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Firenze: sport in carcere, continua la collaborazione con la Uisp PDF Stampa
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www.gonews.it, 7 febbraio 2015

 

Prosegue la collaborazione l'Uisp Comitato di Firenze, Il Comune di Firenze, l'Azienda Sanitaria di Frienze , il Coni Toscano e la Direzioni Educative della Casa Circondariale di Sollicciano e dell'Istituto Mario Gozzini. Anche quest'anno sono previsti progetti mirati al coinvolgimento e al benessere psico-fisico degli ospiti della Casa Circondariale di Sollicciano e Mario Gozzini.

Grazie al progetto "Sport in Libertà" e il progetto "Sport in Carcere" l'Uisp prova a rispondere alle numerose difficoltà e criticità dell'ambiente detentivo, calibrando e modellando le varie proposte motorio-sportive nella maniera più attenta possibile cercando di proporre e attivare percorsi che stimolino la partecipazione, il movimento e la riattivazione di corpo e mente.

Sono previsti interventi di attività sportiva più o meno intensa rivolti a donne e a uomini, in singolo o di gruppo come momenti formativi ed educativi. È in fase di definizione Un programma ludico-motorio ricco e vario con le seguenti attività: Bodybuilding: attività di palestra con istruttori (per l'intero anno, incontri di 2h. dal lunedì al venerdì); Squadra calcio: formazione squadra calcio di detenuti seguita allenatori (per l'intero anno, incontri di 2 h ogni sabato); Danza-Terapia: laboratorio di danza rivolto alle detenute ospiti della Casa di Cura e Custodia (O.p.g. Femminile) tenuto da volontarie esperte (da gennaio a giugno, incontri 2h. ogni martedì); Danza-Movimento: laboratorio di danza e movimento rivolto alle donne della sezione femminile con una operatrice (da gennaio a giugno, incontri di 2h., ogni lunedì); Calcio - Torneo interno tra sezioni: torneo di calcio tra tutte le sezioni con la presenza di arbitri e operatori (da gennaio a giungo, ogni sabato); Vivicittà: corsa campestre per donne uomini dentro le mura del carcere con operatori e istruttori della disciplina (9 maggio 2015); Scacchi: corso di avviamento e perfezionamento agli scacchi rivolto ai detenuti della sezione 8 (tossicodipendenze), 11 e 12 tenuto da maestri (da gennaio a giugno, incontri di 2h., ogni mercoledì); Ping-Pong - Torneo interno tra sezioni : torneo di calcio tra le sezioni seguito da operatori e animatori. (da gennaio a giugno, 2 incontri di 2h., ogni martedì e giovedì).

A settembre, inoltre, è prevista l'organizzazione di ancora altre iniziative come Mini-olimpiade: corsa veloce, staffetta, salto in alto e lancio del peso; Corso arbitri di calcio; Attività di Circo-Teatro.

Gli obiettivi alla base dei progetti dell'Area Diritti Sociali sono: Creare momenti di aggregazione tra i detenuti, con i volontari, gli operatori e gli agenti di custodia coinvolti attraverso la realizzazione di attività sportive socializzanti; Stimolare il mantenimento ed il recupero psicofisico dei detenuti e rafforzare le abilità di base; Contribuire al recupero di autostima e consapevolezza; Promuovere l'attività sportiva come strumento di reinserimento sociale per permettere l'interiorizzazione di regole da rispettare quale esempio reale di regole sociali; Concedere gli strumenti per l'acquisizione di responsabilità e autonomia; Realizzare iniziative che mettano in contatto l'ambiente esterno con la realtà carceraria favorendo il superamento della reciproca diffidenza e la creazione di un rapporto solidale tra società e detenuti; Sollecitare ad adottare le occasioni formative, anche in ambito sportivo, come strumento di collegamento, inizialmente virtuale ma successivamente pratico, con l'associazionismo, il mondo del lavoro e la quotidianità della vita normale; Creare di un modello d'intervento replicabile. Oggi, sabato 7 febbraio partiamo con il Torneo di calcio tra le sezioni che proseguirà per 5 mesi.

 
Trani: due sacerdoti propongono la creazione di un laboratorio musicale in carcere PDF Stampa
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www.tranilive.it, 7 febbraio 2015

 

Appello dei due sacerdoti andriesi a tutti coloro che prendono a cuore i problemi degli altri. "Nella consueta visita ai fratelli detenuti nella Casa Circondariale di Trani abbiamo recepito un bisogno: creare un Laboratorio Musicale. L'impegno ad accogliere nelle nostre comunità detenuti ed ex detenuti, che prestano servizio di volontariato in oratorio e in parrocchia, ha evidenziato la necessità di dare vita a laboratori creativi".

"Negli ultimi anni - proseguono Don Riccardo e Don Vincenzo - abbiamo intensificato la nostra azione per coloro che vogliono "davvero cambiare vita", tagliare i ponti con il passato, dare una sterzata alla strada che stavano percorrendo. Molti sono riusciti a redimersi, qualche altro magari no. Ma anche il Signore "ha lasciato le novantanove pecore per cercare quella smarrita".

"Nell'ambito delle iniziative atte a promuovere interesse e coinvolgimento dei detenuti della Casa Circondariale di Trani, vogliamo avviare un laboratorio musicale che impegni, coloro che si lasciano coinvolgere dal progetto, in un'avventura che li porterà a mettere a frutto le loro capacità artistiche e ad esprimere al meglio i loro talenti musicali.

La proposta nasce dal desiderio di stanare i detenuti dalle loro celle per vivere momenti di aggregazione e di utilizzo del tempo in un progetto formativo: stare insieme, interpretare insieme gli spartiti musicali, andare a tempo, aspettare il momento opportuno per entrare armonicamente con il proprio strumento nell'esibizione, ecc."

"Per vincere la noia o il dolce far niente, e perché la vita non sia un trascinarsi o un annaspare negli stagni della monotonia quotidiana, l'ispettore Giusto, che crede fortemente nella riabilitazione dei detenuti, mette a disposizione le sue competenze artistico-musicali per portare avanti il laboratorio musicale.

Sosteniamo la realizzazione di questo sogno! Servono però gli "strumenti" per concretizzare il progetto. Eccoli: n. 1 Clarinetto piccolo Mib; n. 6 Clarinetti SIb; n. 1 Clarinetto basso; n. 2 Sax contralto Mib; n. 2 Sax tenore SIb; n. 1 Sax baritono Mib; Grancassa per banda; Piatti per banda; Rullante per banda; n. 15 leggii; n. 30 bocchini. Quindi coloro che vogliono darci una mano a concretizzare il progetto o recuperando strumenti da amici e parenti o dando un aiuto economico per l'acquisto degli stessi, possono fare riferimento a don Riccardo Agresti (cell.: 347.2760787) oppure a don Vincenzo Giannelli (cell.: 339.3810514).

 
Gran Bretagna: si uccide poche ore prima della sentenza, killer morto in carcere PDF Stampa
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www.today.it, 7 febbraio 2015

 

Tragedia nella tragedia nella città britannica di Hull. John Heald, 53 anni, si è ucciso la notta prima della sentenza: era accusato di omicidio e stupro.

Era atteso in aula per partecipare al processo che lo vede accusato dell'omicidio della proprietaria di una "casa vacanze" e dello stupro di un'altra donna. Ma in aula, stamattina, John Heald, 53 anni, non ci è mai arrivato. L'uomo si è infatti suicidato nella sua cella all'interno del carcere di Hull. John Heald era sotto processo davanti alla corte di Hull per l'omicidio di Bei Carter e lo stupro di un'altra donna. La giuria era da nove giorni chiusa in un hotel nell'attesa di pronunciarsi sulla condanna dell'uomo. Oggi era atteso il verdetto ma Heald non è mai arrivato al cospetto della corte.

Ad annunciare la morte dell'imputato è stato, questa mattina, il giudice Richardson che ha salutato i dodici membri della corta annunciando la chiusura anticipata del processo: "L'imputato si è ucciso questa notte nella sua cella. Questa mattina mi hanno portato le fotografie scattate all'interno del carcere che provano la sua morte. Vedo dalle vostre facce che questa notizia vi ha sconvolto. Posso dirvi che anch'io, stamattina, non volevo crederci. Ora sarà Dio a giudicarlo".

 
Arabia Saudita: quando muore un criminale PDF Stampa
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di Karim Metref

 

Il Manifesto, 7 febbraio 2015

 

Re Abdallah. Il rispetto è dovuto a tutti i morti, quali che siano i loro meriti e le loro colpe in vita. Ma se muore un mafioso dobbiamo tutti andare dietro la sua bara e dire che era una brava persona? È quanto accaduto con il re saudita Abdallah.

Lo scorso 23 gennaio è morto il re dell'Arabia Saudita, Abdallah ben Abdelaziz al-Saud. Membro della dinastia al-Saud, figlio di re Abdelaziz Ibn Saud, il fondatore, grazie ai servizi britannici, dell'Arabia Saudita, uno stato inventato di sana pianta mettendo insieme due province dell'ex impero ottomano, il Najd e l'Hejaz, per servire i piani di divisione del mondo dei maggiori imperi coloniali di allora (e anche di adesso).

È stato il principe ereditario e regnante de facto dal 1995 al 2005 a causa dello stato di salute dell'allora re Fahd, suo fratellastro, per salire poi ufficialmente al trono a 71 anni dopo la morte di quest'ultimo. Con un patrimonio personale stimato in 18,5 miliardi dollari, è terzo nella classifica dei re più ricchi. Ma è alla testa di un clan di circa 25 mila persone che insieme controllano la più grossa fortuna del mondo. Un clan che gestisce il paese come una proprietà privata.

In effetti l'Arabia Saudita è l'unico paese al mondo che porta ufficialmente il nome di una famiglia. Questo clan scelto dagli inglesi perché legati a una rigida tradizione conservatrice e a una lettura ottusa dei dettami dell'islam: il Wahhabismo, che è un movimento politico-religioso fondato nel XVIII secolo da Muhammad ibn Abd al-Wahhab sulla base di una visione puritana e rigorista della tradizione musulmana che va contro la maggior parte delle altre dottrine dell'Islam e sopratutto va contro ogni forma di religiosità popolare e al tempo stesso contro ogni pensiero razionale o innovazione. L'ideale, quando si vuole mantenere un popolo arretrato e ignorante. Non a caso gli inglesi misero da parte le grandi famiglie dell'Hejaz che stavano cercando di andare verso forme di modernizzazione della loro società per scegliere i beduini del deserto dell'Hejaz e tra questi la famiglia più conservatrice e più arretrata di tutte.

Bisogna pur dire che in un clan così vasto e così ricco qualcuno di intelligente e di aperto c'è stato e ci sono stati anche timidi tentativi di cambio di direzione, ma sono stati repressi anche con la morte, quando è stato necessario.

Da quando è al potere, il clan ha mantenuto il paese sotto una cappa di piombo. La polizia religiosa gira in continuazione per far rispettare gli spietati dettami della loro pseudo morale religiosa, che obbliga le classi inferiori a vivere in un inferno dove ogni espressione di amore o di sessualità è repressa, mentre loro girano il mondo spendendo i loro miliardi in divertimento, alcol, droghe, sesso, gioco d'azzardo e altri vizi.

Nel paese più ricco del pianeta le differenze sociali sono estreme. Nessuno muore di fame ma le classi più povere sono giusto giusto al livello della sopravvivenza. Persistono varie forme di schiavitù di fatto e gli immigrati in modo particolare sono trattati come pura merce usa-e-getta, senza nessun diritto, nessun rispetto. Le donne sono recluse: non possono uscire liberamente, non possono guidare, non possono intrattenere rapporti sociali con maschi estranei alla propria famiglia. Chi esce dalle regole imposte dal regime, viene frustato nel migliore dei casi, nel peggiore può essere decapitato o lapidato pubblicamente.

È il caso, ad esempio del blogger 31enne, Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere, a pagare una multa di 270 mila dollari, e in più a 1000 frustate (che in queste settimane gli vengono somministrate al ritmo di 50 ogni venerdì dopo la preghiera di mezzogiorno). Tutto questo per aver osato criticare il regime sul suo blog.

In questi casi il silenzio dei milioni di #jesuischarlie diventa assordante come una cannonata. Dove sono le fiaccolate, dove sono le interrogazioni parlamentari, le prese di posizione delle istituzioni, i ritratti srotolati lungo la facciata dei comuni, come è stato giustamente il caso quando era il regime iraniano o sudanese a condannare qualcuno o qualcuna? Dove sono questi innamorati della democrazia e della libertà di espressione?

Ma peggio di quello che fa la famiglia Ibn Saud in Arabia c'è solo quello che fanno in giro per il mondo, da mezzo secolo in qua. Miliardi spesi per diffondere la loro ideologia arretrata, le loro idee storte della vita e della società. Tonnellate di libri, cassette video, dvd, cd, cassette audio distribuite gratuitamente. Scuole aperte in molti paesi poveri, nei quartieri più disagiati, in Asia e in Africa. Borse studio per i migliori di queste scuole nelle università del regno, per produrre sempre più imam oscurantisti e moltiplicatori delle loro idee malate. Ecco come in luoghi in cui 20 anni fa ancora molte donne di famiglie musulmane continuavano ad andare a seno nudo come tutte le altre, oggi sono arrivati i burqa ed è arrivato Boko Haram.

Ma oltre la diffusione della sola cultura dell'integralismo, il regno saudita e i suoi vicini degli emirati del Golfo hanno creato e finanziato tanti gruppi armati di fanatici in giro per il mondo, sfruttando il malessere vero di popolazioni oppresse per spingerle verso una radicalizzazione non in nome della loro oppressione ma in nome della loro diversità religiosa: dalla Cecenia alla Bosnia, dalle Filippine allo Xinjiang; dall'Algeria alla Nigeria.

Tutto questo però non viene mai nominato quando si parla di scontro di civiltà, di guerra al terrore. Il presidente François Hollande, una settimana dopo la marcia pseudo-repubblicana di Parigi, ha reso omaggio al re Abdullah salutando "la memoria di un uomo di Stato il cui lavoro ha profondamente segnato la storia del suo paese e la cui visione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente resta più valida che mai". Visione di una pace giusta e duratura?

Perché si fa la guerra al terrore ma nello stesso tempo si va a braccetto con i capi terroristi? Perché si entra nello scontro di civiltà per difendere la libertà e si è nello stesso tempo alleati strategici del principale sponsor dell'oscurantismo di cui è accusato l'altro campo?

Molti dicono che dopo tutto, l'Arabia è un paese sovrano e ha il diritto di avere una propria politica estera. Anche diversa da quella dei suoi alleati. Ma la verità è che le monarchie del Golfo possono permettersi di avere le politiche che hanno perché hanno le spalle coperte. Ci ricordiamo tutti di come Saddam Hussein impiegò 24 ore per ridurre in polvere l'esercito del Kuwait. Se non fu per l'intervento di molte nazioni saggiamente allineate dietro ai padroni del mondo post guerra fredda, il Kuwait oggi non esisterebbe più e sarebbe semplicemente una delle province della repubblica irachena, dittatoriale sì, ma laica. È per la fine che fece Saddam che oggi l'Arabia Saudita e il minuscolo Qatar possono intromettersi nella politica interna della Libia, della Tunisia, dell'Egitto, dello Yemen e soprattutto della Siria. È perché hanno le spalle coperte dalla pesante presenza militare della Nato e di Israele nella regione che i paesi del Golfo, in testa l'Arabia saudita, possono avere un peso con l'iniezione di soldi, armi e mercenari, sulle politiche interne di vari paesi del mondo. Non c'entra niente la sovranità. C'entra un piano comune di gestione della regione e del mondo. Una gestione sotto il segno degli affari sporchi e della guerra infinita, fine a se stessa. Semplicemente perché i signori della guerra da una parte e dall'altra ne traggono ampiamente beneficio. Perché le famiglie ricche alla testa di più della metà delle risorse di questo pianeta non hanno né nazionalità, né colore, né religione, e quando uccidono (o fanno uccidere da un terrorista o da un soldato) non è per religione, non è per civiltà, e l'unico valore che difendono è quello dei loro conti nei paradisi fiscali.

Allora io dico che il rispetto lo dobbiamo a ogni morto, ricco o povero, sultano o figlio del ghetto. Ma nessuno mi venga a cantare le lodi del criminale morto. Perché chi va a piangere al funerale di un criminale, chi ne canta le lodi sono solo i suoi compari: i criminali.

 
Egitto: ministero Esteri, "inaccettabili" critiche su condanne a manifestanti anti-Mubarak PDF Stampa
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Nova, 7 febbraio 2015

 

Sono "inaccettabili" le critiche piovute sull'Egitto da parte di paesi stranieri e organizzazioni internazionali dopo le condanne all'ergastolo comminate dal Cairo a 230 attivisti implicati nelle proteste del dicembre 2011 contro il regime di Honsi Mubarak. È quanto afferma il ministero degli Esteri egiziano in un comunicato diffuso oggi. Le reazioni internazionali, si legge nella nota, "costituiscono un'interferenza negli affari interni dell'Egitto che rivela l'ambiguità di quei paesi e di quelle organizzazioni". Molti degli Stati che hanno sollevato critiche contro Il Cairo, ricorda inoltre il ministero degli Esteri, "continuano a tenere in carcere detenuti per parecchi anni senza dar loro la possibilità di difendersi in un giusto processo".

Due gironi fa, il dipartimento di Stato Usa aveva espresso "profonda preoccupazione" per le sentenze comminate dal Tribunale penale del Cairo nei confronti di Ahmed Douma e degli altri attivisti. Secondo la portavoce del dipartimento Mary Harff si sarebbe trattato di "una violazione dei più semplici principi di democrazia". Gli imputati sono stati accusati di aver provocato scontri con le forze di sicurezza e di aver danneggiato una libreria pubblica nei pressi di Piazza Tahrir, al Cairo, dando fuoco a centinaia di manoscritti e libri rari.

 
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