Lunedì 18 Ottobre 2021
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage


sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

 

Login



 

 

Eboli (Sa): lavori di pubblica utilità, sottoscritto un protocollo d'intesa con l'Icatt PDF Stampa
Condividi

www.salernonotizie.it, 20 gennaio 2015

 

È stato sottoscritto un protocollo d'intesa tra Comune di Eboli, rappresentato dal Commissario Straordinario Vincenza Filippi, e l'Amministrazione penitenziaria - Icatt di Eboli, rappresentato dal Direttore Rita Romano, finalizzato ad avviare una collaborazione per l'impiego dei detenuti in progetti di pubblica utilità da svolgere a titolo volontario. Le attività da realizzare riguarderanno interventi di manutenzione, ripristino e adeguamento degli spazi pubblici ed aree verdi del Comune di Eboli e delle zone urbane di interesse storico.

Ciò al fine di conseguire gli obiettivi da un lato di migliorare le condizioni di decoro urbano del territorio, dall'altro favorire l'inclusione e la risocializzazione di soggetti in regime di articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, ossia lavoro volontario all'esterno. Uno dei primi interventi di riqualificazione urbana che si intendono realizzare riguarderà le aiuole. I giardini e il monumento in Piazza della Repubblica. Le attività saranno coordinate dal Responsabile del Settore Manutenzione, ing. Giuseppe Barrella.

 
Catania: "La dignità è incoercibile", il senso del teatro nel carcere di piazza Lanza PDF Stampa
Condividi

La Sicilia, 20 gennaio 2015

 

"Dio come sono ridotto! Che spavento! Che mostro! Per questo da anni ho temuto gli specchi. Non è bello vedere con i propri occhi la propria rovina". Sono le parole pronunciate, davanti allo specchio di un famoso bar parigino, da Andreas Kartak, il protagonista de "La leggenda del Santo bevitore", il romanzo di Joseph Roth pubblicato nel 1939, una cui riduzione teatrale è stata messa in scena dai detenuti della Casa circondariale di Piazza Lanza.

Andreas è un barbone, un ubriacone: vive sotto i ponti della Senna e, come egli stesso dice, nemmeno sa dove lo portano le gambe... Va, e basta! Un pomeriggio, però, incontra un uomo distinto e ben vestito che gli regala 200 franchi, chiedendogli in cambio un unico impegno: quello di restituire quel denaro. Non, però, a chi glielo ha prestato, ma a Santa Teresina del Bambin Gesù, nella chiesa di Batignolles, della quale quell'angelico e generoso signore è devoto ammiratore.

Da quel momento, la vita di Andreas cambia: non perché egli metta la testa a posto e diventi "perbene", ché anzi, con i soldi che si ritrova, resta bevitore e puttaniere come e più di prima. Solo che ora ha uno struggimento nel cuore e il suo non è più un andare e basta: egli va - ci tenta almeno, con tutte le forze e un mare di volte - dove deve e vuole andare, alla chiesa di Batignolles, dove c'è la piccola Teresa ad aspettarlo. Vi riuscirà e salderà il suo debito solo in punto di morte. Tre le repliche dello spettacolo a cura dei detenuti: due la mattina, per tutti i compagni "di ventura" accorsi in massa dai reparti, una al pomeriggio per i familiari.

È, quest'ultimo, il momento più atteso e temuto: senza palcoscenico, senza quinte e sipario, muovendosi un po' a fatica negli stretti spazi tra tavoli e sedili della sala colloqui, non c'è applauso che valga gli occhi sgranati e stupiti del figlio o quelli commossi e un po' malinconici di mogli, mariti, genitori che vedono il papà, il marito, il figlio recitare.

Non è - né potrebbe esserlo - un teatro professionistico, anche perché la notevole mobilità interna all'istituto fa sì che non di rado gli "attori" vengono trasferiti, cambiando così il volto della compagnia: tra i detenuti impegnati nel "Santo bevitore", solo uno è tra quelli che c'erano all'inizio, alcuni hanno al più due spettacoli nel loro carnet, un paio vanno in scena dopo aver provato solo due o tre volte.

C'è, poi, chi recita una particina di poche battute, c'è invece chi - l'unica attrice - deve fare gli straordinari, per poter impersonare ben quattro ruoli. L'impegno, però, è massimo in tutti e la tensione a far il meglio possibile si vede: gli applausi, alla fine, sono spontanei e convinti. E qualcuno del pubblico - alla scena conclusiva - si commuove.

Nato nel 2012 (quasi per caso, l'esperienza era cominciata con una chitarra e le canzoni di Battisti ed Equipe 84), il teatro di Piazza Lanza è arrivato ormai al suo settimo "spettacolo" e può vantare un cartellone di tutto rispetto: Sartre, Pirandello, Lagerkvist, prima di Roth. Tre, di norma, gli spettacoli realizzati nell'arco di un anno: a Natale, a Pasqua e in estate, con prove settimanali di tre ore ciascuna.

Materialmente guidato dai volontari della Cappellania, il laboratorio riesce a mantenersi solo grazie all'impegno infaticabile e dell'intera istituzione carceraria, nei suoi diversi soggetti: direzione, polizia penitenziaria, educatori. Ciò nella convinzione che la permanenza nella struttura carceraria possa e debba essere redentiva più e oltre che detentiva e che per far ciò "gli ospiti" del carcere debbano fare esperienza concreta della loro incoercibile dignità.

 
India: annullato l'ergastolo per gli italiani Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni PDF Stampa
Condividi

di Jacopo Storni

 

Corriere della Sera, 20 gennaio 2015

 

La Corte suprema decide l'immediata liberazione. Stavano scontando l'ergastolo per l'accusa di aver ucciso un loro compagno di viaggio nel 2010. Svolta nella vicenda di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, reclusi nel carcere di Varanasi, in India. La Corte Suprema chiamata a pronunciarsi sulla vicenda ha deciso di annullare l'ergastolo. Accusati di omicidio - erano stati considerati responsabili dell'uccisione del loro compagno di viaggio, Francesco Montis, i due giovani adesso sono liberi.

Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni erano rinchiusi da quasi cinque anni nel "District Jail" di Varanasi. Ammassati insieme ad altri 3mila detenuti, ristretti in spazi di un metro per due dentro stanzoni con 140 reclusi ciascuno. Un carcere duro, dove la temperatura può sfiorare i 50 gradi, senza condizionatori e senza ventilatori, senza acqua corrente e senza medicine, con pochissima corrente elettrica e con stuoie sul pavimento al posto dei letti.

Accusati di aver strangolato il loro compagno di viaggio Francesco Montis, Tomaso ed Elisabetta si erano sempre dichiarati innocenti e le indagini degli studi legali indicati dall'ambasciata italiana hanno smontato le dubbiose tesi dell'accusa. Quello del 2014 è stato il quarto Natale che i due giovani italiani hanno trascorso nella prigione indiana. I loro genitori hanno rivoluzionato le proprie vite. La madre di Tomaso si è trasferita in India, gli altri vanno avanti e indietro almeno tre volte l'anno, pendolari lungo le rotte della disperazione.

L'inizio di questa odissea risale al dicembre 2010, quando Tomaso ed Elisabetta (il primo di Albenga, 30 anni, la seconda di Torino, 40) decisero di partire per l'India per festeggiare il Capodanno. Insieme a loro l'amico Francesco Montis (di Terralba in provincia di Oristano), che viveva a Londra. Restano in India per oltre un mese, affascinati da questo Paese. È la mattina del 4 febbraio quando Tomaso ed Elisabetta trovano Francesco agonizzante sul letto, in una stanza dell'hotel Buddha di Chentgani di Varanasi. Tomaso ed Elisabetta avvertono gli albergatori, che chiamano i soccorsi. Francesco viene portato all'ospedale mentre Tomaso contatta l'ambasciata italiana e il padre Euro.

La polizia indiana vieta ai due ragazzi di lasciare l'albergo. Sale la preoccupazione, è l'inizio dell'incubo. La condanna all'ergastolo arriva il 7 febbraio: Tomaso ed Elisabetta vengono arrestati sulla base di un esame post mortem sul cadavere della vittima e vengono condannati all'ergastolo. Il decesso, secondo l'accusa, sarebbe avvenuto per asfissia da strangolamento visto che sul collo della vittima ci sarebbero alcune lesioni. L'accusa comincia a parlare di "relazione clandestina" tra Tomaso ed Elisabetta (che secondo l'accusa aveva una relazione con Francesco), eppure nella sentenza, paradossalmente, si dice che "il movente che ha spinto i due accusati a uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita". Il corpo del defunto è stato cremato, in rispetto alla sua volontà, ed è stato impossibile effettuare nuove autopsie.

Lo studio Legale Titus, indicato ai familiari degli imputati su indicazione dell'ambasciata italiana, ha ribaltato ogni accusa e ha sempre sostenuto che quelle lesioni erano già presenti sul copro di Francesco prima della morte, avvenuta sì per asfissia ma non da strangolamento. Altre ferite sarebbero state provocate durante il trasporto in ospedale. Sempre secondo la difesa, Francesco aveva problemi di salute, una tesi confermata anche dalla madre di Francesco, Rita Concas, che rilascia malvolentieri interviste e non crede alla teoria dell'omicidio, così come ha dichiarato alla Procura indiana.

Non si esclude neppure l'uso di droghe, che potrebbero aver influito sul decesso. Nel referto medico, inoltre, si parla del ritrovamento un ematoma nel cervello, un ematoma subaracnoideo, che da solo potrebbe aver provocato la morte. I due imputati si sono sempre dichiarati innocenti, negando qualsiasi relazione amorosa (relazione smentita anche dagli amici dei tre ragazzi) e sostengono che la mattina del decesso si trovavano a vedere l'alba sul Gange. In effetti, il direttore dell'hotel, sulla base delle telecamere a circuito chiuso, ha sempre detto di non aver visto nessuno rientrare in camera nell'ora in cui sarebbe avvenuta la morte, ma quei filmati non sono mai stati utilizzati per il processo. Inoltre, sostengono i genitori degli imputati, l'autopsia sul cadavere è stata fatta da un semplice oculista e non da un medico esperto.

Un fitto mistero su cui i familiari di Tomaso ed Elisabetta non hanno mai visto chiaro, ipotizzando persino il carrierismo tra i magistrati della giustizia indiana, che avrebbero potuto trarre particolare notorietà con la condanna di due italiani. La Corte Suprema indiana ha sempre respinto le richieste di libertà su cauzione e soltanto dopo cinque anni ha giudicato ammissibile il ricorso degli imputati. La burocrazia indiana ha inciso non poco sul rallentamento dell'iter giudiziario, allungando inesorabilmente i tempi.

I genitori di Tomaso ed Elisabetta hanno vissuto in una disperata attesa da 1.800 giorni. Non potevano comunicare telefonicamente con i figli. Andavano in India almeno tre volte all'anno, mentre Marina Maurizio, la madre di Tomaso, si è trasferita a Varanasi: "Vivo secondo le abitudini indiane per stare vicino a mio figlio, ho cercato di adattarmi a questo Paese, cercando di capire anche questa burocrazia che sta allungando incredibilmente la detenzione di mio figlio". Amici e parenti si sono mobilitati per il rilascio di Tomaso ed Elisabetta. Il regista Adriano Sforzi, amico di Tomaso, sta ultimando il documentario Più libero di prima, prodotto da Articolture e Ouvert ( www.piuliberodiprima.it) , drammatico racconto di questa vicenda, ma anche intenso viaggio nella rivoluzione interiore di Tomaso dopo cinque anni di galera: "Sono entrato in carcere in India come un ragazzo in perenne conflitto con se stesso" - scriveva nelle lunghe lettere dalla prigione ai familiari - "Oggi sono talmente tranquillo che non provo nemmeno un pizzico di odio verso i responsabili di questa vergognosa ingiustizia"

Sono state proprio le lettere l'unico modo che i due detenuti hanno avuto per comunicare con l'esterno. Lunghe e appassionate quelle di Tomaso, lettere che raccontano l'estrema difficoltà di trascorrere cinque lunghi anni in un carcere indiano, ma anche intense riflessioni sul senso della vita e della libertà. I genitori dei due detenuti non hanno mai messo minimamente in dubbio l'innocenza dei loro figli. Su questo Euro Bruno, padre di Tomaso, è chiarissimo: "Da quella lontanissima notte quando mio figlio mi chiamò, subito dopo l'accaduto, non ho mai avuto il minimo dubbio sull'innocenza di Tomaso. Conosco perfettamente mio figlio e sarebbe totalmente incapace di compiere un atto simile".

Parole simili dalla madre: "Abbiamo totale fiducia in nostro figlio, gli avvocati ci hanno detto chiaramente che lui è innocente e che Francesco non è stato assolutamente ucciso. Questa è un'ingiustizia, non c'è nessuna prova che possa testimoniare la colpevolezza di Tomaso ed Elisabetta. E quello che lascia perplessi è che durante questi anni non hanno mai potuto esprimere la loro versione dei fatti durante il processo".

 
Corea del Nord: il disertore dai campi nordcoreani ha confuso i particolari, non l'orrore PDF Stampa
Condividi

di Giulia Pompili

 

Il Foglio, 20 gennaio 2015

 

Provate a elencare le differenze tra Auschwitz e Birkenau. Non ci riuscite? Eppure, tecnicamente, uno era il campo di concentramento e l'altro il campo di sterminio. In Corea del nord le cose stanno più o meno così: sappiamo dell'esistenza di vari luoghi, ufficialmente di rieducazione o di lavoro. C'è il campo numero 15 (Yodok), il più famoso campo di lavoro dove finiscono i nemici politici, c'è il campo 18 (Pukchang) a nord di Pyongyang lungo il fiume Taedong, una "colonia penale" che confina con un'altra zona, di cui però si sa poco o niente: il campo numero 14, il peggior campo in cui un nordcoreano possa finire perché, a quanto pare, se finisci lì è perché sei condannato all'ergastolo.

Come per ogni notizia sulla Corea del nord, il luogo più misterioso e chiuso del mondo, è quasi impossibile avere fonti certe su cosa accada davvero nei campi. L'unica cosa che si può fare è analizzare, con precisione, i dati di fatto.

"Ho sentito Shin, appena saputa la notizia", dice al Foglio Chiara Stangalino, direttore editoriale della narrativa di Codice edizioni, che ha pubblicato nel 2014 "Fuga dal campo 14". "Gli ho espresso la mia solidarietà. È un uomo debole", e per debolezza qui s'intende il de-hìbilis, l'inabile, l'uomo dalla voce fievole con un segreto dentro di sé.

Stangalino parla di Shin Donghyuk, uno dei più famosi nordcoreani fuggiti dal regime e diventato, nell'arco di una decina di anni, il simbolo della lotta per i diritti umani in Corea del nord. Sabato scorso è finito nel tritacarne mediatico per aver confessato: ho alterato alcune parti del mio racconto. Sulla sua pagina Facebook si legge ancora: l'unica persona conosciuta nata in una prigione nordcoreana che è fuggita ed è sopravvissuta.

Secondo le nuove dichiarazioni, Shin avrebbe trascorso poco tempo nel famigerato campo numero 14, mentre la maggior parte della sua vita l'avrebbe passata nel campo 18. Le torture subite gli sarebbero state inflitte dopo un primo tentativo di fuga compiuto a vent'anni, e non a 13 come aveva raccontato. Dettagli che hanno scatenato i sostenitori di Pyongyang (sul sito dell'associazione di amicizia tra Italia e Corea del nord si legge un documento il cui titolo è: "L'infame Shin finalmente smascherato!") ma che rischiano di mettere in dubbio anche altre testimonianze di disertori e rifugiati.

Le loro dichiarazioni, infatti, sono un elemento sostanziale per la messa in stato di accusa della Corea del nord per violazione dei diritti umani. "Shin ha avuto una debolezza, ma questa non può compromettere tutta la storia", dice al Foglio Stangalino, "stiamo parlando di una persona che è nata in un campo di concentramento. Aveva 23 anni, era da poco scappato dalla Corea del nord quando ha incontrato Blaine Harden, l'ex giornalista del Washington Post con cui

ha deciso di scrivere le sue memorie nel libro "Escape from camp 14". In quel periodo Shin era in mezzo a una crisi personale profonda, era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, aveva continuamente incubi". E in effetti durante le sue conferenze pubbliche - anche all'Orni, anche davanti a George Bush e a John Kerry - Shin ripete sempre di non riuscire a ricordare tutto.

Perché i suoi ricordi si confondono, e perché ci sono cose che non possono essere raccontate, nemmeno con tutta la forza del mondo. E quando è stato diffuso online un video, prodotto dai funzionari di Pyongyang, in cui il padre di Shin - che è ancora in Corea del nord - getta un'ombra di dubbio su buona parte del libro, "forse Shin ha capito che aveva sbagliato una cosa, e doveva tornare indietro nel racconto", dice Stangalino, "il video del padre in alcune parti è addirittura comico, dice che il figlio era uno scansafatiche perché non voleva mai andare a lavorare in miniera!".

A oggi però la Penguin, la casa editrice americana che ha pubblicato la versione originale del libro, sta "valutando" cosa fare del volume. "Io le interviste le faccio, se proprio ci tenete. Ma non ci credo più. Per i giornali sono soltanto un'altra bella storia", aveva detto Shin al suo arrivo in Italia a Chiara Stangalino. Qualunque cosa succeda in Corea del nord, i segni indelebili sul corpo e nella testa di Shin parlano chiaro.

 
Usa: discorso Unione; ex detenuto a Cuba tra invitati Obama, siederà accanto a first lady PDF Stampa
Condividi

Ansa, 20 gennaio 2015

 

Un astronauta, un'operaia della Fiat Chrysler, l'ex contractor che ha trascorso 5 anni in una prigione a Cuba e un avvocato sostenitore della riforma sull'immigrazione. Sono alcuni degli ospiti invitati a sedere accanto alla first lady statunitense, Michelle Obama, durante il discorso sullo stato dell'Unione che Barack Obama terrà domani davanti le Camere riunite de Congresso.

Da tradizione, sono proprio gli ospiti sul palco della first lady che ottengono i maggiori applausi nel momento in cui il presidente li citerà come esempi del successo e del cambiamento americani. Una delle risposte più entusiastiche potrebbe arrivare quando il presidente farà il nome di Alan Gross, l'ex contractor rilasciato dal governo dell'Avana alla fine dello scorso anno, mentre la politica Usa nei confronti di Cuba stava cambiando.

Lui e la moglie siederanno accanto alla First Lady. Poi c'è anche Tiairris Woodward, 43 anni, madre di tre figli e operaia dell'impianto Fiat Chrysler a Detroit, dove vengono assemblate le Jeep Grand Cherokee. Oltre alla fabbrica, la donna era impiegata anche a tempo pieno per il distretto scolastico, lavorando 17 ore al giorno. Alla fine del 2010, ha mantenuto solo il lavoro alla fabbrica; dopo un anno, ha risparmiato abbastanza per comprare un'auto e affittare un appartamento nuovo e, attraverso il programma di assistenza della società, sta studiando per ottenere la laurea in gestione aziendale.

La sua storia "è una delle tante rese possibile attraverso la ripresa di Detroit e dell'industria automobilistica americana", sostiene la Casa Bianca. Tra gli altri ospiti, Scott Kelly, l'astronauta che si sta preparando per una missione di un anno a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Il fratello gemello di Kelly è l'astronauta in pensione, Mark Kelly; gli scienziati mirano a paragonare i dati medici tra i due uomini durante il viaggio. La ricerca contribuirà a "sostenere la prossima generazione di esplorazione dello spazio e l'obiettivo del presidente Obama di inviare uomini su Marte entro il 2030", ha detto la Casa Bianca.

 
<< Inizio < Prec. 13401 13402 13403 13404 13405 13406 13407 13408 13409 13410 Succ. > Fine >>

 

 

 

Federazione-Informazione




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it