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Giustizia: l'Europa, i diritti umani e il "negazionismo carcerario" di Santi Consolo PDF Stampa
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di Dimitri Buffa

 

L'Opinione, 18 febbraio 2015

 

C'è una forma di negazionismo, quello sullo stato attuale delle carceri italiane, che è il sottoprodotto ideologico del nuovo verbo governativo. Santi Consolo, il nuovo responsabile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, o Dap, ne incarna suo malgrado l'essenza. Anche se poi la linea politica è il ministro Guardasigilli, Andrea Orlando, che la dà, e in ultima analisi lo stesso Premier Matteo Renzi.

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Giustizia: movimento pacifica scomparso, politici mascherati da generali di complemento PDF Stampa
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di Fausto Bertinotti

 

Il Garantista, 18 febbraio 2015

 

Il tema della guerra ha trovato in Europa un panorama politico devastato. In Italia in particolare. Un paese con la nostra storia politica si trova a essere orfano non solo della grande politica ma di un influente movimento pacifista. Le bandiere arcobaleno che avevano ricoperto finestre e strade delle nostre città sono state dimesse e spesso dimenticate.

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Giustizia: in Gazzetta ufficiale referendum per abrogare eccesso colposo da Codice penale PDF Stampa
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Public Policy, 18 febbraio 2015

 

È stato pubblicato in Gazzetta ufficiale l'annuncio della Corte di cassazione di una richiesta di referendum popolare - avanzata dal comitato promotore "Per la libera difesa" - per l'abrogazione dell'articolo 55 del codice penale sull'eccesso colposo.

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Giustizia: ddl sul Falso in bilancio, ostruzionismo dopo il blitz del governo PDF Stampa
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di Dino Martirano

 

Corriere della Sera, 18 febbraio 2015

 

L'annuncio di un accordo riservato maggioranza-governo sull'eliminazione delle soglie di non punibilità per il falso in bilancio non è piaciuto ai membri della commissione Giustizia del Senato che si sono sentiti tagliati fuori e che, ora, presentano il conto al Guardasigilli Andrea Orlando.

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Giustizia: il pm Nordio "leggi confuse producono tangenti, non serve inasprire le pene" PDF Stampa
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di Goffredo Pistelli

 

Italia Oggi, 18 febbraio 2015

 

La Procura di Venezia ha sede nell'ex-Manifattura Tabacchi vicino a Piazzale Roma, laddove la città è legata all'Italia da un lembo di terra. Ed è forse perché lavora coi piedi per terra che le opinioni di Carlo Nordio, procuratore aggiunto, noto alle cronache per le sue inchieste del ramo veneto di Tangentopoli, in cui portò a processo i big politici dell'epoca, da Gianni De Michelis, socialista, già ministro degli Esteri, al potentissimo Carlo Bernini, dc e già titolare dei Trasporti, forse per questo, dicevamo, che le posizioni di Nordio, sulla giustizia e sul ruolo dei giudici, sono sempre equilibrate e di buon senso.

Trevigiano, classe 1947, Nordio è in magistratura dal 1977. Lavorò, giovanissimo, sulla colonna veneta delle Brigate Rosse, ma la notorietà gli venne quando, nel filone locale di Mani pulite, indagò anche Achille Occhetto e Massimo D'Alema, archiviandone successivamente le posizioni. Oggi si occupa dell'inchiesta Mose, che ha visto patteggiare la maggior parte degli indagati, tanto è stato efficace il lavoro della Procura. Inchiesta che, a breve, potrebbe arrivare alla chiusura delle indagini per gli altri protagonisti.

D.. Nordio, con l'inchiesta Mose è tornato a occuparsi di corruzione. Che differenze riscontra fra allora e oggi?

R.. Quello che rilevammo per tabulas, coi documenti cioè, è che il meccanismo di finanziamento, illegale e clandestino, della politica, rifletteva la forza degli schieramenti: alla Dc toccava il 40% delle opere pubbliche, cioè determinare i vincitori delle gare, al Psi, il 30%, al Pci, il 20. E comunque, senza questa ultima quota, il sistema non girava.

D. Sempre di finanziamenti alla politica, si parlava...

R. Certo, un sistema molto blindato, che copriva i costi della politica, salvo qualche piccola eccezione, in cui si riscontrava la destinazione personale, di questo o quel dirigente politico.

D. Oggi, invece?

R. Oggi, quel che colpisce, è una frammentazione politica che ha portato a una diversificazione notevole dei beneficiari.

D. Vale a dire?

R. Oltre ai partiti, ci sono finanziamenti personali a politici, e anche responsabili di organismi di controllo: nell'inchiesta Mose sono coinvolti magistratura contabile, delle acque, finanzieri. Rispetto al passato, però, s'è aggiunta una caratteristica che rende ancora più grave il quadro.

D. Di che si tratta?

R. A questa valanga di danaro pubblico distratto, s'è aggiunto lo spreco.

D. Lo spreco?

R. Mi spiego. In tutti i Paesi del mondo esiste la corruzione. Però...

D. Però?

R. Però, in genere, all'estero accade che il fatto corruttivo avvenga materialmente a opere finite. Si fanno i lavori cioè, li si fanno bene e che funzionino, e si pagano i pubblici ufficiali che hanno facilitato la cosa.

D. Da noi, invece?

R. Da noi si decide prima chi pagare e poi si fanno le opere, magari se ne inventano anche di inutili.

D. Non vorrà dire, anche lei, che il Mose era inutile?

R. No, ovviamente. È un'osservazione generale, su una tendenza che, vent'anni orsono, era appena accennata e che oggi, invece, è esplosa. Ma non è finito qui.

D. Perché?

R. Perché di dissipazione ce n'è stata anche di altro tipo e nella più perfetta legalità, ai fini di pura aggregazione del consenso politico, per cui si sono distribuiti a pioggia contributi.

D. Si riferisce ai finanziamenti che il Consorzio Mose distribuiva su tutto il territorio e anche oltre, dal raduno estivo Vedrò di Enrico Letta alla fondazione del Marcianum dell'allora patriarca Angelo Scola? Ma insomma, erano contributi alla luce del sole e legali, come ha detto anche lei, quasi si trattasse di una sorta di responsabilità sociale di impresa del consorzio stesso.

R. I nomi li ha fatti lei ma, comunque, quella della responsabilità sociale mi pare un'interpretazione benevola (ride). In gergo si diceva, appunto, "aggregare consenso politico".

D. Procuratore, però il cittadino si domanda: perché, dopo l'ondata di Mani Pulite, le grandi inchieste tornano vent'anni dopo?

R. Credo che le procure abbiano sempre svolto il loro lavoro. Semmai, per almeno un decennio dopo Tangentopoli, c'è stato un rallentamento della corruzione. Si diceva che i fatti si fossero notevolmente ridotti, magari a prezzi molto più alti. Poi c'è stata la ripresa e le inchieste sono state a scoppio ritardato. C'è state però ha una regione anche tecnica.

D. In che senso?

R. Nel senso che se si vuole fare un'indagine seria, e cioè non semplicemente gettare le reti con le intercettazioni telefoniche, pescando a strascico qualche notizia di reato...

D. Cosa si deve fare?

R. Bisogna puntare a individuare la costituzione dei fondi neri, ossia quei reati valutari e finanziari coi quali si realizzano somme extra-bilancio che sono poi la leva corruttiva.

D. Le famose provviste, insomma.

R. Esatto. E le indagini in questa direzione sono molto complesse: la falsa fatturazione, la frode fi scale, non si individuano guardando le denunce dei redditi. C'è bisogno di un'analisi dei flussi finanziari dalla quale può scattare il controllo, il pedinamento, la verifica. Ci vuol tempo.

D. E quindi come ci si deve muovere, per arginare questo fenomeno?

R. Guardi, la prima vera questione è sciogliere il guazzabuglio normativo attraverso il quale il pubblico ufficiale ha una discrezionalità assoluta. Poche leggi e procedimenti semplificati. La confusione normativa rende l'uomo ladro.

D. Quindi non c'è bisogno di nuove fattispecie di reato o di inasprire le pene, secondo lei?

R. In questi venti anni le pene non sono diminuite. Si fa sempre il caso del falso in bilancio, dicendo che è stato depenalizzato, ma è una frottola.

D. Come, una frottola?

R. Sì, si tratta di una legge tecnicamente fatta male, ma ancora oggi vale quattro anni di reclusione. E di falsi ce n'erano a iosa pure prima. Mi creda, non sarà l'inasprimento delle pene a fermare i corrotti. Prenda tutti i nuovi reati introdotti negli ultimi anni, dall'insider trading alla legge 231 del 2001, quella sulla responsabilità delle persone giuridiche, o anche il reato di concussione per induzione previsto dalla recente legge Severino, secondo me un grave errore. Le pare che questi reati sia spariti?

D. No, anzi. Ma perché sulla concussione la legge Severino è sbagliata?

R. Perché, da un punto di vista razionale, chi è indotto a pagare una mazzetta, è pur sempre una vittima. E poi c'è un aspetto pratico...

D. Quale, procuratore?

R. Se chi accetta di pagare la mazzetta decidesse di collaborare, venisse cioè qui, nella mia stanza, a dirmi che ha accettato le richieste di un pubblico ufficiale infedele...

D. Si dovrebbe autoaccusare...

R. Non solo, in quanto imputato di un altro processo, avrei dovuto averlo sentito col suo avvocato e, tutte le rivelazioni che mi avesse fatto in assenza del legale, non sarebbero utilizzabili nell'indagine.

D. Si diceva di sciogliere il garbuglio legislativo. Basterebbe?

R. No, ci vogliono giudizi rapidi, in un processo che funzioni, e pene certe. Oggi se uno ruba in tre case diverse in un giorno, teoricamente potrebbe prendere fi no a 10 anni per ogni distinto reato, ossia 30 anni. Invece ne prende uno e mezzo e non sconta neppure un giorno.

D. E questo cosa significa?

R. Significa che tutta la filosofi a dei nuovi reati crolla di fronte al fatto che sono inapplicabili.

D. Adesso c'è un'Autorità sulla corruzione, affidata tra l'altro a un suo collega: Raffaele Cantone. Può servire, preventivamente?

R. Aver creato un'autorità con poteri effettivi e averla affidata a un professionista che conosce i trucchi del mestiere, per così dire, è una buona cosa, ci mancherebbe. Rischia però di diventare velleitaria se non si mette mano al sistema normativo bizantino. Nella complessità estrema, c'è sempre qualche facilitatore che si fa avanti ad aprire le porte. Dobbiamo arrivare un sistema che di porte ne abbia una sola, sennò non c'è authority che tenga. I corrotti non vanno solo puniti, vanno disarmati, bisogna tagliargli le unghie.

D. Il governo lavora a una riforma del processo e la commissione del ministero della Giustizia, affidata a un altro magistrato, Nicola Gratteri, ha dato molti spunti anche a riguardo dell'informatizzazione e dell'aumento delle pene. Anzi forse un po' più che spunti.

R. Non mi stupisco che un pm veda il problema sotto la lente deformante della propria esperienza. Così come non mi stupisco che il politico voglia assecondare la voglia di sangue dei cittadini indignati. Ma io preferirei vedere il problema sotto una prospettiva più larga. Quella di ridurre e semplificare il nostro assurdo sistema normativo, vera fonte di corruzione. Sulla vicenda vorrei citarle però Senofane.

D. Un filosofo greco, così a occhio...

R. Presocratico. Invecchiando, sto infatti diventando un filosofo del diritto (ride).

D. Citiamolo.

R. Diceva che i Traci erano biondi e immaginavano Dio biondo come loro. E, aggiungeva, che se un triangolo potesse pensare, immaginerebbe la divinità triangolare.

D. Per cui un pm, dice lei...

R. Con un pubblico ministero penale si rischia di vedere le vicende con una lente deformata. Ora lei obietterà che anche io sono stato nella medesima posizione.

 
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