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Giustizia: il ddl sui reati ambientali "licenziato" dopo un anno dalla Camera PDF Stampa
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di Carlo Bertini

 

La Stampa, 2 marzo 2015

 

Miracoli del bicameralismo perfetto: un anno dopo che la Camera ha varato in prima lettura un testo di legge contro i reati ambientali, era il febbraio 2014, solo ora - forse - la norma riceverà il timbro finale. Dodici mesi per superare la via crucis dell'iter parlamentare, scavalcare gli ostacoli del calendario, sempre tiranno, dove i decreti e le emergenze la fanno da padroni; e arrivare finalmente in aula al Senato. "Questa settimana dovrebbe essere la volta buona", sospira Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente di Montecitorio, che spera di veder approvata senza nessun pasticcio (viceversa ripartirebbe la "navetta" tra le due Camere) la legge contro le "eco-mafie" di cui è stato promotore.

Ma per capire quanto sarebbe stato meglio veder pubblicato prima in Gazzetta Ufficiale questo nuovo giro di vite basta sentire cosa contiene "una normativa che avrebbe impedito la sentenza della Cassazione sul caso Eternit e reso più efficaci gli interventi sulla Terra dei Fuochi in Campania". Prevede, tra l'altro, un innalzamento delle pene, il raddoppio dei tempi di prescrizione e l'introduzione nel nostro codice penale dei reati di inquinamento ambientale, disastro ambientale e traffico di materiale radioattivo. Un tema quello dei reati ambientali, che riguarda da vicino anche la Capitale dopo la scoperta di una "terra dei fuochi" romana a ridosso del raccordo anulare.

 
Giustizia: diritto e religione a confronto in tribunale... è per finta, ma sembra vero PDF Stampa
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di Marco Ventura

 

Corriere della Sera, 2 marzo 2015

 

La scorsa settimana la Corte suprema degli Stati Uniti ha sentito le parti di una causa che dura da sette anni. Era diciassettenne, Samantha Elauf, quando la famosa casa di abbigliamento sportivo Abercrombie & Fitch si rifiutò di assumerla. La giovane avrebbe voluto indossare il velo islamico nelle ore lavorative. L'azienda impose il proprio codice di condotta. Oggi Samantha chiede una condanna esemplare di Abercrombie & Fitch in nome della libertà religiosa. La religione finisce spesso in tribunale anche da questa parte dell'Atlantico.

Si attende nei prossimi mesi il verdetto della Corte d'appello di Bruxelles sulla Chiesa di Scientology: si tratta di un'organizzazione criminale che spreme persone vulnerabili, o di una Chiesa come le altre cui i fedeli affidano anima e sostanze? In ogni tempo la giustizia s'è misurata con la religione, ma sembra oggi in crescita il numero di chi ricorre ai giudici per difendere e testimoniare la propria fede. Si combattono in tribunale maggioranze e minoranze, atei e religiosi, cristiani e musulmani, fedi vere e fedi false. Il tema è al centro di un'iniziativa della Fondazione Studium generale Marcianum di Venezia.

Proprio nella città lagunare, dal 9 all'11 marzo prossimi, si svolgerà la Moot Court Competition in Law & Religion, una simulazione processuale durante la quale si sfideranno squadre di studenti provenienti da atenei americani, europei e italiani. Gli studenti si daranno battaglia su una controversia riguardante la libertà religiosa, come se si trovassero davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo o alla Corte suprema degli Stati Uniti.

Gli studi di diritto canonico al Marcianum, negli ultimi anni, hanno preparato il terreno per lo sviluppo a Venezia, come altrove in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, di attività volte a una migliore comprensione dei diritti dei credenti. Sotto l'egida del Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, la Fondazione del presidente Gabriele Galateri di Genola considera proprio i rapporti tra diritto e religione una delle aree d'interesse su cui investire.

Il caso assegnato agli studenti, il licenziamento di un'impiegata le cui opinioni contrastano con la fede religiosa del datore di lavoro, è inventato, ma riflette un tipo di conflitto molto attuale di qua e di là dell'Atlantico. In società secolarizzate, in cui la legge protegge gli individui dalla discriminazione sulla base di opinioni, sesso, religione e orientamento sessuale, è sempre più frequente lo scontro tra lavoratori e aziende i cui titolari sono cristiani conservatori. Sarà molto vero il processo simulato di Venezia.

 
Giustizia: Raffaele Cutolo "Io, sepolto vivo in una cella, se esco e parlo crolla il Parlamento" PDF Stampa
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di Paolo Berizzi

 

La Repubblica, 2 marzo 2015

 

Da Parma, dove è detenuto al 41 bis, l'ex boss della Camorra accusa: "I miei segreti fanno tremare tutti. Chi è al comando oggi è stato messo lì da chi veniva a pregarmi". "Se parlo ballano le scrivanie di mezzo Parlamento". Dopo trent'anni? "Molti di quelli che stanno adesso ce li hanno messi quelli di allora venivano a pregarmi". Non indossa più pantofole con le iniziali ricamate. "Per dignità non mi sono mai venduto ai magistrati. Se la sono legata al dito e hanno buttato la chiave".

Essendo sepolto vivo, Cutolo non ha un volto né un corpo. Puoi solo immaginarlo per come lo descrivono. La moglie, Immacolata Iacone, tecnicamente "vedova", e l'avvocato avellinese Gaetano Aufiero. Sono gli unici, oltre alla figlia Denise, che vedono "don Raffaè". Gli unici autorizzati, degli altri parenti non si vede più nessuno. "Al mio difensore ho chiesto di non venire più. Non ho più carichi pendenti, il mio saldo con la giustizia è in pari. E il 41 bis ho smesso di impugnarlo, tanto è inutile" dice rinserrato nella sua dimensione post-crepuscolare Raffaele Cutolo detto 'o professore.

Parla con Repubblica attraverso la moglie e il legale. Adesso è a Parma. Tredicesimo carcere della sua vita. Tredici come gli ergastoli. Record italiano di lungodegenza carceraria. Il "Professore di Ottaviano" che comandava e distribuiva croci e terrore, e lo Stato lo combatteva e intanto lo accreditava. "Mi hanno usato e gonfiato il petto, da Cirillo a Moro che, a differenza del primo, hanno voluto morto e infatti mi ordinano di non intervenire. Poi mi hanno tumulato vivo. Sanno che se parlo cade lo Stato". Misteri italiani. Segreti italiani. A Parma ci sono anche Riina, Bagarella, il "Nero" Massimo Carminati. E Dell'Utri. Cutolo è invisibile. Da primo rigo sull'indice della letteratura camorristica a caso da antropologia di laboratorio. "Anche un albero che non dà più frutti serve sempre - lascia galleggiare le parole Cutolo, figlio di contadini e poi Criminale d'Italia a cui Fabrizio De André dedicò versi da epica brigantesca in Don Raffaè - Lo lasci lì l'albero secco, può fare legna".

Più della botanica la condizione unica di Cutolo - 51 anni in cella a parte un anno di latitanza tra il 1977 e il 1978 dopo la fuga dal manicomio giudiziario di Sant'Eframo, 36 anni in isolamento totale (dall'82 e quindi dieci anni prima del 41 bis), un numero imprecisato di omicidi commissionati e nove assoluzioni negli ultimi nove anni, fa venire in mente la gabbia di Ivan Pavlov. Il Nobel russo per la medicina, quello degli esperimenti sul cane: stimolo neurologico, riflesso condizionato.

"Mi è talmente entrata sotto pelle questa condizione di defunto in vita che ormai non mi va nemmeno più che la gente mi veda. Ai processi rinuncio alla videoconferenza". Autoisolamento indotto. "Salto anche l'ora d'aria. Se per respirare un'ora devo farmi perquisire e sottopormi a controlli umilianti, preferisco stare in cella. Allo Stato servo così. Pensano sia ancora legato alla camorra.

Ma quale camorra?". La Nco di Cutolo era diventata pre-Sistema, anti Stato. "Pagina chiusa dal 1983, quando ho sposato Tina nel carcere dell'Asinara (presente un giovane Luigi Pagano, oggi vice capo del Dap). Pago e pagherò fino alla fine. Ma non sono un pericolo. Sarei pericoloso se parlassi, ma non ce l'hanno fatta a farmi diventare un jukebox a gettone: il pentito va a gettone. Parla e guadagna. Un ulteriore oltraggio alla memoria delle vittime".

Se lo contendevano negli anni d'oro Cutolo, quando sempre dal carcere, a cavallo tra 70 e 80 guidava il suo esercito di 7 mila affiliati nella guerra sanguinaria (persa) contro la Nuova Famiglia. E anche dopo, nell'81. Mezza Dc gli chiede di far liberare l'assessore regionale napoletano all'edilizia Ciro Cirillo, uomo di Antonio Gava sequestrato dalle Br. Sulla trattativa tra servizi segreti, Cutolo e brigatisti - accertata nel 1993 da un'ordinanza del giudice istruttore Carlo Alemi - l'ex boss ha detto e non detto. "È stata la prima trattativa Stato-mafia. Forse anche la mia vera condanna".

In cella ha quattro fotografie: due papi - Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - quella della madre, e una della moglie Immacolata con la figlia. "Ho una telecamera puntata sul gabinetto. Non posso avere in cella più di tre paia di calzini e mutande. Vorrei mi spiegassero il senso. Ho sempre tenuto a essere in ordine. Sono figlio di contadini ma la cura di sé è importante. La insegnavo ai miei uomini". Casillo, Alfonso Rosanova il "santista", Pasquale Barra 'o animale, il boia delle celle morto due giorni fa.

"È una forma di rispetto essere sempre impeccabili: ho ammirato Andreotti. Testimoniai per lui al processo Pecorelli. Nemmeno un grazie, ci sono rimasto male. Alcuni suoi colleghi mi mandavano gli auguri a Natale. Tutti parolai i politici. L'ultimo che ho stimato è stato Berlusconi".

Più magro, capelli bianchi, stessi occhiali, un disturbo alle mani che ha fiaccato l'indole grafomane: basta poesie. La retorica del boss istruito e ispirato. "Pazzo intelligente", si descrisse con ghigno sardonico al microfono di Enzo Biagi. Il primo raptus criminale: "24 settembre 1963, otto colpi di revolver contro Mario Viscito, giovane ottavianese come me. Una rissa, mi parte la testa. Ventiquattro anni. Ne avevo 22".

Autonoleggiatore abusivo, soprannome Rafaele 'e Monaco in quanto figlio di Giuseppe Cutolo, detto 'o Monaco per la sua religiosità. "Volevo rifondare il Regno di Napoli. Uno Stato sociale indipendente dove chiunque potesse avere da mangiare". In una lettera recente l'ha chiamata in un modo ancora più paradossale: "La mia rivoluzione". "Ho smesso di essere personaggio. L'idea della dimenticanza non mi dispiace, vorrei solo che questo avvenisse nel rispetto della dignità di un uomo".

Ragiona l'avvocato Aufiero: "Il 41 bis è una misura che si applica a chi è pericoloso e ancora collegato alla criminalità organizzata. Come si può ritenere ancora pericoloso un uomo che è dentro da mezzo secolo, in isolamento da 36 e che ha commesso l'ultimo reato 34 anni fa?". Curiosità nella monotonia sepolcrale della vita ergastolana: la staffetta con Bernardo Provenzano. "Ci scambiano le celle. Va via lui arrivo io. Vado via io arriva lui". Ha una frase mantra, Cutolo. "Mi sono pentito davanti a Dio ma non davanti agli uomini". Aggiunge. "Non ho imperi, non esistono più i cutoliani. Cutolo è morto. Resuscita per un'ora solo quando viene sua figlia e gli da una carezza".

Se n'è appena andato Pasquale Barra, il suo boia di fiducia. Anche il primo a tradirlo: "Ognuno fa le sue scelte. Barra ha avuto un'infanzia difficile. Ma ha rovinato il povero Tortora. Che Enzo Tortora era innocente lo dissi da subito. Chiesi ai magistrati di essere interrogato. Non mi vollero nemmeno sentire".

 
Giustizia: malore in cella per Veronica Panarello, è ricoverata all'ospedale di Agrigento PDF Stampa
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La Stampa, 2 marzo 2015

 

È stata colta da malore e ricoverata nell'ospedale di Agrigento la mamma di Loris Stival. Veronica Panarello, detenuta in carcere con l'accusa di avere ucciso il figlio a Santa Croce Camerina (provincia di Ragusa) il 29 novembre 2014, la notte scorsa è svenuta nella sua cella dell'istituto penitenziario. Soccorsa dagli agenti di custodia è stata immediatamente condotta in infermeria: il medico ha disposto, dopo un primo esame, un ricovero precauzionale. Secondo quanto si è appreso la donna è stata sottoposta a Tac e altri analisi ed esami che non hanno evidenziato patologie di rilievo. Resta da capire di che natura sia il malore che l'ha colta.

La notizia ha trovato conferma da più fonti. Il legale di Veronica Panarello, l'avvocato Francesco Villardita, si è recato nel pomeriggio di ieri in ospedale ad Agrigento per incontrare la sua assistita, dopo che la direzione del carcere ha autorizzato un colloquio straordinario con la mamma di Loris. Del ricovero della donna è stata informata, naturalmente, anche la Procura di Ragusa. Veronica Panarello è accusata di avere ucciso il figlio Loris, di 8 anni, strangolandolo con alcune fascette di plastica e di avere poi gettato in un canalone di contrada Mulino Vecchio il corpo: è stata lei stessa a consegnare le fascette alle maestre della scuola che frequentava il figlio, producendo una prova che pesa sulla sua posizione. Sia il Gip di Ragusa che il Tribunale del riesame di Catania hanno convalidato il suo arresto. Le indagini, che sono ancora in corso, sono delegate a polizia di Stato, squadra mobile e carabinieri di Ragusa.

 
Lettere: "cosa muore nel tradimento", gruppo di analisi con condannati per reati sessuali PDF Stampa
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di Marina Valcarenghi

 

Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015

 

Mia moglie ha chiesto la separazione; dice di non potersi più fidare di me, perché ho tradito la sua fiducia. Non era l'altra il problema, era il senso di solitudine che aveva provato". Così ci disse un paziente nel gruppo di analisi che tengo in carcere con uomini condannati per reati sessuali. Nonostante gli approcci con una minore consenziente, che gli sta costando un po' di anni di carcere, quel mio paziente è ancora innamorato di sua moglie, ma è convinto di non avere più chances con lei. In seguito a questa comunicazione, abbiamo cominciato a discutere nel gruppo di che cosa davvero alla fine risulta così insopportabile nel tradimento sessuale.

Che cosa fa più male? "Che possa desiderare un altro", "che io non abbia saputo niente, che mi abbia mentito", "il dubbio che si sia innamorata", "l'odio per l'altro", "il sentirmi escluso dalla sua vita affettiva", "Io e mia moglie abbiamo deciso di dirci sempre tutto e di accettare che ognuno dei due possa avere rapporti occasionali con altre persone, ma questo non vuol dire che non faccia soffrire; ogni volta ho paura di perderla e so che per lei è la stessa cosa.

Solo che diamo più importanza alla libertà individuale e poi..." "e poi?". "E poi alla fine se lei desidera un altro è come se lo avesse fatto, io sono già fuori gioco, e allora tanto vale che succeda e che poi scelga di tornare da me". Giacomo era rimasto a lungo silenzioso poi dichiarò: "In fondo so che non va bene, ma se la mia donna offre anche solo affetto, interesse e attenzione a qualunque altro che non sia io, è come se mi togliesse qualcosa, come se ci fosse un serbatoio con dentro l'amore che può dare: se ne dà a qualcun altro, lo toglie a me". "In fondo - osservò Pierluigi - ognuno soffre nel tradimento per la sua paura più grande: la competizione, la gelosia, la solitudine, il sentirsi escluso, il rischio dell'abbandono, un desiderio infantile di totalità".

 
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