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Giustizia: dal Dap mappa sulla presenza amianto nelle carceri e sui lavori di smaltimento PDF Stampa
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Ansa, 28 febbraio 2015

 

In alcune carceri italiane ci sono ancora strutture o materiali in eternit o presenza di amianto, per il quale sono state avviate verifiche e procedure di smaltimento. È quanto emerge da una mappatura aggiornata al gennaio 2015 resa nota dallo stesso Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.

"Attualmente - comunica il Dap - sono in corso tutti i controlli e le opere necessarie per rimozione, smaltimento e messa in sicurezza. Il Dipartimento, in continuità con il passato, assicura massima attenzione e tempestività negli interventi futuri".

Questo il quadro della situazione che si evince dalla tabella fornita. Nelle carceri del Piemonte, il Dap segnala ad Alessandria coperture di un locale tecnico con lastre ondulate tipo eternit; a Fossano, presso la Direzione lastre di cemento-amianto ricoperte da tegole e controllate periodicamente. A Novara sono imminenti lavori per la bonifica della copertura della caserma agenti e della palestra. A Torino sono in corso verifiche del materiale coibente presso i piani interrati di Direzione e II Caserma.

Nelle carceri della Toscana, risultano da verificare due canne fumarie a Grosseto; a Lucca è in corso lo smaltimento di manufatti in eternit; a Massa e a Pisa la direzione ha chiesto alla Asl la verifica della pericolosità di alcuni manufatti; a Montelupo Fiorentino dopo l'eliminazione di manufatti nel 2013 è stata avviata un'altra procedura di smaltimento; a Prato sono presenti due coperture in eternit e la direzione sta valutando due possibili soluzioni.

In Umbria rimangono da risanare dei locali nella struttura di Spoleto. Nelle carceri sarde sono in corso lavori di rimozione di manufatti in amianto a Isili e Is Arenas con termine previsto entro il primo trimestre 2015; a Mamone si è in attesa del nulla osta dei Beni culturali per la demolizione di un fabbricato; ad Alghero in fase di programmazione gli appalti per la rimozione.

Nelle carceri siciliane ci sono presenze a Castelvetrano, con due recipienti (a breve lo smaltimento), a Catania Piazza Lanza con una tettoia, e Catania Bicocca, con pannelli presso l'impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica, per cui "si provvederà nel corrente esercizio compatibilmente con le risorse", segnala il Dap; segnalazione che vale anche per Enna, dove vi sono materiali accantonati da smaltire, nell'istituto dismesso di Favignana, dove ci sono 50 pannelli in eternit; a Giarre, per piccoli manufatti in eternit; a Noto, dove sono presenti 10 contenitori in eternit; e a Trapani, dove c'è amianto nelle coperture del magazzino. All'Ucciardone di Palermo è in corso la rimozione di materiale in eternit; a San Cataldo esiste una quantità non precisata di eternit su cui è stata avviata una verifica.

In Emilia Romagna, nella scuola di formazione della polizia penitenziaria di Parma, c'è una tettoia nel parcheggio automezzi con presenza di amianto sotto soglia; nel carcere di Piacenza si è in attesa dei risultati delle analisi commissionate sulle fibre presenti nella pavimentazione di un locale.

In Calabria, nel carcere di Lamezia Terme, temporaneamente chiuso si sta valutando la rimozione di un manufatto in amianto. Non si registra infine presenza di amianto nelle strutture di Lombardia, Basilicata, Lazio, Puglia, Campania, Veneto e Liguria.

 
Giustizia: "l'avvocato era in sciopero", così la Cassazione cancella condanna a 10 anni PDF Stampa
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di Andrea Priante

 

Corriere Veneto, 28 febbraio 2015

 

"L'astensione proclamata in sede collettiva è un diritto di libertà garantito". All'avvocato è stato negato il diritto a scioperare, e quindi il condannato torna libero. La corte di cassazione, in una sentenza depositata due giorni fa, ha disposto l'annullamento della condanna a dieci anni di carcere di un tunisino che era stato arrestato a Padova nell'ambito di una grossa operazione contro il traffico di droga. La vicenda prende le mosse nel 2005, quando la squadra mobile fermò cinque persone che stavano trattando la cessione di un grosso quantitativo di sostanze stupefacenti.

Tra loro, il tunisino Hichem Ben Abdelhami Rahali, che all'epoca aveva 30 anni e abitava a Selvazzano. Vennero sorpresi al casello di Padova Ovest, mentre armeggiavano intorno a una vettura che, si scoprì, aveva il motore e i sedili imbottiti di droga. La polizia sequestrò sedici chili di cocaina e nove chili di hashish, suddivisi in 44 panetti: una volta immessi sul mercato della movida padovana avrebbero fruttato oltre un milione di euro.

Hichem Ben Abdelhami Rahali, difeso dall'avvocato Carlo Bermone, in seguito venne condannato dal tribunale della città del Santo a dieci anni di carcere e centomila euro di multa. Una sentenza contro la quale il tunisino decise di presentare ricorso, e la corte d'Appello fissò l'udienza il 20 settembre del 2013, cinque anni dopo la condanna di primo grado. Proprio per quel giorno, però, l'Unione delle camere penali aveva proclamato l'astensione collettiva per protestare "contro una politica sempre più debole sulla Giustizia e inadempiente sull'emergenza carceri".

Il giorno prima dell'udienza, la Corte d'Appello informò l'avvocato Bermone che la discussione si sarebbe comunque svolta, in base al principio che una decisione che incide sulla libertà di un imputato è preponderante rispetto al diritto a protestare degli avvocati. "Quando sono arrivato in aula - racconta il legale - ho subito spiegato ai magistrati che intendevo aderire alla giornata di astensione indetta dalle camere penali e che quindi l'udienza andava rinviata. Ma i giudici hanno deciso di proseguire ugualmente, anche senza la mia presenza". Risultato: confermata la condanna a dieci anni per il trafficante di droga. Ma l'avvocato Bermone ha deciso di ricorrere in Cassazione, sostenendo che la sentenza era stata pronunciata "in violazione della legge", vista la scelta dei giudici di procedere nonostante la sua assenza.

Ora arriva la decisione della Suprema Corte, che ha dato ragione al legale sulla base dei più recenti indirizzi dettati dalle Sezioni Unite: "L'adesione del difensore all'astensione dalle udienze proclamata in sede collettiva costituisce l'esercizio di un diritto di libertà costituzionalmente garantito", si legge nel dispositivo della nuova sentenza. Per questo motivo "dev'essere rilevata la nullità dell'intero giudizio di appello, siccome illegittimamente celebrato in assenza del difensore avente diritto".

In altre parole, la condanna di Hichem Ben Abdelhami Rahali viene annullata e lui - che nel frattempo, vista la lentezza della Giustizia italiana, era uscito di galera in attesa della sentenza definitiva - se ne resta in libertà. L'intera vicenda ora tornerà alla Corte d'Appello che dovrà ricominciare tutto. Un errore di procedura che da un lato fissa il diritto, anche per gli avvocati, di "scioperare", ma dall'altro cancella con un colpo di spugna la condanna di un pericoloso criminale. "È una sentenza importante perché ribadisce che anche ai difensori degli imputati va garantita la libertà di manifestare le proprie idee", spiega Daniele Grasso, già componente di giunta dell'Unione delle camere penali. "Resta l'amarezza perché una iniziale valutazione sbagliata da parte dei giudici ha provocato un danno sociale conseguente alla mancata definizione del processo nei tempi che avrebbero dovuto essere fisiologici".

 
Giustizia: 6 mesi di sospensione dalla professione... solo un buffetto al "dottor Bolzaneto" PDF Stampa
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di Katia Bonchi

 

Il Manifesto, 28 febbraio 2015

 

G8. Sospeso per sei mesi il medico che "visitava" in mimetica i manifestanti brutalizzati: L'ordine dei medici di Genova, quattordici anni dopo i fatti, esclude Toccafondi appena fino a ottobre. L'amarezza delle parti civili.

"Alla Diaz dovevano fucilarvi tutti". Così nella caserma-carcere di Bolzaneto il dottor Giacomo Toccafondi, responsabile dell'infermeria durante il G8 di Genova, accolse una manifestante arrivata dalla scuola Pertini dove la polizia aveva appena compiuto quella che oggi è universalmente definita la "macelleria messicana". Ad altri diede dei "bastardi". A una ragazza tedesca, a cui la polizia alla Diaz aveva fatto saltare la metà dei denti, puntò il manganello alla bocca mentre altri cantavano "Manganello, manganello". Oggi, a distanza di quasi quattordici anni, l'Ordine dei medici di Genova ha sospeso Toccafondi per sei mesi. A ottobre potrà tornare a lavorare, quantomeno come libero professionista, poiché l'ex ufficiale della Croce Rossa, che oggi ha 61 anni, nel marzo 2014 è stato licenziato dalla Asl 3 genovese per il "venir meno del rapporto fiduciario in seguito ai fatti accertati dalla magistratura sotto il profilo deontologico, morale e professionale".

Toccafondi ha così perso il suo posto da chirurgo all'ospedale di Pontedecimo ma non è detto che, allo scadere della sospensione, non possa riacquistare anche quello visto che a giorni è prevista la sentenza del giudice del lavoro sul ricorso presentato contro il licenziamento. Secondo i beninformati ci sarebbero alcuni problemi di natura formale che potrebbero portare alla sua riassunzione. Tornando al provvedimento disciplinare, la sospensione di sei mesi dall'esercizio della professione "non è certo stata un buffetto sulla guancia" commenta l'avvocato Alessandro Vaccaro, che lo ha difeso nel processo penale e anche davanti alla commissione di disciplina dei medici: "I suoi colleghi hanno fatto le loro valutazioni sui comportamenti deontologici utilizzando come base le carte del procedimento penale che si è concluso con la prescrizione". "Abbiamo una legge istitutiva che prevede direttamente il passaggio dalla censura di sei mesi alla radiazione" si difende il presidente dell'ordine dei medici di Genova Enrico Bartolini. "Era indubbio che meritava una sanzione pesante e la commissione, formata da tre professionisti super partes, ha scelto una delle più gravi". Perché non la radiazione allora? "Perché sono stati valutati tanti elementi negativi, ma anche alcuni positivi. È stata una valutazione laboriosa durata oltre un anno e mezzo".

Se sugli elementi positivi, in assenza del testo del provvedimento, è arduo lavorare di fantasia, gli elementi negativi sono tanti e per ognuno di loro, come sancito dalla Corte di Appello di Genova, Toccafondi dovrà risarcire le sue vittime. Come per "l'aver costretto o consentito che le persone stessero nude nell'infermeria oltre il tempo necessario, che le persone di sesso femminile rimanessero nude anche davanti a uomini, osservate nelle parti intime e costrette a girare più volte su se stesse" o come l'aver "insultato direttamente le persone visitate... anche rivolgendo domande sulla vita sessuale con evidente segno di scherno". Oltre a omissioni di referto e minacce di vario tipo come la frase "se non stai zitto ti diamo anche le altre" rivolta a un arrestato a cui stavano saturando senza anestesia la mano appena lacerata da un agente.

Toccafondi, che "visitava" i fermati indossando la tuta mimetica invece del camice bianco, è responsabile di aver "effettuato triage con modalità non conformi ad umanità e tali da non rispettare la dignità della persona, sottoponendoli ad un trattamento inumano e degradante".

Per Clizia Nicolella, consigliere comunale e medico, che aveva chiesto un anno fa in una lettera pubblica indirizzata proprio a Bartolini, la radiazione di Toccafondi "si tratta di un provvedimento che sembra rientrare in una sorta di bon ton dell'Ordine, mentre sarebbe stato importante dare un segnale rispetto al limite che ha superato con un comportamento lesivo della dignità di tutti i medici". "Giustizia è fatta - è il commento carico di amara ironia dell'avvocato Emanuele Tambuscio, che ha difeso alcune delle centocinquanta parti civili nel processo di Bolzaneto, diversamente Toccafondi sarebbe stato l'unico tra tutti i condannati del G8 ad essere radiato o destituito".

 
Giustizia: il dottor "seviziatore" e la prevenzione del morbo PDF Stampa
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di Silvia D'Onghia

 

Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2015

 

C'è una definizione dell'enciclopedia Treccani che stona pesantemente con quanto accaduto in questi giorni a Genova: "medicina" è, in senso lato, "il complesso dei provvedimenti, spesso di carattere non strettamente medico, ma comunque rivolti, nell'intenzione di chi li adotta, a combattere o a prevenire fattori morbosi".

Come fa questa definizione ad adattarsi alla figura di un uomo, definito dai testimoni "il seviziatore", che all'interno della caserma di Bolzaneto durante i giorni del G8 agì "con particolare crudeltà" - così hanno scritto i giudici di Corte d'appello - nei confronti di vittime inermi, "spesso già ferite, atterrite, infreddolite, affamate, assetate... sostanzialmente già seviziate"? Di certo questa non sembra prevenzione di fattori morbosi, tutt'altro.

Eppure Giacomo Toccafondi, il medico che gestiva l'infermeria di Bolzaneto, non solo è stato salvato dalla prescrizione rispetto ai reati di omissione di referto, violenza privata, lesioni e abuso d'ufficio. Con una sentenza che non potrà essere impugnata, l'Ordine dei medici di Genova ha decretato che il dottor Toccafondi, scontata una sospensione di sei mesi, potrà tornare a fare il medico. A prevenire fattori morbosi su cittadini malati e, proprio per questo, inermi come i ragazzi del 2001. Il dottor "mimetica" è stato licenziato un anno fa dall'ospedale Gallino di Pontedecimo, dopo aver ricevuto, gli anni scorsi, promozioni e "retribuzioni di risultato".

Hanno scritto ancora i giudici: "Anziché lenire la sofferenza delle vittime di altri reati, l'aggravò, agendo con particolare crudeltà su chi, inerme e ferito, non era in grado di opporre alcuna difesa, subendo in profondità sia il danno fisico, che determina il dolore, sia quello psicologico dell'umiliazione causata dal riso dei suoi aguzzini". Ma neanche questo è bastato al suo Ordine di riferimento, in un procedimento che è andato avanti otto mesi, per radiarlo dall'albo e impedirgli di prevenire nello stesso modo altri fattori morbosi. La verità è che, come in un disturbo da incubi, Genova sembra non finire mai. A 14 anni da quelle immagini di una nazione impegnata a distogliere l'attenzione dai problemi del capo a colpi di manganelli, le beffe continuano a sommarsi ai danni.

E anzi, rischia di manifestarsi qualche segnale di ciclicità. Da un lato le botte ingiustificate, nell'ottobre scorso, agli operai ThyssenKrupp di Terni sotto il ministero dello Sviluppo e, ieri, i manifestanti anti-Salvini trascinati fuori dalla chiesa degli Artisti in piazza del Popolo, a Roma, e poi caricati e fatti piangere con i lacrimogeni. Dall'altro, gli ultras del Feyenoord lasciati agire indisturbati nel centro di Roma, liberi di danneggiare la Barcaccia e orinare in Piazza di Spagna: "Non potevamo fermarli nelle metropolitane", si è giustificato il Questore di Roma, D'Angelo. Non c'è da fare dietrologie ipotizzando regie occulte. C'è però da considerare che, dalla morte dell'ex capo della Polizia Manganelli, l'ordine pubblico nelle piazze più importanti d'Italia è tornato nelle mani delle squadre mobili. Di chi fa le indagini e non ha alle spalle un solo giorno di piazze.

I nomi che oggi occupano ruoli strategici nelle stanze del Dipartimento di Pubblica sicurezza del Viminale, così come i capi delle principali Questure italiane vengono dal mondo delle investigazioni, non da quello della polizia di prevenzione. Esattamente come a Genova nel 2001. Sembra di tornare indietro nel tempo. Medicina e polizia sono parole che rientrano nell'ambito della tutela della persona; i medici e i poliziotti sono coloro che hanno l'obbligo di aiutare le persone inermi e di prevenire fattori morbosi. La paura è che qui il morbo sia talmente esteso da diventare insanabile.

 
Giustizia: caso Cogne; Cassazione "ecco perché la Franzoni potrebbe tornare in carcere" PDF Stampa
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La Repubblica, 28 febbraio 2015

 

Delitto di Cogne, la Suprema Corte spiega perché ha rinviato al tribunale di sorveglianza la decisione sul mantenimento degli arresti domiciliari. Annamaria Franzoni corre il rischio di tornare in carcere e non godere più della detenzione domiciliare concessale a giugno in base alle norme che favoriscono la convivenza tra le madri detenute, che abbiano scontato almeno un terzo della pena, e i figli che non hanno ancora compiuto i dieci anni. È quanto emerge dalle motivazioni, depositate oggi, della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha rimandato alla magistratura di sorveglianza di Bologna la decisione sul futuro della donna.

Da ormai due anni, infatti, scrive la Cassazione, il figlio minore della Franzoni ha ormai compiuto i dieci anni. Quindi i giudici di Bologna devono ora valutare se ci sono le condizioni affinché la donna - condannata a 16 anni di carcere per aver ucciso il figlioletto Samuele il 30 gennaio 2002 a Cogne - ottenga la "proroga" dei domiciliari. Proroga che però richiede, in base alle regole dell'ordinamento penitenziario, che sia stata scontata almeno la metà della condanna (e non solo un terzo come nel caso di detenute con figli minori di dieci anni).

"Il legislatore - spiega la Cassazione - ha articolato un doppio regime normativo: l'uno per regolare l'ipotesi di figli di età inferiore a dieci anni, l'altro per regolare l'ipotesi di figli di età superiore: differenziazione del tutto logica, perché finalizzata a contemperare le esigenze perseguite dalla legge con quelle di non eludere del tutto la pretesa punitiva dello Stato e le finalità proprie della espiazione della pena". Per questo motivo, pur senza accogliere le obiezioni avanzate nel ricorso dalla Procura generale della Corte di Appello di Bologna, la Cassazione aveva annullato il via libera alla detenzione domiciliare e rinviato "per nuovo esame al Tribunale di sorveglianza". Il Pg di Bologna riteneva, tra l'altro, che la Franzoni sia ancora pericolosa, in quanto "manifesta sentimenti esibizionistici e bisogni di centralità, narcisismo, in realtà non compatibili con la capacità di provvedere alla cura ed all'assistenza dei figli".

La Suprema Corte ha replicato al contrario che "attualmente è stata esclusa dal tribunale, motivatamente e sulla base di una serie di accertamenti peritali e istituzionali, la pericolosità sociale della condannata, la quale ha partecipato

positivamente ad un insistito processo risocializzante e rieducativo, e dovrà altresì attenersi alle rigorose e finalizzate prescrizioni imposte dal tribunale".

La questione, dunque, non riguarda le valutazioni sull'eventuale pericolosità della donna, quanto quelle sulle norme che regolamentano la concessione degli arresti domiciliari in relazione all'età dei figli. Dirimerla, sarà compito della magistratura di sorveglianza di Bologna.

 
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