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Giustizia: hai rubato 4 euro di formaggio? sei incensurato? allora ti fai sei mesi dentro PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 14 febbraio 2015

 

Sei mesi di carcere per aver rubato 4 euro. La certezza della pena continua ad essere spietata. A far discutere è la sentenza che i giudici del tribunale di Genova hanno emesso contro un senzatetto ucraino di 30 anni, che nel novembre 2011 rubò qualcosa da mangiare in un supermercato della città della Lanterna: sei mesi per aver rubato un po' di formaggio e una confezione di wurstel, per un totale di 4 euro e 7 centesimi. Dopo 4 anni di trafila giudiziaria arriva il verdetto: in galera!

E tutto ciò nonostante l'accusa aveva chiesto di derubricare il reato in tentativo di furto spinto dalla necessità, per far condannare l'uomo a una multa di 100 euro. Ma i giudici della Corte di Appello hanno confermato la pena, già inflitta in primo grado: sei mesi di reclusione con la condizionale e una multa di 160 euro. Non è la prima volta che il tribunale di Genova affronta un caso simile. Ne avevamo già parlato sul Garantista: sempre a Genova c'è stato un vero e proprio accanimento giudiziario per una scatola di cioccolatini.

Un genovese di 28 anni, incensurato, accusato di aver rubato una scatola di cioccolatini in un mini market e andato sotto processo nonostante il pubblico ministero avesse chiesto l'archiviazione del caso. Ha deciderlo è stato il gip del tribunale di Genova, Silvia Carpanini, che ha disposto l'imputazione coatta. Il procuratore aggiunto Nicola Piacente aveva "graziato" il ragazzo valutando la lieve entità del danno, il fatto che fosse un incensurato e soprattutto perché questo procedimento non avrebbe fatto altro che intasare le cancellerie già oberate per l'elevato numero di processi.

Ma il giudice ha accolto la richiesta di opposizione di archiviazione presentata dagli avvocati del supermercato e il ladro di cioccolatini dovrà finire sotto processo. Queste storie tremende meritano, quindi, una riflessione partendo da episodi veri. Anni fa una cinquantenne disperata e affamata, madre di un ragazzo disabile, è stata sorpresa mentre rubava qualche pezzo di formaggio in un supermercato di Cassino. Rubava per mangiare.

È stata scoperta dalla sorveglianza che ha informato il dirigente del centro commerciale il quale, venuto a conoscenza della situazione di grave bisogno della persona colta in flagranza, non solo ha deciso di non sporgere querela ma l'ha assunta nel supermercato eliminando così la sola causa che l'aveva spinta a commettere il reato. In questo caso il "furto in stato di bisogno" è stato risolto a monte, senza scomodare la giustizia penale.

In altri casi si è ricorsi alla scriminante dello stato di necessità. E questo grazie alla sentenza dell'adora giudice Gennaro Francione - attualmente fa teatro civile dopo essersi dimesso da magistrato - che ha applicato la scriminante dell'art. 54 cp (un articolo del codice penale che prevede l'assoluzione per "stato di necessità") al furto per fame e alla vendita in strada di ed contraffatti per avere agito in stato di necessità rappresentato dal bisogno di nutrirsi.

Alla fine del 1800 divennero famose in Francia le sentenze de le bon President Magnod che assolveva le persone spinte dalla fame a commettere reati contro il patrimonio applicando la scriminante dello stato di necessità. Sentenze scandalose per i conservatori ed esemplari per i rappresentanti delle tendenze del socialismo giuridico. Una questione che si dovrebbe riproporre dopo oltre un secolo e dove la crisi economica che colpisce in modo pesante le classi sociali meno protette riporta all'ordine del giorno. Ma è difficile visto che la sensibilità politica è tutta concentrata sulla parola d'ordine che fa presa sul popolo devastato dalla propaganda legalitaria: "La certezza della pena".

 
Giustizia: Gulotta, a giugno la sentenza sul risarcimento per 22 anni di carcere ingiusto PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 14 febbraio 2015

 

La corte di Reggio Calabria ha accolto l'istanza di risarcimento per ingiusta detenzione e a rimandato a giugno la decisione finale. Sono queste le buone notizie per Giuseppe Gulotta, colui che ha passato 22 anni di galera innocentemente.

La Corte d'Appello di Reggio Calabria ha deciso di accogliere le richieste avanzate dei legali di Giuseppe Gulotta e ha spiazzato l'avvocatura dello Stato che si era opposta al risarcimento per "induzione in errore giudiziario per falsa dichiarazione" - poco importa se sotto violenze e torture accertate nel procedimento di revisione del processo - ed ha portato in aula tre periti e li ha fatti giurare sulla Costituzione: essi avranno il compito di sezionare, ancora una volta, la vita di Giuseppe e capire, analizzare, quantificare i danni che ha subito in trentasei anni di calvario giudiziario, da innocente.

Gli avvocati Pardo Cellini e Lauria Baldassarre parlano di un "moderato ottimismo" e invitano alla prudenza, rimandando ogni considerazione al prossimo appuntamento in tribunale che ci sarà l'11 giugno. Nel frattempo l'avvocatura dello Stato sta portando avanti una dura opposizione alla richiesta di risarcimento. Sono 56 i milioni chiesti a riparazione del maltolto. "Il tribunale - spiega l'avvocato Cellini - vuole capire come i 22 anni passati in carcere da innocente possano avere cambiato in peggio la vita di Gulotta".

Intanto, attraverso il web, Gulotta si rivolge al premier Renzi e al presidente della Repubblica Mattarella, affinché lo Stato possa riconoscere le proprie colpe. Ricordiamo che Giuseppe Gulotta oggi ha 57 anni. Quando ne aveva appena 18, nel 1976, è stato accusato di aver ucciso due giovani carabinieri che dormivano nella caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Arrestato, è stato costretto sotto tortura a confessare un reato mai commesso.

Al processo di primo grado è stato assolto per insufficienza di prove, ma dopo vari gradi di giudizio è stato definitivamente condannato all'ergastolo nel 1990. Con lui furono accusati degli omicidi altri quattro ragazzi. Due fuggirono in Brasile per scampare al verdetto, uno venne ritrovato impiccato in cella, un altro ancora morì di tumore in carcere, privato delle cure in ospedale perché ritenuto un pericoloso ergastolano.

Dopo 36 anni, di cui 25 trascorsi dietro le sbarre, Gulotta ha ottenuto la revisione del processo grazie alla confessione di un carabiniere. È stato assolto definitivamente nel 2012. Ad oggi attende ancora che lo Stato gli versi il risarcimento per l'ingiusta detenzione e forse a giungo potrà finalmente vincere la battaglia finale, anche se nulla potrà mai ridargli indietro tutti gli anni di libertà che la malagiustizia gli ha portato via.

 
Giustizia: Henrique Pizzolato... non mandatemi in Brasile, in quelle celle mi uccidono! PDF Stampa
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di Angela Nocioni

 

Il Garantista, 14 febbraio 2015

 

Gatta da pelare per il governo Renzi: rispedire in Brasile o tenersi in Italia l'alter ego di Cesare Battisti? Henrique Pizzolato, direttore marketing del Banco do Brazil è stato condannato in Brasile a 12 anni e 7 per tangenti agli alleati del governo dell'ex presidente Lula.

È un cittadino brasiliano con passaporto italiano, scappato in Italia per fuggire alla galera certa laggiù. Il Brasile lo rivuole indietro, lui si è opposto all'estradizione dicendo che la sua vita in una cella brasiliana non è al sicuro, la Corte d'appello di Bologna gli aveva dato ragione, la Corte di Cassazione ha ribaltato quella sentenza. Spetterà al governo italiano decidere, come al governo Lula spettò decidere cinque anni fa se rimandare in Italia o proteggere Cesare Battisti.

Ora che è l'Italia ad avere in casa un cittadino brasiliano che si dice perseguitato dai tribunali in patria e cerca di evitare la galera, cosa deciderà il governo?

Battisti - quello vero - torna alla ribalta, suo malgrado. Proprio ora che era quasi riuscito a farsi dimenticare. Questo emulo brasiliano, dopo l'evitata estradizione per i quattro omicidi per i quali Battisti è condannato in Italia, proprio non gli ci voleva.

Pizzolato è stato condannato in via definitiva dal Tribunale supremo di Brasilia per uno strano balletto di 33 milioni di dollari che servirono tra il 2003 e il 2005 a garantire al Partito dei lavoratori (Pt), il partito di Lula, i voti degli alleati in Parlamento. Reati imputatigli: corruzione, peculato e riciclaggio. Tutto fatto su richiesta del partito.

Per non finire in galera, Pizzolato è scappato nottetempo dal suo attico sulla spiaggia di Copacabana in compagnia di un avvocato, tre valigie e una chiavetta Usb zeppa di documenti. E con in tasca un passaporto italiano falso ritirato a nome del fratello morto nel 2008 in un incidente d'auto, ma con incollata la sua foto. Ha forse attraversato in macchina il confine col Paraguay, poi è passato in Argentina, a Buenos Aires si è imbarcato su un aereo per Madrid e alla fine è arrivato in Italia.

Leonardo Souza, giornalista della "Folha de Sao Paulo", ha così ricostruito la fuga: "Per scappare in Italia Pizzolato s'è procurato una serie di documenti. Carta d'identità, codice fiscale, passaporto e certificato elettorale falsi". In Brasile è possibile ritirare il documento per conto di un'altra persona. Una informatizzazione non perfetta avrebbe consentito a Henrique Pizzolato di ritirare la carta d'identità del fratello morto. E con quella, chissà aiutato da chi, il passaporto italiano. Da morto, Celso Pizzolato aveva anche un conto in banca e pagava regolarmente le tasse.

Il doppio passaporto, anche se falso, per Henrique Pizzolato era stato finora una salvezza. Anni fa a un altro brasiliano dalla doppia cittadinanza (quello dei passaporti italiani in Brasile è un business, esistono agenzie private che ne sfornano quantità sospette) il giochetto era quasi riuscito.

Salvatore Cacciola, brasiliano con cittadinanza italiana, condannato nel 2005 da un tribunale brasiliano a 13 anni per il crac della banca Marka, riuscì a scappare e a vivere a Roma per qualche anno grazie al doppio passaporto. Venne arrestato nel 2008 e poi estradato in Brasile, solo perché non seppe resistere all'idea di una vacanza a Montecarlo e li trovò l'Interpol ad aspettarlo.

Pizzolato invece è stato arrestato il 5 febbraio dell'anno scorso a Maranello e rinchiuso nel carcere di Sant'Anna a Modena fino a quando la Corte d'appello di Bologna ha negato la sua estradizione. È l'unico, degli undici alti dirigenti del governo Lula condannati nel processo del mensalão, a non essersi consegnato alla polizia. "Ho deciso di far valere il mio legittimo diritto di libertà per essere sottoposto ad un nuovo giudizio in Italia, in un tribunale che non è sottoposto alle imposizioni dei media controllati dall'imprenditoria, come è previsto nel trattato di estradizione tra Brasile e Italia", aveva scritto in una lettera prima di lasciare Rio.

Secondo i giudici bolognesi le galere brasiliane non garantiscono il rispetto dei diritti umani e quindi non è giusto rispedirlo indietro. Lo stato brasiliano ha presentato ricorso in Cassazione e la Cassazione gli ha dato ragione. Nel carcere di Papuda, a Brasilia, dove il manager in fuga avrebbe scontato la pena e dove ha soggiornato a lungo anche Battisti, prima di ottenere lo status migratorio di cittadino straniero con permesso di residenza permanente in Brasile, i detenuti corrono il rischio di essere uccisi.

È stato questo l'argomento principale della difesa di Pizzolato (che ieri ha fornito ai giornali italiani foto raccapriccianti sulle carceri brasiliane), messa a punto sulla scia della difesa di Battisti all'epoca del suo processo: se mi mandate in galera in Italia mi uccideranno. Ora che la Cassazione ha reso inservibile quell'argomento per Pizzolato, la decisione finale sulla richiesta di estradizione sarà politica.

Gli amici di Battisti si preoccupano, temono che si crei un clima politico da scambio di ostaggi. "Ciascun processo di estradizione è una storia a sé, lasciate in pace Cesare" dicono. Amnesty International locale, che di Battisti è una supporter fedele, ripete da tempo: "Non siamo in guerra, non si tratta di uno scambio".

 
Lettere: reato di negazionismo? la verità non si difende col codice penale PDF Stampa
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di Enrico Buemi

 

Il Garantista, 14 febbraio 2015

 

Caro direttore, in merito al suo più che condivisibile articolo, ("Negazionisti in prigione? È pura follia"), volevo segnalarle che io e il mio collega socialista Fausto Guilherme Longo ci siamo astenuti, consapevoli che per il regolamento del Senato questo equivaleva come voto contrario, dal voto dell'altro giorno nell'aula del Senato che ha approvato un provvedimento che limita di fatto la libertà di espressione.

Come ho già detto, durante il mio intervento in Parlamento, io credo che sia un compito arduo affermare, da un lato, l'assoluta convinzione della certezza degli avvenimenti certificati dalle sentenze giudiziarie dei tribunali internazionali, in relazione alle vicende riguardanti il genocidio ebraico e, dall'altro lato, non limitare l'attività di una dialettica, seppure strumentale, finalizzata ad altri obiettivi che altri vorrebbero mettere in campo, usando uno strumento di sanzionamento penale e senza limitare la libertà di opinione. Il confine tra il lecito e l'illecito, inoltre, in questa materia, che fino a quando non si sostanzia in azioni materiali è relativo all'opinione, seppure sbagliata, è un confine che diventa difficile determinare per legge.

Ovviamente, la necessità di una verifica storica può avere valori diversi su fatti conclamati, vicini e vissuti e altri fatti che non sono sufficientemente noti o lontani da noi dal punto di vista temporale e dal punto di vista geografico.

Dobbiamo, quindi, avere, pur nella convinzione assoluta, per quanto mi riguarda, che le vicende di cui stiamo parlando sono accadute e sono accadute nei termini in cui ne è stato scritto, il coraggio di accettare il confronto con altri che, lo ribadisco, facendo una strumentalizzazione per finalità diverse, ne negano l'esistenza storica.

Mi domando, però, se siamo sicuri che nel nostro codice penale non esista una norma che consenta, in presenza di una volontà effettiva, di contrastare dal punto di vista giudiziario questo comportamento. Io penso che esista già questa possibilità, ma mi pongo anche il problema se sia effettivamente utile ed efficace, su questioni di questo genere, utilizzare il codice penale. Mi chiedo, inoltre, se per un'azione di negazione di fatti così evidenti, così gravi, così tragici, a tal punto ammessi ed accettati da tutta la comunità internazionale, si possa utilizzare uno strumento giudiziario per contrastare attività di alterazione culturale, prima che fattuale, di vicende che hanno quella dimensione.

Credo che, con l'approvazione di un provvedimento e con il richiamo di provvedimenti di carattere giudiziario, non facciamo che un buco nell'acqua, anzi mettiamo su un piedistallo coloro che vogliono strumentalizzare in maniera a loro favorevole queste vicende inconfutabili. Un altro interrogativo che mi pongo è, dal momento che la sanzione non impedisce l'omicidio della persona, se sia possibile che la sanzione impedisca l'omicidio della verità, della notizia tragica, la più tragica dell'umanità.

Noi abbiamo bisogno di affermare la verità tutti i giorni, non ci possiamo salvare la coscienza inserendo nel nostro codice penale un richiamo specifico a questa vicenda tragica ed indimenticabile fino alla fine dell'umanità. Noi vogliamo, con questo atto, consentirci di avere un sistema educativo che riproponga giorno per giorno l'affermazione di questa verità, che crei queste sensibilità che sono necessarie per un contrasto vero a quelle forme di violenza umanitaria inaudite ed indimenticabili?

Qui non si tratta di essere contro un provvedimento perché si vuole attenuare un'azione di contrasto. La si vuole rafforzare, invece, ma dal punto di vista della sua concretezza ed efficacia quotidiana e non inserendola all'interno di una pagina del codice penale, che prevede già la norma che sanziona l'istigazione all'odio razziale, introducendo un'aggravante specifica che, francamente, io trovo già nel codice penale. Colgo l'occasione per manifestarle l'apprezzamento per l'impegno del suo giornale nella difesa di principi fondamentali della nostra Costituzione e delle nostra convivenza civile e democratica.

 
Lettere: il carcere è storia di anime, di riabilitazione, non di vendetta PDF Stampa
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di Salvatore Cuffaro

 

Quotidiano di Sicilia, 14 febbraio 2015

 

Lo Stato con la Legge e il Giudice, mette le persone che hanno sbagliato, e non solo queste, in carcere, facendole evadere dal mondo. Il carcere, però, non è storia di corpi ma di anime. Il detenuto non può essere considerato e, peggio ancora trattato, come un animale da governare, un oggetto da sistemare, conservare e nascondere, uno sconfitto da castigare, a cui farla pagare. È un uomo che va rispettato anche se non ha avuto rispetto, e forse ancora non ne ha.

È un uomo da capire soprattutto se nulla fa per essere capito, da aiutare anche se non vuole, o è riluttante a chiedere aiuto, è un uomo da indurre alla speranza se è disperato, da amare anche se sa solo odiare. Il detenuto è uno sconfitto della vita, e come ogni sconfitto subisce il declino del suo destino, trascurato dallo stesso potere pubblico che lo ha condannato e condotto a espiare la pena in una immorale carcerazione, che lo porta a una degradazione psicologica e materiale, camuffata da false e illusorie prospettive di rieducazione sociale, o risocializzazione che dir si voglia.

La privazione della libertà, vissuta in condizioni e luoghi deprecabili, snaturati, miserevoli e inumani, senza possibilità di idonee e congrue soluzioni, se non di qualche inutile banale rappezzatura, mi spinge a ripensare alla validità della scelta del carcere come forma di espiazione della pena.

Se lo Stato pensa di aver vinto la sua guerra mettendo in carcere degli uomini che hanno sbagliato e che hanno perso, non ha vinto, ha perso anche lui insieme ai perdenti. Vincerebbe se riuscisse a impedire la sfida, a rimuoverne le cause, e a essere clemente se non riuscisse a impedirla. Non è vincere né sentirsi a posto con la coscienza, questo deserto che lo Stato crea per difendere "pace sociale e sicurezza", è vendetta. Ed è ancora più grave e penoso perché lo Stato fa tutto questo "in nome del popolo", per dare a qualcun altro la responsabilità della sua incapacità.

Si potrebbe dare, alle persone che si sono macchiate di alcuni reati, (senza portarle in carcere, né prima, né durante, né dopo il processo), la possibilità di lavorare con l'obbligo di lasciare allo Stato parte del salario, facendo così pagare il prezzo dei loro errori. Questo sarebbe ottemperare realmente all'art. 27 della Costituzione, perché sarebbe opera di rieducazione e di restituzione del reo alla società; sarebbe soprattutto una scelta dello Stato di comportarsi da padre per i suoi figli più difficili e bisognosi, ma non un padre cattivo che esercita la sua vendetta.

Il tempo del carcere, che pur possiede una sua feroce forza, lascia la (non indeterminata) possibilità di riflettere per capire di quale vita potranno godere gli occhi e l'anima, cosa si dovrà fare per poter scegliere cosa fare di essa, per poter uscire da uomini liberi, quando il rischio più grande è tornare ad essere succubi degli errori del passato. Il carcere non è storia di corpi ma storia di anime e di spiriti. Quando lo Stato e la società lo capiranno, solo allora le condizioni dei detenuti in carcere potranno migliorare.

 
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