeria e la biblioteca, quest'ultima "ospita 4 mila volumi, adesso inaccessibili per l'inagibilità dei locali".

 
Piemonte: Protocollo sulle carceri, è l'undicesima Intesa promossa dal Ministero della Giustizia PDF Stampa
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di Marzia Paolucci

 

Italia Oggi, 2 marzo 2015

 

Ancora un protocollo di intesa sulle carceri siglato questa volta dal Ministero della giustizia con la Regione Piemonte, l'Anci regionale, il Tribunale di sorveglianza di Torino e il Garante regionale dei detenuti in tema di reinserimento delle persone in esecuzione penale. Si tratta dell'undicesimo protocollo di tale tipo sottoscritto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha già firmato intese con le regioni Campania, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Umbria, Puglia, Sicilia, Lombardia, Abruzzo e Molise. In precedenza, erano stati firmati analoghi protocolli con Emilia-Romagna e Toscana.

L'obiettivo è quello di garantire, attraverso la collaborazione con il territorio, l'inserimento lavorativo dei detenuti e il trattamento di quelli tossicodipendenti. "L'intesa ha un valore politico particolarmente rilevante perché a firmarla è il presidente della Conferenza delle regioni", ha sottolineato Orlando in riferimento all'ulteriore ruolo del Governatore della regione Piemonte, Sergio Chiamparino, ricordando che "la strada è quella dell'esecuzione della pena che non ruoti solo intorno al carcere, dove si sviluppa un sistema di pene alternative diminuisce la recidiva".

Un tema che merita attenzione visto che l'Italia spende 3 miliardi di euro all'anno per l'esecuzione penale, con tassi di recidiva tra i più alti d'Europa. D'accordo sull'importanza delle pene alternative e dell'inserimento lavorativo dei detenuti anche lo stesso presidente della regione Piemonte che di rimando ha assunto "l'impegno a lavorare con la rete degli enti locali per trovare soluzione al problema dei detenuti tossicodipendenti, la cui condizione spesso peggiora con la permanenza in carcere, che non aiuta percorsi di risocializzazione". L'obiettivo dell'accordo, com'è scritto nel protocollo di intesa, è quello di "sostenere l'incremento dei percorsi di inclusione sociale a favore dei soggetti sottoposti a privazione o limitazione della libertà e dei progetti di pubblica utilità".

Per i detenuti con problemi di tossicodipendenza ci si concentra sulla necessità di fare rete tra servizi Asl, ospedali, carceri e uffici di esecuzione penale esterna e servizi già presenti sul territorio per disegnare "percorsi finalizzati al reinserimento sociale". L'impegno tra le parti sarà quello di "individuare insieme i soggetti tossicodipendenti potenzialmente idonei all'inserimento in un percorso terapeutico e considerare come presi in carico i soggetti attualmente presenti sul territorio regionale, anche se con residenzialità diversa, contenendo invece l'ingresso di altri detenuti da fuori regione per arginare il sovraffollamento carcerario degli istituti piemontesi".

E più in generale, il protocollo spiega come "l'applicazione delle misure alternative speciali sarà favorita da un piano di azione regionale per definire modalità e prassi operative per consentire l'attivazione di percorsi terapeutici rivolti alla popolazione detenuta che presenti problematiche correlate alle dipendenze patologiche". In particolare, poi, la Regione Piemonte rappresentata dal Presidente Chiamparino, il Ministero della Giustizia e il Tribunale di sorveglianza di Torino con il suo presidente Marco Viglino, tutti intervenuti alla firma, si impegnano rispettivamente a individuare comunità residenziali anche a sfondo non terapeutico che possano ospitare i detenuti agli arresti domiciliari o coloro già sottoposti a misure alternative al carcere, a non trasferire, se non eccezionalmente, chi è già stato individuato per l'inserimento in comunità e per la presidenza del Tribunale di sorveglianza torinese, a trattare con priorità e urgenza le istanze di scarcerazione per chi debba entrare in comunità terapeutiche. Il passo successivo sarà quello di costituire un tavolo tecnico tra Regione Piemonte, Provveditorato regionale, Tribunale di sorveglianza e Garante regionale verso "una programmazione comune per realizzare interventi mirati e finalizzati all'umanizzazione della pena, ad aumentare le opportunità di attività nelle strutture, ad implementare l'accesso alle misure alternative, a ridurre il numero dei detenuti e favorire il loro reinserimento sociale".

 
Lamezia Terme: il Consigliere regionale Salerno "opportuno riaprire il carcere della città" PDF Stampa
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www.strettoweb.com, 2 marzo 2015

 

"Di fronte alla grave situazione carceraria italiana e calabrese, ritengo opportuno che il Governo proceda con la riapertura della struttura di Lamezia che consentirebbe di alleggerire le altre carceri calabresi e riparare ad un errore precedentemente compiuto. Nello svolgimento del mandato di assessore regionale alle Politiche sociali ho avuto modo di visitare diverse strutture calabresi notando condizioni non sempre sostenibili dovute proprio al sovraffollamento" afferma in una nota Nazzareno Salerno, consigliere regionale della Calabria.

"La detenzione non costituisce semplicemente una pena da scontare, ma ha una sua funzione educativa che viene esplicata attraverso l'avvio di diverse attività. Vi è dunque l'esigenza - continua - di consentire che le strutture siano effettivamente funzionali e che rispettino i parametri previsti e segnatamente che siano disponibili 3 mq per detenuto. Proprio in quest'ottica, pare ragionevole rivedere la decisione della chiusura adottata in passato e porre in essere quanto necessario per riaprire la Casa circondariale lametina, la quale non solo rispetta i requisiti previsti dalla cosiddetta sentenza Torreggiani, ma, diversamente da altre strutture presenti ed operative sul territorio nazionale, può raggiungere la capienza dei 100 detenuti. Una possibile soluzione potrebbe essere quella di riservare la struttura lametina ad una o più categorie di detenuti anche all'interno di un più generale processo di riorganizzazione delle carceri della nostra regione. È pertanto doveroso - conclude Salerno- promuovere ogni azione utile presso il Governo al fine di facilitare un provvedimento che va nell'interesse dei detenuti, di tutti gli operatori che lavorano nelle carceri e dei cittadini".

 
Firenze: "chiude l'Ospedale psichiatrico giudiziario, noi senza lavoro", protesta infermieri PDF Stampa
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di Ylenia Cecchetti

 

La Nazione, 2 marzo 2015

 

Dubbi, punti interrogativi, preoccupazioni e perplessità. Tra i tanti nodi ancora da sciogliere, la chiusura dell'Opg - ormai vicina, è prevista per il 31 marzo - porta con sé un'unica, grande certezza: la lettera di licenziamento per una decina di infermieri, liberi professionisti e storici operatori sanitari all'interno della struttura montelupina. "Non abbiamo più bisogno di voi, arrivederci".

Questo il contenuto, in sintesi, della lettera raccomandata che a metà gennaio 10 infermieri a partita Iva (di cui 4 non ancora in età pensionabile), si sono visti recapitare. Con grande amarezza. "Dal 31 marzo - si sfoga una delle infermiere mandate a casa dall'Asl 11 - siamo senza lavoro. E questa è l'unica cosa certa in un abisso fatto di proroghe e ritardi".

Non ci sono soltanto gli agenti penitenziari a chiedersi quale sarà il loro futuro dopo il 31 del mese. C'è tutto un indotto, fatto di professionisti che per anni hanno prestato servizio all'interno dell'Opg. E che oggi, proprio come gli internati, aspettano di conoscere il loro destino. Voltare pagina e ricominciare. Sì, ma come? Dove?

"Lavoro all'Opg da 16 anni - racconta l'infermiera che ha deciso di rompere il silenzio anche a nome di altri colleghi e dipendenti della struttura - presto servizio anche alla Casa circondariale di Empoli. Da metà gennaio le cose sono cambiate. Ci siamo visti costretti a dimezzare i turni di servizio; siamo stati avvisati dall'Asl che dal 31 al nostro posto subentrerà una cooperativa. La motivazione? In questo modo sarà migliorata l'assistenza infermieristica. E questo a prescindere dal fatto che ancora non si sa dove finiranno gli internati".

Ignorate, emarginate, umiliate. Si sentono così quelle persone che hanno dedicato una vita al servizio dei pazienti detenuti in viale Umberto I. "Ci siamo rimasti male. Ma siamo sicuri che lasciare tutto in mano ad una nuova cooperativa, di punto in bianco, sia la soluzione giusta? Non possono accusarci di non aver svolto il nostro lavoro al meglio. Per anni abbiamo lavorato a ritmi frenetici: di giorno, di notte, per le feste. Non ci siamo mai tirati indietro: la situazione, anche se migliorata gradualmente negli anni, è restata e resta difficile".

In prima linea c'erano loro, quelli che oggi sono stati esclusi dall'attività lavorativa. "Sì, lo scriva, sul "fronte Opg" c'eravamo noi. Che abbiamo esperienza da vendere. All'interno dell'ospedale abbiamo fatto di tutto, sacrificandoci all'occorrenza: abbiamo pulito i bagni, fatto il bucato per gli internati, li abbiamo assistiti quando gli educatori non c'erano".

Tra meno di un mese a casa senza lavoro. "Diventa problematico cercare un altro impiego per chi come me ha due anni alla pensione. Molti di noi sono padri e madri di famiglia, ora dovremo reinventarci una vita. Come liberi professionisti non abbiano sindacati che ci tutelino, ma vogliamo far sentire la nostra voce e chiedere alle istituzioni di tenere presente la nostra difficile condizione".

 
Alessandria: educatori in carcere... possibile il reinserimento in società dei detenuti? PDF Stampa
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di Marco Madonia

 

www.alessandrianews.it, 2 marzo 2015

 

Prosegue il nostro viaggio all'interno del carcere. Oggi intervistiamo Manuela Allegra, Capo Area Educativa della Casa di reclusione di San Michele, per scoprire tutte le attività che vengono svolte all'interno del carcere, quali sono i percorsi di reinserimento possibili, quali le difficoltà maggiori e le più grandi soddisfazioni.

 

Quante persone compongono l'organico degli educatori a San Michele? Sono sufficienti?

"Per ora siamo 6 persone in tutto, ma da pianta organica dovremmo essere 11. Essere praticamente la metà di quanto sarebbe necessario ovviamente ci dà qualche problema, ma questo per fortuna è un periodo con meno detenuti rispetto al passato e diciamo che riusciamo comunque a gestirci abbastanza bene".

 

Qual è il ruolo dell'educatore all'interno del carcere?

"Quella dell'educatore è una figura istituzionale che ha il compito di svolgere attività di osservazione e trattamento del detenuto. In pratica ciascuno di noi ha certo numero di detenuti in carico, ripartiti in ordine alfabetico. Attualmente sono circa 50 a testa. A San Michele esiste un polo scolastico un polo scolastico interno con un educatore specifico. Io in particolare seguo poi le persone in articolo 21 e i semi liberi, quindi i detenuti che hanno già contatto con l'esterno della struttura".

 

Come funziona la vostra attività di osservazione?

"Dobbiamo cercare di conoscere il più possibile delle persone che abbiamo in carico: ricostruiamo le loro storie di vita, cercando di capire quali possano essere le loro risorse positive da sviluppare e gli aspetti nei quali invece ciascuno è più carente. La legge ci impone 9 mesi di osservazione prima di costruire con loro un vero e proprio percorso, ma è chiaro che non è possibile incasellare rigidamente le persone. Dopo questo periodo viene steso un documento di sintesi che tiene conto delle osservazioni di tutto lo staff che ha a che fare con il detenuto, non solo gli educatori quindi, e si delinea un possibile percorso da seguire, che sia di studio o di lavoro all'interno del carcere, o la concessione dei primi permessi premio o in coinvolgimento in altre attività. Diciamo che ogni percorso è personalizzato".

 

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrate nel vostro lavoro?

"Il nostro compito è anche quello di progettare e organizzare tutte le attività all'interno del carcere. Dobbiamo cercare di dare ai detenuti l'opportunità di innescare in loro una riflessione profonda su quanto accaduto e lavorare a un cambiamento che consenta loro di reinserirsi meglio in società. Per capire le difficoltà maggiori che incontriamo è necessario ricordare che l'ordinamento penitenziario è del 1975. Da allora nella società ci sono stati cambiamenti radicali. Circa la metà dei detenuti di San Michele è straniera: la lingua è il primo grande problema che incontriamo e ovviamente è un ostacolo per l'inserimento nelle attività. I detenuti tendono a fare gruppo con i propri connazionali e questo non aiuta. Tantissimi poi non hanno poi parenti o legami sul territorio: le procedure di espulsione e di estradizione sono spesso molto lunghe e quindi si ritrovano qui senza nessuno che possa dare loro sostegno, sia psicologico che economico. Si tratta di persone sulle quali non riusciamo a intervenire più di tanto, anche perché è impossibile pensare a reinserimento in società se si sa già che verranno espulse una volta uscite dal carcere. Finiscono così per essere discriminati due volte: non avendo legami sul territorio non possono contare su una serie di diritti e benefit disponibili invece per altri. È odioso dirlo ma finiamo in qualche modo per discriminarli anche noi: quando le risorse sono scarse si sceglie di puntare su chi avrà più occasioni di reinserirsi in società potendo contare su maggiori legali con il territorio".

 

Tantissimi detenuti sono a San Michele per reati legati alla droga. Molti di loro sono tossicodipendenti. Come viene gestito questo problema e come incide sul vostro lavoro?

"È vero, circa la metà della popolazione carceraria giunge qui con problemi di tossicodipendenza. È difficilissimo lavorare con loro, più per gli effetti della dipendenza psicologica che per veri e propri malesseri fisici. Abbiamo degli operatori del Sert che operano qui con noi. Paradossalmente chi ha problemi di tossicodipendenza è però avvantaggiato nel poter usufruire di una serie di programmi speciali e può contare su maggiori legami con il territorio. Il problema è così sentito che esistono comunità di recupero pronte all'affidamento e ci sono misure alternative alla detenzione che per altre situazioni non esistono. Due educatori, due psicologhe, un assistente sociale e un medico qui in carcere hanno il compito specifico di seguire tutte le persone con problemi di dipendenza da sostanze".

 

Quali sono le attività che proponete come educatori?

"Essendo San Michele caratterizzato da una popolazione di detenuti con condanne mediamente lunghe, si possono proporre moltissime attività. Già a partire dal 1956 nel carcere è presente una scuola, fra le prime esperienze in Italia di questo genere. Oggi copriamo tutti gli ordini scolastici, dalla scuola primaria alla media, dall'istituto tecnico per geometri all'odontotecnico (ora sospeso), dai corsi professionali di falegnameria e aiuto cuoco a quelli universitari di giurisprudenza, scienze politiche e informatica. Ovviamente cerchiamo di selezionare le attività che più possano essere utili ai detenuti, offrendo loro qualche opportunità di reinserimento una volta scontata la propria pena. A questo proposito stiamo puntando forte sul settore agro-alimentare. Con la cooperativa Pausa Caffè dal 2012 abbiamo avviato un forno al quale lavorano 8 detenuti e che distribuisce pane e grissini nei presidii coop e Eataly. Quest'anno parteciperemo anche a Expo 2015 e per questo assumeremo a tempo determinato altri 9 detenuti. Questa è la classica attività con importanti potenzialità di reinserimento. Bisogna ricordare che il livello culturale di chi si trova in carcere di solito è molto basso, anche fra gli italiani. Consentire loro di studiare e di fare percorsi di questo tipo vuol dire dar loro la possibilità di aprire la mente e di guardare al futuro con più forza e speranza, anche se in un periodo di crisi come quello attuale non è facile".

 

Quali sono le altre attività?

"Stiamo lavorando per dare alla cooperativa Company la gestione di un ettaro circa di terreno all'interno del carcere, sperando che ci potranno lavorare altri detenuti. Abbiamo poi in mente di avviare un laboratorio di pasticceria perché un detenuto quando era in libertà era un cuoco professionista specializzato in pasticceria. Per noi può essere una risorsa importante da valorizzare. Siamo alla ricerca del partner giusto per poterlo realizzare. Oltre a questo ci sono in carcere attività artistiche con laboratori di pittura e da quest'anno anche di fotografia, gestiti da Piero Sacchi. Il valore aggiunto di queste attività è il contatto con l'esterno del carcere. C'è stata una collaborazione con la scuola Galilei e sono stati organizzati incontri sia all'interno di San Michele che in città. Noi tendiamo a dimenticarci un po' dell'esterno e la città si dimentica di noi, ma fra qui e l'istituto Catiello Gaeta (ex don Soria) ci sono più o meno 500 persone che sono comunque parte di Alessandria.

Oltre a questo abbiamo avuto un laboratorio di scultura, ora sospeso, e diverse compagnie teatrali che organizzato attività con i detenuti. Quest'anno l'associazione Musica Libera ha organizzato un concerto sia all'interno che all'esterno del carcere. Abbiamo una convenzione con biblioteca di Alessandria per il prestito interbibliotecario, portato avanti grazie all'impegno di 3 ragazzi che svolgono il servizio civile e abbiamo organizzato anche gruppi di lettura, a cui partecipano soprattutto i ragazzi del polo universitario (una decina in tutto).

C'è poi il progetto di volontariato "Cittadella senza sbarre" nel quale sono attualmente inseriti 7 detenuti che svolgono attività di "restituzione sociale" presso la Cittadella di Alessandria per la manutenzione della struttura e la lotta all'ailanto e il progetto in collaborazione con AlessandriaNews.it per raccontare le storie dei detenuti e stabilire così un legame più profondo con la città.

A breve partiranno anche una serie di attività sportive con la Uisp: un corso di calcetto, yoga, tennis tavolo, bodybuilding e un corso di preparazione atletica al rugby (funzionando da potenziale vivaio per la squadra di rugby costituita presso il carcere di Torino). Le attività fisica sono importantissime per sfogare tutta l'energia che si accumula in una situazione di detenzione".

 

Il livello di recidiva fra coloro che escono dal carcere resta mediamente alto. È frustrante per un educatore? Come lo si può gestire?

La frustrazione non nasce tanto dal vedere fallire dei percorsi, perché questo è un aspetto che chi fa questo lavoro deve tenere in conto. Bisogna lasciare alla persona la possibilità di autodeterminazione: se si parte con il delirio di onnipotenza, ragionando secondo il modello del "io ti salverò" si parte molto male e si finisce con il non rispettare le persone. Su mille se anche solo una persona riesce davvero a cambiare vita questo è sufficiente per dare un senso a ciò che facciamo. L'aspetto più pesante da gestire è il carico quotidiano di rabbia e sofferenza che ci portiamo dentro. I detenuti scaricano su di noi le loro tensioni e dobbiamo essere bravi a restituirgliele elaborate, trasformandole in messaggi positivi e speranza. È un lavoro che a me piace moltissimo e può dare grandi soddisfazioni, anche se sicuramente non è semplice.

 

Chiudiamo con un sogno nel cassetto. Se avesse da esprimere un desiderio, cosa chiederebbe?

"Magari risorse per costruire legami sul territorio. È essenziale per la buona riuscita di qualsiasi percorso di reinserimento e un'attenzione maggiore al territorio sarebbe anche la migliore forma di prevenzione possibile. Il carcere finisce per essere visto come un luogo dove tenere lontano chi si ritiene socialmente pericoloso, ma bisogna rendersi conto che sono persone che prima o poi usciranno e senza un sostegno adeguato, a tutti i livelli, il rischio è che si finisca per uscire peggiori di quando si è entrati, o con meno risorse ancora, perché i pochi legami prima presenti duranti la detenzione si deteriorano. La conoscenza della vita del carcere può essere il primo passo per sensibilizzare e magari proseguire il percorso di reinserimento anche all'esterno della struttura. C'è molto pregiudizio su questi temi, e non mi sento neppure di biasimare chi pensa male, perché i casi mediatici fanno scalpore. Un clima diverso però sarebbe fondamentale e sarebbe anche in grado di ridurre di molti i casi di recidiva".

 

Le è mai capitato di incontrare detenuti una volta usciti dal carcere?

"Sì, mi è capitato di rivederli, per esempio alla Ristorazione Sociale di Alessandria. Loro sono il fiore all'occhiello del lavoro che viene fatto, ma è chiaro che il merito è prima di tutto loro. Osservarli oggi dà commozione e soddisfazione. Sono la prova che il reinserimento si può davvero fare e chi si può cambiare vita. Non sono gli unici casi. Abbiamo studenti di informatica che hanno fatto carriera e mi è capitato in qualche caso che ex detenuti mi ricontattassero per raccontarmi cosa avevano fatto nella vita, che si erano sposati, avevano avuto degli figli, avevano aperto una piccola attività. Questo genere di gratificazioni è così grande che giustifica ampiamente tutti i nostri sforzi".

 
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