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Giustizia: caso Chiatti; vizio procedura, annullata ordinanza che dispone la Casa di cura PDF Stampa
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di Giampaolo Grassi

 

Ansa, 19 febbraio 2015

 

Servirà una nuova udienza per stabilire se Luigi Chiatti, il cosiddetto "mostro di Foligno", una volta scontata la condanna potrà tornare libero o dovrà essere rinchiuso in una casa di cura e custodia. In appello è stata infatti annullata l'ordinanza con cui il magistrato di sorveglianza di Firenze aveva disposto il ricovero di Chiatti quando, fra qualche mese, uscirà dal carcere.

La marcia indietro o, meglio, la frenata, è dovuta a una questione procedurale: una relazione psichiatrica è stata allegata agli atti troppo ardi, non lasciando così agli avvocati di Chiatti il tempo necessario per studiarla. In questo modo, dicono i giudici d'appello, è stato violato il diritto di difesa. Insomma, a differenza del magistrato di sorveglianza, che aveva stabilito il ricovero nella casa di cura e custodia rilevando il persistere della pericolosità sociale di Chiatti, stavolta i giudici non si sono pronunciati sulle condizioni psichiatriche del detenuto, ma si sono limitati a rilevare un inciampo burocratico.

Chiatti, 47 anni, è in carcere a Prato, dove sta scontando una pena a 30 anni per gli omicidi di Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13, commessi nei primi anni Novanta. Già nella sentenza perugina d'appello del 1996, poi divenuta definitiva, i giudici avevano previsto che, una volta scontata la pena, Chiatti venisse sottoposto a "misura di sicurezza della casa di custodia e cura per anni tre". Il provvedimento era stato confermato nei mesi scorsi dal magistrato di sorveglianza di Firenze che, sulla base anche a una relazione psichiatrica, aveva rilevato in Chiatti l'assenza di "qualsiasi revisione critica e consapevolezza" dei delitti commessi. Secondo il magistrato, in maniera univoca i dati ribadivano la "pericolosità sociale" di Chiatti e la necessità di collocarlo "in un contesto adeguatamente contenitivo".

La decisione depositata oggi non mette in discussione queste valutazioni, che si basano sugli stessi atti che avrà a disposizione il nuovo magistrato di sorveglianza chiamato a decidere, per l'ennesima volta, se fra qualche mese Chiatti potrà tornare libero o dovrà essere ricoverato e tenuto sotto controllo in una casa di cura.

 
Lettere: la gabbia PDF Stampa
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di Massimo Gramellini

 

La Stampa, 19 febbraio 2015

 

Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: "un rumeno di meno", "mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l'esempio". Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia. Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti. Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture.

Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anziché dell'ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l'ennesima guerra tra poveri. La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto.

Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.

 
Lettere: viva l'Italia, metà giardino e metà galera PDF Stampa
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di Ludovico Martocchia

 

www.europinione.it, 19 febbraio 2015

 

Nessuno si occupa più del sovraffollamento delle carceri: tutto è stato risolto? Per il governo sì, anche se la situazione è ancora critica. Le condizioni pietose delle prigioni italiane negano il diritto più basilare di ogni persona umana, italiana o straniera: la dignità.

La situazione delle carceri dimostra il livello di civiltà di un paese. Lo ripetiamo spesso, un concetto che tutti sostengono. Però poi, in fin dei conti, cosa ci importa di chi sta dall'altra parte? Per noi, dell'Italia "metà giardino", usando le parole di Francesco De Gregori, non è rilevante se tre delinquenti vivono in meno di sette metri quadrati di spazio. Tanto, appunto, sono delinquenti, mica persone. Ancor di più se sono stranieri o tossico dipendenti.

In base all'ultimo rapporto del Consiglio d'Europa, aggiornato a settembre, in Italia sarebbero 64.835 i detenuti per una capacità totale delle celle di 47.703 posti. In poche parole per 100 posti ci sono 148 detenuti, contro una media europea di 95. Dati vecchi: il ministro della giustizia Orlando insieme al nuovo responsabile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo ha in parte rassicurato: "nei 202 istituti italiani non abbiamo più nessun detenuto ristretto in spazi di meno di tre metri quadri: abbiamo aggiunto circa 2.000 posti, recuperati grazie al lavoro nelle strutture degli stessi detenuti". Una buona notizia, anche se i Radicali, famosi per queste battaglie, smentiscono. Sembrerebbe che la media sia giusta, ovvero che ci siano più di tre metri per ogni detenuto, ma permangono almeno 70 istituti con un sovraffollamento che va da 130% al 210%, secondo la segretaria radicale Rita Bernardini che riporta i dati del Dap.

A quanto pare le circostanze non sono chiare ed effettivamente se la drammatica situazione in cui vivono i carcerati italiani fosse realmente risolta, assomiglierebbe ad un miracolo. I dati dell'Istituto Antigone in parte sostengono un'effettiva riduzione dei detenuti, sarebbero 53 mila grazie al decreto svuota carceri emanato l'agosto scorso dal governo in risposta alle sentenze della Corte di Strasburgo. Tuttavia il focus si sposterà sulla condizione degli stranieri nelle celle per l'assenza di interpreti, probabilmente una delle questioni più gravi che porta ad una vera e propria discriminazione - bisogna anche ricordare che circa il 34% della popolazione carceraria è straniera.

Rimane il fatto che tra i problemi delle carceri italiane non ci siano solo i metri abitali e quindi le strutture antiquate, ma anche l'incertezza della pena. La lentezza della giustizia italiana fa sì che ci siano oltre il 35% dei reclusi in attesa di una sentenza. Tanto per aggiungere, mancano anche le opportunità di lavoro socialmente utili, che rappresentano il pilastro per un sistema penitenziario con l'obiettivo della reintegrazione nella società.

Anzi si potrebbe dire che le carceri italiane sembrano destinate alla "reintegrazione nella criminalità", vista la tendenza recidiva di coloro che hanno scontato la pena. Peggiora i dati della giustizia italiana anche un altro numero: dal 1991 si sono susseguiti 23 mila casi di ingiusta detenzione. L'esempio lampante è di Giuseppe Gullotta, in carcere per 22 anni anche se innocente. Gli avvocati spingono per un risarcimento di svariati milioni di euro che difficilmente arriveranno. In prima linea c'è l'opposizione dell'Avvocatura di Stato.

Si potrebbe parlare anche di un altro fattore: i decessi e i suicidi (131 in totale nel 2014). Non è un caso che in nove anni di presidenza, Giorgio Napolitano sia intervenuto con un solo messaggio alle camere, proprio sul sovraffollamento delle carceri, proponendo amnistia e indulto. Le critiche sono state tante, anche giustificate, perché a beneficiare di un tale provvedimento potrebbe essere prima di tutto chi in carcere non c'è andato mai - per reati di concussione, abuso d'ufficio, peculato e corruzione.

Insomma, garantire la vivibilità nelle carceri è senza ombra di dubbio necessario. Primo per un'utilità sociale: carceri decenti vogliono dire anche detenuti maggiormente reinseribili nella società e che non tornano a delinquere. Secondo, perché rappresenta un dovere morale garantire la dignità umana di una persona. Tra l'altro è un diritto appartenente a tutte le tradizioni della storia italiana su cui si basa la Costituzione: la tradizione cattolica per l'attenzione agli ultimi, la tradizione socialista per la considerazione di chi vive in condizioni di assoluta disuguaglianza, la tradizione liberale perché il diritto ad una vita dignitosa è un diritto inalienabile della persona umana.

 
Ascoli: detenuto muore in ospedale, indagato il compagno cella che l'avrebbe fatto cadere PDF Stampa
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Ansa, 19 febbraio 2015

 

È morto nell'ospedale di Torrette ad Ancona Achille Mestichelli, un ascolano di 53 anni che era detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. Per il decesso è indagato con l'accusa di omicidio preterintenzionale un compagno di cella, Mohamed Ben Alì, tunisino di 24 anni, arrestato nei giorni scorsi nell'ambito di una operazione antidroga. Secondo le testimonianze degli altri detenuti rinchiusi nella stessa cella (due italiani e due tunisini), Alì avrebbe spinto Mestichelli che sarebbe caduto battendo violentemente la testa.

L'uomo aveva riportato gravi lesioni e un trauma cranico, e nella notte fra il 13 e il 14 febbraio scorsi era stato ricoverato nell'ospedale di Ancona, dove era stato operato d'urgenza. Oggi i medici hanno dichiarato la morte cerebrale. La famiglia di Mestichelli ha autorizzato l'espianto degli organi. Domani il pm Umberto Monti affiderà l'autopsia.

 
Cosenza: la testimonianza "il piccolo Cocò assassinato perché il nonno voleva pentirsi" PDF Stampa
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di Carlo Macrì

 

Corriere del Mezzogiorno, 19 febbraio 2015

 

Il piccolo Cocò Campolongo, 3 anni, è stato ucciso per vendetta nei confronti del nonno Giuseppe Iannicelli, 52 anni, trafficante di droga di Cassano allo Ionio. L'uomo voleva pentirsi e raccontare il traffico di stupefacenti nell'Alto cosentino. Sapeva, però, che la sua vita era in pericolo e perciò portava con sé il nipote, convinto che la presenza del bimbo potesse evitargli rappresaglie. Una precauzione che non ha fermato i killer.

Il 16 gennaio 2014 Giuseppe Iannicelli, la compagna "Betty" Taoussa, 27 anni, e il piccolo Cocò (sotto) sono stati uccisi a colpi di pistola e mitraglietta e i loro corpi dati alle fiamme dentro una Punto, in campagna a Cassano. Una strage che commosse anche il Papa che a Cassano, nel corso di una messa per ricordare il piccolo, aveva "scomunicato" i mafiosi.

La decisione di pentirsi Giuseppe Iannicelli l'avrebbe comunicata con una lettera dal carcere alla moglie Maria Rosaria Lucera, anche lei in galera per spaccio. "Ci hanno abbandonato, non abbiamo più soldi e siamo arrestati" avrebbe detto l'uomo che scontava una pena a 10 anni.

A raccontarlo al procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto è stato Battista Iannicelli, fratello di Giuseppe. La lettera non è stata trovata. Ma forse qualcuno aveva deciso di tappargli la bocca. La vita di quell'uomo per i suoi carnefici valeva 50 centesimi, come la moneta trovata sul luogo della strage. Battista Iannicelli ha parlato anche delle visite di suo fratello a casa degli Abbruzzese, noti come gli "zingari", clan sanguinario la cui roccaforte è a Cassano. Anche a quegli incontri Iannicelli portava il nipotino.

 
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