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Gambia: la moglie del pescatore italiano "mio marito in cella per 2 millimetri di rete" PDF Stampa
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di Fabrizio Caccia

 

Corriere della Sera, 9 marzo 2015

 

Gianna De Simone: "Niente bagni né letti e malnutriti". L'armatore: "Erano in regola. Temiamo per la loro vita". Si muove la diplomazia.

"Ho più paura oggi che nel 1992, quando mio marito, Sandro De Simone, sempre in mare sulle barche da pesca, finì nelle mani dei pirati somali. Rimase sequestrato per un mese, all'epoca, in attesa che dall'Italia la sua compagnia pagasse il riscatto per liberarlo. Ma almeno i pirati somali gli facevano telefonare a casa due volte alla settimana e alla fine nacque quasi una fratellanza tra di loro, mangiavano insieme, a bordo, il pesce pescato. Questa volta, invece, è buio fitto...".

Gianna De Simone, al telefono dal comune abruzzese di Silvi, è angosciatissima. Suo marito, Sandro De Simone, 55 anni, da trenta comandante di pescherecci, dal 2 marzo scorso è recluso insieme al suo direttore di macchina, Massimo Liberati, di San Benedetto del Tronto, nel temibile penitenziario di "Mile Two", a Banjul, la capitale del Gambia, descritto da "Amnesty International" più come un lager che come una prigione, tra "carenti condizioni igieniche, malattie, sovraffollamento, caldo estremo e malnutrizione". "Ma è una pena troppo crudele il carcere - continua la signora Gianna - rispetto al reato che avrebbero commesso.

La Marina del Gambia li accusa, infatti, per una sola rete da pesca, trovata sul ponte di coperta il 12 febbraio durante un'ispezione, con le maglie strette 68 millimetri invece di 70, la misura massima consentita. Avete capito bene: per 2 millimetri di differenza, li hanno messi in prigione!". L'ambasciatore italiano in Senegal, Arturo Luzzi, competente anche per il Gambia, ieri ha telefonato alle mogli dei due marittimi per rassicurarle. Oggi stesso il vice ambasciatore, Domenico Fornara, sarà a Banjul. Le autorità locali hanno condannato De Simone e Liberati a un mese di detenzione e l'obiettivo minimo - dice la signora De Simone - sarà quello di ottenere "una riduzione della pena".

Giovedì scorso il console onorario italiano in Gambia, che in realtà è un indiano, Dayal Daryanani, ha fatto visita ai due, poi all'uscita ha raccontato tutto all'armatore della "Italfish" di Martinsicuro, Federico Crescenzi, subito arrivato dall'Italia: "Sandro e Massimo sono rinchiusi in celle separate, due gabbie di quattro metri per tre, senza bagni né letti, ciascuno in compagnia di altri quindici o sedici detenuti comuni".

Condizioni disumane, situazione da incubo. Intanto, il peschereccio del comandante De Simone, l'"Idra Q", 42 metri di lunghezza e 30 tonnellate di pescato tuttora fermo nella stiva refrigerata, è ormeggiato al porto dal 12 febbraio, sorvegliato dalle guardie armate. A bordo è rimasto solo il nostromo, Vincenzino Mora, 60 anni, a cui è stato ritirato il passaporto. "Noi siamo come una famiglia - racconta da Banjul l'armatore -. Lavoriamo insieme da anni e adesso temiamo per la vita di Sandro e Massimo".

L'Italfish fu fondata 40 anni fa dal padre di Federico, Santino Crescenzi, e oggi conta una flotta di 6 navi. "Quest'anno siamo finiti in Gambia - racconta il direttore commerciale, Massimo Sabato - perché l'Ue non ha rinnovato gli accordi bilaterali con Marocco, Mauritania, Senegal, Guinea Bissau e dunque tutti questi Paesi, ben più pescosi del piccolo Gambia, ci sono stati interdetti. Banjul, insomma, era un ripiego".

Cinquanta chilometri di coste sull'Atlantico, quasi davanti a Capo Verde: "Avevamo una regolare licenza trimestrale per pesci e cefalopodi - sospira il direttore commerciale -. Ci sentivamo tranquilli, poi all'improvviso il 12 febbraio è salita a bordo la Marina e si è messa a misurare le reti col righello. Giuro... Noi invano abbiamo spiegato loro che non esistono in commercio reti con maglie da 68 millimetri, quelle per forza dovevano essere maglie da 70 che col sole dei Tropici si sono deformate. Ma non ci hanno voluto ascoltare. O forse semplicemente cercavano un pretesto".

 
Russia: cinque ceceni in cella per il delitto Nemtsov, ma nell'inchiesta molti punti oscuri PDF Stampa
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di Fabrizio Dragosei

 

Corriere della Sera, 9 marzo 2015

 

Uno degli arrestati avrebbe confessato. I molti punti oscuri di un'inchiesta che accusa i caucasici. Due ceceni formalmente accusati di aver ucciso l'ex vicepremier Boris Nemtsov il 27 febbraio; altri tre che rimangono in carcere, mentre un sesto si sarebbe fatto saltare in aria a Grozny per non essere catturato. L'hanno ucciso perché da "ferventi mussulmani" non sopportavano il fatto che il leader dell'opposizione aveva espresso solidarietà ai giornalisti di Charlie Hebdo massacrati a Parigi. Anzi, no.

L'agguato sotto le mura del Cremlino e l'omicidio di un personaggio di spicco della vita politica russa è avvenuto per motivi di denaro, connessi con la rapina, l'estorsione o il banditismo. Questo secondo la lettura degli articoli del codice penale in base ai quali è avvenuta la formale incriminazione degli accusati. Una gran confusione, insomma, mentre non si fa parola sui mandanti, sulle cause di una esecuzione che pare assai difficile poter addossare solamente a un gruppetto di ceceni di basso rango.

Uno dei due uomini incriminati, Zaur Dadayev è stato per dieci anni nelle truppe del ministero dell'Interno ceceno (battaglione Sever, guardia presidenziale) ed è stato anche decorato per coraggio. È stato il presidente della repubblica caucasica Ramzan Kadyrov a confermare l'identità dell'uomo e a raccontare quanto fosse turbato per la vicenda Charlie Hebdo: "Tutti quelli che conoscono Zaur confermano che è un vero credente e che, come tutti i musulmani, era sconvolto dall'attività di Charlie e dai commenti di solidarietà con chi aveva stampato le vignette", ha scritto Kadyrov su Instagram.

Fin dall'inizio, potremmo dire pochi minuti dopo l'omicidio, le autorità avevano avanzato proprio queste ipotesi per spiegare l'accaduto. Una "provocazione" come aveva sostenuto il presidente russo. Un gruppo di estremisti islamici o dei volgari banditi, secondo ipotesi fatte dagli inquirenti sul campo. Adesso pare che tra giudici, politici e responsabili dei servizi di sicurezza non ci si riesca a mettere d'accordo.

E le due ipotesi più banali vengono portate avanti contemporaneamente. Gli accusati sono comparsi davanti ai giudici trascinati in manette (e in malo modo) da agenti mascherati. Dadayev avrebbe confessato, salvo poi non ammettere nulla davanti ai magistrati. Anzor Gubashev è il secondo incriminato, che ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Fra gli altri tre ancora trattenuti in attesa di sviluppi delle indagini, c'è anche il fratello più giovane di Gubashev, un certo Zahid. Il tutto sembra un "pacco" confezionato per dimostrare che gli alti vertici russi non c'entrano nulla, che giudici e poliziotti si sono dati da fare, come chiedevano opposizione e leader internazionali. Gli amici di Nemtsov, naturalmente, ci credono poco e chiedono che venga fatta piena luce.

A molti la vicenda ricorda troppo da vicino quella di Anna Politkovskaya, la giornalista scomoda che venne freddata nel 2006. Anche in quel caso uscì fuori che gli esecutori erano un gruppo di ceceni, tre dei quali fratelli (i Makhmedov). A organizzare i pedinamenti e tutto il resto erano stati altri personaggi di basso livello, tra i quali un ex poliziotto. Sempre tra gli organizzatori spuntò un boss criminale di Grozny, tale Lom-Alì Gaitukayev. Di mandanti nemmeno l'ombra. E perché tutti questi manovali della criminalità organizzata si erano dati tanto da fare per eliminare Anna? Per odio, antipatia, avversione politica. La stessa strada sulla quale sembra avviata la vicenda Nemtsov.

 
Afghanistan: 3 agenti uccisi in carcere, scontri scoppiati dopo controllo routine in cella PDF Stampa
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Ansa, 9 marzo 2015

 

I detenuti in rivolta di un carcere della provincia settentrionale afghana di Jowzjan hanno ucciso tre poliziotti, tra cui il vice capo della sicurezza. Lo riferisce la tv 1TvNews. Negli scontri è rimasto ucciso anche un detenuto, mentre sono rimasti feriti cinque agenti e dieci detenuti.

Il capo della polizia provinciale di Jowzjan, Faqir Mohammad Jowzjani, ha riferito che la rivolta è scoppiata durante un'ispezione nelle celle alla ricerca di materiale illegale in possesso dei detenuti.

Con il rilascio dell'ultimo ostaggio e il controllo della struttura da parte delle forze di sicurezza si è conclusa in serata la rivolta nel carcere di Jowzjan (Afghanistan settentrionale), costata la vita a due agenti di polizia e un detenuto. Il capo della polizia provinciale, Faqir Mohammad Jowzjani, ha confermato ai giornalisti assiepati all'ingresso della prigione che un negoziato intrapreso dalle autorità con i carcerati in rivolta si è concluso con successo, permettendo il progressivo ritorno alla normalità.

Una delle richieste principali dei detenuti - la sostituzione del direttore del centro penale - è stata accettata e questo ha permesso la fine della protesta. Nella prigione si trovano circa 800 persone, molte delle quali militanti talebani o di altre organizzazioni antigovernative. La rivolta era cominciata durante una perquisizione delle celle mirante al sequestro di armi e cellulari, anche per una notizia circolata di un trasferimento di massa di detenuti verso Pul-i-Charqi, il carcere di massima sicurezza di Kabul.

 
India: stupratore linciato in carcere, 22 persone arrestate nello Stato di Nagaland PDF Stampa
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Ansa, 9 marzo 2015

 

La polizia dello Stato nord-orientale indiano di Nagaland ha arrestato 22 persone che sarebbero implicate nel linciaggio giovedì scorso di una persona accusata di stupro portata via a viva forza dal carcere di Dimapur. Lo riferisce l'agenzia di stampa Ians.

Per cercare di ridurre la tensione, il governo locale ha imposto la sospensione dei servizi di messaggeria telefonica, utilizzati a quanto sembra da movimenti sociali che hanno aizzato la folla a fare irruzione nel carcere per "punire duramente" il presunto violentatore, Syed Farid Khan. Un responsabile della polizia ha confermato che "finora abbiamo arrestato nel complesso 22 persone implicate nell'uccisione del detenuto. Stiamo ancora esaminando i video delle telecamere a circuito chiuso, e non è escluso che altri arresti seguiranno".

 
Stati Uniti: detenuto uccide compagno di cella "aveva stuprato bimba, meritava di morire" PDF Stampa
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Ansa, 9 marzo 2015

 

Nel dicembre del 2013, l'ex poliziotto Theodore Dyer è stato condannato in primo grado per violenza sessuale su una bambina di 9 anni. Dyer, 66 anni, è stato condannato al carcere a vita per i suoi crimini disgustosi, ma non aveva idea che la sua vita sarebbe effettivamente finita in prigione: l'uomo è stato ucciso dal suo compagno di cella, Steven Sandison, per niente pentito dell'omicidio. Il 51enne Sanderson, ha infatti educatamente spiegato al giudice il motivo per cui ha ammazzato Dyer: "L'ho ucciso perché era uno stupratore di bambini".

Sandison, in galera per un omicidio commesso nel 1991, ha spiegato di essere venuto a conoscenza del crimine commesso dal suo compagno di cella poiché l'ex poliziotto ne parlava in continuazione, e non riusciva più a sopportarlo.

 
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