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Lettere: riecco il tribunale del Popolo guidato da Antonio Di Pietro PDF Stampa
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di Tiziana Maiolo

 

Il Garantista, 18 marzo 2015

 

Maurizio Lupi non è un indagato. È un condannato dal Tribunale del Popolo composto di giornalisti invidiosi, magistrati esibizionisti e una folla di tricoteuses opportunamente istigata dai Paladini della Virtù che passeggiano per i talkshow spargendo il proprio verbo, la propria "moralità". Ieri mattina si è svegliato presto Antonio Di Pietro, si è collegato subito con Radio24, poi è corso in Rai per farsi intervistare ad Agorà sgusciando poi via velocemente per planare su La7.

Una fatica per chi ha tante lezioni di moralità da elargire al ministro Maurizio Lupi. Che non è indagato, ma condannato perché "forse" si è lasciato regalare un vestito da un imprenditore suo amico di famiglia, il quale avrebbe anche donato un orologio costoso a suo figlio in occasione di una laurea particolarmente brillante al Politecnico di Milano. Tra le imputazioni di stampo moralistico c'è anche un posto di lavoro temporaneo al neo-ingegnere in un cantiere. Giusto quindi che intervenga subito il Pm più famoso d'Italia.

Un plauso a tutti i conduttori che hanno pensato di invitare proprio Di Pietro a commentare i comportamenti di Lupi. E uno che se ne intende. Intanto è stato Ministro ai lavori pubblici, proprio nel palazzo dove oggi lavora Lupi, e ha avuto occasione di conoscere Ercole Incalza e lo ha cacciato subito perché il dirigente era "uno della prima repubblica", addirittura un socialista. Roba da peccato originale.

Che soddisfazione, vederlo oggi in manette! Poi magari però Di Pietro non spiega bene perché lasciò frettolosamente quel posto al Ministero in seguito ad avvisi di garanzia (sarà poi prosciolto ), alcuni dei quali saranno ripresi nella famosa "sentenza Maddalo", da cui emergeranno anche i motivi che lo avevano indotto a gettare frettolosamente la toga nel dicembre del 1994. L'elenco dei comportamenti di quello che fu l'eroe della moralità e che nessun imitatore è riuscito ancora a raggiungere per popolarità, fa impallidire qualunque imprudenza il ministro Lupi possa aver commesso.

Anche perché stiamo parlando di un magistrato il quale - così dice la sentenza dei giudici di Brescia - fu costretto a lasciare la carriera prima che intervenisse a cacciarlo il Consiglio superiore della magistratura proprio per quei fatti. L'elenco, riportato puntigliosamente anche nel libro dedicato all'ex Pm dal giornalista Filippo Facci, andrebbe distribuito in tutti gli uffici pubblici per spiegare ai funzionari che cosa non si deve fare se non si vuole incorrere in sanzioni, non tanto da quel Tribunale del Popolo così attivo con Maurizio Lupi, ma almeno da quel minimo di regole etiche che sembrano oggi stare tanto a cuore a Di Pietro.

Può un pubblico funzionario farsi prestare cifre ingenti senza interessi e poi restituirle ( ma solo dopo che la "generosità" degli amici viene resa pubblica ) in contanti avvolti in pagine di giornale oppure in una scatola di scarpe? Può farsi dare un'auto di grossa cilindrata e rivenderla per cifra molto maggiore prima ancora di averla pagata, e poi averne un'altra in regalo per sé e la moglie? Può avere in uso gratuito appartamenti a Milano e Roma oppure ricevere, dai soliti amici, i soldi per acquistarne uno al proprio paese?

Può ricevere decine di consulenze legali per la propria moglie avvocato e anche per il suo difensore di fiducia? E due posti di lavoro per il figlio? E agende, ombrelli, uno stock di calzettoni al ginocchio e abiti in quantità da un famoso negozio milanese? Nessuno che rivesta incarichi pubblici potrebbe fare ciò. A maggior ragione se si tratta di un magistrato e se gli amici sono un pochino, appena un pochettino, da lui inquisiti. Pure non ci fu reato, e Di Pietro, dopo aver lasciato la magistratura, divenne addirittura ministro dei lavori pubblici nel governo Prodi del 1996. Questi sono i precedenti di chi può oggi "dar buoni consigli non potendo più dare il cattivo esempio". Di questo tipo di stoffa sono fatti i membri del Tribunale del popolo. Hanno il diritto di chiedere le dimissioni di un ministro per un vestito?

 
Calabria: Scalzo (Presidente Regione); riaprire la Casa circondariale di Lamezia Terme PDF Stampa
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Ansa, 18 marzo 2015

 

"Chiediamo al governo nazionale che disponga la riapertura della casa circondariale di Lamezia Terme Nicastro. Si tratta di una struttura nella quale riteniamo possano essere rispettati, con alcune attenzioni, i parametri europei sull'accoglienza negli istituti penitenziari e che dunque non può restare chiusa, anche in considerazione del grave problema del sovraffollamento carcerario che contraddistingue l'amministrazione penitenziaria nel nostro Paese".

Lo afferma il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Tonino Scalzo. "Riteniamo - aggiunge - che la casa circondariale di Lamezia sia idonea a perseguire, con modalità rispettose della dignità dell'individuo, la finalità rieducativa della sanzione penale sancita dalla nostra Costituzione. Peraltro, in un territorio come quello calabrese, in cui la presenza della criminalità organizzata è così radicata, anche il carcere è un presidio istituzionale di legalità che non può essere cancellato con un tratto di penna. Siamo convinti che il ministero della Giustizia, nel rispetto delle normative in materia e tenuto conto del rilievo specifico della casa circondariale lametina, saprà rivedere un provvedimento che a nostro avviso è controproducente per il sistema penitenziario e, in senso più ampio, per tutto il mondo della giustizia".

 
Toscana: il Garante regionale Corleone; a Siena c'è un istituto penitenziario in miniatura PDF Stampa
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Adnkronos, 18 marzo 2015

 

"Si tratta di un carcere in miniatura, di un piccolo istituto con 69 presenze". Così il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, ha definito la casa circondariale di Siena, al termine del sopralluogo di questa mattina. "Ho notato dei miglioramenti rispetto alla visita dell'anno scorso - ha detto Corleone - è stata realizzata una palestra interna, sono state tolte le gelosie a tutte le celle, è stata attivata la biblioteca, in collegamento con quella comunale e poi nell'intercinta, tra il muro esterno e l'edificio, in collaborazione con l'istituto agrario, sono state messe piante ornamentali". Molti i detenuti che lavorano, in cucina o come addetti alle pulizie e poi c'è un detenuto lavorante esterno. Diverse anche le attività del carcere, come la realizzazione di un audiolibro e del giornalino dell'istituto.

Tra le criticità Corleone ha parlato di una "struttura nel suo complesso vecchia con spazi ridotti", il carcere è, infatti, stato realizzato in un ex convento del 1300. "Molte celle singole - ha aggiunto il garante - sono piccolissime con micro bagno e ci sono solo tre docce per piano. Inoltre, in due celle manca la luce, sono infatti, ancora presenti le bocche di lupo". Corleone ha poi parlato di un progetto, ancora senza finanziamento, di apertura di una "pizzeria gestita da detenuti per un pubblico esterno". "Mi preme sottolineare una questione che presto verificherò - ha concluso Corleone - pare che manchino i braccialetti per consentire a tre carcerati la detenzione domiciliare". Infine, il garante ha parlato della mancanza di luoghi fuori dal carcere in grado di ospitare i detenuti in permesso, "il Comune - ha detto - dovrebbe farsi carico di cercare spazi appositi".

 
Cuneo: detenuto campano di 53 anni condannato all'ergastolo si uccide in carcere PDF Stampa
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Il Mattino, 18 marzo 2015

 

Un ergastolano, sottoposto al 41bis, detenuto nel carcere "Cerialdo" di Cuneo, ieri pomeriggio si è impiccato nella sua cella. Si tratta di Palmerino Gargiulo, campano di 53 anni. "Il suo avvocato - afferma il Garante regionale dei detenuti, Bruno Mellano - da tempo segnalava una situazione psico-fisica incompatibile con questa tipologia di detenzione. A causa di un'interpretazione restrittiva delle regole del 41bis, mi è impedito di avere colloqui riservati, a Cuneo come a Novara, con i detenuti".

"Ho da poco ricevuto 10 telegrammi dai ristretti cuneesi e a breve tornerò in visita al carcere Cerialdo - aggiunge il garante - pur sapendo che, nonostante la disponibilità del direttore Claudio Mazzeo, non potrò parlare in modo riservato con i detenuti".

 

Comunicato Sappe

 

Ieri pomeriggio, a Cuneo, si è impiccato nella sua cella un detenuto campano di 53 anni, che era sottoposto al regime detentivo del 41bis e condannato all'ergastolo. A darne notizia è il Sindacato autonomo Polizia penitenziaria Sappe, in una nota. "Purtroppo, il pur tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari non ha potuto impedire che l'uomo, che era in cella da solo, mettesse in atto il tragico gesto", commenta Donato Capece, segretario generale del sindacato.

"In un anno, la popolazione detenuta in Italia è calata di poche migliaia di unità: il 28 febbraio scorso erano presenti nelle celle 53.982 detenuti, che erano l'anno prima 60.828", aggiunge. "La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione: ogni giorno, i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, 3 tentati suicidi sventati dalla Polizia Penitenziaria, 10 colluttazioni e 3 ferimenti", conclude Capece.

 
Brescia: è morto Emilio Quaranta, ex procuratore dei minori e Garante dei detenuti PDF Stampa
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di Monica Curino

 

www.giornaledibrescia.it, 18 marzo 2015

 

Emilio Quaranta, ex procuratore dei minori di Brescia e Garante dei detenuti, si è spento nelle scorse ore. Malato da tempo, ha vissuto gli ultimi mesi in grande riservatezza, tra gli affetti più cari della sua famiglia. Aveva 73 anni.

Foggiano di nascita, Emilio Quaranta è diventato magistrato nel 1967. Già nel 1970 arriva nella nostra provincia, dove ricopre il ruolo di Pretore a Salò. Di Pretura in Pretura, da Salò a Brescia, negli uffici di via Vittorio Emanuele il dottor Quaranta ha ricoperto prima l'incarico di giudice penale e poi di dirigente della sezione penale. Con la scomparsa delle preture, ci fu il suo passaggio a coordinatore dell'ufficio del Gip del Tribunale. La sua nomina a Procuratore del Tribunale minori risale al 2001. Solo un anno più tardi in queste vesti si trovò a coordinare le indagini su una delle vicende di cronaca più drammatiche che si ricordino nel Bresciano, l'omicidio della piccola Desirée Piovanelli di Leno, barbaramente uccisa nel settembre 2002, da tre minori vicini di casa a Leno e dall'allora 35enne Giovanni Erra.

Il suo addio alla magistratura, che lo ha visto spesso interprete del suo ruolo in una chiave estensiva, con attenzione verso le tensioni della società che spesso il suo incarico gli poneva in evidenza, risale al 2011. Dello stesso anno la sua elezione a Garante dei detenuti per il Comune di Brescia. Incarico che lo vide, tra le altre cose, sostenere anche il ricorso di 348 detenuti di Canton Mombello davanti alla Corte europea di giustizia per le inadeguate condizioni di detenzione in cui versavano.

 
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