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Iran: appello all'Onu per salvare 32 prigionieri condannati a morte PDF Stampa
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www.ncr-iran.org, 4 gennaio 2015

 

Negli ultimi giorni 32 detenuti condannati a morte sono stati trasferiti dalla prigione di Ghezel Hessar a quella di Tehran-e Bozorg (la Grande Tehran) ad Hassan Abad, Tehran. I detenuti trasferiti provengono dalla sezione 2 e sono tra quelli che nelle scorse settimane avevano iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le esecuzioni collettive. Per terrorizzare questi prigionieri due aguzzini del carcere, Rajabzadeh e Norouzi, li hanno brutalmente picchiati e torturati appena arrivati alla loro nuova destinazione. Del gruppo fa parte anche Javad Jahani, uno studente di 25 anni, crudelmente frustato e ferito. Javad Jahani è stato arrestato arbitrariamente insieme a suo fratello Abedin Jahani quattro anni e mezzo fa.

La Resistenza Iraniana chiede all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e a tutti gli organismi in difesa dei diritti umani di adottare misure immediate ed efficaci per salvare le vite di questi prigionieri e per impedire che vengano minacciati, torturati e giustiziati.

 
Stati Uniti: detenuto suicida nel carcere di Rikers Island, scoppiano nuove polemiche PDF Stampa
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Ansa, 4 gennaio 2015

 

Un detenuto del carcere di Rikers Island è stato trovato morto nonostante fosse sotto osservazione per il rischio di suicidio. Il caso riapre le polemiche sul carcere di New York, finito nel mirino del Dipartimento di Giustizia, che ha denunciato lo città per abusi sui detenuti. Il sindaco Bill De Biasio ha proposto una serie di cambiamenti, incluse telecamere di sorveglianza, programmi terapeutici per i detenuti e formazione per gli agenti carcerari.

Il sistema carcerario Usa è al centro della polemica anche dopo le accuse rivolte da Ahmed al-Ragye, figlio di Abu Anas al-Libi, morto ieri sempre a New York: "Riteniamo gli Usa responsabili della morte di mio padre. Ha sviluppato un cancro mentre era detenuto in America" ha detto all'agenzia Reuters Ahmed al-Ragye. Ragye ricorda che il padre, ritenuto responsabile degli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, è stato sottoposto a "un intervento chirurgico in un ospedale e rimandato in prigione nonostante le sue condizioni non fossero stabili".

 
Stati Uniti: a San Quintino i detenuti studiano per la Silicon Valley PDF Stampa
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di Davide Illarietti

 

Corriere della Sera, 4 gennaio 2015

 

San Quintino, come Alcatraz, non è famosa per il comfort. Al contrario. Per essere una delle prigioni più dure d'America - di sicuro la più tristemente celebrata da Hollywood, per il suo famoso "braccio della morte" - è anche un buon trampolino di lancio. O almeno potrebbe esserlo, per i diciotto detenuti selezionati dal programma "Code 7370".

L'iniziativa ha fatto scalpore oltre Atlantico: all'interno del carcere-simbolo della sedia elettrica, l'anticamera della morte più grande degli Stati Uniti, una classe di detenuti studia informatica e programmazione a livelli da Silicon Valley. "Alcuni dei detenuti di lungo corso non hanno mai usato un computer. Non hanno mai posseduto uno smart phone" spiegano gli ideatori del programma.

"Il reinserimento nel mondo del lavoro può essere estremamente difficile". Dietro le sbarre il tempo si ferma. E dopo due anni come dieci niente è più lo stesso, là fuori, nell'era di internet. Per questo l'associazione no-profit "Last Mile" ha lanciato il corso-pilota di quattro giorni su sette, otto ore al giorno, in cui i detenuti fanno programmazione intensiva con due docenti volontari di Hack Rock, un campus di San Francisco dove tre mesi di lezioni, di norma, costano non meno di 17 mila dollari. "In teoria, una volta fuori di prigione questi detenuti potrebbero guadagnare stipendi a sei cifre nella Silicon Valley" scrive ottimisticamente Ariel Schwartz su Co.Exist.

 
Egitto: la repressione e il carcere, fra reporter di Al Jazeera e detenuti dimenticati PDF Stampa
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www.pane-rose.it, 4 gennaio 2015

 

Se usciranno, ma non è affatto scontato, sarà per la decisione dell'emittente televisiva qatarina di voler chiudere Mubasher Masr Channel più che per un gesto di clemenza. Quel canale di Al Jazeera è un coltello nel fianco della casta militare del Cairo e risulta indigesto anche a poliziotti e magistrati. Per i servizi trasmessi i giornalisti australiano Peter Greste, egitto-canadese Mohamed Fahmy ed egiziano Baher Mohamed sono stati condannati chi a sette, chi a dieci anni, inanellando finora 371 giorni di galera. Motivi: concorso in terrorismo, attentato alla sicurezza nazionale e diffusione d'informazioni false, accuse respinte dai tre che sostengono d'aver solo svolto il proprio lavoro.

Fra cui interviste a taluni leader della Fratellanza Musulmana poi arrestati (Mohammed Badie) che non rappresentavano certo un'adesione alla politica della Confraternita come sostengono i pm. Eppure da oltre un anno l'aria di restaurazione, che aveva rovesciato il presidente Mursi e represso le proteste islamiche, non va per il sottile. Dopo i militanti della Brotherhood sono finiti dentro giornalisti, blogger, agitatori di Tahrir, oppositori di varie sponde. Rispetto alla massa degli attivisti incarcerati con numeri che oscillano fino alle 12.000 unità (il governo rigetta queste cifre ma non ne fornisce altre, tanto che da tempo si parla di cittadini desaparecidos), per i tre cronisti il tam-tam di sostegno è stato battente.

Da quello della potente tivù di Doha, a interventi di Amnesty International, interrogazioni di parlamentari europei e canadesi, però la situazione generale è rimasta ostile. La rinuncia a "mettere il naso negli affari egiziani per ordire complotti", che è l'accusa rivolta ai reportages di Al Jazeera, può distendere i rapporti fra Egitto e Qatar e ora i giudici hanno prospettato una revisione del processo. Anche per casi politici alla ricerca della piena legittimazione internazionale, come quello del presidente-generale Al Sisi, il corto circuito che si crea coi lavoratori della comunicazione e della documentazione è crescente. Un decreto emanato in novembre che può applicarsi alla situazione dei tre, ovviamente se un nuovo processo ridimensionerà le accuse, può prevedere l'allontanamento di cittadini stranieri che verrebbero espulsi. Non se ne avvantaggerebbe il cronista egiziano Mohamed.

Negli sviluppi aperti la direzione di Al Jazeera ha dichiarato che le autorità del Cairo "Possono scegliere di continuare a mostrare al mondo il proprio volto peggiore o liberare rapidamente i tre". Una stoccata che non risulterà gradita all'orgoglio del presidente, ma con cui lo staff televisivo qatarino cerca di giustificare la sostanziale rinuncia al principio dell'informazione su cui ha costruito il proprio successo. La partita sui tre è aperta e per nulla scontata. Comunque c'è chi sta molto peggio: per i free lance senza tutele e gli attivisti dell'opposizione islamica e laica la chiave delle celle è stata gettata.

 
Giustizia: Presidente... e la politica dov'è? Napolitano si affida al pm Pignatone e al Papa PDF Stampa
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di Astolfo Di Amato

 

Il Garantista, 3 gennaio 2015

 

L'unico riferimento ideale, nel discorso di fine anno di Napolitano, è quello al Papa. Le correnti filosofiche, politiche, ideali, che pure sono presenti nel vissuto di Napolitano, sono scomparse per far posto al messaggio di pace del Papa.

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