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Giustizia: ddl diffamazione; in Commissione alla Camera cento pagine di emendamenti PDF Stampa
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di Arturo Di Corinto

 

Il Manifesto, 29 gennaio 2015

 

Camera. Proposte modifiche importanti alla norma bavaglio "reloaded". "Siete una minaccia di livello accettabile, altrimenti lo sapreste". Queste parole di Banksy, street artist londinese, sono perfette per capirci sul tema della diffamazione.

Come fa un giornalista ad accorgersi che ha colto nel giusto? Dal numero di querele che riceve. Come si fa a far smettere un giornalista che ha trovato una pista efficace per le sue denunce? Gli si chiede un risarcimento danni dal primo articolo. Secondo l'osservatorio di Ossigeno per l'informazione il 40% delle richieste di risarcimento verso giornali e giornalisti è legata a querele per diffamazione.

Chi vince di fronte a una querela per diffamazione? Chi ha più soldi. Cioè chi può impegnare più tempo e risorse a seguire le lunghe cause che ne possono derivare: pagando investigatori, scovando testimoni, ottenendo perizie, reclutando gli avvocati più esperti. Secondo voi tra il giornalista di un foglio locale siciliano e un grande gruppo imprenditoriale multinazionale, al netto della serietà e competenza dei giudici, chi ha maggiori possibilità di vincere?

I cavilli giuridici e il "potere contrattuale" dei ricorrenti fanno sempre la differenza. Troppo comodo dire che i giornalisti vogliono garantirsi la libertà di diffamare opponendosi alla brutta legge di riforma della diffamazione a mezzo stampa. Troppo comodo per gli stessi giornalisti ergersi a paladini di una stampa degna di questo nome quando dicono che loro stessi e i colleghi devono "pagare" se hanno scritto il falso. La labilità del confine tra il diritto alla salvaguardia dell'onore e della reputazione e la libertà di espressione è una costante per chiunque comunichi, attraverso qualsiasi mezzo. Ogni articolo, servizio, programma, inchiesta, che faccia nomi e cognomi, calcoli e stime, ipotesi e ricostruzioni, è potenzialmente diffamatorio.

È diffamazione pubblicare un fatto palesemente falso. Pubblicare un fatto falso con l'intento di danneggiare qualcuno è peggio.

Ma se la notizia di un fatto vero è rilevante per l'interesse generale, e la notizia è pubblicata o trasmessa senza intento doloso, non c'è diffamazione anche se si danneggiano la reputazione o gli interessi di qualcuno perché si considera la libertà di espressione un valore più alto in quanto tutela un interesse collettivo (alla diffusione dell'informazione e delle idee). E tuttavia anche il racconto di un fatto vero, riportato senza intento malevole e senza effetti chiaramente dolosi, può riportare degli errori, offrire diverse angolazioni di lettura che possono o sono oggettivamente lesive della dignità dell'interessato.

Per questo, siccome il reato di diffamazione è tipicamente contiguo alla libertà d'informazione, al diritto di cronaca, al diritto di critica e di satira, si configura facilmente come un reato d'opinione. E un reato d'opinione non può essere perseguito senza l'intervento di un giudice e il necessario dibattimento.

Tuttavia le basi della riforma attualmente all'esame del Parlamento sono sbagliate, perché anche se si elimina il carcere per i giornalisti le multe sono esorbitanti anche se un giudice non ravvede un comportamento doloso di chi scrive arrecando un ipotetico danno. Ma è sbagliato anche introdurre una libertà di replica integrale e illimitata senza risposta del giornalista da chi eventualmente si sente diffamato. È sbagliato anche prevedere una sorta di diritto all'oblio per le testate online in tempi eccessivamente ristretti affinché l'articolo diffamatorio possa scomparire dal web per una vocale scritta male. Perciò sono benvenuti gli emendamenti proposti in commissione Giustizia alla Camera. Tra questi, più tempo e uno spazio ad hoc per le rettifiche, multe dimezzate o quasi (da 50 a 30 mila euro), cancellazione dell'introduzione del diritto all'oblio. Vedremo se passeranno.

 
Giustizia: il flop dietro un "ma anche", un pasticcio nella norma sulle ferie dei magistrati PDF Stampa
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di Gianni Barbacetto

 

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2015

 

Ma anche: le ferie dei magistrati sono di 30 giorni, ma anche di 45. Un pasticcio. Una delle pochissime "riforme" andate in porto del governo di Matteo Renzi è quella sulle ferie dei magistrati. È stata però scritta così male da essere inutilizzabile. Introduce una nuova norma che riduce i giorni di vacanza delle toghe da 45 a 30; ma non cancella la norma precedente, che assegnava ai magistrati quindici giorni in più. Così adesso le ferie sono di 30, ma anche di 45 giorni. Se n'è accorto anche il Consiglio superiore della magistratura, che lo spiega in un documento approvato dalla settima commissione del Csm.

Nel decreto del governo c'è l'articolo 8 bis che dice: "I magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché gli avvocati e i procuratori dello Stato, hanno un periodo annuale di 30 giorni di ferie". Nessuno però si è curato di togliere il preesistente articolo 8, che recita: "I magistrati che esercitano funzioni giudiziarie hanno un periodo annuale di ferie di 45 giorni". Dunque tutti i "magistrati che esercitano funzioni giudiziarie" potranno legittimamente, in forza dell'articolo 8, pretendere di fare 45 giorni di ferie.

Ad averne solo 30 resteranno quelli che non "esercitano funzioni giudiziarie", cioè quelli che sono per esempio distaccati nei ministeri: per loro varrà l'articolo 8 bis. Crolla così miseramente l'unica "riforma" realizzata da Renzi in materia di giustizia. Non c'è stato neppure bisogno di scomodare il cavallo Gondrano, quello che si ammazza di lavoro nella Fattoria degli animali di George Orwell, come ha fatto, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale di Torino Marcello Maddalena.

Il taglio delle ferie crolla da sé. Implode. Resta il disagio di gran parte della magistratura italiana e di una parte dell'opinione pubblica che non capisce perché, in materia di giustizia, il governo Renzi sia partito dalle ferie delle toghe. "Come se la colpa principale del dissesto dell'amministrazione della giustizia dipendesse dalla scarsa operosità dei magistrati", chiosa Maddalena, "quando invece è da anni pacifico che la produttività della giustizia italiana è fra le più alte d'Europa". Non sarebbe più urgente, si chiedono i magistrati, affrontare temi come la corruzione e l'illegalità? Ma sulla corruzione si è avviata una riforma a metà, ritoccando solo l'articolo 319 del codice penale e non intervenendo su reati come la concussione, l'induzione indebita, la corruzione semplice, la corruzione in atti giudiziari: lo ha ricordato l'Avvocato generale dello Stato di Milano, Laura Bertolè Viale.

Perdendo per strada, dopo averle annunciate, due innovazioni che sarebbero state preziose: la riduzione di pena per chi collabora alla scoperta del reato; e la riparazione pecuniaria a favore della pubblica amministrazione pari alla somma illecitamente corrisposta. Sul falso in bilancio si è fatto di peggio, presentando in Parlamento un testo più insoddisfacente di tante proposte elaborate nelle commissioni di studio. Come pure sulla prescrizione. E in materia fiscale, dove si è introdotta la clausola di non punibilità sotto la soglia del 3 per cento per chi compie il reato di frode fiscale: una "modica quantità" che, al contrario che in materia di droga, favorisce i grandi contribuenti, restando inflessibile con i piccoli. Il reato di auto-riciclaggio, infine, è stato quasi vanificato da un comma che rende non punibile il "godimento personale".

Tutto ciò, comunque, è stato avviato sui treni lenti dei lavori parlamentari. Il taglio delle ferie no: realizzato subito dal governo per decreto. Come non interpretarlo come un segnale non proprio pacifico mandato ai magistrati? Ora si sgonfia come un sufflè fatto male. Con un ulteriore paradosso: "Finora i magistrati usavano spesso le ferie per scrivere le sentenze o studiare le carte", spiega Piercamillo Davigo. "La riforma impone ferie piene. Così, invece di ridurle, hanno finito per aumentarle".

 
Giustizia: Erri De Luca, in tanti a sostenere lo scrittore accusato di "reato di opinione" PDF Stampa
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di Mauro Ravarino

 

Il Manifesto, 29 gennaio 2015

 

E così, in una mattina di sole invernale, inizia il processo alle parole dello scrittore. Avrebbe, secondo la Procura di Torino, istigato a delinquere. Colpevole di aver detto, in un'intervista all'Huffington Post, che il Tav, una grande opera contestata fin dalle origini dalla popolazione valsusina, "va sabotata".

Corre l'anno 2015, anche se non sembrerebbe dal carattere dell'accusa che rispolvera il "reato di opinione". E lo scrittore è, ovviamente, Erri De Luca, che ieri si è presentato in anticipo nell'aula del Tribunale di Torino, per la prima udienza del suo processo.

A porte aperte, apertissime; il rito abbreviato, che aveva rifiutato durante l'udienza preliminare, le avrebbe, invece, avute chiuse. Un processo alla parola deve essere pubblico, di questo n'è sempre stato convinto.

E fuori e dentro il Palagiustizia sono venuti in tanti - attivisti No Tav, lettori, cittadini comuni - a esprimere vicinanza al grande autore napoletano. Hanno distribuito gratuitamente le copie di La parola contraria, il libro appena pubblicato da Feltrinelli e uscito in contemporanea in Francia, Germania, Spagna, Paesi dove il processo a De Luca sta suscitando scalpore. Il pamphlet, letto collettivamente fuori dal Tribunale, rivendica "il diritto a esprimere la propria opinione anche quando è contraria, non solo quando è ossequiosa e gradita".

In aula, il folto pubblico ha esposto cartelli con la scritta "Je suis Erri" (parafrasando lo slogan coniato dopo la strage a Charlie Hebdo) che il giudice Immacolata Iadeluca ha fatto abbassare prima dell'avvio dell'udienza. De Luca ha, comunque, subito escluso ogni possibile equiparazione fra il suo processo e "il massacro" alla redazione del periodico satirico parigino.

"Sento la responsabilità delle cose che dico e scrivo. Sono uno scrittore, non penso di poter istigare nessuno se non alla lettura e alla scrittura", ha detto Erri De Luca prima dell'inizio del dibattimento. "Sono qui anche per conoscere le persone, nomi e cognomi, che avrei istigato, come sostiene l'accusa, e che cosa hanno fatto spinti dalle mie parole".

Ha rivendicato la sua opinione sul Tav e le parole usate per esprimerla: "Sabotare per me è un verbo nobile, utilizzato anche da Gandhi, che va oltre allo scassare attrezzature. Il suo significato è molto più vasto e non intendo farmelo sottrarre. Nell'autunno del 1980 ho partecipato alla lotta operaia e sono stato per 37 giorni davanti alla Fiat partecipando a quel grande sabotaggio. Non è certo necessario fare un reato per sabotare".

La Procura difende il proprio operato. "Abbiamo il dovere di verificare se certi casi debbano essere sottoposti al vaglio di un giudice. E in questo caso riteniamo di sì", ha spiegato il pm Andrea Beconi nel suo intervento. "Il reato di istigazione a delinquere è discutibile e si presta a strumentalizzazioni, ma nell'ordinamento esiste e dobbiamo farci i conti. Qui - chiarisce Beconi - non si sta cercando di comprimere un diritto fondamentale come la libertà di manifestare il proprio pensiero. E nemmeno di entrare nella diatriba sul Tav".

La giudice Iadeluca ha respinto la richiesta della Procura di fare testimoniare l'architetto Mario Virano, presidente dell'Osservatorio sulla Torino-Lione, una decisione accolta con favore dalla difesa dello scrittore. "Diversamente - ha detto l'avvocato Gianluca Vitale - questo sarebbe diventato un processo contro l'intero movimento No Tav e con un'apologia del Tav".

Da ora in poi sarà un processo sulle frasi pronunciate dallo scrittore. "Continuo a pensare - ha aggiunto De Luca - che il Tav vada sabotato, ma sono convinto che si saboterà da solo perché non ci sono i soldi per costruirlo. Il buco del Tav sarà un "buco interrotto", un "bucus interruptus".

Il processo, che vede sul banco degli imputati per istigazione a delinquere solo Erri De Luca, è stato rinviato al 16 marzo. "Se sarò condannato non farò ricorso. Quello che ho da dire è quello che ho già detto". Poi, ha aggiunto: "Uno scrittore - ha aggiunto - deve difendere le sue opinioni, che in questo caso per me sono poi diventate convinzioni.

Cosa altro deve fare se non difenderle?". L'autore si è allontanato dall'aula del Palagiustizia circondato da fotografi e giornalisti, italiani e stranieri, e fra gli applausi del pubblico. Rispondendo ai cronisti sul peso delle parole dette da uno scrittore, De Luca ha, inoltre, sottolineato: "Quello che riconoscono a me perché non lo riconoscono a Bossi o Berlusconi? Io sono uno e valgo uno, non ho un partito".

A margine del processo si è ancora espresso sulla battaglia No Tav. "Cosa c'è di più democratico e civile di oltre di 20 anni di lotta alla Tav? Lotta che continua civilmente". E sulle 47 condanne inflitte, martedì, ad altrettanti militanti, ha affermato: "Non hanno voluto applicare le attenuanti, è una cosa grave che mi colpisce molto".

 
Giustizia: dna, certezze e... passi falsi sull'omicidio di Yara PDF Stampa
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di Davide Milosa

 

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2015

 

Una parte della traccia biologica non c'è più ma bossetti resta in carcere. A 7 mesi dall'annuncio del Ministro Alfano, il caso è tutt'altro che risolto.

Giustizia e scienza. Il dibattito è aperto. Il Dna divide, gli esperti s'affannano. Vero, falso, probabile. Al netto di tutto resta la domanda: Giuseppe Bossetti rapì e uccise la 13enne Yara Gambirasio? Fu il 44enne carpentiere di Mapello, sposato con tre figli, una vita riservata, dedicata a famiglia e animali, ad aggredire, colpire e infine abbandonare la ragazza di Brembate nei gelidi campi di Chignolo d'Isola, dove fu poi ritrovata il 26 febbraio 2011, esattamente tre mesi dopo la sua scomparsa? Tanti dubbi.

L'ultimo, fresco di cronaca, riguarda la genetica. Si scopre, ed è lo stesso perito della Procura di Bergamo a scriverlo, che la parte mitocondriale del Dna trovato sugli slip di Yara non appartiene a Bossetti. Ignoto 1, dunque, non è il carpentiere appassionato di cani e lampade abbronzanti? L'avvocato del presunto killer conferma. Il magistrato frena: non scherziamo, quella è e resta l'impronta di Bossetti.

Come spiegato ancora ieri dal capo della Procura di Bergamo Francesco Dettori. A parlare, ragionano gli inquirenti, è la parte cellulare del Dna, quella sì corrispondente all'indagato. L'enigma si allarga. Cellulare o mitocondriale? Ne basta uno (in questo caso il nucleare)? Oppure servono entrambi per dare nome e cognome al killer? Un fatto è certo: a oggi di Dna nucleare non c'è più traccia. Le scorte repertate sul corpo della ragazza sono andate esaurite. Resta, invece il mitocondriale che però non corrisponde.

Di più: la traccia regina (codificata 31G20) individuata sugli slip tagliati viene descritta come "mista". C'è Yara, ma c'è anche il suo assassino. Fino a pochi giorni fa, però, si sapeva che i rapporti di quantità erano a favore di Bossetti, ora, invece, si scopre che buona parte del Dna trovato su quella macchia corrisponde al profilo genetico della 13enne. Il perito parla di anomalia. Il rebus si complica. E se la prova regina traballa, gli altri accertamenti scientifici hanno già dato ragione alla difesa. Nei peli repertati attorno al cadavere, infatti, non vi è traccia di Bossetti. Mentre nei mezzi del muratore non c'è Dna di Yara. Ancora: computer e cellulari, per ora, hanno svelato solo quella ricerca (fatta su Google) "tredicenni sesso".

Insomma dentro a una domanda s'infila un'altra domanda e così via a ritroso fino al pomeriggio del 16 giugno 2014, quando il ministro dell'Interno Angelino Alfano twitta: "Arrestato l'assassino di Yara". Bastano pochi minuti e il nome del muratore di Mapello fa il giro d'Italia. Lui è il killer. Individuato a quasi quattro anni dal delitto. Il clamore dell'arresto, però, non cancella gli insuccessi precedenti, quando la Procura di Bergamo, sulla base di un'intercetta - zione mal tradotta, arresta il marocchino Mohamed Fikri.

L'assassino non è lui. Prima della conferma i cani molecolari, fiutando una traccia di Yara davanti alla palestra di Brembate da dove scomparve il 26 novembre 2010, portano al cantiere di Mapello. Qui lavorò Fikri. Ma Fikri è innocente e lì Bossetti non si è mai visto. In quel momento il Ros di Brescia si concentrano sul Dna di Ignoto 1. Si arriva a Giuseppe Guerinoni, l'autista di Gorno morto nel 1996. Il Dna corrisponde ma solo in parte.

L'ipotesi è che l'autista abbia avuto un figlio illegittimo. Si arriva a Ester Arzuffi sposata con Giovanni Bossetti e che ebbe due figli gemelli dalla relazione clandestina con Guerinoni. Il Dna della donna corrisponde a Ignoto 1. Uno dei figli illegittimi è il carpentiere di Mapello al quale, due giorni prima dell'arresto, viene prelevato un campione di Dna con un controllo all'alcol test. Il match tra il codice di Bossetti e quello di Ignoto coincide al 99,9 per cento. Questo fu detto. Oggi scopriamo che non è così.

Chiuso il cerchio genetico, dal 16 giugno 2014 iniziano gli accertamenti. I video sono decisivi: l'obiettivo è capire se l'Iveco Daily di Bossetti è stato ripreso attorno alla palestra di Brembate. Il camioncino del carpentiere, sostengono i Ros, ha modifiche che lo rendono riconoscibile: si punta su un catarifrangente rosso. Anche qui il risultato è incerto: dopo aver escluso centinaia di mezzi, i carabinieri confermano che nel giorno della scomparsa il mezzo di Bossetti fu avvistato in zona.

A bordo però non è mai stato riconosciuto il muratore. E ancora: telefoni e celle. Alle 16,45 del 26 novembre il cellulare di Bossetti aggancia la cella di Mapello. Alle 18,05 il telefonino di Yara si trova in una posizione opposta. Non meno contraddittorie le testimonianze. Come quella del fratellino della 13enne che parla di aver notato un uomo grasso col pizzetto fissare Yara. Bossetti più che magrolino è esile. C'è altro da capire: Yara conosceva il suo assassino? La procura ci punta, Bossetti nega ("Mai vista").

Il rapporto pregresso, però, giustificherebbe il fatto che la ragazza salga spontaneamente sul furgone e senza opporre resistenza arrivi a Chignolo d'Isola, scenda e cammini tranquillamente fino all'aggressione. Ecco, allora, spuntare una donna che oggi, quattro anni dopo, ricorda di aver notato un uomo, che riconosce essere Bossetti, intrattenersi in auto con una ragazza davanti alla palestra. È l'ennesimo tassello. Ma quanto regge? Decideranno i giudici. Intanto Bossetti resta in carcere. Sono passati sette mesi. E il 25 febbraio la Cassazione deciderà se, dopo l'ultima svolta, il carpentiere potrà tornare nella sua casa di Mapello.

 
Giustizia: caso Fabrizio Corona. Cassazione: no sconto di pena, condanna da ricalcolare PDF Stampa
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La Repubblica, 29 gennaio 2015

 

Un anno fa il gip di Milano aveva abbassato il cumulo della pena da 13 a 9 anni. Ma la Suprema corte accoglie il ricorso del pm. L'ex re dei paparazzi aveva appena chiesto di andare ai domiciliari. Nessuno sconto di pena per Fabrizio Corona. Che ora, dopo che il suo cumulo di condanne definitive era sceso a nove anni, si ritrova a dover affrontare, dopo due anni già passati in carcere e altri mesi di carcerazione preventiva già scontati, quasi 11 anni di reclusione. Lo ha deciso la Cassazion, che ha accolto il ricorso della Procura di Milano annullando la riduzione che era stata concessa dal gip all'ex "re dei paparazzi".

Ora la palla tornerà a un gip del tribunale milanese che sulla base del provvedimento della Cassazione dovrà ricalcolare esattamente il cumulo delle pene. Che stando a quanto riferito dal legale di Corona, l'avvocato Ivano Chiesa, dovrebbe attestarsi attorno ai "13 anni".

"Siamo in una situazione molto grave - ha spiegato il difensore. Non ho altre parole per descrivere i 13 anni di galera per Fabrizio". E sulla vicenda interviene anche l'ex compagna di Corona, Belen Rodriguez: "Trovo che parlare di questo argomento a lui faccia davvero male. Se fossero stati tutti zitti, qualche sconto di pena forse l'avrebbe avuto".

Quasi un anno fa il gip di Milano aveva portato il cumulo di condanne definitive a carico del fotografo dei vip, per una lunga serie di vicende giudiziarie in cui è stato coinvolto negli anni passati, da 13 anni e due mesi a nove anni. Tenuto conto dei due anni circa già trascorsi a Opera e della carcerazione preventiva all'epoca dell'inchiesta Vallettopoli, come aveva spiegato il suo avvocato nei giorni scorsi, all'ex agente fotografico rimanevano da scontare circa sei anni e otto mesi.

Ora con la decisione della Cassazione, che ha accolto il ricorso del procuratore aggiunto Nunzia Gatto, il cumulo di pene ricalcolato potrebbe arrivare a 13 anni e Corona dovrebbe restare in carcere ancora per quasi 11 anni.

"Si annulla l'ordinanza impugnata - ha scritto la Cassazione nel dispositivo - limitatamente al riconoscimento della continuazione fra i reati di estorsione e i restanti reati oggetto delle sentenze dell'8 marzo 2010 del gip del tribunale di Milano e del 7 giugno 2012 della Corte d'appello di Milano, e si rinvia per nuovo esame al gip del tribunale di Milano. Si rigetta il ricorso di Corona Fabrizio, che si condanna al pagamento delle spese processuali".

Nelle motivazioni, che saranno depositate nelle prossime settimane, la Corte spiegherà i motivi del provvedimento. Stando a quanto chiarito dall'avvocato Chiesa, la Cassazione ha riconosciuto la continuazione tra le pene per le due condanne riportate a seguito delle inchieste di Milano e Torino sui cosiddetti "foto-ricatti". Continuazione, invece, che non si può applicare fra le due condanne per estorsione e altre due sentenze: quella per aver corrotto una guardia carceraria, quando era detenuto nel 2007, per far entrare una macchina fotografica a San Vittore e realizzare un servizio fotografico; la condanna a tre anni e dieci mesi per bancarotta fraudolenta documentale.

"Fabrizio continuerà comunque a combattere, ma non va lasciato solo", ha spiegato l'avvocato Chiesa, che assieme al legale Antonella Calcaterra, fra l'altro, ha chiesto alla Sorveglianza di Milano di farlo uscire da Opera e mandarlo in una comunità, perché sta soffrendo di stati depressivi, psicosi, ansia e attacchi di panico. I giudici hanno anche disposto una perizia psichiatrica (l'incarico sarà conferito l'11 febbraio). Pende anche la richiesta di grazia parziale presentata a dicembre a Giorgio Napolitano e di cui dovrà occuparsi il prossimo presidente della Repubblica.

 
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