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Giustizia: patteggiamento limitato per il reato di corruzione, al Senato passa la stretta PDF Stampa
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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2015

 

Patteggiamento condizionato alla restituzione del prezzo o del profitto del reato; controlli allargati da parte dell'Autorità Anticorruzione. Con queste novità si è chiusa ieri la votazione della commissione Giustizia del Senato sul disegno di legge anticorruzione. Oggi è previsto il voto sull'ultimo punto, cruciale, ancora da esaminare, il falso in bilancio.

Domani mattina, secondo quanto deciso dalla conferenza dei capigruppo, il testo sbarcherà in Aula dove si svolgerà però solo la discussione generale. Urge, invece, l'approvazione del decreto legge sulle banche ormai a rischio di mancata conversione.

"Abbiamo terminato tutto, restano da votare gli emendamenti sul falso in bilancio e i sub-emendamenti che verranno presentati alla proposta del governo". A puntualizzarlo è lo stesso presidente della Commissione, Francesco Nitto Palma, alla chiusura della seduta pomeridiana. Palma spiega che "sono stati approvati alcuni emendamenti in tema dì prevenzione, mentre altri, come quello sulla dirigenza Asl, sono stati respinti".

E il capogruppo Pd, Giuseppe Lumia, aggiunge: "Siamo finalmente al dunque, in commissione abbiamo approvato norme severe contro la corruzione. Domani (oggi, ndr) con il falso in bilancio entreremo nel vivo alla luce della proposta positiva fatta dal Governo che ci consente di fare un passo in avanti in questo settore, anche valutando la proposta del Pd depositata che prevede il carcere da 1 a 6 anni per le società non quotate".

Il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, stempera le critiche al Governo per essersi mosso con forte lentezza nel presentare l'emendamento sul falso in bilancio, allungando così i lavori della Commissione, e ricorda che "sul falso in bilancio i tempi si sono allungati per cercare la soluzione migliore che permetta di raggiungere un punto dì equilibrio tra le opposte esigenze, da un lato, di reprimere la criminalità economica e, dall'altro, di non penalizzare la libertà d'impresa". In ogni caso avverte Ferri "le nuove inchieste sulla corruzione, da un lato, segnalano che il problema e quanto mai attuale e grave ma, dall'altro, evidenziano anche che le norme vigenti danno ai magistrati degli strumenti che, sebbene debbano essere urgentemente migliorati, comunque già consentono un forte intervento repressivo dello Stato".

Nel merito, ieri pomeriggio è stata approvata la stretta sul patteggiamento per ì reati chiave contro la pubblica amministrazione (corruzione propria, peculato, concussione, corruzione in ati giudiziari, induzione indebita, anche quando esercitati su funzionari pubblici stranieri): sarà possibile l'applicazione della pena concordata con l'assenso del Pm solo in caso di restituzione del prezzo o profitto del reato.

Quanto ai controlli dell'Autorità anticorruzione questi su proposta del Movimento 5 Stelle, si estenderanno ai contratti secretati esclusi dal Codice degli appalti.

Nel confronto internazionale, la disciplina italiana, che sta faticosamente prendendo forma, si avvicina almeno per quanto riguarda i limiti di pena previsti ai massimi in vigore dalle più severe legislazioni. In primo luogo quella del Regno Unito con il Bribery Act, in vigore dal luglio 2011. Una legge anti corruzione che si applica ad enti e società ("commercial organizations") inglesi operanti sia all'interno sia fuori dal Regno Unito e agli enti e società non inglesi che svolgono attività, o parte delle attività, nel Regno Unito.

La reclusione e fissata a 10 anni, tanti quanti sono previsti, con la proposta del Governo votata dalla commissione Giustizia, per la corruzione propria. A fare la differenza potrebbero però essere le misure pecuniarie che, come peraltro previsto anche negli Stati Uniti, sono potenzialmente elevatissime sia nei confronti delle persone fisiche sia nei confronti delle società. Nel Regno Unito, in realtà, dopo il Bribery Act, non è fissato un limite di alcun genere. E una pena fino a 10 anni di carcere è prevista anche in Francia, accompagnata anche da misure pecuniarie con funzione deterrente.

 
Giustizia: reati ambientali, la Camera approvi il ddl senza cambiare nulla PDF Stampa
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di Ermete Realacci (Presidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati)

 

Il Manifesto, 18 marzo 2015

 

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dato nei giorni scorsi una spinta importante al ddl sui reati ambientali. Il voto del Senato, in seconda lettura, era atteso da tempo; la proposta di legge fu votata dalla Camera oltre un anno fa e adesso torna per il terzo passaggio e mi auguro che sia quello definitivo. La scorsa settimana ho scritto una lettera alla Presidente della Camera, Laura Boldrini, invitandola a fare il possibile, per quanto di sua competenza, per garantire un iter dei lavori che possa portare alla sua rapida approvazione.

Non voglio nascondere, tuttavia, una certa preoccupazione. La legge è stata votata da una larga maggioranza che comprende anche Sel e Movimento 5 stelle, segno di una convergenza ampia su un tema di forte impatto per i cittadini. Il testo nasce dalla convergenza di tre proposte, la mia e quella dei colleghi Micillo (M5S) e Pellegrino (Sel) e, soprattutto, muove dalla spinta di decine di associazioni che, guidate da Legambiente e Libera, da tempo chiedono che si dia una svolta nel nostro paese sul tema dei reati ambientali.

A ridosso della discussione in Commissione giustizia stanno affiorando critiche e perplessità, a mio avviso infondate, che rischiano di fermare ancora una volta un provvedimento che si sta aspettando da oltre venti anni.

È una legge che introduce nuovi strumenti per rendere più efficace il contrasto alle illegalità e alle ecomafie. Prevede tra l'altro un innalzamento delle pene con il raddoppio dei tempi di prescrizione che sarà legata alla durata degli effetti dell'inquinamento, l'introduzione nel nostro codice penale dei reati di inquinamento ambientale, disastro ambientale e traffico di materiale radioattivo e l'obbligo al ripristino dei luoghi in caso di condanna o patteggiamento. Con questo provvedimento non ci saranno più casi come Eternit o Bussi.

A chi ritiene che esso penalizzi il mondo delle imprese dico che è esattamente il contrario, è una normativa assolutamente equilibrata e che aiuterà le aziende corrette e oneste a non subire la concorrenza sleale di chi si sbarazza dei rifiuti in modi illeciti, mentre il ravvedimento operoso prevede, nei casi colposi che sono la grande maggioranza dei casi, sconti sostanziosi di pena per chi ripristina e bonifica i luoghi.

Certo nessuna legge è perfetta e tutto è migliorabile, ma ritengo che l'urgenza sia quella di approvare il testo senza cambiare "neanche una virgola"; se c'è qualche correzione da fare, e lo si vedrà in corso d'opera, al Parlamento non mancano gli strumenti legislativi per correttivi e aggiustamenti. Non si può rischiare di far impantanare di nuovo questa proposta nelle sabbie del bicameralismo perfetto.

Vi è un altro aspetto che mi preme sottolineare. Questa legge servirà a contrastare con maggiore forza la criminalità organizzata e l'illegalità diffusa contro l'ambiente, questa azione di contrasto avrà sicuramente anche una ricaduta benefica sulla necessità di rilanciare le produzioni di qualità e persino le eccellenze che si trovano in territori che spesso vengono accostati impropriamente a siti contaminati, nonostante ci siano decine di chilometri di distanza. Penso ai pomodori o alle mozzarelle di bufale dop della Campania, oggetto di una campagna denigratoria a fronte di accurate analisi che ne certificano l'assoluta idoneità, penso a prodotti e a luoghi del nord Italia, (come di tante altre zone del Paese), affiancati genericamente, e a volte strumentalmente, a zone a rischio.

La bonifica dei suoli e il contrasto dell'illegalità ambientale sono strumenti preziosi per ridare slancio e futuro ad uno dei più grandi patrimoni che ha il nostro Paese: le qualità italiane, i suoi prodotti, la sua bellezza e la sua creatività. Perché per uscire dalla crisi serve un'idea di futuro e di speranza che riparta proprio dal territorio, perché per tornare a crescere l'Italia deve fare l'Italia.

 
Giustizia: Enrico, Manolo e tutti gli altri... ecco chi sono gli italiani detenuti all'estero PDF Stampa
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di Fabio Polese

 

Corriere della Sera, 18 marzo 2015

 

Sono 3.422 gli italiani detenuti all'estero. Da Enrico "Chico" Forti, detenuto negli Stati Uniti a Manolo Pieroni, in carcere in Colombia, ecco le storie di alcuni di loro. La storia che ha colpito i due nostri connazionali, Sandro De Simone e Massimo Liberati, arrestati in Gambia, con l'accusa di presunte violazioni per una rete da pesca le cui maglie, sarebbero di 68 millimetri invece dei 72 previsti, non è - purtroppo - un caso isolato.

Nel mondo, infatti, secondo l'Annuario statistico pubblicato dalla Farnesina - con dati aggiornati al giugno 2014 - sono 3.422 gli italiani detenuti lontano dalle patrie galere: 2.625 sono detenuti in Paesi dell'Unione europea, 161 nei Paesi extra Ue, 490 nelle Americhe, 59 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 12 nell'Africa subsahariana e 75 in Asia e Oceania. In Europa il Paese con più detenuti italiani è la Germania. Le carceri tedesche "ospitano" 1.218 connazionali. A seguire troviamo la Spagna con 574 italiani imprigionati. Nel resto del mondo, il maggior numero di detenuti italiani, si trova nelle terribili carceri brasiliane con 87 persone recluse.

 

Enrico "Chico" Forti, in carcere negli Stati Uniti

 

Enrico "Chico" Forti, originario di Trento, classe 1959, sta scontando l'ergastolo negli Stati Uniti con l'accusa di omicidio. La sua storia è iniziata il 16 febbraio del 1998 quando, in una spiaggia della Florida, viene ritrovato il corpo senza vita di Dale Pike. Di questo omicidio è stato accusato Forti, un produttore televisivo, che all'epoca era in trattativa con il padre di Dale per l'acquisto di un albergo. Dall'11 ottobre del 1999 Enrico Forti, che si è sempre dichiarato innocente, è rinchiuso in una cella del carcere di Miami. Il processo lo ha condannato nonostante le prove a suo carico siano quantomeno inconsistenti. La giuria americana, infatti, nel leggere il verdetto ha dichiarato: "La Corte non ha le prove che Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ha la sensazione, al di là di ogni dubbio, che sia stato l'istigatore del delitto". La speranza dei familiari di Forti e degli amici - molto attivi in internet grazie ai social network - è quella di far riaprire il processo il prima possibile.

 

Manolo Pieroni, detenuto in Colombia

 

La storia di Manolo Pieroni è iniziata l'8 luglio del 2011 all'aeroporto di Cali, in Colombia. Nella sua valigia sono stati trovati sette chilogrammi di cocaina. Poi il processo e la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione per "traffico internazionale e fabbricazione di stupefacenti".

Attualmente Manolo Pieroni si trova nel carcere di Palmira, il "Villa Las Palmas". Si è sempre dichiarato innocente e, secondo le sue dichiarazioni, sarebbe una vittima dei trafficanti di droga, tramite la pratica che viene chiamata "mula involontaria", cioè quella che permetterebbe di inserire grosse quantità di stupefacenti nelle valige di persone ignare per farle arrivare fino in Europa.

 

Roberto Berardi, imprigionato in Guinea Equatoriale

 

Roberto Berardi, un imprenditore italiano di 50 anni, è rinchiuso nella galera di Bata, in Guinea Equatoriale, dal gennaio del 2013. La sua storia ha dell'incredibile: è accusato di truffa e appropriazione indebita dopo che aveva cercato di capire come mai dalla società edile - che aveva costituito assieme al vicepresidente e figlio del presidente del Paese - era sparito del denaro. Secondo Ponciano Mbomio Nvò, l'avvocato di Berardi, "il processo è stato iniquo, si è celebrato un procedimento penale per una diatriba tra soci che dovrebbe riguardare al massimo il diritto civile".

Di pochi giorni fa è la notizia che Roberto Berardi è uscito dal regime di isolamento in cui era stato recluso per ben 15 mesi e dove ha subito violenze ed intimidazioni. Della sua storia si è occupato anche l'ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Nel testo si legge delle torture che Berardi ha subito, dell'isolamento e delle violenze di cui è stato vittima.

 

Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni liberi dopo 5 anni

 

È finito l'incubo per Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni. I due giovani italiani erano detenuti da quasi cinque anni nella prigione indiana di Varanasi, accusati e condannati in primo e secondo grado all'ergastolo dalla giustizia indiana per aver ucciso Francesco Montis. La loro storia è iniziata la mattina del 4 febbraio del 2010, quando, nell'albergo Buddha di Chentgani alla periferia di Varanasi, i due giovani trovano Francesco Montis in agonia sul letto.

Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, Tomaso ed Elisabetta vengono arrestati con l'accusa di aver strangolato Francesco, secondo una teoria che la polizia locale ha definito di "triangolo amoroso" e di "delitto passionale". La Boncompagni che era la ragazza di Montis durante il viaggio in India nel 2010, si sarebbe innamorata di Bruno ed insieme avrebbero così pensato di ucciderlo.

Il processo di primo grado si è basato solo su delle ipotesi. Nella sentenza, infatti, si legge: "Il movente che ha spinto i due accusati a uccidere Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che i due avessero una relazione intima illecita". Il primo febbraio 2015 i due italiani sono atterrati all'aeroporto milanese di Malpensa, dopo che la Suprema Corte di Nuova Delhi li ha dichiarati innocenti il 20 gennaio 2015.

 

Mariano Pasqualin, morto in una prigione della Repubblica Domenicana

 

Nelle drammatiche storie degli italiani detenuti all'estero c'è chi ha perso la vita, la storia di Mariano Pasqualin, purtroppo, è una di queste. Originario di Vicenza, è stato arrestato per traffico di droga nella Repubblica Domenicana - meglio conosciuta con il nome della sua capitale Santo Domingo - nel giugno del 2011. Poco tempo dopo il suo arresto, il 2 agosto, è stato ritrovato morto in circostanze molto sospette. La sua famiglia aveva richiesto il corpo per procedere ad una autopsia che avrebbe fatto capire le reali cause della morte, ma in Italia sono arrivate solo le ceneri. E la possibilità di fare luce sul caso è svanita definitivamente.

 
Giustizia: caso Garlasco; quella condanna che non trova il movente PDF Stampa
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di Carlo Federico Grosso

 

La Stampa, 18 marzo 2015

 

Dopo due sentenze di assoluzione, e un annullamento da parte della Cassazione nel caso dell'omicidio di Chiara Poggi, la Corte di Assise di Appello, sulla base di una rilettura degli atti, ma, soprattutto, dei risultati della rinnovazione istruttoria compiuta, ha giudicato raggiunta la prova certa della colpevolezza dell'imputato.

Di per sé il ribaltamento di due sentenze conformi di assoluzione non stupisce più di tanto. Certo, nella cornice di una giustizia ben funzionante sarebbe auspicabile che i giudici riuscissero a pronunciare sentenze in grado di reggere gli ulteriori gradi di giudizio. L'annullamento di una decisione è, sovente, dimostrazione di un errore, ma il sistema delle impugnazioni è stato predisposto proprio per rimediare agli eventuali errori commessi. Esso costituisce di per sé una garanzia, alla quale sarebbe grave rinunciare.

Nel caso di specie il punto è verificare se il nuovo giudice abbia fatto buon uso dei poteri che gli sono stati concessi. In questa sede non è evidentemente possibile ripercorrere tutti i passaggi che hanno convinto della colpevolezza di Alberto Stasi: i risultati dei nuovi accertamenti tecnici compiuti; l'individuazione della "finestra temporale" dalle 9.12 alle 9.35 durante la quale l'ex studente ha potuto uscire da casa, raggiungere l'abitazione della fidanzata, ucciderla e rincasare per continuare a scrivere la tesi al computer; la dinamica dell'aggressione; l'impossibilità che lo "Stasi scopritore" delle 13.50 abbia potuto percorrere il luogo del delitto senza macchiare di sangue le sue scarpe e, poi, i tappetini dell'auto con la quale si è recato dai carabinieri; il dna della vittima sui pedali sostituiti della bici; le bugie dell'imputato e le incongruenze delle sue dichiarazioni; il suo comportamento "sviante" che è riuscito, secondo quanto chiarisce la sentenza, "a rallentare gli accertamenti, anche grazie agli utili errori commessi" dagli investigatori. Il quadro degli indizi appare, in ogni caso, ampio e concordante.

Un profila merita, forse, un'attenzione particolare. La Corte ha scritto che "Alberto Stasi ha ucciso la fidanzata, che evidentemente era diventata, per un motivo rimasto sconosciuto, una presenza pericolosa e scomoda"; ed ha soggiunto che, se pure "il movente è rimasto sconosciuto", si può comunque ipotizzare che la passione di Alberto per la pornografia, scoperta da Chiara, abbia potuto "provocare discussioni, anche con una fidanzata di larghe vedute", innescando difficoltà nel rapporto di coppia alla base di quella "motivazione forte" che ha "provocato il raptus omicida".

Manca dunque, nella sentenza Stasi, l'individuazione di un movente preciso dell'omicidio, e, soprattutto, il giudice si è limitato ad "ipotizzare" un contesto relazionale di coppia che "avrebbe potuto" innescare l'insorgere della volontà omicida. Una cosa è in ogni caso incontestabile: che se esiste un compendio indiziario oggettivamente in grado di dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che un soggetto ha ucciso, la mancata individuazione del movente del reato non è, di per sé, in grado di vanificare la prova certa, altrimenti acquisita, della responsabilità penale. L'individuazione del movente, illuminando sulle ragioni del delitto commesso, può diventare decisiva soltanto in presenza di indizi oggettivi di per sé non del tutto univoci. Non mi sembra, quindi, che la mancata individuazione del movente possa, nel caso Stasi, dove gli elementi oggettivi indiziari raccolti sono numerosi e concordanti, inficiare la decisione assunta.

Sentenza giusta, o sconfitta per tutti, come ha commentato ieri uno dei difensori dell'imputato? Sarà, ancora una volta, la Cassazione a stabilirlo, dato che la difesa presenterà, come ha annunciato, un ulteriore ricorso. Se la Cassazione dovesse ancora una volta annullare, la sconfitta sarebbe, a quel punto, probabilmente certa.

 
Lettere: se non linci qualcuno, che italiano sei? PDF Stampa
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di Piero Sansonetti

 

Il Garantista, 18 marzo 2015

 

Hanno sbranato il ministro Lupi. Non ha ricevuto neppure un avviso di garanzia, ma lo hanno avvisato i giornalisti e questo basta. Di che è accusato? Truffa, falso in bilancio, tangenti, prostituzione minorile? No, è accusato di avere aiutato il figlio a trovare lavoro. Non si sa se è vero, probabilmente no, ma non è importante.

È un ministro: è colpevole. Il figlio fa l'ingegnere ed ha avuto un posto di lavoro precario per il quale era pagato oltre 1200 euro netti al mese. Non è bello. In questi casi si dice: non ci sarà rilevanza penale, ma si deve dimettere perché c'è responsabilità politica.

I figli dei ministri, vuole la nuova morale (imposta dal duo Travaglio-Salvini) anche se hanno una laurea devono andare a chiedere l'elemosina. Altrimenti: zac! Mi pare che nessuno abbia difeso Lupi. Questa è la vera vergogna. Un ceto politico pusillanime, intimidito, tremante, vigliacco. Scusate il gioco di parole: pecore, si lo hanno sbranato le pecore. E intanto i pastori tedeschi dell'Anm hanno aggredito Renzi. Gli hanno detto: "Tu carezzi i corrotti e punisci i giudici". È un avviso: non di garanzia, di guerra. Un messaggio che dice: o ritiri ogni disegno di riforma della giustizia, e rientri nel tuo recinto del Jobs Act, o ti spezziamo le reni. C'è un clima cileno, dico del Cile del 73.

 
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