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Giustizia: magistrati, cosa vuole fare e cosa farà il governo contro la "sbornia forcaiola" PDF Stampa
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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 24 febbraio 2015

 

Correnti, carcere, responsabilità civile. Intervista al ministro Orlando Roma. Era il nove aprile del 2010 quando questo giornale ospitò a tutta pagina un intervento di un ex responsabile giustizia del Partito democratico che in pochi anni ha fatto rapidamente carriera: Andrea Orlando. In quell'anno Orlando era nella segreteria Bersani e quell'intervento ebbe l'effetto di far emergere alla luce del sole la volontà della sinistra di sbarazzarsi di alcuni tabù culturali sul tema giustizia.

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Giustizia: rush finale sulla responsabilità civile, la Camera affronta le ultime votazioni PDF Stampa
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di Dino Martirano

 

Corriere della Sera, 24 febbraio 2015

 

Da oggi la Camera affronta le ultime trenta votazioni per approvare la legge che l'Europa chiese nel 2011. L'eliminazione del filtro per l'ammissibilità delle azioni di rivalsa è il punto più contestato dalla categoria.

Alla Camera manca soltanto una manciata di votazioni, 30 per l'esattezza, e poi (già stasera o domani) il testo sulla responsabilità civile dei magistrati diventerà a tutti gli effetti legge dello Stato da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale. La nuova disciplina - che modifica la legge Vassalli del 1988 - arriva al capolinea dopo un tormentato iter parlamentare innescato dalla sentenza del 24 dicembre del 2011 con la quale la Corte di giustizia dell'Unione Europea ha condannato l'Italia per violazione degli obblighi di adeguamento dell'ordinamento interno. Tra le novità introdotte dalla nuova legge c'è quella che elimina il filtro di ammissibilità per le azioni di rivalsa. Ed è questo il punto che preoccupa maggiormente l'Associazione nazionale magistrati che, pur mantenendo lo "scudo" della responsabilità indiretta (il cittadino cita lo Stato che si rivale sul magistrato), ora teme una valanga di ricorsi capaci di incrinare i pilastri dell'autonomia e dell'indipendenza dei giudici.

Un vero ciclone anti giudiziario, quello paventato dall'Anm. Anche perché viene estesa la risarcibilità del danno non patrimoniale anche al di fuori dei casi delle ipotesi di privazione della libertà personale. Insomma, presto il campo delle azioni di rivalsa sarà molto più ampio. Ma come si è visto al Senato - dove la legge sulla responsabilità civile è stata approvata il 20 novembre scorso con 150 sì, 51 no e 26 astenuti - in Parlamento si è formata una maggioranza trasversale (escluso il M5S e, per motivi opposti, la Lega) disposta ad andare fino in fondo. Perché, come ha ripetuto il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd), "sulla responsabilità civile bisogna correre perché ce lo chiede l'Europa e poi perché le norme attuali non tutelano il cittadino".

Conti alla mano, si è scoperto che dall'entrata in vigore della Vassalli (1988), su oltre 400 ricorsi per risarcimento proposti da cittadini soltanto 7 si sono conclusi con un provvedimento che ha riconosciuto il risarcimento per dolo o colpa grave da parte dei magistrati. Quando al governo c'era Berlusconi, il centrodestra tentò di inserire in Costituzione la responsabilità civile dei magistrati (Riforma del Titolo IV della Parte II della Carta) e poi provò a introdurre la "responsabilità diretta" dei magistrati (emendamento Pini alla legge comunitaria del 2010). Quei tentativi vennero respinti con le unghie dal centro sinistra.

E anche a settembre del 2014, quando il leghista Candiani presentò il suo emendamento al Senato il governo pose la fiducia pur di bloccare la responsabilità diretta. Poi, il 24 settembre, il governo Renzi ha presentato la sua proposta sulla responsabilità civile e da quel momento il "partito delle toghe", un tempo influente all'interno del Pd, non ha più avuto alleati in Parlamento. Il testo che stasera (o domani) arriva al voto finale "non è punitivo nei confronti dei magistrati e non lede la loro autonomia", afferma il relatore Danilo Leva (Pd). Ma le novità che preoccupano i magistrati sono molte.

A partire dalla limitazione della clausola di salvaguardia prevista dalla vecchia legge Vassalli che ai fini della responsabilità non considera "l'attività di interpretazione di norme di diritto e quelle di valutazione del fatto e delle prove". Ci sono poi la ridefinizione del concetto di colpa grave (che include, appunto, il travisamento del fatto e delle prove) e una più stringente disciplina della rivalsa dello Stato verso il magistrato: il cittadino avrà 3 anni di tempo (e non più 2) per presentare la domanda di risarcimento contro lo Stato. Che, a sua volta, potrà esigere al massimo come rivalsa metà (oggi un terzo) dell'annualità dello stipendio del magistrato.

 
Giustizia: l'immagine di casta e i tweet di accusa, così i magistrati si sentono nell'angolo PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 24 febbraio 2015

 

La rinuncia allo sciopero e le scelte prudenti di fronte all'offensiva mediatica di Renzi.

Qualcuno ha rispolverato espressioni d'altri tempi, come "giustizia di classe". Non per nostalgia del secolo passato (il magistrato in questione, Giovanni Zaccaro in servizio al tribunale di Bari, è nato nel 1972, stessa generazione di Matteo Renzi), ma nel timore che con la riforma della responsabilità civile "il giudice sarà ancora più attento nel dare torto alla parte "più forte", cioè dotata degli strumenti economici per affrontare un ulteriore giudizio contro il giudice che l'ha condannata".

Niente più decisioni ispirate ai principi costituzionali, quindi, ma "giustizia di classe", appunto. Che può tornare persino utile come contro-slogan rispetto al "chi sbaglia paga" lanciato dall'attuale premier (e prima di lui dal ministro della Giustizia del governo Berlusconi, che con Renzi siede all'Interno). Più che sul merito dei problemi, infatti, da qualche tempo il conflitto tra giustizia e politica si consuma con frasi a effetto pronunciate davanti a una telecamera, o attraverso un tweet. Un terreno sul quale i magistrati appaiono irrimediabilmente perdenti. Perciò si sforzano di cambiare marcia anche in tema di comunicazione; perciò hanno scelto di non incrociare le braccia contro la nuova legge (giudicata incostituzionale per via dell'abolizione del filtro ai ricorsi, nonché foriera di ulteriori ingolfamenti della macchina giustizia), nemmeno nella forma più soft dello "sciopero bianco".

L'Associazione nazionale magistrati ha riunito il suo organismo direttivo di domenica e ha proclamato una settimana di "mobilitazione" per illustrare ai cittadini-utenti le ragioni della contrarietà alla riforma. Lo sciopero sarebbe "additato e percepito come la manifestazione di chiusura di una casta che difende un privilegio", ha ammonito il presidente Rodolfo Sabelli.

A spingere per la protesta più radicale era la corrente di Magistratura indipendente, quella del giudice-sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, considerato tuttora il leader-ombra del gruppo; il motivo dell'apparente paradosso risiederebbe proprio nella necessità di mostrarsi indipendenti dall'esecutivo che ha al suo interno il più rappresentativo dei propri esponenti. Fatto sta che forse stavolta l'Anm è riuscita a evitare la trappola, dopo quella in cui cadde a fine estate sulle ferie tagliate, ma non a tirarsi fuori dall'angolo in cui i magistrati si sentono stretti dal governo Renzi. Forse perché finché c'era Berlusconi al potere avevano una sponda sul fronte sinistro dello schieramento politico che oggi non ha più ragion d'essere?

"Secondo me - risponde Sabelli - c'è una più generale e progressiva erosione del ruolo della funzione giudiziaria; davanti a un'assoluzione in appello dopo una prima condanna si grida subito allo scandalo e all'errore da punire, senza considerare la fisiologica, diversa lettura dei fatti o delle prove che può avvenire nei vari gradi di giudizio. Gli errori ci saranno pure, ma è sbagliato misurarli su decisioni apparentemente contraddittorie, magari senza nemmeno conoscerne le motivazioni".

Se però la magistratura, nel rapporto con la politica, sembra in difficoltà come mai prima d'ora, qualche sbaglio l'avrà pure commesso. O no? "Certo - dice ancora Sabelli, ma non nell'esercizio della giurisdizione. Semmai in certi atteggiamenti, da noi stigmatizzati, di chi trasferisce nel dibattito pubblico l'oggetto delle proprie indagini. Il problema però è continuare a considerarci come parte di un conflitto in corso: non lo siamo né lo vogliamo essere, ma rivendichiamo il diritto di dire la nostra opinione sulle regole e le riforme che incidono sul nostro lavoro. Libero il Parlamento di farle come crede, ovviamente, ma liberi noi di discuterne e mettere in guardia dai pericoli che ne derivano, come nel caso della responsabilità civile. L'idea del magistrato burocrate che parla solo con le sentenze appartiene a un'epoca che non può tornare".

Spiega Anna Canepa, segretaria di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dell'Anm, che pure le toghe hanno le loro responsabilità: "Non certo la maggioranza di colleghi che lavorano in silenzio e non hanno alcuna colpa di quanto sta accadendo, pagandone solo le conseguenze. Il danno è derivato anche dalla sovraesposizione e dal protagonismo di chi poi ha scelto di buttarsi in politica, e da certe cadute di professionalità. Neppure questo giustifica però l'atteggiamento di un governo che usa un magistrato come foglia di fico per dichiarare risolto il problema della corruzione, così come non giustificherebbe la reazione sbagliata di uno sciopero, che si rivelerebbe solo un inganno. Per noi e per i cittadini".

 
Giustizia: elenco unico nazionale dei difensori d'ufficio, un anno per requisiti d'iscrizione PDF Stampa
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di Gabriele Ventura

 

Italia Oggi, 24 febbraio 2015

 

Circolare del Cnf ai presidenti degli ordini territoriali sul riordino della disciplina.

Al via l'elenco nazionale dei difensori d'ufficio. I Consigli dell'ordine forense dovranno infatti trasmettere al Cnf gli elenchi dei professionisti iscritti alla data del 20 febbraio 2015. I quali saranno iscritti automaticamente nell'elenco nazionale previsto dall'art. 29, comma 2, delle disposizioni di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale. Lo ha comunicato il Consiglio nazionale forense, tramite una circolare diffusa ieri (3-C-2015), ai presidenti degli ordini territoriali, in base al dlgs n. 6 del 30 gennaio 2015 (entrato in vigore il 20 febbraio scorso), recante il "Riordino della disciplina della difesa d'ufficio ai sensi dell'art. 16 della legge 31 dicembre 2012, n. 247".

La normativa dispone infatti che si formalizzino compiti, criteri, attività e strutture correlate alla creazione, tenuta e gestione dell'elenco nazionale dei professionisti disponibili ad assumere le difese d'ufficio. A questo fi ne, nella seduta amministrativa del 20 febbraio scorso, il Cnf ha conferito incarico alla Commissione penale, coordinata da Ettore Tacchini, di elaborare una proposta di attuazione del decreto. Inoltre, come detto, in via transitoria e d'urgenza, il Cnf ha stabilito che i Consigli dell'ordine trasmettano "senza indugio al Cnf gli elenchi dei difensori d'ufficio iscritti alla data del 20 febbraio 2015".

La trasmissione dei nominativi negli elenchi potrà avvenire a mezzo posta elettronica certificata dei rispettivi Consigli dell'Ordine alla Pec del Cnf Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , unicamente attraverso la compilazione del modulo allegato alla circolare, firmato digitalmente dal presidente dell'Ordine degli avvocati. Il modulo consta di 13 campi obbligatori (codice Istat del Consiglio dell'ordine, codice fi scale, nome, cognome, Pec, cellulare, indirizzo, fax, email) e di otto campi eventuali (indirizzo e recapiti dell'eventuale secondo studio). Ricordiamo, infine, che gli avvocati iscritti agli elenchi tenuti dai Coa, iscritti automaticamente nell'elenco nazionale, hanno l'onere di dimostrare, alla scadenza del periodo di un anno dalla data di entrata in vigore del decreto (20 febbraio 2016), la presenza dei requisiti richiesti dalla nuova disciplina per il relativo mantenimento dell'iscrizione.

 
Giustizia: quando i talk show generano mostri, il caso del reato di auto-riciclaggio PDF Stampa
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di Buddy Fox

 

Milano Finanza, 24 febbraio 2015

 

Raymond Burdon, nell'opera "Gli effetti perversi dell'azione sociale", affermava nel lontano 1981 che quando un Parlamento legifera sotto la pressione dell'opinione pubblica (e delle lobby politiche dei magistrati, aggiungo) lo fa sempre senza considerare gli effetti perversi cui la norma "voluta dal popolo" può dare origine. Non si sottraggono a questa regola le disposizioni sul delitto di auto-riciclaggio recentemente introdotte nel nostro ordinamento penalistico. Esse, a un attento esame, si disvelano, infatti, come la perfetta incarnazione di quello Stato penalistico assoluto idealizzato da Thomas Hobbes nella sua opera "Il Leviatano".

Ed è perciò naturale e facile pronosticare che, prima o poi, come succede ogni qual volta lo Stato si fa tiranno, la medesima opinione pubblica che l'aveva invocata a gran voce, insorgerà contro questa legge dai diffusi e pericolosi effetti perversi.

La nuova incriminazione, nella quale l'ostacolo alla tracciabilità del provento illecito pare non essere la discriminante, anzi, è, infatti, una fonte quasi inesauribile di effetti perversi, come ha lucidamente denunciato il prof. Filippo Sgubbi, docente di diritto penale all'Università di Bologna, richiamando proprio l'insegnamento di Burdon e la pericolosità dello Stato penalistico assoluto idealizzato da Hobbes. Vediamoli:

Effetto perverso numero 1: la nuova norma produce un generalizzato bis in idem (ossia doppia punizione del medesimo fatto) difficilmente compatibile con le elaborazioni giurisprudenziali della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Infatti tutti i delitti contro il patrimonio e i delitti che generano profitti saranno sempre accompagnati, d'ora in poi, salvo che il loro provento sia utilizzato a fini edonistici personali, dalla nuova incriminazione, che finirà per fagocitare le singole condotte delittuose che ne sono il presupposto, nella maggior parte dei casi punite con sanzioni inferiori.

Effetto perverso n. 2: nel caso di reati perseguibili su querela di parte, il delitto di auto-riciclaggio potrà essere contestato anche in assenza di denuncia della parte offesa e, dunque, in assenza di punizione del reato presupposto, con il perverso risultato che un soggetto, pur non imputabile per il reato che ha dato origine al provento illecito, potrà essere perseguito ove lo utilizzi per fini diversi dal piacere personale.

Effetti perversi nn. 3 e 4: l'autore del delitto fonte della provvista auto-riciclata potrà scegliere da quale giudice farsi giudicare, sottraendosi, in tal modo, al giudizio del giudice naturale. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi la pena del delitto presupposto, come abbiamo spiegato, è inferiore a quella fissata per l'auto-riciclaggio, che è reato sempre temporalmente successivo, mentre la competenza territoriale, quando vi è connessione, è del giudice del luogo ove è stato commesso il reato più grave.

Basterà, quindi, concludere il primo modesto investimento nel circondario del tribunale considerato meno efficiente per farvi radicare, in prevenzione del rischio di essere successivamente accusati del delitto presupposto, anche il relativo processo. Un'evasione fiscale compiuta a Milano sarebbe giudicata Roma se il primo reimpiego fosse lì avvenuto. Questo fatto comporterà anche un consistente incremento di eccezioni preliminari di competenza, con tutte le implicazioni negative che ne deriveranno in tema di speditezza dei procedimenti penali e carico di lavoro delle Corti.

Effetto perverso n. 5: l'autore del delitto di auto-riciclaggio sarà perseguibile all'infinito, in considerazione del fatto che anche il reimpiego degli utili del primo investimento, che avrà avuto origine dal reato presupposto, costituirà analoga fattispecie criminosa. Il reato di auto-riciclaggio costituirà a sua volta reato presupposto per una nuova identica imputazione, e così all'infinito.

Effetti perversi n. 6 e 7: il rischio di una incriminazione più grave indurrà il reo a mantenere i proventi del delitto presupposto nel circuito dell'economia sommersa e costituirà anche Un disincentivo a Un loro consumo a fini edonistici, dato che i consumi non giustificati dal reddito dichiarato potranno essere fonte, a loro volta, di una incriminazione per evasione fiscale.

Effetto perverso n. 8: non solo la nuova fattispecie di reato finirà per privilegiare, in una scala di valori assai discutibile, i consumi edonistici a discapito degli investimenti, ma tra i consumi edonistici finirà per privilegiare, per gli effetti perversi di cui si è detto ai precedenti numeri 5, 6 e 7, quelli meno traccia-bili, dunque, quelli che favoriscono e alimentano reati ben più gravi, quali, ad esempio, il consumo di sostanze stupefacenti, il gioco d'azzardo, il sesso a pagamento ecc.

Ed è proprio quest'ultima constatazione che mette a nudo tutti i limiti del fanatismo ideologico che ha ispirato l'introduzione di tale nuova fattispecie delittuosa, che deve far meditare. Un evasore fiscale che utilizzasse i proventi dell'evasione per consumare droga, per dilettarsi nel gioco d'azzardo, per accompagnarsi a prostitute, andrebbe indenne da incriminazione, mentre colui che reinvestisse quei medesimi proventi nella propria azienda o in un immobile da affittare ad equo canone, o semplicemente li depositasse su un conto corrente remunerato allo 0,01%, ossia in attività assolutamente tracciabili e di per sé lecite, rischierebbe una pesante condanna per auto-riciclaggio.

Nella sostanza la norma spingerà chi compie un reato finanziario a riciclare più che ad auto-riciclare il provento del reato, alimentando così quei medesimi circuiti finanziari illegali di cui si avvalgono le organizzazioni criminali internazionali e gli "stati canaglia" per i loro traffici illeciti e le loro attività terroristiche.

Naturale conseguenza sarà la necessità di più complesse attività investigative per rintracciare i proventi del reato da sottoporre a eventuale, se prevista, successiva confisca. D'altro canto non ci si deve neppure stupire più di tanto (indignare sì) di tanta insipienza legislativa, questa è una norma che è stata pensata e messa a punto nelle redazioni di talk show televisivi e di giornali che fanno del giustizialismo il loro strumento di marketing per fare più audience e più vendite e che già pregustano i primi eclatanti processi che avranno ad oggetto casi di incriminazione per auto-riciclaggio per accusare i critici e i perplessi, come il sottoscritto, di attiguità e collusività con i fenomeni criminali.

 
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