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Giustizia: i Sindacati della Polizia "è un ennesimo svuota-carceri, così c'è meno sicurezza" PDF Stampa
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di Alessandra Vaccari

 

L'Arena, 9 febbraio 2015

 

Fa discutere anche tra gli addetti ai lavori la scelta del Governo di depenalizzare i reati cosiddetti minori. E anche all'interno delle forze di polizia c'è dibattito. D'altra parte ogni giorno poliziotti e carabinieri fanno arresti e il giorno dopo le persone arrestate vengono rimesse in libertà.

Roberto Grinzi, del Siap è chiaro: "I poliziotti e tutte le forze dell' ordine si sentono profondamente mortificate da quanto prevede il decreto legislativo sulla depenalizzazione. Chi ci governa deve capire che snellire i carichi di lavoro della magistratura non si concilia con la richiesta di sicurezza della cittadinanza, che quotidianamente ci chiede perché chi delinquere sia poi nuovamente messo in condizione di reiterare determinati reati, irridendo e svilendo il quotidiano lavoro degli operatori della sicurezza.

Se non vi saranno modifiche sostanziali nel decreto in via di conversione, la sua approvazione sarà un ulteriore colpo basso per tutti coloro che vogliono una legge giusta ed equa e soprattutto al passo con la realtà odierna e vicina ai cittadini". Un poco più possibilista il Siulp, con Davide Battisti che afferma che di per sé, la depenalizzazione dei reati minori può non essere una scelta sbagliata "L'attuale sistema carcerario è senza ombra di dubbio da rivedere e, certamente, non è svuotando le carceri (o non riempiendole) grazie a mini-indulti che si risolveranno i problemi. Occorre ragionare in termini più seri e non ricorrere a soluzioni tampone e, per fare ciò, non si può non discutere dell'annosa questione della certezza della pena che, a quanto pare, nel nostro Paese non trova positivi riscontri".

E aggiunge: "Sostanzialmente non potranno beneficiare delle possibili esimenti i delinquenti abituali o chi eccede nella condotta criminosa. Ciò si tradurrà in un potenziale sfoltimento della popolazione carceraria "di primo pelo" e, per l'appunto, attrice di reati minori".

"Quello che più preoccupa è che la depenalizzazione va a toccare reati come il furto, lo stalking, i crimini della strada, e molti altri, cioè quei reati che più creano insicurezza nei cittadini, i cosiddetti reati predatori, e a farne le spese saranno come sempre i cittadini", sostiene Massimiliano Colognato dell'Ugl, "invece di punire si perdona il delinquente che continuerà ad agire forte di queste scelte scellerate in tema di sicurezza Forze dell'ordine prese in giro ancora una volta e sempre più impotenti e una magistratura obbligata ad applicare queste leggi e norme che sono solo una garanzia di impunibilità dei delinquenti.

Aumenterà così la percezione di insicurezza proprio in un momento storico come questo dove tra attentati terroristici, furti, scippi, rapine, i cittadini chiedono sempre più sicurezza da parte delle istituzioni, per questo secondo noi queste non sono di certo le scelte più azzeccate in tema di sicurezza e contrasto alla criminalità".

Altrettanto critico il Sap, con Nicola Moscardo: "Se la scelta del Governo è dare una velocità nuova alle procedure giurisdizionali non si può non affermare che in realtà tale provvedi mento è solamente finalizzato a svuotare le carceri italiane dal sovraffollamento. Non è solo di questi giorni la nostra contrarietà a questo tipo di manovre, anche con l'indulto il Sap si era schierato contro, quindi anche l'attuale indirizzo governativo merita una critica. Tali operazioni non hanno mai prodotto un vantaggio ai cittadini né hanno ridotto la morsa del crimine ma, anzi, hanno determinato, e gli ultimi episodi di cronaca ne sono testimoni, una notevole recrudescenza dei fatti delinquenziali tanto che il nostro territorio viene scelto da consorzi criminali quale miglior teatro dove operare tanto tra incertezza della pena e incertezza della esecuzione della stessa sono sinonimi di impunità".

 
Giustizia: il boss Totò Riina, 84 anni, è stato ricoverato all'Ospedale Maggiore di Parma PDF Stampa
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La Repubblica, 9 febbraio 2015

 

Il boss corleonese è stato trasferito sabato scorso nel reparto detenuti. Massimo riserbo sulle sue condizioni. L'avvocato: "Situazione grave e condizioni di detenzione assurde". Il boss di Cosa Nostra Totò Riina, dall'aprile dello scorso anno detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Parma, sabato scorso è stato ricoverato nel reparto detenuti del Maggiore. Le sue condizioni sono mantenute nel massimo riserbo per questioni di privacy, ma indiscrezioni parlano di una prognosi preoccupante.

"Il dato del ricovero conferma la gravità della situazione - dichiara l'avvocato Luca Cianferoni, che assiste Riina insieme al collega Antonio Malagò - e conferma l'assurdità delle condizioni in cui Totò Riina viene mantenuto in detenzione". Il legale non entra nel merito delle condizioni di salute "per questioni di rispetto della dignità del mio cliente". Già da tempo gli avvocati di Riina hanno denunciato pubblicamente che il boss corleonese è molto malato, chiedendo al tribunale di Sorveglianza di valutare un'alternativa al carcere duro. Totò Riina, 84 anni, soffre da anni di problemi cardiaci. Ha avuto attacchi ischemici, ha subito interventi chirurgici al cuore per l'applicazione di pacemaker, ha una forma di Parkinson e problemi al fegato.

 
Reggio Calabria: la morte del detenuto Roberto Jerinò finisce in Parlamento PDF Stampa
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www.radicali.it, 9 febbraio 2015

 

Una interrogazione parlamentare a risposta in Commissione ai Ministri della Giustizia e della Salute, Andrea Orlando e Beatrice Lorenzin, è stata presentata dall'Onorevole Enza Bruno Bossio, Deputato del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia.

La Parlamentare calabrese, che da tempo si occupa anche della tutela dei diritti umani fondamentali all'interno degli stabilimenti penitenziari, su sollecitazione di Emilio Quintieri, esponente del Partito Radicale, ha chiesto al Governo di chiarire le circostanze della morte del detenuto Roberto Jerinò, deceduto lo scorso 23 dicembre 2014 presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria. Il 60enne, di Gioiosa Ionica, Comune della Provincia di Reggio Calabria, si trovava in custodia cautelare presso la Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria, dopo essere stato ristretto per un qualche tempo presso la Casa Circondariale di Paola, in Provincia di Cosenza.

L'On. Bruno Bossio, nella sua interrogazione (la n. 5/04649 del 05.02.2014), riferisce quanto trapelato in merito agli ultimi momenti di vita del detenuto e narrato su "Il Garantista" lo scorso 6 gennaio 2015 ritenendo che "a giudizio dell'interrogante, i fatti esposti nel presente atto di sindacato ispettivo richiedono doverosi accertamenti dal momento che il signor Roberto Jerinò era affidato alla custodia dello Stato".

In merito, c'è da dire, che a seguito di una denuncia dei familiari dell'uomo, il Sostituto Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Dott. Giovanni Calamita, ha aperto un fascicolo attualmente contro ignoti per accertare se ci siano eventuali responsabilità da parte del personale dell'Amministrazione Penitenziaria che lo aveva in custodia o dei Sanitari Penitenziari ed Ospedalieri che lo avevano in cura.

Sul corpo di Jerinò, su disposizione del Magistrato, è stata eseguito anche l'esame necroscopico. Nei prossimi giorni, secondo quanto riferisce il radicale Quintieri, i congiunti del defunto che sono rappresentati e difesi dall'Avvocato Caterina Fuda del Foro di Reggio Calabria, saranno sentiti come persone informate sui fatti, presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria.

L'Onorevole Enza Bruno Bossio, nello specifico, ha chiesto ai Ministri della Giustizia e della Salute, se e di quali informazioni disponga il Governo in ordine ai fatti descritti; se e quali problemi di salute presentasse il detenuto Roberto Jerinò all'atto della visita obbligatoria di primo ingresso presso la Casa Circondariale di Paola e poi presso quella di "Arghillà" di Reggio Calabria ricavabili dal suo diario clinico e quali motivi abbiano determinato il trasferimento dello stesso dallo stabilimento penitenziario di Paola a quello di "Arghillà" di Reggio Calabria; se e come sia stata prestata l'assistenza sanitaria al detenuto durante la sua restrizione carceraria chiarendo cosa gli era stato diagnosticato ed a quali trattamenti terapeutici fosse sottoposto visto che, in pochissimo tempo, le sue condizioni si sono irrimediabilmente compromesse; quando, da chi e per quali ragioni il detenuto sia stato trasferito presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria specificando se il ricovero, in considerazione della gravità del quadro patologico, avrebbe potuto effettuarsi prima che le condizioni del signor Jerinò peggiorassero in modo fatale come è avvenuto; se siano noti i motivi per i quali sia stato negato al detenuto, da parte dell'Autorità Giudiziaria competente, di ottenere la concessione degli arresti domiciliari presso la propria abitazione e di quali elementi disponga il Governo circa la dinamica del decesso e le relative cause e se siano state ravvisate eventuali responsabilità del personale operante presso l'Amministrazione Penitenziaria.

Inoltre, l'attenzione della Deputata democratica, si è focalizzata anche sulla struttura carceraria. Ed infatti, sono state chieste delucidazioni, su quali fossero le condizioni della Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria all'epoca dei fatti (Dicembre 2014) facendo riferimento alla capienza regolamentare, a quanti detenuti vi fossero ristretti, quanti tra questi fossero tossicodipendenti e quanti affetti da gravi disturbi mentali o altri gravi patologie e se si fosse in grado di riuscire a garantire, in maniera sufficiente ed adeguata, non soltanto la sorveglianza dei detenuti ma anche l'assistenza sanitaria ed il sostegno educativo e psicologico nei loro confronti; se alla data odierna, si trovino ristretti in detto Istituto in custodia cautelare o in espiazione di pena detenuti con gravi problemi di salute e se risulti se siano state presentate dagli stessi alle Autorità Giudiziarie competenti istanze di concessione degli arresti domiciliari o di sospensione o differimento della esecuzione della pena ed, in caso affermativo, quali siano gli esiti delle stesse; se il predetto Istituto Penitenziario sia stato ispezionato dalla competente Azienda Sanitaria Provinciale ed, in caso affermativo, a quando risalgano le visite e cosa sia scritto nelle rispettive relazioni inoltrate ai Ministri interrogati, agli uffici regionali ed al Magistrato di Sorveglianza in merito allo stato igienico sanitario dell'istituto, all'adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziario ed alle condizioni igieniche e sanitarie dei detenuti ai sensi dell'articolo 11 commi 12 e 13 dell'Ordinamento penitenziario approvato con legge n. 354 del 1975 ed infine, se e con che frequenza il Magistrato di Sorveglianza competente abbia visitato, negli ultimi anni, i locali dove si trovano ristretti i detenuti ai sensi dell'articolo 75, comma 1, del regolamento di esecuzione penitenziaria approvato con decreto del Presidente della Repubblica n. 230/2000 e se abbia mai prospettato al Ministro della Giustizia eventuali problemi, disservizi o violazioni dei diritti dei detenuti nell'ambito della sua attività di vigilanza ai sensi dell'articolo 69 del citato Ordinamento Penitenziario.

 
Lecce: Radicali; nel carcere situazione migliorata, ma la sanità è ancora un nodo dolente PDF Stampa
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www.leccesette.it, 9 febbraio 2015

 

Ispezione stamattina di una commissione del Partito Radicale per verificare le condizioni del carcere di Borgo San Nicola. Il senatore Perduca: "La situazione migliora, ma è ancora critica". Ispezione questa mattina nel carcere di Lecce di Borgo San Nicola di una commissione composta dai Radicali e dell'associazione "Nessuno tocchi Caino".

Obiettivo: verificare le condizioni di detenzione e l'allineamento con gli standard imposti dalla sentenza Torreggiani, che ha condannato l'Italia per la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani. In vigore fin dal gennaio 2013, questa storica sentenza impone difatti determinati criteri per la detenzione, con l'obiettivo di garantire ai detenuti adeguate condizioni di esistenza.

Spiega all'uscita da Borgo San Nicola Marco Perduca, già senatore della Repubblica, eletto nel Pd in quota Radicali: "Nonostante le condizioni vadano lentamente migliorando, ancora siamo molto al di sotto di quanto richiesto dalla legge. Siamo a 1.013 detenuti contro i 630 possibili.

Meglio dello scorso anno, ma comunque in una condizione di affollamento. Le nuove politiche carcerarie, che permettono ai detenuti di uscire dalla propria cella dalle 8 fino alle 18 - permettendo così delle interazioni sociali - hanno disteso il clima e alleggerito la pressione sui detenuti, ma ancora c'è molto da fare. Non dimentichiamo inoltre la grave carenza di organico tra le guardie carcerarie, utilizzate per il 15% in funzioni di accompagnamento. Il risultato è che la notte 30 agenti devono badare a circa mille persone".

Una condizione comunque estremamente difficile, su cui pesa soprattutto il nodo dolente, l'assistenza sanitaria e il diritto alla cura: "La sanità rimane il punto debole del carcere di Lecce. Molto più che in altre realtà. I problemi sull'assistenza persistono e a breve - sempre che non vengano concesse ulteriori proroghe - la chiusura degli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari, ndr) porrà nuovi problemi, con l'arrivo a borgo San Nicola di nuovi detenuti dai bisogni di cura speciali".

Nonostante lo sforzo dell'amministrazione penitenziaria, anche i progetti di inclusione sociale non sono sufficienti: "Mancano i fondi" continua Perduca, "per cui con i progetti riesce ad essere coinvolto appena il 10% dei detenuti". Per quel che riguarda affollamento e composizione, i dati leccesi sono comunque nella media nazionale: circa 1/3 dei detenuti non sono italiani, altrettanto non ha ancora ricevuto la sentenza definitiva.

Il giro ispettivo, prima di Lecce, ha toccato altre città italiane, dal Nord a Sud. Al termine, i dati saranno raccolti e inviati al Consiglio d'Europa, per comporre un resoconto nazionale. Della delegazione, oltre allo stesso senatore Perduca, hanno fatto parte anche Giuseppe e Ada De Matteis, della sezione leccese di "Nessuno tocchi Caino".

 
Cagliari: Socialismo Diritti Riforme; di nuovo a Uta detenuti trasferiti a Bancali 2 mesi fa PDF Stampa
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Ristretti Orizzonti, 9 febbraio 2015

 

"Sono ritornati nella Casa Circondariale cagliaritana una trentina di detenuti che erano stati trasferiti a Sassari-Bancali, oltre due mesi fa, per favorire lo spostamento in giornata dei reclusi dal carcere di Buoncammino a quello di Uta".

Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che si era fatta interprete del disagio espresso dalle famiglie per effettuare regolari colloqui a causa della distanza e dei costi dei viaggi.

"È per noi un sollievo - hanno detto i parenti dei detenuti esprimendo soddisfazione per il ritorno a Cagliari-Uta dei propri cari - non dover affrontare una trasferta lunga e disagevole per poter incontrare i nostri familiari ristretti. Nelle ultime settimane abbiamo affrontato le difficoltà consapevoli che si trattava solo di un sacrificio transitorio, ma ormai non riuscivamo più a sostenere la fatica e la spesa. Desideriamo quindi ringraziare il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di aver accolto la nostra richiesta".

"Garantire regolari rapporti con i familiari ai cittadini privati della libertà - osserva Caligaris - non è soltanto un'esigenza condivisibile, ma necessaria proprio per rendere più incisiva, come del resto recitano l'ordinamento penitenziario e le circolari ministeriali, l'azione rieducativa del carcere. È evidente che condizioni socio-economiche difficili condizionano negativamente la possibilità di svolgere regolari colloqui con i parenti generando nei reclusi instabilità emotiva ciò a maggior ragione in presenza di figli minori".

"Non si può del resto dimenticare - conclude la presidente di Sdr - che i detenuti hanno perso la libertà ma hanno diritto a coltivare i rapporti affettivi indispensabili per il loro reinserimento sociale. È altresì evidente che i loro parenti non devono scontare alcuna pena come implicitamente accade quando viene meno il rispetto della territorialità".

 
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