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Giustizia: le sanzioni per agenti caso politico. Salvini li difende "roba da quarto mondo" PDF Stampa
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di Fabrizio Caccia


Corriere della Sera, 17 aprile 2015

 

Salvini li difende: punire i "mi piace" su Facebook è quarto mondo. Manconi: commissione d'inchiesta. Striscioni contro l'agente Fabio Tortosa all'università La Sapienza, proprio mentre ad un convegno dentro l'ateneo il capo della Polizia, Alessandro Pansa, annuncia la sospensione del poliziotto per le frasi su Facebook ("Ero alla Diaz, ci rientrerei mille volte") e la rimozione per Antonio Adornato, collega di Tortosa al G8 di Genova nel 2001 (anche lui al VII Nucleo di Roma) e fino a ieri capo del reparto mobile di Cagliari.

Adornato aveva cliccato "mi piace" sotto il post di Tortosa. Contro le decisioni del capo della polizia, si scaglia invece Matteo Salvini, il leader della Lega, che critica pure il ministro dell'Interno Angelino Alfano per un tweet a favore delle misure: "Processare un mi piace è da quarto mondo - attacca Salvini. Un governo che punisce i poliziotti per le parole su Fb, libera i delinquenti e mette in albergo i clandestini, deve andare a casa il più presto possibile. Alfano dimettiti! Mi stupisce anche un capo della Polizia che parla dei suoi uomini come se fino a qualche anno fa fossero stati dei macellai: forse ha sbagliato mestiere.

Io sono sempre e comunque con gli uomini in divisa, salvo chi sbaglia". Italia divisa, schierata su due fronti. "La sospensione è una buona notizia, serviva dare una risposta a ogni ambiguità", commenta Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd. Al fianco dei due agenti puniti scendono in piazza però i sindacati di polizia: davanti a Montecitorio compaiono car-

telli con la scritta "Destituiteci Tutti". La Consap, il sindacato di cui fa parte Fabio Tortosa, chiede per lui l'assegnazione di una scorta, dopo le minacce di morte che gli sarebbero pervenute. Solidarizza con il poliziotto anche la deputata di For-za Italia, Daniela Santanché: "La sua punizione è ingiusta, dettata solo dall'onda emotiva, è un errore madornale".

Replicando poi a Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, il ragazzo morto durante il G8, che ha chiesto le scuse al capo dello Stato per le frasi scritte su Fb da Fabio Tortosa, la Santanché rincara la dose: "Ma quali scuse? Suo figlio era uno che aveva un estintore in mano e voleva fracassare la testa a un carabiniere. Dovrebbe chiedere scusa piuttosto chi ha voluto intitolare una sala a Montecitorio a Carlo Giuliani. Io in quella sala non ci sono mai entrata, mi vergogno che esista". Il senatore del Pd, Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani, chiede infine l'istituzione di una Commissione d'inchiesta sui fatti di Genova: "La sentenza della scorsa settimana (fu "tortura", secondo la Corte di Strasburgo, il trattamento inflitto ai manifestanti dalle forze dell'ordine, ndr) e le dichiarazioni stesse di Fabio Tortosa - conclude Manconi - che ha accusato decine e centinaia di suoi colleghi in borghese di comportamenti violenti dentro la scuola Diaz, esigono che si proceda al più presto".

 
Lettere: rimosso l'agente... il resto passa PDF Stampa
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di Eleonora Martini


Il Manifesto, 17 aprile 2015

 

Genova 2001. Destituito Tortosa, il poliziotto che non ha visto nulla di anomalo nella Diaz. Alfano trova così la via d'uscita al verminaio suscitato dalle frasi choc su Facebook. Pansa: "Ma la polizia è cambiata, oggi è paladina della legalità". E il Pd spera che ora si volti pagina: pochi sì alla commissione d'inchiesta.

"Se pensano che per chiudere la ferita Diaz e venire a capo dei sentimenti che l'hanno attraversata in questi anni sia sufficiente liberarsi del sottoscritto e di qualche altro collega, si sbagliano". Stavolta non si può che essere d'accordo con la dichiarazione rilasciata a Repubblica da Fabio Tortosa - il poliziotto che su Facebook ha rivendicato con orgoglio l'irruzione nella scuola del massacro durante il G8 di Genova sollevando il verminaio che evidentemente ancora cova tra le forze dell'ordine - sospeso dal servizio ieri mattina, come anche il dirigente del Reparto mobile di Cagliari, Antonio Adornato, che aveva manifestato apprezzamento per il suo post.

Parole, le sue ("in quella scuola rientrerei mille e mille volte"), e dei suoi colleghi ("torturatori con le palle") giustamente sanzionate perché oltrepassano il limite della libertà di espressione. Ma che mostrano al contempo un'omertà e uno spirito cameratesco da ultrà che è alla base dell'opacità delle forze dell'ordine. Problematica messa in evidenza dalla stessa condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo, e che non si combatte con due espulsioni, come fanno notare in molti, da Sel al senatore Manconi che ha depositato un'altra proposta per istituire una commissione d'inchiesta sui fatti di Genova, fino al segretario del Prc Paolo Ferrero.

Il ministro dell'Interno invece spera che con il provvedimento emesso dal capo della polizia Alessandro Pansa si metta una pietra sull'intera vicenda. "Abbiamo fatto il giusto e lo abbiamo fatto presto", twitta Alfano in perfetto stile renziano. Ma Tortosa non ci sta: "Sono una vittima sacrificale, quello che ho scritto su Facebook è sulle carte processuali da 14 anni", dice annunciando l'intenzione di voler "ricorrere per vie legali contro la sospensione".

Poi aggiunge una serie di scuse: "Non sono un torturatore. Non lo siamo stati noi del VII Nucleo. Non abbiamo commesso alcun atto contrario alle norme e all'etica di ogni uomo. E solo per questo motivo ho scritto che sarei tornato alla Diaz". Ma anche una serie di verità a cominciare dal fatto che lui e tanti altri sono entrati alla Diaz "obbedendo ad un ordine". Che fosse "legittimo" o meno è altra storia. Vero è che appare oggi "grottesco che nonostante molteplici sentenze non si sia fatta piena luce" e ora siano solo loro a pagare.

Il realtà, il caso Tortosa ha fatto già scuola. A Genova, per esempio, l'assessore Montaldo ha deciso di annullare il convegno previsto per oggi sulla "salute in carcere" la cui direzione scientifica è stata affidata alla dottoressa Zaccardi, medico che operò nella caserma di Bolzaneto, condannata in appello (con condanna poi prescritta) per trattamento inumano. Va ricordato che a Bolzaneto c'erano quella sera personale di polizia penitenziaria, polizia di Stato, carabinieri e medici dell'amministrazione penitenziaria.

Eppure, Pansa è convinto che oggi la polizia è cambiata, rispetto a 14 anni fa: "Abbiamo altri modelli comportamentali e altre tecniche operative. La polizia è paladina della legalità". Ecco perché "se c'è qualcuno che sbaglia, sbaglia lui, e verrà sanzionato". Un rigore che ovviamente non accontenta la Lega né la destra e neppure gran parte dei sindacati di categoria. "Mi ha stupito un capo della polizia che parla dei suoi uomini come se fino a qualche anno fa fossero stati dei macellai: probabilmente ha sbagliato mestiere", attacca Matteo Salvini. Daniela Santanché e i Fratelli d'Italia ovviamente giustificano ciò che nemmeno Tortosa ha più il coraggio di difendere. E Forza Italia non perde l'occasione per lavorare ai fianchi il suo competitor: "Alfano è forte con i deboli e debole con i forti".

I sindacati di polizia più conservatori parlano di "tritacarne mediatico", "caccia alle streghe" e "sanzione preventiva" e qualcuno annuncia un esposto contro chi inneggia sui social all'odio verso Tortosa. Addirittura, Stefano Spagnoli, segretario nazionale della Consap, arriva a chiedere per il suo collega iscritto alla Confederazione sindacale autonoma di polizia che "si valuti immediatamente l'opportunità di assegnare a Tortosa e alla sua famiglia una scorta di adeguato livello, magari togliendola ai molti che ne beneficiano senza un giustificato motivo". Ma perfino Daniele Tissone, segretario del Silp-Cgil, parla di "strumentalizzazioni": "Il dibattito sulla sicurezza è qualcosa di serio e andrebbe ricondotto nelle sedi opportune, al di fuori di facili sensazionalismi", commenta Tissone che però ricorda ai colleghi che "chi riveste un ruolo di servitore dello Stato deve sempre tenere bene a mente che le dichiarazioni, in particolare quelle sui social, hanno un peso specifico maggiore".

Il Pd, invece, quasi come un sol uomo, con rare eccezioni, difende la via d'uscita ideata dal governo e messa in opera da Pansa. Per esempio, la presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti: "Pansa ha scattato la fotografia della polizia attuale. C'è stata una riflessione interna, perciò fatti come quelli di Genova non potrebbero più accadere - risponde interpellata dal manifesto. Il resto appartiene al passato, che certo avrebbe avuto bisogno di una valutazione politica più approfondita, ma io non c'ero a quell'epoca e dunque mi fermo qui".

Certo però, a giudicare dallo spaccato che il post di Tortosa ha rivelato, sembra ancora persistere da qualche parte, in seno ai corpi di polizia, una certa estraneità alla cultura della legalità e al rispetto costituzionale. E allora, si potrebbe andare più a fondo con una commissione d'inchiesta? "Non so, mi astengo - risponde Ferranti. Se dovessimo aprire una commissione per ogni fatto oscuro d'Italia... Però se qualcuno la propone io non mi oppongo".

 
Lettere: la notte della Diaz, l'incubo che facciamo finta di non avere vissuto PDF Stampa
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di Curzio Maltese


Venerdì di Repubblica, 17 aprile 2015

 

La notte della Diaz non si può dimenticare. La telefonata di Vito di Indymedia sembrava quasi uno scherzo: "Alla scuola di fronte la polizia sta massacrando tutti". Perché, se era tutto finito? Con Filippo Ceccarelli, Alberto Flores, Anais Ginori e altri colleghi, corremmo alla Diaz, per ritrovarci dentro un incubo sudamericano. Il sangue, le ambulanze, le sirene, la rabbia dei poliziotti rivolta contro tutti, giornalisti compresi. Ci spingevano con gli scudi, ridendo, mentre gli elicotteri si abbassavano sulle nostre teste, puntando fari accecanti. Paolo Cento, parlamentare, si beccò pure una manganellata per aver osato protestare.

Pareva di essere piombati nei racconti degli esiliati argentini o cileni, invece era il nostro Paese. Del resto, era la conclusione di un allucinante percorso: il lager di Bolzaneto, le cariche a manifestanti inermi, i pestaggi a caso per la città, la morte di Carlo Giuliani. Soltanto per il senso di responsabilità dei manifestanti non vi furono altre morti.

Quella notte fu la prova generale di un regime. Che era esattamente il progetto della destra al governo e dei media al seguito. Se poi non si è realizzato è stato perché milioni e milioni d'italiani sono scesi in piazza a difendere la democrazia, dando vita negli anni - con i movimenti pacifisti, i social forum, la manifestazione del Circo Massimo e i girotondi - alla più grande mobilitazione di massa di tutti i tempi. Un Paese normale, dì fronte a tutto questo, si sarebbe interrogato nel profondo. Che cos'è, chiedeva Giorgio Bocca, questo fascismo eterno che rispunta come possibilità a ogni svolta della storia italiana?

Ma non è stato così. Se non vi fosse stata la sentenza della Corte di Strasburgo, che dopo quattordici anni ha definito i fatti della Diaz per quello che erano - tortura - per noi italiani la storia sarebbe stata chiusa da tempo, rimossa dalla politica, dai media e anche dalla magistratura.

Nessuno avrebbe chiesto le dimissioni di De Gennaro, che è il tipo d'italiano pronto per ogni occasione, capace di piacere sempre ai potente di turno, per quanto nemico del predecessore. Fra le tante inutili commissioni parlamentari d'inchiesta, non se n'è mai aperta una sui fatti di Genova. I governi di destra non la volevano, quelli di centrosinistra si trovarono di fronte la strenua opposizione di Antonio Di Pietro, legalitario a fasi alterne. È una storia esemplare di un Paese ormai smemorato e sorpreso d'inciampare ogni volta sulla stessa pietra. Speriamo che almeno in qualche angolo sia sopravvissuto qualcuno capace di leggere la propria storia.

 
Napoli: violenze e misteri... ecco la prima foto della "cella zero" PDF Stampa
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di Lorenzo Tondo


Venerdì di Repubblica, 17 aprile 2015

 

"Eccola. Questa è la cella zero. Ma fate presto". L'agente apre la pesante porta blindata, al piano terra del padiglione Milano nel carcere di Poggioreale. È la prima volta che la casa circondariale consente ad un cronista di entrare nella gabbia più buia del penitenziario. Qui, dal 1981 e per oltre 30 anni, una squadra di poliziotti avrebbe torturato, secondo l'accusa, decine di detenuti. Presi a calci e pugni. Minacciati di morte e umiliati.

Fatta eccezione per una vecchia panca di legno, la stanza è praticamente disadorna. È grande circa 6 metri quadrati. Oggi viene usata come sala d'attesa. I detenuti vengono portati lì in attesa di essere trasferiti in infermeria, in sala colloqui o prima di un interrogatorio. Sul vetro di sicurezza spicca una grossa crepa che si espande come una spessa ragnatela. Mentre passiamo all'interno c'è un uomo in attesa di essere trasferito in infermeria. Guarda fuori dalle grate di una finestra, l'unica, che si affaccia sul cortile interno. Sotto la calce appena stesa sui muri s'intravedono i segni dell'umidità. Sono le stesse pareti che le testimonianze degli ex detenuti descrivono "sporche di sangue ed escrementi".

Sul tavolo della Procura di Napoli sono salite a 56 le denunce delle vittime raccolte dai pm Gianni Melillo e Alfonso D'Avino. Quattro gli agenti indagati che avrebbero agito a volto scoperto. Volti che Pietro loia, ex detenuto del carcere di Poggioreale, finito ben 4 volte dentro la cella zero, non dimenticherà mai: "C'era 'u sfregiato con una grossa cicatrice sulla guancia. Melella, che si è guadagnato questo appellativo perché "quando beveva le guance gli diventano rosse come due mele".

Ciondolino, che quando passava tra le celle, a notte fonda, lo riconoscevi da lontano con quel grosso mazzo di chiavi che ciondolava dai pantaloni. C'era piccolo boss. Basso, silenzioso, cattivo". Ioia si è fatto ventidue anni tra le sbarre di Poggioreale. Quando è uscito ha fondato l'associazione degli ex detenuti napoletani, con l'obbiettivo di migliorare le condizioni del carcere e denunciare gli abusi perpetrati dagli operatori penitenziari.

"Ci venivano a prendere di notte" continua Ioia "ci chiudevano lì e in quattro ci riempivano di botte. Poi minacciavano: se avessimo spifferato la cosa ci avrebbero ammazzato. Era un modo per punire le piccole disobbedienze, come un mazzo di carte non registrate. Pian piano divenne un vero e proprio divertimento per loro. Un inferno per chi finiva dentro".

Dall'inizio delle indagini, alla fine del 2013, al carcere di Poggioreale sono cambiati i vertici dell'istituto e della Polizia penitenziaria e le condizioni sembrano migliorate. Da Taranto è arrivato il nuovo direttore, Antonio Fullone: "Un carcere deve recuperare le persone e non limitarsi alla sola detenzione".

 
Livorno: un carcere umano? A Gorgona c'è, ma l'affettività in prigione resta un tabù PDF Stampa
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di Daniele Aliprandi


Il Garantista, 17 aprile 2015

 

Si tratta di un raro esempio di detenzione civile, anche se ancora l'affettività in prigione resta un tabù. Il luogo ideale per sperimentare "l'affettività in carcere" potrebbe essere il famoso carcere di Gorgona. A dirlo è stato il garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone dopo aver visitato il carcere dove sono recluse 58 persone.

"Si tratta di capire - ha detto Corleone, accompagnato dal garante dei detenuti di Livorno, Marco Solimano - perché tenere un carcere su un'isola. Mentre in passato si trattava di istituti speciali o per confinati, oggi ha senso se diventa qualcosa di alternativo con un progetto ben definito". Sugli interventi da compiere, Corleone ha specificato che andrebbe ampliata la vocazione dell'isola, un modello dal punto di vista ambientale, sociale e culturale, immaginando anche un intervento pubblico.

"L'isola - ha proposto - potrebbe essere un richiamo per i corsi professionali: si potrebbero organizzare iniziative per alcune categorie di professionisti e far gestire ai detenuti l'accoglienza, lavorerebbero così per un progetto di sociabilità". Corleone ha definito Gorgona un "paradiso" dove i detenuti vivono in celle singole, spaziose, ben ammobiliate e con bagni decenti ma, ha ricordato, dove ci sono anche numerosi problemi a partire dalla mancanza di trasporti ai costi eccessivi per il mantenimento della struttura fino alla carenza di lavoro per i detenuti.

"Non c'è più il collegamento della Toremar - ha rilevato il garante regionale - e per arrivare sull'isola ci vuole la pilotina della polizia penitenziaria. Quanto all'energia, è stato fatto un impianto con 11 generatori a gasolio, costato 2 milioni di euro e ogni giorno per farlo funzionare occorrono 400 litri di gasolio, nessuno ha pensato ai pannelli solari o all'eolico. Manca, infine, il lavoro per i detenuti, e quello che c'è non ha riconoscimenti professionali". L'istituto penitenziario di Gorgona è comunque "perfetto" per dare il via all'affettività, ma prima deve essere approvata una legge visto che nelle carceri italiane è vietato fare sesso. Ricordiamo che è stato depositato al Senato un disegno di legge, a firma del parlamentare Pd Sergio Lo giudice e altri colleghi, a favore dell' umanizzazione delle viste ai detenuti e soprattutto alla legalizzazione dell'affettività in carcere, "Il presente disegno di legge - si legge nel testo del ddl - riprende una proposta già depositata nella scorsa legislatura alla Camera dei deputati dall'Onorevole Rita Bernardini e dai deputati radicali, recante norme in materia di trattamento penitenziario".

Il testo disegno di legge prosegue spiegando che "La detenzione rappresenta un evento fortemente traumatico per gli individui che ne vengono coinvolti. La Costituzione, all'articolo 27, prevede che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano sempre tendere alla rieducazione del condannato. Ne consegue un obbligo per il legislatore e per le istituzioni a vigilare affinché i diritti inviolabili dell'uomo siano garantiti e tutelati. Tra i diritti basilari vi è senza dubbio quello di mantenere rapporti affettivi, all'interno della famiglia e nell'ambito dei rapporti interpersonali".

Per superare questo problema, i senatori propongono delle soluzioni. Ad esempio rendere legale l'affettività in carcere "come del resto -spiegano nel testo - già avviene in altri Paesi europei e permette di agevolare il reinserimento sociale attraverso la valorizzazione dei legami personali e, nel contempo, attenua la solitudine che accompagna i detenuti durante il periodo di espiazione della pena".

La sessualità è un ciclo organico, un impulso fisiologicamente insopprimibile, un bisogno di vita; trattare di affetti in carcere e, molto di più, di sessualità, suscita critiche, imbarazzi, polemiche, oltre che perplessità. La sessualità costituisce l'unico aspetto della vita di relazione dei detenuti a non essere normativizzato, quasi che l'afflizione della privazione sessuale debba necessariamente accompagnare lo stato di detenzione.

Carcere e affettività sembrano due parole inconciliabili, perché se c'è qualcosa che nega la confidenza, la libertà di espressione dei sentimenti, questo è proprio il carcere. A tal proposito, diversi paesi europei hanno già da tempo introdotto, nei propri ordinamenti, apposite disposizioni normative volte a garantire l'esercizio - in ambito carcerario - del diritto personalissimo a coltivare relazioni familiari, affettive, sessuali e amicali con persone libere, destinando allo scopo spazi appositi e locali idonei.

In particolare, in Canton Ticino, ad esempio, l'affettività può esprimersi attraverso una serie articolata di colloqui ed incontri intimi per i detenuti, con la possibilità di trascorrere momenti d'intimità con i propri familiari o amici per sei ore consecutive in una casetta situata nella zona agricola del carcere: una zona immersa nel verde, non lontana dall'Istituto e protetta da una recinzione. In Italia mancano simili spazi e le proposte avanzate sono recepite con non poca resistenza, così, quando si è iniziato timidamente a parlare di "stanze dell'affettività" in carcere, le hanno subito battezzate "stanze del sesso", "celle a luci rosse".

Da un punto di vista utilitaristico, però, il riconoscimento di un "diritto all'affettività" avrebbe senza dubbio un ritorno in termini di vivibilità e di gestione penitenziaria. E a sostenere tutto ciò non ci sono solo le associazioni laiche o partiti come i radicali, ma anche movimenti cattolici come la Comunità Papa Giovanni XXIII. Quindi se non c'è ancora il diritto all'affettività in carcere non è perché in Italia c'è il Vaticano. Non ci sono scuse.

 
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