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Napoli: Federico Perna morto di carcere, dopo un anno nessuna giustizia PDF Stampa
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di Gaia Bozza

 

www.fanpage.it, 10 febbraio 2015

 

Dopo oltre un anno, non c'è nessuna giustizia per il giovane di Pomezia morto in circostanze drammatiche e oscure nel carcere di Poggioreale: l'inchiesta aperta a Napoli si è impantanata. La madre: "Un martire delle carceri". L'avvocato accusa: "Non ci hanno fatto ascoltare i compagni di cella".

Sono passati quindici lunghi mesi dalla morte di Federico Perna nel carcere di Poggioreale. Federico era un ragazzo di 34 anni, finito in cella per un cumulo di pene a causa di piccoli reati legati alla droga, e morto l'8 Novembre 2013 con molte gravi patologie e un corpo martoriato. Quindici mesi fa è stata aperta un'inchiesta dalla Procura di Napoli, ma da allora l'unica evoluzione è stata la richiesta di archiviazione e l'opposizione degli avvocati. Quindici mesi aggiungono pena a pena, soprattutto se non si riesce a venire a capo di una morte avvenuta in circostanze così drammatiche e oscure.

"Non abbiamo ancora risposte - si sfoga la madre, Nobila Scafuro - e questo mi fa cadere le braccia. Ho fiducia nella giustizia ma spero che il giudice guardi bene a fondo la storia di Federico, che sicuramente non è morto di morte natura le come dicono. Basta guardare le sue foto, la sua situazione, le sue malattie".

L'avvocato Camilo Autieri intanto, non si è fermato. Ora chiama in causa direttamente lo Stato: nello specifico, il Ministero della Salute e il Ministero della Giustizia, " che incarnano lo Stato e noi crediamo che sia dello Stato, nel suo complesso, la responsabilità della morte di Federico Perna". "Alla base della nostra azione - continua - ci sono innumerevoli pareri di medici incaricati e medici interni all'istituzione carceraria che dicono tutti, univocamente, una cosa: il ragazzo era incompatibile con il carcere".

Questa mossa, spera l'avvocato, darà un impulso anche all'azione penale: "Nell'inchiesta aperta a Napoli - accusa - Siamo stati ostacolati nel diritto di difesa: di fatto, non siamo stati messi in condizione di svolgere indagini difensive". Ma in che senso? "Non ci è mai stata rilasciata copia delle cartelle cliniche del giovane - risponde Autieri.

Mai date autorizzazioni per parlare con le persone che erano in cella con lui; abbiamo fatto istanze su istanze, ma non ci è stata data nemmeno risposta. Pensi che non ci hanno concesso nemmeno di ritirare gli effetti personali di Federico, le poche cose che aveva in cella". Oltre a chiamare in causa i ministeri, il legale ricorrerà anche alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

La vicenda è quanto mai controversa e drammatica, come Fanpage.it ha raccontato in questo lungo periodo. Federico Perna era molto ammalato.

Era tossicodipendente, e nonostante avesse epatite C, cirrosi epatica, leucopenia e piastrinopenia (carenza di difese immunitarie), un disturbo borderline di personalità e lamentasse problemi cardiaci, è stato trasferito di carcere in carcere fino a Poggioreale: tutte le istanze per riportarlo a casa e le richieste dei sanitari di trasferirlo in una struttura dove potesse essere curato sono state rigettate o ignorate: "Può essere curato in carcere, stiamo attendendo un ricovero, c'è carenza di letti", queste le risposte più comuni.

Intanto Federico stava male: la sua situazione è il paradigma della tortura che le carceri italiane possono infliggere alle persone, tra sovraffollamento, carenza di assistenza sanitaria, abbandono e maltrattamenti. E poco importa che vi siano stati pareri da parte di medici interni alle strutture carcerarie e medici di parte che certificavano la sua incompatibilità con il regime detentivo per le gravi condizioni di salute. Si è aggiunta gravità a gravità, perché a un certo punto il ragazzo ha iniziato a lamentare fiato corto, problemi riconducibili al cuore "mai approfonditi", denunciano gli avvocati.

Fino alla morte, avvenuta l'8 Novembre 2013: secondo la perizia disposta dalla Procura di Napoli si è trattato di un attacco ischemico. Ma la madre di Federico, che dopo l'autopsia aveva deciso con un gesto estremo di pubblicare le foto del figlio, stenta a credere che quel corpo martoriato sia semplicemente il risultato di un malore improvviso. Nel 2013 sono state presentate anche due interrogazioni parlamentari.

Siamo nel periodo in cui è ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, che si era interessata personalmente della vicenda di Giulia Ligresti, in carcere e affetta da anoressia, figlia dell'imprenditore Salvatore Ligresti, amico di vecchia data dell'ex ministro. Anche l'associazione Antigone Campania è intervenuta sul nostro giornale per affermare con forza che il giovane non poteva stare in carcere.

"Non avevo il numero della Cancellieri", si sfogava Nobila in quel periodo. Federico lo scriveva spesso, nelle lettere alla madre, che voleva tornare a casa per curarsi: "Mamma, mi stanno ammazzando, portami a casa", ed era diventato una specie di mantra. "Mio figlio ha cambiato nove carceri in condizioni di salute disperate, è stato un martire dello Stato, lasciato morire in cella - racconta Nobila Scafuro.

E poi nessuno mi leva dalla testa la smorfia di dolore impressa sul suo volto. Non aveva più i denti, aveva una grossa ustione sul braccio, un palmo della mano rotto perché secondo l'autopsia ha urtato contro un corpo contundente. C'è anche chi mi ha descritto che Federico è stato picchiato (Fanpage.it ha pubblicato una lettera, che deve essere vagliata dai difensori, ndr). Questo è un dubbio lacerante che nessuno mi toglierà mai dalla testa".

Intanto, Nobila ha scritto un libro per ricordare la sua amarissima vicenda e ha aperto una associazione, "Federico Perna - Diritti e Doveri", per aiutare detenuti ed ex detenuti. E per mantenere viva la memoria di Federico.

 
Bollate (Mi): "Abc-La sapienza in tavola", così il machete di Renzi riduce a tocchetti le coop PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Garantista, 10 febbraio 2015

 

Dopo che la Cassa delle Ammende ha chiuso i rubinetti, le cooperative che gestivano la mensa cercano altre vie per finanziarsi. C'è la cooperativa dei detenuti "Abc-La sapienza in tavola" del carcere di Bollate (Milano) che sopravvive nonostante la chiusura del progetto di gestione della mensa. Ma la presidentessa Silvia Polleri non sa fino a quanto potranno continuare, così sta lavorando a un grande progetto che è ancora tenuto in segreto attraverso cui accedere a nuovi fondi.

Da quando il 15 gennaio la Cassa delle ammende ha sospeso i finanziamenti per le cooperative che avevano in gestione le mense di nove carceri italiane, i detenuti di Abc sono pagati a mercede, attraverso un voucher erogato dall'azienda in cui sono comprese le coperture Inps e mail. Sul fatto che il finanziamento di Cassa delle ammende si interrompesse, l'amministrazione penitenziaria non ha mai fatto mistero: "Lo sapevamo già da un anno", ammette il direttore di Bollate Parisi.

Per la cooperativa non ci sono più sgravi fiscali, previsti invece dalla commissione Smuraglia per il lavoro in carcere. Anche lo stipendio dei detenuti si è dimezzato con il cambio di regime: da circa 1.200 euro al mese a meno di 600. "Questo non sarà il catering della misericordia. Stiamo continuando a cercare strade alternative per proseguire con il nostro servizio", dichiara Polleri, la presidentessa della cooperativa.

Da parte della direzione del carcere c'è stata la disponibilità a continuare a concedere l'uso della cucina anche per i prodotti di catering esterno, una delle stampelle su cui si reggono le finanze di Abc. I numeri raccolti dalla cooperativa confermano i risultati positivi dei dieci anni di progetti come la riduzione della recidiva: dei 50 detenuti che hanno lavorato ad Abc solo cinque sono tornati a delinquere. Polleri stima che il carcere di Bollate abbia risparmiato all'anno grazie ad Abc 43 mila euro, soprattutto in spese di manutenzione della cucina e spese per la sorveglianza dei detenuti.

Ricordiamo la storia , definitivamente conclusa, sui progetti finanziati dal Governo. Nel 2003 il Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, avvia una sperimentazione in dieci penitenziari in tutto il Paese. Con il finanziamento del Dap si ristrutturano a fondo gli impianti delle cucine e si affida la gestione a cooperative sociali che devono formare professionalmente i detenuti. Il che ha significato lunghi periodi di formazione, affiancamento a professionisti, gestione con criteri di efficienza, adeguamento agli standard di qualità e sicurezza, fino all'inserimento dei detenuti in articolo 21 e misure alternative alla detenzione. E stipendi altrettanto veri, allineati al contratto collettivo nazionale.

Dal 2009 il finanziamento non viene più erogato direttamente dal Dap, ma dall'ente del Ministero della Giustizia che finanzia i programmi di reinserimento in favore di detenuti. Finanziamento che l'attuale Governo - il quale dovrebbe essere il più sensibile alle tematiche sociali - ha deciso di non rinnovarlo. E ora con fatica le cooperative migliori stanno facendo di tutto per rimanere ancora a galla.

 
Tempio Pausania: in carcere acqua non potabile, rifornimenti idrici assicurati da autobotti PDF Stampa
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La Nuova Sardegna, 10 febbraio 2015

 

Nel supercarcere modello di Nuchis il problema più grosso è quello della distribuzione interna di acqua di acqua potabile. Lo hanno scoperto, due settimana fa, gli addetti ai controlli alla sicurezza e igiene interna al carcere di massima sicurezza, quando si sono resi conto, visivamente, che dai rubinetti l'acqua che sgorgava non era proprio di fonte, cristallina, ma un pochino opaca. Le immediate analisi richieste alla Asl hanno confermato la presenza di contaminazione di origine naturale, ovvero dosi al di sopra dei valori di media di ferro, da qui il colore rossastro dell'acqua.

La ricerca della "fonte" di tale contaminazione pare sia state rapidissima, e qui sta il dilemma. Parrebbe che alcune condotte interne siano state realizzate, dall'impresa che ha costruito il supercarcere (la Gia.Fi. di Firenze, una delle aziende finite sotto inchiesta per gli affari con la Cricca della Ferratella) con tubature metalliche contenente ferro che, con l'usura del tempo, si sarebbero arrugginite. In attesa del completamento degli accertamenti già disposti dalla direzione del penitenziario di massima sicurezza sono scattate le contromisure.

Per l'approvvigionamento idrico della struttura, che ospita duecento detenuti e dove lavorano giornalmente una ottantina di agenti, circa venti tra impiegati e funzionari e altrettanti addetti al reparto sanitario, un vero e proprio ospedale interno con medici e infermieri professionisti, è stato attivato un servizio di autobotti utilizzando furgoni dell'amministrazione penitenziaria, che portano acqua potabile alle cucine per la mensa dei detenuti (si spera anche per quella degli agenti della polizia penitenziaria) e riforniscono i depositi di acqua potabile interni. Il controllo dell'impianto idrico sarà completato nelle prossime ore da parte del personale inviato dal dipartimento per gli istituti di pena.

 
Catanzaro Uil-Pa; visita in carcere per verifica luoghi di lavoro della Polizia penitenziaria PDF Stampa
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www.catanzaroinforma.it, 10 febbraio 2015

 

Sabato 21 febbraio, dalle ore 9 alle ore 11.30, una delegazione della Uil guidata dal Segretario generale Carmelo Barbagallo, effettuerà una visita alla Casa circondariale di Catanzaro per verificare lo stato dei luoghi di lavoro della polizia penitenziaria.

Ad affiancare il segretario generale della Uil durante la visita - è scritto in una nota - ci saranno, tra gli altri, il Segretario Generale della Uil Pubblica Amministrazione Attili, il Segretario Generale della Uil-Pa Penitenziari Sarno ed il Segretario Regionale della Calabria Uilpa Penitenziari Paradiso. Durante la visita sarà effettuato un servizio fotografico che documenterà la situazione lavorativa. Si tratta dell'ennesima tappa di una iniziativa denominata "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori".

Un tour che ha già toccato, in poco più di due anni, circa 50 istituti Penitenziari d'Italia documentando, in numerosissimi casi, le infamanti e difficili condizioni di lavoro cui sono costretti gli agenti penitenziari e le incivili condizioni della detenzione. "Intendiamo contribuire alla diffusione di una verità troppo spesso celata dalle mura di cinta.

I nostri servizi fotografici - spiega Eugenio Sarno, segretario generale della Uil-Pa Penitenziari - sono un momento alto di informazione. Riteniamo che le immagini, molto più delle parole, possano contribuire ad una presa di coscienza collettiva di come sia ancora distante la soluzione al dramma sociale delle condizioni di lavoro e di detenzione nelle nostre carceri. La presenza a Catanzaro, quindi, di Barbagallo ed Attili non solo conferma una storia ultraventennale di attenzione e sensibilità verso il mondo carcerario e di chi ci lavora di tutta la Uil, quant'anche una sollecitazione forte alla politica a risolvere, presto e bene, una questione sociale che, da più parti, è stata definita una vergogna per l'Italia".

Già nel novembre del 2013 una delegazione della Uilpa Penitenziari documentò, attraverso un servizio fotografico, lo stato dei luoghi di lavoro dell'istituto di Siano "ma da aprile dello scorso anno è stato attivato un nuovo padiglione - ricorda Sarno - che sarà il soggetto principale delle nostre rilevazioni fotografiche. Sul punto è bene sottolineare come la burocrazia impedisca di assegnare in via definitiva il personale necessario al funzionamento della nuova struttura e, in attesa di una auspicata revisione delle piante organiche, si è ripiegato sull'escamotage del distacco provvisorio per le 35 unità provenienti da altri istituti penitenziari d' Italia. Così come è intollerabile che a distanza di un anno dalla chiusura del carcere di Lamezia Terme non vi sia ancora un formale decreto ministeriale di dismissione e che a sorvegliare una struttura inattiva vi sia un contingente di 6 unità di polizia penitenziaria che potrebbe essere destinato a compiti operativi più confacenti alle necessità, senza dimenticare - chiosa il Segretario della Uil-Pa penitenziari - l'esigenza del personale che ha perso la sede ad avere un quadro chiaro e certo del proprio futuro lavorativo".

Copie del servizio fotografico effettuato durante la visita saranno distribuite nel corso di una Conferenza Stampa (a cui parteciperanno Barbagallo, Attili e Sarno) che si terrà nella sala conferenze del carcere di Catanzaro alle ore 12.00 di sabato 21 Febbraio 2015. Le foto saranno tutte pubblicabili, avendo già acquisito specifica autorizzazione da parte del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria).

 
Viterbo: detenuto assolto per metadone rubato in carcere, processo si trascinava da anni PDF Stampa
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www.tusciaweb.eu, 10 febbraio 2015

 

Assolto su tutta la linea dall'accusa di aver spacciato eroina in carcere e rubato metadone dall'infermeria. Si trascinava da anni il processo a un quarantenne sardo, detenuto a Mammagialla per omicidio e rapina. Oggi l'assoluzione: per il tribunale di Viterbo non è stato lui a sottrarre dalla cassaforte dell'infermeria le tre fiale di metadone, insieme a un bisturi, dodici lame, pasticche psicotrope e un cucchiaino. Il furto risalirebbe a parecchi anni fa, tra il 2008 e il 2009.

Il principale indiziato diventa il detenuto, trasferito a Mammagialla dalla Sardegna per il suo comportamento turbolento e con alle spalle vent'anni da recluso tra carcere e riformatorio. Praticamente metà della sua vita passata dietro le sbarre. A Mammagialla si dà da fare come addetto alle pulizie e assistente al personale medico. Proprio per questo viene sospettato del furto nell'infermeria del carcere e trovato con una sostanza che, all'apparenza e al narcotest, risultava essere eroina. Ipotesi sconfessata ieri al processo dalla tossicologa incaricata di stendere una perizia proprio sul tipo di sostanza che, a detta del perito, non era stupefacente. La difesa - rappresentata da Carlo Mezzetti - ha sottolineato anche la testimonianza di una guardia carceraria in favore del detenuto: l'esito della perquisizione personale eseguita dall'agente fu negativo. Il detenuto, peraltro, non era tossicodipendente e non faceva uso di metadone.

Dal reato di detenzione ai fini di spaccio di droga è stato assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. Scagionato, invece, dall'accusa di furto aggravato per non aver commesso il fatto.

 
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