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Giustizia: i primi a non fidarsi dei giudici... sono gli stessi magistrati PDF Stampa
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di Davide Giacalone

 

Libero, 28 febbraio 2015

 

Il focoso dibattito sulla responsabilità civile dei magistrati troverà posto negli annali. Ma non di diritto, bensì di psichiatria. Sembriamo tutti matti, impegnati a suppore oscuri disegni del fronte avverso, ma totalmente incapaci di attenerci alla realtà.

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Giustizia: quanto spende l'Italia per gli errori giudiziari? Nel 2014 ha risarcito 1,6 milioni PDF Stampa
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di Chiara Rizzo

 

Tempi, 28 febbraio 2015

 

Mentre non si sopiscono le polemiche nella magistratura per la legge sulla responsabilità civile dei giudici, vale la pena ricordare che da due anni a questa parte, la relazione annuale presentata dalla direzione generale del ministero della Giustizia per il contenzioso e per i diritti umani inizia sempre allo stesso modo.

"La materia dei ritardi della giustizia ordinaria costituisce la gran parte del contenzioso seguito. Per altro il numero e l'entità delle condanne (allo Stato di risarcimento ai cittadini, ndr.) rappresentano annualmente una voce importante del passivo del bilancio della Giustizia, voce la cui eliminazione dovrebbe porsi come prioritario obiettivo dell'amministrazione".

E poi quantificano una cifra che, invece, puntualmente, di anno in anno diventa sempre più ingente. Solo per i risarcimenti legati alla ragionevole durata dei processi, lo Stato italiano ha "un debito che a metà del 2014 ammontava ad oltre 400 milioni di euro". Una cifra a cui vanno ulteriormente aggiunti vari milioni di euro di risarcimento per altri danni causati dalla magistratura italiana ai cittadini, tra cui l'ingiusta detenzione o l'errore giudiziario.

La relazione della direzione generale del ministero evidenzia un particolare che farebbe sorridere, se non piangere. Oltre all'ammontare del debito dovuto dallo Stato per i processi lumaca, nel solo 2014 a questa cifra si sono aggiunti "mille ricorsi presentati alla Corte europea dei diritti dell'uomo per lamentare il pagamento ritardato degli indennizzi" già fissati per i cittadini che hanno subìto un danno per l'eccessivo ritardo dei processi. Pur non quantificando gli eventuali risarcimenti dovuti né la loro conclusione, la relazione resa pubblica all'inizio di quest'anno certifica anche che nel 2014 sono stati presentati 37 nuovi ricorsi per la responsabilità civile dei magistrati (ancora regolamentati dalla vecchia legge). Questi ricorsi vanno a sommarsi agli oltre tremila ricorsi presentati tra il 1989 e il 2012.

Bisogna passare ad un'altra relazione di un'altra direzione generale, quella dei servizi del Tesoro che si occupa materialmente di liquidare i risarcimenti pecuniari, per comprendere quanto sia enorme la piaga degli errori giudiziari in Italia. Con questo termine sono indicati tutti quei casi di persone condannate con una sentenza divenuta definitiva e che poi stati assolti da un processo di revisione. Nel 2014 si è registrato per gli indennizzi di questi casi un vero e proprio record: si è passati dai 4mila euro dovuti nel 2013 per 4 casi di errore agli 1,6 milioni di euro dovuti per i 17 nuovi errori giudiziari. Di questi indennizzi, in particolare, 1 milione è stato disposto come risarcimento per la vittima di un errore a Catania, mentre gli altri 600 mila euro sono andati a 12 persone di Brescia, due di Perugia, una di Milano, una di Catanzaro. Dal 1991, quando con la legge Vassalli sono stati erogati i primi risarcimenti, fino al 2012 lo Stato ha pagato 575 milioni 698 mila euro per i casi di malagiustizia. Tra i nuovi casi che si stanno discutendo nei tribunali, a Catania spicca quello di Giuseppe Gulotta, ingiustamente condannato al carcere per 22 anni e poi assolto perché il fatto non sussiste, che ha chiesto 69 milioni di euro di risarcimento.

La legge prevede che vengano risarciti anche tutti quei cittadini che sono stati ingiustamente detenuti, anche solo nella fase di custodia cautelare, e poi assolti magari con la formula piena. Nel solo 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3 per cento dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012 lo Stato per questo motivo ha dovuto spendere 580milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente sbattuti dietro le sbarre negli ultimi 15 anni. Tra le città con un maggior numero di risarcimenti nel 2014, in pole position c'è Catanzaro (146 casi), seguita da Napoli (143 casi).

 
Giustizia: si è aperta la stagione di caccia al magistrato PDF Stampa
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di Gian Carlo Caselli

 

Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2015

 

Il problema della responsabilità civile dei giudici comporta scelte di vera e propria civiltà, essendo in gioco il rispetto della libertà dei magistrati contro le intimidazioni di questo o quel soggetto che voglia difendersi non tanto "nel" ma "dal" processo. Una volta funzionavano bene, al riguardo, le leggi ad personam.

Oggi abbiamo la nuova disciplina della responsabilità, che apre praterie sconfinate alle azioni di disturbo o di rappresaglia di chi non accetta la giurisdizione. Ma in un modo o nell'altro sono sempre - appunto - questioni di civiltà. Che in quanto tali non si possono ridurre in pillole propagandistiche a colpi di slogan e tweet. Tanto più se abbondano frasi fatte o ipocrisia. Tipo: la giustizia sarà meno ingiusta; i cittadini saranno più tutelati; finalmente chi sbaglia paga. Purtroppo, oggi come oggi la giustizia è già strutturalmente ingiusta.

Una decina di anni fa, in epoca "non sospetta", non ancora influenzata dalle polemiche sulla responsabilità, scrivevamo (Lettera ad un cittadino che non crede nella giustizia, Caselli-Pepino, Laterza 2005) che il nostro sistema penale si caratterizza ormai per la compresenza di due distinti codici.

Uno per i "galantuomini", le persone giudicate "per bene" comunque e a prescindere, in base al censo e alla condizione socio-politica: per loro vige di fatto un sistema pensato per misurare il tempo occorrente a che la prescrizione cancelli i processi, così da favorire la richiesta dei "potenti" di essere sciolti dalle regole. E un altro codice per cittadini "qualunque", capace pur sempre - anche se con molte differenze - di segnare la vita e i corpi delle persone.

Ora, la nuova disciplina della responsabilità, nel momento in cui elimina ogni filtro dell'azione civile (invece di affinare e perfezionare quelli esistenti), offre ancor più opportunità di intorbidare le acque processuali alle parti economicamente forti, cioè proprio ai "galantuomini" che già godono di una situazione privilegiata.

E sono opportunità non da poco, perché si consente l'azione sia per "violazione della legge" sia per "travisamento del fatto e delle prove", che sono formule incerte (tali anche a fronte ad aggettivi come "macroscopico" o "evidente", più che altro squilli di tromba che fanno rumore ma non sciolgono i nodi): formule sufficientemente equivoche perché soggetti processuali spregiudicati e senza scrupoli, assistiti da avvocati agguerriti e perciò costosi, scatenino un vero e proprio fuoco di sbarramento contro i giudici per loro "scomodi".

Tutto il contrario, in definitiva, di una giustizia meno ingiusta e di una maggior tutela per i cittadini. A guadagnarci, ancora una volta, saranno solo i "galantuomini". Se l'azione civile contro il giudice sarà la regola o comunque potrà essere massicciamente esercitata in maniera temeraria a scopo intimidatorio, non si sbaglia di certo ad ipotizzare che molti magistrati saranno portati a scegliere le iniziative e le opzioni interpretative meno rischiose, vale a dire che diverranno più insicuri e paurosi in generale e nei confronti dei soggetti processuali "forti" in particolare.

Il che significa che privilegeranno una lettura burocratica del proprio ruolo, perché la nuova legge a questo li spinge se vogliono ripararsi dalla tempesta delle cause strumentali ormai senza argini. Col paradosso che si tratta di una direzione tutt'affatto contraria a quella indicata dal capo dello Stato nel suo discorso di martedì alla scuola di formazione dei magistrati, là dove (citando Calamandrei) ha detto che in democrazia il pericolo maggiore per i giudici "è quello dell'assuefazione, dell'indifferenza burocratica, dell'irresponsabilità anonima".

E non è questo l'unico paradosso, se si pensa che i magistrati più incattiviti per la riforma (che avrebbero voluto scioperare subito per protesta) sono quelli che fanno capo alla "corrente" di fatto guidata da un magistrato prestato al governo come... sottosegretario alla Giustizia! Quanto allo slogan "chi sbaglia paga" va bene per uno spot, ma non regge a un'analisi seria.

Il punto non è certamente se pagare o meno, ma "come" pagare e per "quali" sbagli. Cioè pagare sì, non ci piove, ma senza compromettere l'indipendenza dei magistrati, come invece inesorabilmente avverrà con la nuova legge. Posto infine che tale indipendenza non è un patrimonio della casta dei giudici (figuriamoci, altro slogan...), ma dei cittadini tutti, perché altrimenti non si potrebbe neppure sperare in una giustizia più giusta, almeno tendenzialmente uguale per tutti.

 
Giustizia: Orlando ci ripensa "sì, c'è il rischio di infiltrazioni terroristiche nelle carceri" PDF Stampa
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Secolo d'Italia, 28 febbraio 2015

 

"Il rischio di proselitismo nelle carceri per le organizzazioni terroristiche è effettivo: abbiamo percentuale alta di detenuti che proviene da paesi in cui sono attive organizzazioni jihadiste". Lo ha detto a Radio24 il ministro della Giustizia Andrea Orlando. "Dobbiamo fare in modo - ha aggiunto il Guardasigilli - che non vi siano violazioni dei diritti che possano far aumentare il consenso della popolazione islamica che non è legata a questa visione e può diventarlo di fronte a forme di discriminazione".

Un passo indietro, quindi, dopo polemiche dei giorni scorsi che avevano visto il ministro accusato di voler dare "la priorità" ai musulmani. "Io mi riferivo al diritto di culto, che nelle nostre carceri è garantito a tutti. Bisogna fare attenzione -a non consentire che si produca un brodo di cultura in cui i reclutatori possono trovare uno spazio di manovra significativo. E fare attenzione a che la rete stessa del culto non possa essere usata in questo modo".

La magistratura e la giustizia stanno attraversando "un passaggio storico", ha detto ancora Orando, "stanno cambiando alcune funzioni, c'è una difficoltà dovuta alle carenze organizzative, di organico, alle nuove tecnologie: è una passaggio complicato". Il ministro della Giustizia ci tiene a sottolineare che sulla riforma della responsabilità dei giudici c'è la tendenza "a scaricare anche questo malessere, con letture che vanno al di là dai contenuti della legge stessa".

 

Donzelli (Fdi): rischio proselitismo nelle carceri

 

"C'è il rischio concreto che le organizzazioni terroristiche facciano proselitismo nelle carceri italiane fra gli immigrati detenuti. Gli stranieri devono scontare la loro pena nel Paese d'origine perché c'è il pericolo che da delinquenti si trasformino addirittura in jihadisti".

Lo afferma Giovanni Donzelli, membro dell'esecutivo nazionale di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale e candidato governatore in Toscana. "Come il ministro della Giustizia sa - continua Donzelli - ci sono tanti detenuti che provengono da paesi in cui le organizzazioni terroristiche sono molto attive. Sia nel caso che questi detenuti siano pericolosi criminali, ma anche nel caso che siano dei disperati arrestati per reati cosiddetti minori, sta di fatto che molti di loro non hanno nulla da perdere e quindi sono facilmente disponibili ad abbracciare il terrorismo. Bisogna assolutamente evitarlo e l'unico modo che c'è è di rimandarli nei loro Paesi d'origine a scontare la pena".

 
Giustizia: amianto in carcere, doppia condanna dietro le sbarre da Alessandria a Trapani PDF Stampa
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Adnkronos, 28 febbraio 2015

 

L'amianto è presente nel 14% dei penitenziari italiani. Lo rivela una mappatura in possesso dell'Adnkronos. Dietro le sbarre con un killer silenzioso e il rischio, per i detenuti, di una doppia condanna. Sono 28 le carceri italiane dove è ancora presente l'asbesto, il minerale cancerogeno usato comunemente nelle costruzioni fino al 1992 quando una legge, la 257, lo ha bandito dal nostro Paese.

Grondaie, tettoie, pannelli, cassoni, parti di impianti di depurazione, canne fumarie, manufatti all'interno dei vecchi penitenziari continuano a minacciare la salute di chi in galera sconta una pena e di chi ci lavora. Da Alessandria a Trapani sono tante le carceri ancora imbottite di amianto.

Ventotto secondo il ministero della Giustizia, di più stando alle segnalazioni che arrivano dai sindacati di polizia penitenziaria e che aggiungono altri istituti a quelli già presenti nell'elenco fornito dal ministero. Come nel caso di Orvieto, dove "all'interno di un magazzino c'è un deposito di eternit rimosso molto tempo fa e in eternit sono due canne fumarie funzionanti", dice Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del sindacato di polizia penitenziaria Sappe.

La mappatura che l'Adnkronos è riuscita ad ottenere è stata anche oggetto di un'interrogazione parlamentare presentata dal deputato del Movimento 5 Stelle Alessio Villarosa l'11 febbraio scorso. Il ministero chiarisce che nei casi segnalati "le direzioni hanno da tempo avviato le procedure per lo smaltimento" e dunque "tali situazioni sono sotto controllo, riguardano manufatti esterni alle strutture detentive e comunque in corso di rimozione".

Nello stesso prospetto fornito dal ministero si legge, per esempio, della presenza di "pannelli in eternit presso l'impianto di depurazione e nella canna fumaria della centrale termica" del carcere di Catania Bicocca, un complesso penitenziario dove ha sede anche l'istituto per i minori. E ancora a Catania, nel carcere di piazza Lanza, di una "tettoia nel cortile di passeggio per un totale di 110 metri quadri". Per quanto riguarda poi la bonifica, nella tabella in almeno sei casi si legge, nero su bianco, che "si provvederà nel corrente esercizio finanziario, compatibilmente con le risorse disponibili".

"La situazione è veramente drammatica - dice all'Adnkronos Alessandro De Pasquale, segretario generale del Sippe - noi come segreteria generale abbiamo scritto a vari organi dell'amministrazione penitenziaria" e, aggiunge De Pasquale, "la cosa strana è che sempre nelle lettere dell'amministrazione penitenziaria c'è questo tentativo di minimizzare il problema perché si legge sempre piccolo quantitativo, non pericoloso per i lavoratori ma l'amianto è comunque un pericolo per la salute pubblica.

I colleghi quotidianamente ci segnalano le problematiche ma c'è una scarsa informazione sul pericolo costituito dall'eternit o comunque dalle fonti di amianto". "L'amministrazione statale, il nostro datore di lavoro, ai sensi del decreto legislativo 81 del 2008 ha anche un obbligo di informazione nella propria unità amministrativa. Deve informare i lavoratori - aggiunge De Pasquale - sui rischi che ci sono all'interno della struttura ed è chiaro che molto spesso questo non avviene. Dobbiamo sempre ricordare che all'interno di una struttura penitenziaria ci sono i detenuti che devono scontare una pena, ma non è che devono scontare anche una pena di morte".

 

Medici penitenziari: fra i detenuti più alta incidenza tumori

 

"Non tranquillizza sapere che l'amianto è presente nel 14% dei penitenziari italiani. Si tratta di un rapporto che ignoravamo, e che vorremmo studiare per valutare l'entità di questa presenza. Invece sappiamo che negli istituti penitenziari l'incidenza di neoplasie è superiore a quella della popolazione generale". Lo afferma all'Adnkronos Salute Giulio Starnini, segretario generale Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), alla notizia dei risultati della mappatura sull'amianto nelle Carceri, in possesso dell'Adnkronos.

"Come società scientifica - rileva Starnini, direttore dell'Unità operativa di Medicina protetta del Belcolle di Viterbo - ignoravamo questo rapporto, e davvero vorremmo poterlo esaminare per valutare l'entità e la presenza di questa sostanza nei penitenziari. C'è inoltre un aspetto importante di cui tener conto: l'elevata incidenza delle neoplasie fra i detenuti.

Un fenomeno cui concorrono varie cause, come il fumo. Ma certo sapere che esistono anche aspetti ambientali che potrebbero contribuire a innescare patologie tumorali non rasserena. Finora, comunque, le patologie dei detenuti non sono mai state messe in correlazione con l'asbesto. E che io sappia casi di asbestosi o mesotelioma non sono stati diagnosticati in questa particolare popolazione". Nelle carceri, inoltre, "lavorano anche 50 mila operatori. Per la loro sicurezza e quella dei detenuti, se il dato contenuto nella mappatura fosse confermato, il passo successivo deve essere la bonifica".

 

M5S: numeri su amianto nelle carceri spaventosi, 20 anni di promesse disattese

 

Amianto presente nel 14% dei penitenziari italiani, 28 carceri abitate dal killer silenzioso. "Possono sembrare numeri piccoli, percentuali irrisorie invece sono spaventose", dice all'Adnkronos Alessio Villarosa, il deputato M5S che nel febbraio scorso presentò un'interrogazione sul tema. La mappatura in possesso dell'Adnkronos "mostra numeri - osserva Villarosa - che si avvicinano molto a quelli delle caserme".

Numeri "da brividi perché da 20 anni - rimarca il grillino - si promette ai carcerati, così come ai nostri militari, di farli vivere in luoghi sicuri per la loro salute, nonché per la salute dei lavoratori che prestano servizio in penitenziari e caserme per conto dello Stato. Cosa si sta aspettando? - chiede Villarosa - Vogliamo perdere ancora tempo ?

Così avremo nuovi malati e nessuno che pagherà il conto a causa della prescrizioni già sopravvenuta nel processo del principale responsabile", dice il deputato 5 Stelle con un chiaro riferimento alla sentenza Eternit. Poi la frecciatina sulla mappatura, arrivata all'Adnkronos prima che a Villarosa che ne aveva fatto richiesta in un'interrogazione ad hoc. "Rimango stupito ma contento di avere finalmente i dati - dice il presidente del gruppo M5S alla Camera - perché, come al solito, se uno vuole le informazioni anziché chiederle ai ministri deve rivolgersi ai giornalisti".

 

Sappe: basta scuse, mettere a norma istituti contro rischio amianto

 

"Gli istituti penitenziari vanno messi a norma. Basta con le scuse delle amministrazioni che tergiversano con il pretesto della mancanza di fondi". Così Donato Capece, segretario generale del Sappe, commenta la presenza di amianto nei penitenziari italiani, rivelata da una mappatura diffusa dall'Adnkronos. Che l'amianto sia presente nel 14% delle carceri italiane "è una questione già fatta emergere dalla polizia penitenziaria tempo addietro", sottolinea Capece evidenziando come sia arrivato il momento di agire prendendo i fondi messi a disposizione dalla legge svuota-carceri.

Risorse, ricorda Capece, pari a "465 milioni destinati alla costruzione di nuovi padiglioni e la ristrutturazione di padiglioni preesistenti. L'amministrazione - incalza il segretario generale del Sappe - si deve fare carico del problema e mettere mano a una riforma che preveda una ristrutturazione seria possibilmente chiudendo quelle carceri che non sono a norma. Adesso che si registra un calo di detenuti, è il momento di avviare i lavori".

 

Sottosegretario Ferri: avviata rimozione amianto negli istituti penitenziari

 

"Sono state avviate tutte le procedure di rimozione dell'amianto presente nelle strutture carcerarie. La tutela della salute dei detenuti, delle forze di polizia penitenziaria e dei soggetti pubblici e privati che lavorano all'interno degli istituti è, infatti, una priorità da salvaguardare". È quanto afferma il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, commentando all'Adnkronos i dati diffusi dall'agenzia di stampa in merito alla presenza dell'amianto nelle carceri italiane.

"La salute - prosegue Ferri - è un bene costituzionale e primario sul cui rispetto non è possibile permetterci cali di attenzione e vuoti di tutela. La situazione è però sotto controllo ed è costantemente monitorata tanto che sono state avviate tutte le procedure di rimozione dei materiali nocivi". "Evidenzio, infine - conclude il sottosegretario alla Giustizia - che il ministero sta ponendo in essere interventi di ristrutturazione e di miglioramento delle strutture, all'interno del più generale programma di edilizia carceraria, finalizzato a mettere in sicurezza gli istituti penitenziari".

 
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