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Giustizia: propaganda anticorruzione... giornali e tv che spasimano per la gogna facile PDF Stampa
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di Renzo Rosati

 

Il Foglio, 2 aprile 2015

 

Sul Sole 24 Ore di ieri spiccava un titolone a sei colonne: "Solo 226 i corrotti in carcere". L'incipit: "Non è proprio che le carceri italiane scoppino di detenuti per corruzione...". Che peccato, sarebbe bello se le patrie galere scoppiassero di più di quanto già non facciano. Dunque anche l'organo degli imprenditori si mette un po' al vento manettaro che torna a soffiare, tra procure e grandi media nazionali, proprio mentre passa al Senato la legge anticorruzione. Un mood dal quale aveva pur preso le distanze su alcune parti, tipo invitare a distinguere per il falso in bilancio la "colpa" dal "dolo".

D'altra parte SkyTg24 martella gli abbonati con il "counter on air di giorni, ore e minuti" da quando l'allora semplice senatore Pietro Grasso presentò il famoso testo di legge; counter mixato agli spot di "1992", la fiction Sky su Mani pulite. E riecco il sostituto procuratore Henry John Woodcock, quello di Vallettopoli e di Vipgate ("ramo d'indagine di Inail-petrolio", secondo l'intestazione del fascicolo), e con lui le intercettazioni a gogò sul vino di Massimo D'Alema, per ora: ma non si dovevano limitare lo spionaggio telefonico e lo spiattellamento sui giornali? Su questo il 24 Ore infila la testa sotto la sabbia.

Eppure su un altro quotidiano, il Giornale, l'ex numero uno di Finmeccanica Giuseppe Orsi racconta i quattro anni da indagato per finanziamenti alla Lega ricavati da una tangente indiana: tutto archiviato dal gip di Busto Arsizio "in quanto l'ipotesi non ha trovato riscontro investigativo". E non è molto lontana l'assoluzione dopo un anno di carcere per Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, per l'ipotizzata connection telefonica con la malavita comune.

Né quella in Cassazione di Alfredo Romeo, l'imprenditore di Global Service, dopo 79 giorni a Poggioreale su tre anni chiesti da Luigi De Magistris, fondando sull'inchiesta farlocca la carriera di sindaco di Napoli, mentre si suicidava l'assessore Giorgio Nugnes. Che pensa di Orsi il 24 Ore, che pensava allora dei molti Scaglia, Romeo, Nugnes: li voleva al gabbio?

E che pensa della solitaria battaglia di Luigi Manconi, senatore del Pd, che da una vita combatte gli abusi carcerari, tanto a danno dei vip quanto dei poveri cristi e spesso finiti in tragedia senza notizia, che ieri ha votato contro l'innalzamento delle pene ("mera propaganda"), isolato e inevitabilmente tacciato di berlusconismo?

Prodigo di utilissimi raffronti con gli altri paesi evoluti - su produttività, privatizzazioni, conti pubblici, tutte cose per le quali vale il famoso appello "Fate presto" - il giornale della Confindustria non sottopone agli stessi test la qualità della nostra giustizia, penale e civile. Eppure la demolizione sempre in Cassazione di quattro gradi di giudizio per il delitto di Perugia (se non vogliamo citare il Rubygate) dicono pure qualcosa.

Ma i giornali che propugnarono l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ora trovano nuovi filoni di caccia nelle fondazioni che l'hanno sostituito; né scafatissimi cronisti giudiziari battono ciglio se la mafietta di Roma nord tra campi rom e benzinai si trasforma in "Mafia Capitale"; se la raccomandazione sfocia in "disegno corruttivo". Il tutto per finire magari nel nulla. Massì, perfino Renzi purtroppo pare convinto: un Cantone al giorno toglie il medico di torno.

 
Giustizia: anticorruzione, alzare le pene un trucco per alimentare il processo mediatico PDF Stampa
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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 2 aprile 2015

 

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, come ha ammesso con trasparenza il prossimo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio in un libro appena uscito per Marsilio, per il modo in cui riesce a penetrare, usando le parole giuste, non solo nella testa ma anche nella pancia degli elettori, sotto molti aspetti si può considerare un populista puro, e non c'è dubbio che per essere un buon politico, per farsi capire e apprezzare e persino per riformare, sia necessaria oggi una buona dose di sana demagogia.

Il populismo di Renzi da un po' di tempo a questa parte si intreccia però con un'altra forma di demagogia che non ci sembra sana, tutt'altro, e che ci pare birichina e persino pericolosa. Potremmo chiamarlo così: il populismo penale. Ormai è un tratto preciso del renzismo di governo e la regola suona più o meno in questo modo: la via migliore per nutrire la pancia affamata dell'elettore indignato - visibilmente provato da un fatto di cronaca che ha turbato le coscienze dell'opinione pubblica - è quella di dare una risposta di origine penale.

Ovvero: più pene per tutti. Ieri è successo di nuovo, è successo pochi giorni dopo un altro aumento di pene (quelle relative all'omicidio stradale), è successo con due testi approvati al Senato ed è successo sia per il falso in bilancio sia per la legge anticorruzione, e in entrambi i casi la rivoluzione della maggioranza renziana è stata una e solo una: aumentare le pene.

Si potrebbe dire, a voler essere pignoli, che, specie per la corruzione, le pene esistono già, sono anche alte, prevedono da tempo la reclusione fino a 15 anni o 20 anni se vi sono annessi altri reati e che il modo migliore per combattere la corruzione (lo ricordava bene Carlo Nordio, magistrato, ieri sul Messaggero) non è alzare le pene ma combatterla alla radice, snellendo la macchina burocratica. Si potrebbe dire tutto questo e molto altro.

Ma il punto importante ci sembra diverso ed è questo: per combattere un reato occorre che sia garantita la certezza della pena e non occorre l'introduzione di nuove sanzioni che, senza certezza della pena, faranno la fine di un palloncino bucato. "Negli ultimi decenni - ha detto con merito Papa Francesco a ottobre 2014 durante un intervento all'Associazione internazionale del diritto penale - si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina". Per carità: bene impegnarsi contro la corruzione, figuriamoci, ma sarebbe bene farlo senza sottovalutare un aspetto importante: che giocare con il populismo penale è un modo come un altro per offrire cartucce al circuito del processo mediatico. Ne vale la pena?

 
Giustizia: in Gazzetta Ufficiale Regolamento composizione dei Garante diritti dei detenuti PDF Stampa
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Public Policy, 2 aprile 2015

 

Pubblicato in Gazzetta ufficiale il Regolamento recante la struttura e la composizione dell'ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Il regolamento, in attuazione all'articolo 7 del dl 23 dicembre 2013, n. 146, il cosiddetto Svuota-carceri e stabilisce che l'ufficio del Garante avrà sede presso il ministero della Giustizia e si avvarrà di un organico di 25 unità di personale messo a disposizione dallo stesso dicastero. La predisposizione della pianta organica sarà affidata alla valutazione del Garante stesso, di concerto con il guardasigilli e sentite le organizzazioni sindacali. Il Garante definisce gli obiettivi da realizzare e si occuperà del coordinamento con i Garanti territoriali che hanno competenza per tutti i luoghi di privazione della libertà, compresi i Cie e le comunità terapeutiche, e potranno contribuire, attraverso incontri strutturati, sia a individuare gli aspetti sistemici di non funzionamento, sia alla redazione di raccomandazioni da inviare alle relative autorità nazionali o regionali. Il provvedimento entra in vigore il 15 aprile.

 
Giustizia: Relazione del Copasir "nell'operazione cd. Farfalla Sisde e Dap fuorilegge" PDF Stampa
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di Aaron Pettinari e Francesca Mondin

 

www.antimafiaduemila.com, 2 aprile 2015

 

Il Comitato: "Non esiste perché fallì". Intervento anche su vicenda Flamia.

I soggetti coinvolti nell'operazione Farfalla avrebbero agito "sconfinando la legge sui servizi allora vigente, che è stata interpretata "in modo strumentale e arbitrario". Ci sono anche queste dichiarazioni nella relazione del Copasir presentata oggi al Senato sulle operazioni Farfalla e Rientro, le iniziative promosse tra il 2003 ed il 2004 dal Sisde, all'epoca diretto da Mario Mori, e dal Dap, diretto invece da Gianni Tinebra, che avevano il fine di raccogliere informazioni da boss detenuti in regime di carcere duro.

Se da una parte viene sottolineato come tale operazioni non avessero portato ad un nulla di fatto, in particolare per l'operazione Farfalla vengono evidenziati alcuni comportamenti impropri. Si legge nel documento che "Pur non rientrando nei compiti di questa indagine, risulta evidente che il Dap ha svolto un ruolo non consono alle sue prerogative e fuori dal perimetro assegnato - ruolo assimilabile a quello di una vera e propria struttura parallela di intelligence - con l'ulteriore aggravante di una carenza professionale di ricerca informativa e di una carenza organizzativa nel rapporto con i fiduciari e con il Sisde".

 

Il Protocollo Farfalla e il rapporto d'amicizia

 

Il documento del Comitato di controllo dei servizi segreti, che ha avviato l'indagine l' 8 ottobre 2014 per poi concluderla il 10 febbraio 2015, passa un bel colpo di spugna su indagini ancora in corso (dallo stesso protocollo Farfalla al caso Flamia), rivisitando anche il lavoro svolto dalla Commissione antimafia (al termine del quale il vice presidente Fava accusò apertamente funzionari dei Servizi di aver mentito sull'inesistenza del Protocollo, ndr) basandosi sulle 21 audizioni effettuate e le 300 pagine di documenti acquisiti tra Ministero, Procure, Dap e Servizi.

"Nel corso del 2004 - si legge ancora nella relazione - si programmò e iniziò la cosiddetta operazione Farfalla con l'obiettivo di raccogliere informazioni, tramite il Dap, da detenuti che, sentendosi abbandonati dalle proprie famiglie o dalle organizzazioni criminali di appartenenza, avrebbero potuto manifestare la disponibilità a fornire informazioni di natura fiduciaria subordinata a dei vantaggi anche di natura economica per sè stessi o per i loro parenti. Per svolgere tale compito - prosegue la relazione -, salvo che il soggetto commetta reati, l'intelligence nasconde sempre la fonte fiduciaria; pertanto, il detenuto si sarebbe sentito protetto e nel contempo avrebbe aiutato gli investigatori e la giustizia, senza correre particolari pericoli per sé e per i suoi familiari. Sulla base di elementi conoscitivi acquisiti dai dipendenti del Dap sui comportamenti di alcuni detenuti, furono individuati, di intesa tra Dap e Servizi, otto soggetti di varia estrazione, ristretti in carceri diverse e sottoposti a regime detentivo differenziato, sei dei quali in regime di 41-bis, come potenziali informatori per l'operazione in corso sulla base di atteggiamenti e comportamenti intra-carcerari, comunicazioni epistolari con l'esterno e aggregazione all'interno del carcere.

I termini dell'operazione, trattati a voce tra i dirigenti del Sisde e del Dap, furono sintetizzati in un unico appunto datato 24 maggio 2004, in cui si fissarono i criteri, i nominativi e le procedure del rapporto". Nell'appunto, acquisito dal Copasir, i criteri consistono nei seguenti punti: "l'esclusività e riservatezza del rapporto", "l'apprezzamento delle reali potenzialità informative dei detenuti contattati", la previsione del pagamento di "compensi a cura del personale del Servizio, in direzione di soggetti esterni" sulla base della "produzione a ragion veduta", la "canalizzazione istituzionale delle risultanze informative a cura del Servizio" e la pianificazione ed attuazione di adeguata "penetrazione informativa intramuraria, eventualmente supportata da concomitante e concordata azione del Dap", che preveda l'orientamento di pre-individuati fiduciari verso i menzionati contesti di interesse.

Inoltre vi è anche un documento, acquisito dalla procura di Palermo che indaga su questi rapporti, in cui figura scritta una lista di nomi dei boss che sarebbero stati avvicinati dopo aver ricevuto una prima "disponibilità di massima a fornire informazioni". In cambio di cosa? Semplice, un "idoneo compenso da definire".

E i nomi sono tutti eccellenti. Dal boss di Brancaccio Fifetto Cannella, condannato all'ergastolo per la strage di Via d'Amelio, a Vincenzo Boccafusca, quindi Salvatore Rinella ed il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo. Quest'ultimo di recente avrebbe rilasciato alcune dichiarazioni sulla reale identità di Faccia da Mostro. Ma ci sono anche il camorrista Modestino Genovese e lo 'Ndranghetista Antonino Pelle.

"In un altro breve appunto informale - si legge ancora nella relazione, datato 21 luglio 2003, si evidenziano le esigenze del Servizio in relazione all'operazione. Tra queste compare la realizzazione dei contatti con i detenuti 'al fine di sviluppare autonome e mirate azioni di intelligence, non intaccate da ulteriori interessi da parte di altri organismi".

Per il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato in questo modo la polizia penitenziaria, invece di informare la magistratura, avrebbe informato il Sisde. Mori, da parte sua, ha negato questa interpretazione. Ma legge, puntualizza la relazione, stabilisce che notizie di reato "dovevano essere trasmesse comunque all'autorità giudiziaria da parte degli operatori di polizia giudiziaria del Dap, primi ed unici ascoltatori dei detenuti all'interno delle carceri italiane".

Secondo quanto raccolto nelle audizioni del Copasir "L'operazione farfalla si sarebbe chiusa per l'infondatezza dei presupposti, per la difficoltà di stabilire un rapporto fiduciario con i carcerati individuati e in particolare per l'impercorribilità di un'operazione caratterizzata da un'attività di contatto intermediata da personale del Dap privo di specifica formazione. Secondo i responsabili dell'epoca, i detenuti Buccafusca, Cannella, Rinella, Genovese, Angelino, Pelle, Di Giacomo e Massaro, gli otto carcerati individuati per l'operazione nel documento del 24 maggio 2004, non sono mai divenuti dei fiduciari del Sisde".

Secondo il Copasir se "dal punto di vista giudiziario l'operazione 'Farfallà non ha condotto ad alcuna condanna (nel documento ci sono riferimenti alla sentenza della Procura di Roma del 13 febbraio 2015 di non luogo a procedere per prescrizione nei confronti del dottor Leopardi e alla mancata acquisizione di nuove prove al processo d'appello Mori-Obinu a Palermo, ndr) né ad altra sanzione, dal lato della vigilanza vanno ricordati la vaghezza e l'accentramento nella figura del Direttore della governance del Servizio e la struttura amicale data dal generale Mori all'operazione. Mori e Obinu, da una parte, Tinebra e Leopardi, dall'altra, erano stati colleghi ed avevano collaborato a Caltanissetta e poi, una volta ritrovatisi a Roma ai vertici del SISDE e del Dap, avevano ricostruito un gruppo di lavoro che operava con modalità di funzionamento che sfuggivano alle norme e che tutt'ora rimangono sconosciute anche a causa dei "non so", "non mi ricordo" e "nulla di scritto".

È emerso inoltre che di questa operazione "non vi sarebbe stata alcuna specifica informativa destinata all'Autorità politica pro tempore". I due ministri dell'epoca Giuseppe Pisanu (Interno) e Roberto Castelli (Giustizia), ascoltati dal Comitato, hanno riferito di non essere stati informati, con il primo che ha anche segnalato "all'interno del Dap era stata costituita, a mia totale insaputa, una centrale di ascolto che intercettava i mafiosi". Inoltre, parlando del ruolo di Tinebra a capo del Dap la relazione evidenzia come questi esca oscurato da un secco "non so e non sapevo" e da una frase, riferita in sede di audizione: "Il direttore si deve accontentare di farsi raccontare il succo, dare una delega e sorvegliare che tutto vada bene, e pregando Iddio che tutto vada bene".

Secondo il Comitato "Negli anni a seguire - si legge nella relazione finale - vi è stato un erroneo convincimento riguardo l'operazione Farfalla in merito all'esistenza di un segreto di Stato sul carteggio e sugli atti operativi". Non solo. Poiché lo scambio informativo tra Sisde e Dap è avvenuto per la maggior parte tramite comunicazioni date a voce, non codificate e non protocollate non è stato rispettato l'articolo 6 della legge 801 del 1977, secondo cui "Il ministro per l'interno, dal quale il Sisde dipende, ne stabilisce l'ordinamento e ne cura l'attività sulla base delle direttive e delle disposizioni del presidente del Consiglio dei ministri" e ancora "il Sisde è tenuto a comunicare al ministro per l'Interno e al Comitato esecutivo per i Servizi di informazione e sicurezza (Cesis) tutte le informazioni ricevute o comunque in suo possesso, le analisi e le situazioni elaborate". E poi si aggiunge che "l'assenza di riscontri documentali e la gestione poco trasparente dell'attività ha giustificato ricostruzioni e letture dietrologiche di deviazioni, calibrate ad una trattativa tra lo Stato e la criminalità".

 

Operazione Rientro e vicenda Flamia

 

Per il Copasir sia l'operazione Rientro che il caso Flamia sono due operazioni che, almeno per quanto riguarda l'atteggiamento dei Servizi segreti, sono state compiute "nei percorsi della legge". In particolare nelle conclusioni è scritto che per quanto concerne l'operazione "Rientro" "rivelata un insuccesso, fermo restando le valutazioni relative all'operato del Dap, su cui del resto il Comitato non ha specifiche competenze, si può affermare che il personale del Servizi ha agito secondo le regole e applicando correttamente le procedure previste". I dubbi in merito "sono circoscritti all'operato del Dap e del suo dirigente, il dottor Leopardi", mentre "per la parte di competenza del Servizio, può essere considerata una normale operazione con i corretti passaggi e le opportune verifiche".

Per la vicenda Flamia si sottolinea come, rispetto alle due precedenti, "si inscrive all'interno di un quadro normativo profondamente mutato, a seguito dell'entrata in vigore della legge n. 124 del 2007, che ha prodotto una disciplina più rigorosa e definita. In tale contesto la collaborazione della fonte fiduciaria ha contribuito alla realizzazione di importanti risultati investigativi nella lotta alla criminalità organizzata. Le risultanze dell'indagine consentono di affermare che, anche in questo caso, il personale dei Servizi abbia agito nel rispetto della normativa di riferimento". Poco importa se lo stesso uomo d'onore di Bagheria, che per anni ha avuto rapporti con i servizi, abbia ammesso di avere ricevuto le visite in carcere di importanti agenti dell'intelligence anche dopo aver deciso di collaborare con la magistratura. Sulla questione il direttore dell'Aisi (che dal 2007 ha preso il posto del Sisde), Arturo Esposito, ha riferito: "Ho letto sui giornali di un finto avvocato che avrebbe contattato il Flamia in carcere. Dovrei pensare a un dipendente che, agendo a titolo personale, sarebbe riuscito a superare i controlli carcerari commettendo un'inspiegabile pazzia. È interesse dell'Agenzia che l'autorità giudiziaria faccia piena luce su questo episodio, certo, come sono, che non possa trattarsi di personale dell'Aisi". Una vicenda che, al di là delle considerazioni del Copasir, resta tutta da chiarire.

 
Giustizia: il Ministro Orlando; su chiusura Opg stop a polemiche e paure ingiustificate PDF Stampa
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Ansa, 2 aprile 2015

 

"Ringrazio Napolitano per lo stimolo e la costante attenzione che ci ha permesso di arrivare a dei risultati che non sono ancora quello auspicati, perché rimangono molte cose da fare, ma tutti i percorsi cominciano da qualche parte". Lo ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, intervenendo a un evento sugli Opg in Senato.

"Credo che alla soddisfazione di essere il ministro che ha avviato la chiusura degli Opg si aggiunga una preoccupazione, un rammarico, per una propaganda che si scarica su persone indifese e fatta di polemiche in questo caso ingiustificate", ha aggiunto il Guardasigilli. "Chiedo a tutte le forze politiche - ha proseguito - che quello che dovrebbe essere un dato di orgoglio non si trasformi in un'ennesima polemica, la paura che viene agitata è solo la paura di noi stessi.

Altro elemento di rammarico è che non ho sentito abbastanza reazioni a quelle posizioni". "Superare gli Opg è anche un modo per riconciliarci con noi stessi - ha concluso il ministro - e dobbiamo manifestare grande soddisfazione per la cosa in sé e per quanto riguarda la pericolosità e la presenza di rischi per la collettività vorrei ricordare che chi viene dimesso è sottoposto a un'attenta valutazione da parte del medico e a una valutazione sulla cessata pericolosità da parte del magistrato".

 

Grasso: chiusura Opg ripristina diritti umani

 

La chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari consente "di ripristinare diritti umani sinora disattesi", unitamente alla norma che "stabilisce che sia le misure di sicurezza che i ricoveri nelle Rems, le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitaria, non possano protrarsi oltre il limite massimo fissato per la pena detentiva prevista per il reato commesso".

Lo ha affermato il presidente del Senato, Pietro Grasso, intervenendo alla proiezione del film "Il viaggio di Marco cavallo". "Con ciò -ha detto ancora la seconda carica dello Stato, proprio all'indomani dello stop agli Opg- si è inteso abolire i cosiddetti 'ergastoli bianchì, una realtà inaccettabile per un Paese che si voglia definire civile. Si è voluto porre termine ad una situazione in cui i malati, a differenza dei comuni detenuti, oltre che della libertà, erano privati anche della speranza in un futuro".

"Nel corso del tempo, si sono resi sempre più evidenti - ha sottolineato Grasso sempre in riferimento agli Opg - i limiti di questi istituti nell'assolvere alle funzioni ad essi demandate: oltre a quella, appunto, di sicurezza detentiva, la cura, la riabilitazione e il reinserimento delle persone internate. Le carenze negli interventi terapeutici, l'inaudito degrado delle strutture e, in generale, le indegne condizioni di vita dei malati al loro interno - testimoniate anche da un'indagine parlamentare - hanno fatto sì che si avviasse un processo di dismissione degli Opg, definiti luoghi fatiscenti, caratterizzati da condizioni umane e igieniche al limite della decenza e dichiarati illegittimi dalla Corte costituzionale già nel 2003".

"Le Rems serviranno a garantire assistenza soltanto ai soggetti dichiarati non dimissibili, dovendosi evitare, però, che si trasformino in mini manicomi regionali. C'è ancora molto da fare perché la sicurezza e la salute delle persone coinvolte siano tutelate in modo concreto ed efficace. Non solo in termini di strutture. È necessario un diverso approccio alla malattia mentale - ha concluso il presidente del Senato - che sposti l'intervento pubblico dall'obiettivo del controllo sociale dei malati di mente alla tutela, alla promozione della salute e alla prevenzione dei disturbi mentali, da una presa in carico limitata al ricovero ospedaliero ad una basata su servizi territoriali di assistenza disponibili ventiquattr'ore su ventiquattro".

 

D'Ambrosio Lettieri (Fi): su Opg sfida ancora tutta da vincere

 

"Prendiamo atto con favore che il Governo ha inteso non prorogare ulteriormente la data di chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari", ma "la vera sfida deve ancora cominciare ed è ancora tutta da vincere" per Luigi d'Ambrosio Lettieri, capogruppo di Forza Italia in Commissione Igiene e Sanità del Senato.

"Quello che poteva e doveva essere un new deal - commenta in una nota - rischierebbe di essere solo un titolo senza contenuti, se non si dovesse affrontare la realtà con onestà intellettuale e non si dovesse dire chiaramente che le difficoltà non sono affatto superate, non solo perché le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) non sono disponibili nella maggior parte delle regioni, praticamente inadempienti, ma anche perché c'è una sfida superiore da vincere: la costruzione di un nuovo sistema che implichi una rivoluzione culturale ed etica nell'approccio alla psichiatria giudiziaria, per offrire servizi adeguati che non siano Opg in scala minore".

"L'ennesima proroga" alla chiusura dei 6 Opg italiani "sarebbe stata oltremodo indecorosa, come lo era anche lo scorso anno quando il gruppo dei senatori di Fi - ricorda l'esponente azzurro - ha deciso di astenersi sul provvedimento del Governo relativo al terzo rinvio.

Allo stop alla proroga si è giunti, come anche lo stesso presidente Grasso ha affermato oggi, grazie alla mobilitazione di tanti che si sono impegnati, dentro e fuori il Parlamento, perché fosse cancellata una vergogna nazionale". Concluse d'Ambrosio Lettieri: "Lo stop al balletto indecente delle proroghe è, dunque, un fatto per cui ci siamo battuti. Ma non è il punto dirimente, neanche un traguardo. C'è ancora molta strada da fare".

 

M5S: chiusura Opg solo sulla carta, siamo in alto mare

 

"Chi dice che a partire da oggi gli Opg sono solo un ricordo, afferma il falso. In diverse regioni italiane le strutture di accoglienza per i detenuti con problemi psichiatrici, le Rems, non ci sono ancora e, come nel caso del Veneto, i progetti per la realizzazione delle strutture sono addirittura in alto mare. La realtà è che, dopo aver rimandato più volte, la chiusura degli Opg è stata scelta una data inadeguata solo per evitare inutilmente il commissariamento".

Lo affermano i deputati del Movimento 5 Stelle. "Assistiamo a una propaganda risibile da parte di diversi politici - si legge nella nota - che parlano degli Opg come di un problema ormai risolto. Purtroppo non è così: in assenza di strutture alternative, probabilmente molti di quei detenuti continueranno ad essere ospitati negli Opg e, dunque, riceveranno un'assistenza assolutamente inadeguata.

Oggi già c'è chi parla del fatto che, dopo l'uscita dalle Rems, i pazienti ex internati saranno presi in carico dai presidi psichiatrici di zona delle Asl, ma di fronte al fatto che molte Rems non esistono, queste affermazioni sono di facciata e propagandistiche". "Sul fronte della sicurezza - concludono i deputati pentastellati - dobbiamo infine segnalare come desti più di una preoccupazione la posizione degli operatori sanitari, i quali operano e opereranno nelle Rems, direttamente a contatto con soggetti dichiarati pericolosi. Una situazione molto delicata, questa, che è stata sottolineata già nei mesi precedenti da associazioni ed esperti del settore".

 
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