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Giustizia: pm Piercamillo Davigo; la responsabilità civile dei magistrati è incostituzionale PDF Stampa
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di Giovanni Bianconi

 

Corriere della Sera, 19 febbraio 2015

 

L'approvazione della responsabilità civile dei giudici si avvicina, e fra le toghe cresce la preoccupazione per una riforma che non piace e crea allarme. L'Associazione nazionale magistrati ha convocato d'urgenza un comitato direttivo straordinario, sabato prossimo, per affrontare l'argomento prima del dibattito alla Camera, che potrebbe essere l'ultimo se passerà il testo già varato dal Senato.

A sollecitare questa riunione è stato Piercamillo Davigo, l'ex pm di "Mani pulite" e leader della neonata corrente Autonomia e indipendenza, gli scissionisti del gruppo conservatore Magistratura indipendente. Secondo Davigo il momento è grave, e tocca all'Anm sottolineare "alcuni punti fermi e presupposti costituzionali a tutela dell'indipendenza della magistratura" intaccati dal disegno di legge in via di approvazione.

Il primo argomento è la bugia di fondo ribadita a fondamento della riforma, e cioè che la richiesta viene dall'Unione europea; non è così, perché la corte di giustizia esige solo di inserire "la violazione manifesta del diritto dell'Unione" tra le cause di colpa grave di cui i magistrati devono essere chiamati a rispondere. La legge che sta per essere votata, invece, è andata molto più in là. Per esempio eliminando il filtro del tribunale sull'ammissibilità delle richieste di risarcimento. È una delle novità introdotte per impedire la "sostanziale inaccessibilità del rimedio".

Davigo ricorda una sentenza della Corte costituzionale secondo cui "la previsione del giudizio di ammissibilità della domanda garantisce adeguatamente il giudice dalla proposizione di azioni manifestamente infondate che possano turbarne la serenità, impedendo, al tempo stesso, di creare con malizia i presupposti per l'astensione e la ricusazione". Senza il filtro, infatti, si metterebbero giudici e pm a rischio di azioni presentate al solo fine di creare condizioni di incompatibilità per liberarsi del magistrato sgradito.

"L'abolizione del filtro di ammissibilità è quindi all'evidenza costituzionalmente illegittima", sentenzia Davigo, oggi giudice di Cassazione. Non solo: "L'introduzione del travisamento del fatto e delle prove in termini" tra i nuovi motivi per promuovere l'azione civile contro i giudici, presenta "aspetti di incertezza che rischiano di creare altri gravi problemi".

Davigo poi suggerisce di pretendere da subito una limitazione dei "carichi esigibili" di un lavoro che "diventa più rischioso e faticoso", anche a causa della nuova legge sulla responsabilità civile. Una rivendicazione che mette in luce l'aspetto più sindacale che politico della vicenda, da parte della corrente più a destra dei giudici. Ma sulla denuncia dei rischi della riforma sono allineati tutti i gruppi. Compreso quello di sinistra di Area, dall'interno del quale però arriva l'invito a evitare iniziative che rischierebbero di rivelarsi controproducenti, come lo sciopero o lo sciopero bianco.

 
Giustizia: trattativa Stato-mafia; è il giorno di Fabbri, il sacerdote che scelse Capriotti PDF Stampa
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di Patrizio Maggio

 

L'Ora Quotidiano, 19 febbraio 2015

 

È prevista per stamattina la testimonianza del vice di Cesare Curioni, Capo dei cappellani delle carceri. L'ex presidente Scalfaro avrebbe chiesto ai due sacerdoti di aiutarlo nella scelta del sostituto di Nicolò Amato al vertice del Dap.

Il vertici del Dap in sostituzione di Nicolò Amato nel 1993? Li scelsero i sacerdoti dei penitenziari. Ne è sicuro monsignor Fabio Fabbri, ex vice-capo dei cappellani delle carceri, testimone questa mattina al processo sulla Trattativa Stato-mafia.

Fabbri era il vice di monsignor Cesare Curioni, capo dei cappellani delle carceri, amico quarantennale del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. E fu proprio l'allora capo dello Stato a convocare i due sacerdoti nel giugno del 1993, quando decise di far fuori Amato dai vertici dell'amministrazione penitenziaria.

Al colloquio era presente pure Fabbri, che ha ricordato quell'incontro nel marzo del 2012, deponendo al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Il presidente della Repubblica Scalfaro spiegò il perché della sostituzione al vertice del Dap? Per Fabbri, Scalfaro non fece mistero di un'antica "ruggine" nei confronti di Amato: "Il suo tempo è finito- si lamentò - una volta lo cercavo e mi ha fatto aspettare due giorni, quando non ero ancora nessuno". Poi, prosegue Fabbri, "il presidente disse che gli avevano fatto tre nomi, e che li aveva nel suo cassetto. Ma nessuno di questi aveva possibilità.

Chiese, a me e a Curioni, di aiutare Conso a scegliere il nuovo dirigente del Dap". In pratica una delega per individuare il nome "giusto" che, secondo l'ipotesi accusatoria dei pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, avrebbe garantito il suo sostegno al dialogo avviato con la mafia sul carcere duro. La mattina successiva all'incontro con Scalfaro, il monsignore ed il suo vice si recarono pertanto dal Guardasigilli Giovanni Conso. E lì fu proprio Fabbri a dare il suggerimento giusto.

"Mi venne in mente - ha detto in aula Fabbri al processo Mori-Obinu - che per quel ruolo era perfetto un mio caro conoscente: Adalberto Capriotti, procuratore a Trento, che era un uomo mite, molto religioso, un uomo di chiesa. Conso si alzò: andò nella stanza attigua, consultò dei libroni e disse: si, potrebbe essere! E mi diede incarico di prendere contatti".

Fabbri ha però negato l'esistenza di un eventuale rapporto tra pezzi delle Istituzioni e detenuti mafiosi, Fabbri ha replicato. "Quello che so è che i cappellani non hanno mai digerito il 41 bis, l'hanno sempre osteggiato perché era anti-umano, e lo facevano presente nei vari incontri con i vescovi, ma anche con me e soprattutto con Curioni". L'alleggerimento delle condizioni carcerarie per detenuti mafiosi è - nella ricostruzione dell'accusa - uno degli elementi della Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.

 
Giustizia: caso Ilaria Alpi; Fnsi e Usigrai, oggi finalmente possibile arrivare alla verità PDF Stampa
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Adnkronos, 19 febbraio 2015

 

"Ancora una volta è stata una inchiesta giornalistica, vera e coraggiosa, a scoprire i fatti e le piste giuste per fornire nuovi elementi per ricostruire la verità storica dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, una delle tragedie e dei misteri italiani. La Fnsi e l'Usigrai chiedono ora che si approfondiscano anche in sede giudiziaria gli elementi emersi dall'intervista di "Chi l'ha visto?" e che si arrivi a quella verità e giustizia che la famiglia Alpi chiede giustamente da 21 anni".

È quanto si legge in una nota diffusa dal presidente Fnsi Santo Della Volpe e dal segretario dell'Usigrai Vittorio Di Trapani sul caso della giornalista e dell'operatore uccisi in Somalia. "Ora, infatti, è possibile riaprire le indagini sull'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. L'importante inchiesta della trasmissione "Chi l'ha visto" di Rai3 con l'intervista al teste Ahmed Ali Rage, detto Jelle, rivela nuovi inquietanti particolari sull'assassinio dei due colleghi giornalisti del Tg3, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo di 21 anni fa. Alì Rage ha detto d'essere stato indotto a fare le dichiarazioni false che accusarono un connazionale somalo, Hashi Omar Hassan, oggi in carcere per quel duplice omicidio, condannato anche in Cassazione a 26 anni di pena definitiva", si legge nella nota.

"Chi avrebbe indotto il teste Rage a fare quelle accuse? Ci sono coinvolgimenti dei servizi segreti italiani? E se fosse vero quello che il teste ora rivela alla trasmissione 'Chi l'ha visto?', chi aveva interesse a dare questa versione dei fatti, accusando un innocente? Si voleva chiudere il caso per coprire alte ed altre complicità? C'è materia sufficiente per chiedere la riapertura del caso e del processo", affermano Della Volpe e Di Trapani.

"Per scoprire se le dichiarazioni del teste Rage siano vere e se in carcere sia rinchiusa oggi una persona innocente. Ma anche e soprattutto per arrivare ai veri colpevoli e mandati dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hravatin. Una Verità e Giustizia che pretendiamo ed alla cui mancanza non ci siamo mai rassegnati", concludono.

 

Somalo scagionato: voglio essere scarcerato prima possibile

 

"Quando ho saputo che Gelle ha ritrattato ho provato rabbia, perché questa cosa si sapeva da anni" dice Hashi Omar Assan, il somalo in carcere per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, intervistato da Carla Manzocchi per "Restate scomodi", in onda alle 15.40 su Radio1 Rai. Il supertestimone del caso Alpi, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, raggiunto dalla trasmissione di RaiTre "Chi l'ha visto", ha ritrattato le sue accuse contro Hashi.

"Se Gelle non fosse stato raggiunto da una giornalista" dichiara Hashi Omar Assan "io restavo a farmi 26 anni di carcere perché ai magistrati non interessava. Quelli che mi accusavano erano alla ricerca di un capro espiatorio: mi hanno condannato, e li è finita" Alla domanda: "Cosa farà adesso? chiederà la revisione del processo?" Hashi Omar Assan risponde: "Il mio avvocato chiederà la revisione del processo. Ma ci vorrà qualche mese, io non posso aspettare, voglio essere scarcerato prima possibile, sono tanti anni di carcere senza motivo".

 
Giustizia: caso Chiatti; vizio procedura, annullata ordinanza che dispone la Casa di cura PDF Stampa
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di Giampaolo Grassi

 

Ansa, 19 febbraio 2015

 

Servirà una nuova udienza per stabilire se Luigi Chiatti, il cosiddetto "mostro di Foligno", una volta scontata la condanna potrà tornare libero o dovrà essere rinchiuso in una casa di cura e custodia. In appello è stata infatti annullata l'ordinanza con cui il magistrato di sorveglianza di Firenze aveva disposto il ricovero di Chiatti quando, fra qualche mese, uscirà dal carcere.

La marcia indietro o, meglio, la frenata, è dovuta a una questione procedurale: una relazione psichiatrica è stata allegata agli atti troppo ardi, non lasciando così agli avvocati di Chiatti il tempo necessario per studiarla. In questo modo, dicono i giudici d'appello, è stato violato il diritto di difesa. Insomma, a differenza del magistrato di sorveglianza, che aveva stabilito il ricovero nella casa di cura e custodia rilevando il persistere della pericolosità sociale di Chiatti, stavolta i giudici non si sono pronunciati sulle condizioni psichiatriche del detenuto, ma si sono limitati a rilevare un inciampo burocratico.

Chiatti, 47 anni, è in carcere a Prato, dove sta scontando una pena a 30 anni per gli omicidi di Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13, commessi nei primi anni Novanta. Già nella sentenza perugina d'appello del 1996, poi divenuta definitiva, i giudici avevano previsto che, una volta scontata la pena, Chiatti venisse sottoposto a "misura di sicurezza della casa di custodia e cura per anni tre". Il provvedimento era stato confermato nei mesi scorsi dal magistrato di sorveglianza di Firenze che, sulla base anche a una relazione psichiatrica, aveva rilevato in Chiatti l'assenza di "qualsiasi revisione critica e consapevolezza" dei delitti commessi. Secondo il magistrato, in maniera univoca i dati ribadivano la "pericolosità sociale" di Chiatti e la necessità di collocarlo "in un contesto adeguatamente contenitivo".

La decisione depositata oggi non mette in discussione queste valutazioni, che si basano sugli stessi atti che avrà a disposizione il nuovo magistrato di sorveglianza chiamato a decidere, per l'ennesima volta, se fra qualche mese Chiatti potrà tornare libero o dovrà essere ricoverato e tenuto sotto controllo in una casa di cura.

 
Lettere: la gabbia PDF Stampa
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di Massimo Gramellini

 

La Stampa, 19 febbraio 2015

 

Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: "un rumeno di meno", "mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l'esempio". Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia. Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti. Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture.

Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anziché dell'ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l'ennesima guerra tra poveri. La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto.

Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.

 
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