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Giustizia: il "manovratore" Nitto Palma che sfida Grasso sui tempi in Commissione PDF Stampa
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di Fabrizio Roncone

 

Corriere della Sera, 9 marzo 2015

 

Il responsabile della commissione a Palazzo Madama: ha fatto il furbastro.

Iroso, scostante, permaloso. "Se il ritratto che suppongo stia per tracciare contiene accuse infondate, vorrei potermi difendere...". Anche ironico, se vuole. E con una memoria di ferro ("È stato scritto che perdo regolarmente a Burraco con il senatore di Forza Italia Ciro Falanga: è una volgare menzogna messa in giro dalla senatrice del Pd Monica Cirinnà, che si diverte, evidentemente, a diffamarmi. La verità è che a volte vinco, a volte perdo").

Poi rumore di forchette, tavolata in riva al mare, domenica pomeriggio. Francesco Nitto Palma, 65 anni, ex magistrato, è il temuto presidente della commissione Giustizia del Senato: la commissione politicamente meno stabile, meno gestibile dell'intero Parlamento (tra i suoi componenti, alcuni personaggi straordinari: Carlo Giovanardi, Ncd, memorabile su temi come eutanasia, omosessualità, droga; Felice Casson, Pd, che fa Casson, civatiano con ostinazione; Lucio Barani, Gal, che sulla responsabilità civile dei magistrati aveva proposto, in caso di colpevolezza, dovessero chiedere scusa sulla pubblica piazza). Nitto Palma li guida tutti - raccontano - con piglio quasi militare.

"Non esageri. Io mi limito ad applicare, in modo ordinato, il regolamento". Lo conosce alla perfezione, e lo sa interpretare e usare. Questo spesso scatena ondate di panico a Palazzo Chigi: quando un emendamento arriva in commissione Giustizia, tutti sanno come entra, nessuno sa come esce. Comprensibile l'apprensione di queste ore: domani, martedì, forse arriverà l'emendamento sul "falso in bilancio" (il governo avrebbe preferito andare direttamente al voto in Aula). "Sulla faccenda, il presidente Pietro Grasso ha fatto il furbastro: dicendo che io gli avrei promesso tempi brevi. Ma io non ho fatto alcuna promessa. Dovrebbe sapere, Grasso, che in commissione non è previsto il contingentamento dei tempi".

 

Però lei è abilissimo a rallentare o accelerare.

"Mi vengono attribuite capacità che non ho. Del resto, anche sul mio carattere si fanno sciocche illazioni".

 

Ho scritto che è iroso, scostante e permaloso.

"Ho un carattere tosto come tutti quelli che ne possiedono uno".

 

È la stessa cosa che dice Renato Brunetta di sé.

"Sì, ma io non sono uno che parte per la tangente senza motivo. E, soprattutto, non mi sentirete mai usare parole forti e sgradevoli".

 

Lei è forse l'unico, tra i potenti di Fi, a non essere inquadrato in qualche corrente.

"La mia idea è che Forza Italia esiste solo perché c'è Silvio Berlusconi. La sua leadership è indiscutibile. Ed è necessario, quindi, essergli leali. Punto. Io, perciò, rispondo soltanto a me stesso e a lui".

 

È forse anche questo uno dei motivi che le permette di gestire con severità i lavori della commissione che presiede?

"Guardi, si favoleggia troppo su questa commissione: le ricordo che il 95% dei provvedimenti vengono approvati all'unanimità. Se succede che non siamo d'accordo, è perché spesso, all'interno della commissione, si creano maggioranze alternative tra Pd e grillini e qualcosa del genere si creerà, immagino, anche con il ddl corruzione".

 

Non mi ha risposto sulla sua severità: lei è molto severo, quasi autoritario.

"Ma chi le ha fatto una descrizione così stupida?".

La fonte deve restare segreta. Però la fonte ha anche aggiunto qualche aneddoto; il più divertente è questo: sembra che nel corso di una seduta notturna, durante il passaggio della "responsabilità civile" dei giudici a Palazzo Madama, Nitto Palma fu accusato da alcuni membri della sua commissione di essere stato sleale nei loro confronti. Era notte fonda, tra stanchezza e nervosismo volò qualche parola ruvida.

A quel punto, profondamente indignato e offeso, Nitto Palma pretese che ciascun senatore prendesse la parola chiedendogli, formalmente, scusa. Una volta disse: "Ho sfidato le Br e la mafia, figuriamoci se mi spavento più di qualcosa". Quattordici anni alla Procura di Roma (processo Moro, Frank Coppola, Santapaola, ma anche Gladio e Ustica). Dal 2001, deputato per il Cavaliere. Accolto in Transatlantico con il soprannome di "Toga azzurra". Sistematicamente ricordato per essere tra i promotori (2002) di una proposta di legge che reintroduceva l'immunità parlamentare (aiutino per Cesare Previti). Ministro della Giustizia nel governo Berlusconi IV. "L'avverto: se scrive qualche sciocchezza sul mio conto, domani la chiamo e mi arrabbio di brutto".

 
Giustizia: anticorruzione; mix di ingredienti... prevenzione, repressione, responsabilità PDF Stampa
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di Lionello Mancini

 

Il Sole 24 Ore, 9 marzo 2015

 

Il rimedio anti-corruzione è composto da tanti ingredienti - prevenzione, repressione, responsabilità, etica - ciascuno di volta in volta esaltato dalle cronache in occasione di arresti, firme di codici etici, denunce, analisi. Ma ancora manca il mix che risulti finalmente efficace. Nessuno degli ingredienti si ritrova in natura, ciascuno di essi va preparato e unito agli altri con cura (il che dovrebbe escludere apprendisti stregoni e disonesti seriali).

La repressione funzionerà quando potrà disporre di uomini e risorse adeguati, oltre che dei tempi necessari per arrivare alle condanne; quando norme e procedure saranno concepite per svelare l'illegalità e non per favorirla; quando, infine, polizia e Procure potranno dedicarsi ai pochi casi che deturpano un ambiente sociale sano e dunque ostile a chi voglia delinquere. Quanto alla prevenzione, sappiamo che i più grandi scandali da colletti bianchi sono resi possibili dal silenzio di centinaia di persone. Non sarebbero altrimenti durati così a lungo i traffici intorno al Mose o all'Expo, né si sarebbe raggiunto l'attuale degrado ambientale di certe aree, se in tanti non avessero taciuto nonostante vedessero, udissero, sapessero, o quanto meno intuissero.

Esistono, nel nostro Paese, comportamenti borderline, o peggio, che curiosamente non offendono, non spingono il cittadino ad attivarsi per renderli meno facili e meno redditizi: dall'evasione fiscale agli spazi pubblici usati come discarica, all'abusivismo edilizio, fino alla corruzione spicciola e organizzata.

Per decenni, nemmeno sono stati contati i miliardi dilapidati in malaffare, mentre il tema della trasparenza (dei flussi finanziari, delle gare d'appalto) era percepito come un problema di qualcun altro, non del cittadino, dell'impresa o della comunità. È stato così a lungo anche per la sicurezza sul lavoro, per i costi della politica, per la tutela dell'ambiente.

Se oggi, finalmente, l'esattore del pizzo mafioso è percepito come un pericoloso nemico di cui liberarsi (salvo per chi si ostina a sottomettersi), la reazione non è altrettanto netta verso i gestori meno onesti delle inefficienze della burocrazia, quelle sabbie mobili che consegnano nelle loro mani il rilascio di un permesso o di una concessione. Così come, nel privato, non sempre s'indigna il dipendente che assista (o sia chiamato a collaborare) a passaggi di mazzette, creazione di fondi neri, manovre evasive.

Come se alla fine il conto non arrivasse da pagare a tutti. Solo oggi si comincia a parlare con minor avversità, per esempio, di whistleblowing (la denuncia di anomalie sospette sul posto di lavoro), di rotazione di incarichi e di altre modalità che permettono a chi voglia collaborare di attivarsi senza rischiare il mobbing o il licenziamento. Strumenti indispensabili, senza i quali il desiderio di partecipazione diventa sacrificio o eroismo personale.

Bene, quindi, che dopo l'impegno volontario di imprese, enti e singoli cittadini, queste possibilità stiano facendo il loro rodaggio anche in contesti sensibili (per esempio, l'agenzia delle Entrate) che incidono sulla vita di milioni di persone. Finché un collega o un capo che preparano bustarelle o un burocrate di qualunque livello che le incassa non faranno scattare la stessa avversione per il ladruncolo o lo scippatore (riprovevoli, ma assai meno dannosi di corrotti ed evasori), non potrà esserci azione repressiva che tenga.

Perché non è difficile pizzicare un pubblico dipendente disonesto in un ambiente di onesti impiegati; mentre ha vita difficile chi intenda svolgere onestamente il proprio lavoro in un contesto che pratica diffusamente la corruzione potendo contare su omertà e scambievoli complicità. Rompere questa indifferenza è il presupposto perché le manette per i corrotti non siano un'eccezione, ma una certezza tale da scoraggiare anche i delinquenti in giacca e cravatta più incalliti.

 
Giustizia: l'evasione fiscale punita dal punto di vista tributario, penale e amministrativo PDF Stampa
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di Marino Longoni

 

Italia Oggi, 9 marzo 2015

 

Dal 1° gennaio di quest'anno l'evasione fiscale sarà sanzionabile anche come auto-riciclaggio. Questo significa che sulle spalle del presunto evasore si andrà in alcuni casi a triplicare il carico delle sanzioni. Con effetti da paura! Facciamo un caso concreto. L'azienda Alfa, a seguito di un accertamento fi scale, viene accusata di aver evaso un milione di euro.

Fino a qualche mese fa avrebbe dovuto, se condannata in via definitiva, versare le imposte evase con l'aggiunta di sanzioni e interessi (più eventuali spese di giudizio). Oggi tutto ciò è solo l'inizio, perché la legge sulla voluntary disclosure ha introdotto il reato di auto-riciclaggio tra quelli presupposto della responsabilità amministrativa delle società (legge 231 del 2001). Questo significa che il dirigente che ha progettato e messo in atto l'evasione potrà essere condannato penalmente e, in mancanza dei modelli organizzativi previsti dalla legge 231 (che peraltro oggi ancora nessuno saprebbe come fare), la società potrebbe essere condannata in via amministrativa per lo stesso reato di auto-riciclaggio.

E le sanzioni potrebbero essere anche molto salate. Sembra folle, ma è proprio così. Quante migliaia di aziende ogni anno vengono condannate per un fatto di evasione che potrebbe integrare il reato di auto-riciclaggio? E quanti procedimenti penali, e quanti procedimenti amministrativi potrebbero essere innescati dalle indagini finanziarie? Ovviamente i conti non li ha fatti nessuno. Certamente i procedimenti innescabili da queste novità normative sono molti, ma molti di più, di quanto il sistema giudiziario italiano è in grado di reggere. In pratica siamo di fronte alla riedizione delle grida di manzoniana memoria.

Oppure all'invenzione della roulette russa fi scale. Più o meno a casaccio, qualcuno sarà chiamato a pagare sanzioni spropositate rispetto all'evasione commessa, e questo dovrebbe fungere da monito per tutte le altre aziende. In realtà le disposizioni sull'auto-riciclaggio dimostrano che è completamente saltato qualsiasi rapporto di ragionevolezza tra l'introduzione di una norma sanzionatoria e la capacità dello Stato di applicarla in modo fermo e uniforme.

Sarà comunque uno spauracchio notevole per le imprese che, non appena se ne renderanno conto, cercheranno di tutelarsi con i mitici modelli di organizzazione aziendale, l'unica arma rimasta nelle loro mani. Un castello di carte di nessuna utilità dal punto di vista sostanziale ma, almeno formalmente, utili allo scopo, come può esserlo uno spaventapasseri in un campo di grano. E meno male che questo governo aveva al centro del suo programma la semplificazione amministrativa e fi scale, altrimenti chissà cosa non avrebbe potuto inventare.

 
Giustizia: processo civile telematico, addio alla carta di là da venire PDF Stampa
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di Gabriele Ventura

 

Italia Oggi, 9 marzo 2015

 

Processo civile telematico ancora schiavo della carta. Dagli atti introduttivi, per i quali non c'è obbligo dell'online, al sistema di tassazione che costringe gli uffici a tornare al cartaceo nella fase di trasmissione di atti e sentenze all'Agenzia delle entrate, alla possibilità, per i giudici, di utilizzare sempre la carta tranne che per i decreti ingiuntivi, fino all'utilizzo troppo frequente, sempre da parte dei giudici, delle eccezioni all'online previste per legge.

Se da un lato, infatti, gli ultimi dati diffusi dal ministero della giustizia sul processo civile telematico, aggiornati al 31 gennaio scorso, mostrano una accelerazione decisiva dei depositi telematici da parte di avvocati e magistrati, soprattutto nel primo mese dopo l'entrata in vigore definitiva del Pct, il 31 dicembre 2014. Dall'altro i problemi, in questa prima fase, di certo non mancano: dal punto di vista tecnologico, gli avvocati denunciano spesso difficoltà di collegamento. Addirittura, a Bologna, a causa di un problema di sistema a livello ministeriale, risulta che i documenti depositati telematicamente nei procedimenti avanti al tribunale non vengano acquisiti dalla Corte d'appello, sebbene risultino correttamente visibili e acquisiti.

Per non parlare del recente provvedimento del tribunale di Milano, che ha condannato la parte assistita da un avvocato che non ha depositato la copia di cortesia (in formato cartaceo) al pagamento di una multa di cinque mila. Ma vediamo meglio lo stato dell'arte del processo civile telematico.

I numeri. Il ministero della giustizia ha diffuso i dati del processo civile telematico che riguardano il periodo 1° febbraio 2014-31 gennaio 2015, da cui emerge che le comunicazioni telematiche sono state attivate in tutti i tribunali e le corti d'appello. Nel 2014, sono state consegnate più di 12,8 milioni di comunicazioni, per un risparmio stimato pari a oltre 44 milioni di euro. Vengono consegnati ogni mese, in media, circa 1,2 milioni di depositi telematici a valore legale, da parte di avvocati e professionisti. Inoltre, sono stati ricevuti più di 1,5 milioni di atti, di cui 273.195 ricorsi per decreto ingiuntivo, 1,18 milioni di atti endoprocedimentali e 88.536 atti introduttivi.

A gennaio 2015, invece, primo mese dall'entrata in vigore definitiva del pct, sono stati depositati 383.911 atti telematici, il 105% in più rispetto a dicembre e il 500% in più rispetto a giugno 2014. Sono stati inoltre 121.950 i professionisti univoci che hanno depositato almeno un atto (+26% rispetto a novembre), di cui 102.612 avvocati. Sempre nel mese di gennaio, via Arenula ha registrato un aumento di quasi 20 mila avvocati (+23%) rispetto a dicembre e di quasi 60 mila rispetto a luglio (+141%). I depositi telematici da parte di magistrati, invece, sono stati pari a 1,72 milioni di provvedimenti, di cui 507.770 verbali di udienza e 149.553 sentenze.

I giudici (o i Got) che da inizio 2014 hanno depositato almeno un provvedimento sono invece 3.766. A gennaio 2015, si è registrato un aumento di 348 magistrati e Got rispetto a dicembre (+10%), 903 rispetto a luglio (+31%). Criticità. Il Consiglio nazionale forense e gli ordini degli avvocati non mancano di segnalare al ministero della giustizia le criticità legate al processo civile telematico, riscontrate dagli avvocati. In particolare, l'Ordine degli avvocati di Milano, ai primi di febbraio, ha segnalato al tribunale e, di concerto con questo, alla direzione del ministero, una serie di criticità, che riguardano le categorie investimenti, normativa e tecnologia.

A partire dal fatto che gli avvocati segnalano difficoltà di collegamento al sistema giustizia in determinati orari, dovuti probabilmente a picchi di richieste. Anche il flusso di comunicazioni via Pec subisce temporanei ritardi, a causa del sovraccarico di richieste che si crea in alcuni orari della giornata. Dal punto di vista della normativa, invece, segnala Filippo Pappalardo, referente processo telematico degli ordini della Lombardia, è necessario "introdurre una norma che autorizzi a priori il deposito telematico di tutti gli atti relativi al rito ordinario del contenzioso civile, delle esecuzioni mobiliari, immobiliari e presso terzi.

In quest'ottica sarebbe poi opportuna una disciplina che consenta il deposito degli atti telematici con una separazione per "rito" invece che per giurisdizione subordinando l'avvio della facoltatività o dell'obbligatorietà a una decisione del presidente dell'ufficio da prendere di concerto con gli ordini forensi". Inoltre, va regolamentato il sistema di pagamento di copie, marche e contributi "recuperando lo spirito del Contributo unificato quale unica voce di spesa del processo e rendendo obbligatorio il flusso telematico, prevedendo la possibilità di allargare a breve termine il novero dei prestatori di servizi", afferma Pappalardo.

Dal punto di vista tecnologico, invece, secondo l'Ordine di Milano, bisogna uniformare Reginde (Registro generale degli indirizzi elettronici Pec del ministero con tutti i dati degli avvocati) e Ini-Pec, prevedendo per entrambi un registro cronologico che certifichi le variazione di indirizzo tempo per tempo effettuate da ciascun soggetto. "In generale", conclude Pappalardo, "il processo civile telematico sconta il fatto che la procedura, con tutti i suoi attori protagonisti, ha ancora un legame fortissimo con la carta o, per meglio dire, con il supporto della carta. Avere ancora fuori dall'obbligo telematico tutti gli atti introduttivi del processo, di per sé produce carta. Gestire carta è un costo per tutti. Gli uffici non possono destinare tutte le risorse al telematico proprio perché il cartaceo esiste".

 

In slalom tra decreti e prassi, di Antonio Ciccia

 

In rodaggio il processo civile telematico. Tra decreti ministeriali, protocolli dei singoli tribunali e sentenze altalenanti, il deposito elettronico di atti e documenti si perde in una selva di regole giuridiche, di prassi e di cortesia, in cui non è sempre facile districarsi.

L'avvocato farà bene a cadenzare la sua attività, tenendosi ampi margini per poter fronteggiare gli imprevisti che non mancano mai. Se il quadro normativo base è omogeneo, la possibilità di una applicazione più o meno estesa della trasmissione telematica dipende anche dalla struttura tecnologica dei singoli uffici giudiziari. Molto dipende anche dalla predisposizione degli operatori a lavorare con gli strumenti telematici.

In realtà convivono in misura più o meno ampia sia il processo telematico sia il tradizionale processo cartaceo. Ci sono giudici che compilano il verbale sulla piattaforma informatica e l'avvocato, tornato, in studio se lo legge dal suo computer; ma ci sono giudici che lo scrivono a mano (anche se poi viene scansionato e inserito nel fascicolo elettronico). Ci sono tribunali in cui si chiede agli avvocati di nominare i fi le in modo che descrivano il contenuto e altri tribunali in cui legali e magistrati uniscono le loro forze per stampare gli atti.

Ma vediamo come trovare il bandolo della matassa. Decreti. Il processo civile telematico non funziona allo stesso modo in tutti i tribunali. Bisogna, quindi, controllare se e per quali atti è obbligatorio o facoltativo il deposito telematico. Se per gli atti successivi a quelli introduttivi la norma obbliga al deposito telematico, la situazione per gli atti introduttivi è a macchia di leopardo. Quindi, una memoria in corso di causa o una comparsa conclusionale vanno depositati in modalità telematica con la posta elettronica certificata.

Un atto di citazione o una comparsa di costituzione e risposta, invece, possono essere depositati telematicamente. Ma solo se c'è un decreto autorizzativo del ministero della giustizia appositamente adottato per la singola sede giudiziaria. Per conoscere le regole in uso nel singolo tribunale si può consultare il portale del ministero della giustizia (http://pst.giustizia. it/pst/). In particolare bisogna accedere alla sezione dedicata alle informazioni sui servizi telematici attivi presso i singoli uff ci giudiziari.

Seguendo il percorso guidato si sceglie il distretto di Corte d'appello e poi l'ufficio e si arriva alla pagina che contiene l'elenco dei servizi telematici: dalle comunicazioni telematiche, ai depositi telematici distinti per tipo di procedimento (esecuzioni, fallimentare, volontaria, giurisdizione, lavoro, processo ordinario ecc.). Sempre da questa posizione si possono conoscere le possibilità di consultazione dei fascicoli delle cause, suddivisi nei vari registri (contenzioso civile, esecuzioni, procedure concorsuali, e così via).

Il dettaglio dei servizi di deposito è descritto nei decreti ministeriali in cui si individuano i depositi telematici aventi valore legale. Per esempio, il decreto per il contenzioso civile ordinario del tribunale di Ivrea del 24 novembre 2014 dispone l'attivazione della trasmissione come documento informatico "di tutti gli atti introduttivi di qualsiasi processo civile comunque denominato"; il tribunale di Catanzaro, per effetto del decreto 11 aprile 2014, ammette la trasmissione telematica di comparsa di risposta, comparsa conclusionale e memoria di replica, memorie autorizzate dal giudice e questo, per esempio, nei procedimenti di ingiunzione, nel contenzioso civile e nei procedimenti di lavoro.

La norma di riferimento è l'art. 16 bis del decreto legge 179/2012, il cui primo comma prevede che in tribunale, il deposito degli atti processuali e dei documenti da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite ha luogo esclusivamente con modalità telematiche. La circolare del ministero della giustizia del 28 ottobre 2014 ha spiegato che dal 30 giugno 2014 le cancellerie devono accettare qualsiasi atto endoprocessuale depositato in via telematica. La stessa circolare spiega che è necessario un provvedimento ministeriale per l'abilitazione alla ricezione degli atti introduttivi e di costituzione in giudizio.

Nel caso in cui si proceda a deposito telematico in una sede non abilitata, sarà, però, il giudice a dover decidere sulla regolarità del deposito (e si arriva a esiti contrastanti); mentre le cancellerie devono, comunque, procedere all'acquisizione dei documenti. Protocolli. I tribunali si sono dotati di protocolli sul processo civile telematico, approvati d'intesa con gli avvocati. Si tratta di documenti che individuano prassi da seguire per una maggiore efficienza del sistema.

Anche qui il deposito di atti e documenti è da conformare a regole non cogenti, ma che integrano la procedura da seguire. Sul sito www.jusdicere.it è possibile consultare i protocolli tribunale per tribunale. Si tratta di vademecum con indicazioni pratiche per il deposito e anche per le cosiddette copie di cortesia, e cioè copie cartacee che, pur non avendo valore legale, sono inserite nei fascicoli per una maggiore comodità.

A Roma si prevede che le copie di cortesia siano inserite in una busta, contrassegnata con i dati delle parti e della causa, e imbucate in un cassetto del magistrato. A Milano il protocollo raccomanda una numerazione standard dei documenti (sempre due cifre, con lo "zero" davanti ai numeri da 1 a 9) e preferisce che, nelle scansioni di documenti con più pagine, si antepongano quelle che contengono l'informazione rilevante (così da evitare di leggersi tutto un lunghissimo fi le per arrivare al punto specifico); stessa accortezza si ritrova nel protocollo del tribunale di Firenze, in cui si chiede di ingrandire la parte del documento che interessa e di inserirla in un file separato, per una migliore fruibilità del testo soprattutto se l'originale è scritto in piccolo (si pensi a minuscole condizioni di un contratto concluso con formulari).

A Foggia ci si preoccupa del nome "parlante" dei fi le dei documenti, raccomandando agli avvocati, quando si deposita un atto telematico, di inserire nella denominazione del fi le che apparirà al cancelliere e poi sulla scrivania del giudice, la natura dell'atto e per i documenti di assegnare un nome descrittivo del contenuto. A Bologna avvocati e magistrati si sono accordati per le stampe delle memorie istruttorie con: i legali forniscono carta, toner e stampanti e i magistrati si impegnano a stamparsi da soli le comparse conclusionali e ad autolimitarsi nella richiesta di stampe agli avvocati.

 
Giustizia: questo giornale, orgoglioso di non pubblicare la spazzatura delle intercettazioni PDF Stampa
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di Claudio Cerasa

 

Il Foglio, 9 marzo 2015

 

Passati alcuni giorni, a bocce ferme, è doveroso mettere tutto insieme. Rewind. L'oscena pubblicazione delle inutili e pruriginose intercettazioni tra Silvio Berlusconi e Gianpaolo Tarantini. L'incapacità per molti giornalisti e molti magistrati di saper distinguere una pettegola conversazione rubata da un capo di imputazione.

La confusione tra materiale probatorio e materiale da rotocalco. L'utilizzo dei tabulati telefonici come nuovo definitivo strumento per dare ai magistrati la possibilità di lavorare per far rispettare la moralità e non solo la legalità.

La scelta dei grandi giornali di utilizzare le proprie pagine come una buca delle lettere, o peggio uno sciacquone giudiziario, e non come strumento con cui informare e formare i propri lettori. L'incapacità delle gazzette delle procure di trattenersi dall'infilare in modo gratuito nel ventilatore tonnellate di ottimo sterco (giù le mani dal Pupone).

La tentazione del governo di riequilibrare il piccolo affronto rivolto alla magistratura con la legge sulla responsabilità civile regalando ai magistrati (vedi le modifiche al falso in bilancio) nuovi strumenti per agire con sempre maggiore discrezionalità all'interno dei processi. La giustificazione ridicola ("Ma non ti preoccupare, non cambierà nulla, alla fine pagherà lo stato, i magistrati saranno pur sempre giudicati da altri magistrati") offerta in privato da alcuni esponenti del governo di fronte alle critiche dell'Anm sugli effetti drammatici che potrebbe avere sulla magistratura l'approvazione di una legge sulla responsabilità civile.

E infine - ma potremmo continuare per ore, per giorni, per mesi - l'assurdo principio di voler aumentare i tempi della prescrizione in un paese come il nostro dove la lunghezza dei processi è di per sé uno degli elementi centrali dell'ingiustizia del sistema giudiziario. Scusate, ma ci siamo un po' rotti le palle. Il punto ci sembra semplice e lineare. La giustizia italiana si presenta al paese come un mosaico con una grande crepa al centro, che coincide con il disgustoso mondo del processo mediatico.

Di fronte a ciò che si osserva in questi giorni, tra sputazzamenti vari, fango, intercettazioni date in pasto ai giornalisti, continue violazioni della privacy, la chiave per capire quello che sta succedendo non è la battaglia scema tra chi dice che i magistrati che sbagliano devono essere puniti e chi invece rivendica la sostanziale impunità della casta - perché c'è qualcuno, a parte l'Anm, che sostenga che sia possibile che un magistrato che sbaglia non debba pagare? E c'è qualcuno che può dire che da quando è stata introdotta la legge Vassalli, negli ultimi ventotto anni, i magistrati hanno sempre pagato per i loro errori giudiziari?

A domanda diretta del direttore di questo giornale al presidente dell'Anm, l'onorevole Rodolfo Sabelli come provocatoriamente lo chiama Roberto Giachetti, il dottor Sabelli ha ammesso di non sapere un solo nome di un solo magistrato condannato negli ultimi ventotto anni per dolo o colpa grave. No, il punto non è questo. La vera battaglia culturale che si combatte oggi attorno alla giustizia è invece un'altra.

Da una parte c'è chi considera uno schifo sputtanare a mezzo stampa qualcuno senza pagarne le conseguenze, chi vomita di fronte alla continua violazione della privacy messa in scena dalle intercettazioni; chi insiste a denunciare un incredibile squilibrio dei poteri, tra politica e magistratura; chi gode quando la politica sceglie di sanare questo equilibrio; chi apprezza che la parola garantismo venga utilizzata non come un modo per difendere i propri amici da qualche indagine ma come un principio costituzionale semplicemente da rispettare; chi di fronte all'utilizzo strumentale di un'inchiesta si ribella e si incazza; chi di fronte a un magistrato che utilizza la sua attività da magistrato per fare politica si indigna e non ci sta; chi di fronte a un processo costruito sul nulla non si ricopre gli occhi di fette di prosciutto; chi pensa che i magistrati debbano applicare le leggi e basta, senza proporle e senza avere la presunzione di essere potere legislativo oltre che giudiziario; chi pensa che c'è qualcosa di anormale, se c'è una magistratura che da vent'anni e più dice che ogni riforma della magistratura è un attacco alla magistratura; chi, ancora, pensa che non sia doveroso che un magistrato che con dolo o colpa grave calpesta i diritti fondamentali di un cittadino violando manifestamente la legge o travisando macroscopicamente fatti o prove vada espulso senza diritto di reintegro; chi pensa che costruire inchieste e indagini con il sentito dire, con le impressioni più che con le prove, sia un atto da denunciare non da assecondare; chi pensa che il giornalista ha il diritto di pubblicare quello che è presente in un fascicolo giudiziario non coperto da segreto ma ha il dovere di distinguere il cioccolato dal letame.

E infine - come facciamo in questo giornale - chi pensa che non pubblicare un'intercettazione priva di rilievo penale, e che sputtana qualcuno che magari non c'entra nulla con l'indagine, è una scelta che non farà guadagnare copie, ma farà di certo guadagnare un po' di dignità. Da una parte c'è chi la pensa così. Dall'altra parte c'è invece chi pensa che tutto quello che abbiamo elencato sia solo un modo per stare dalla parte dei furfanti.

A volte, pensandola con i principi che abbiamo elencato, si potrà anche finire per difendere qualcuno che si dimostrerà essere un furfante. Ma ne sarà comunque valsa la pena. Perché, parafrasando Ligabue, per chi viene sputtanato senza una ragione valida per essere sputtanato, semplicemente non va più via l'odore del cesso. E se leggete questo giornale sapete già da che parte stiamo. Non contro i magistrati. Ma contro chi utilizza i processi e le indagini con lo stesso criterio con cui si utilizza un ventilatore per sparare spazzatura addosso a qualcuno.

 
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