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Migranti e sicurezza sociale. Perché è meglio prevenire PDF Stampa
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di Stefano Allievi


Corriere del Veneto, 8 dicembre 2019

 

Ma prevenire, mai? È la prima e più ovvia questione che dovremmo porci, quando si parla di devianza - o delle espulsioni di immigrati che delinquono. E invece è sempre l'ultima. Con il risultato che non capiamo cosa sta succedendo, figuriamoci trovare delle soluzioni sensate. Facciamoci qualche domanda.

Uno. Perché abbiamo tanti immigrati irregolari? È semplice: perché abbiamo chiuso i canali di immigrazione regolari. Se li riaprissimo in base alle esigenze del mercato del lavoro (che ci sono: senza immigrati, settori come il lavoro di cura - badanti, colf, infermiere - agricoltura, logistica, edilizia, turismo - ristorazione e pulizie - e parti significative della manifattura semplicemente chiuderebbero, impoverendoci tutti) avremmo meno immigrazione irregolare, e pure maggiori possibilità di espellere chi delinque, in quanto gli stati d'origine sarebbero obbligati ad accettarli. Se lavorassimo sugli ingressi, ex ante, avremmo molte meno necessità di fare espulsioni, difficili e costose, ex post.

Due. Sono gli immigrati a delinquere? Italiani a parte, non esattamente: sono gli immigrati irregolari - di essi sono soprattutto piene le nostre carceri. Non è l'immigrazione in sé a produrre delinquenza: tanto è vero che abbiamo comunità che hanno specializzazioni criminali significative, e altre che hanno tassi di delinquenza molto inferiori a quelli degli italiani.

Soprattutto, è la condizione di irregolarità che produce occasioni di criminalità: per molti motivi, tra cui la mancanza di alternative. Abbiamo un esempio storico significativo cui riferirci: anni fa, per un certo periodo, i romeni furono al vertice delle classifiche di devianza. Da un anno all'altro - con l'ingresso della Romania nel sistema di libera circolazione (legale) europeo - il tasso di criminalità dei romeni è calato drasticamente. Suggerisce niente?

Tre. La legge ci mette del suo, nel rallentare le espulsioni? Sì. Per esempio, una volta scoperto un comportamento criminale, tocca processare l'individuo anche per immigrazione clandestina, rallentando l'iter dell'espulsione. Sono anni che i magistrati ci chiedono di abolire questo reato. Ma non ne parla nessuno. Perché è stato introdotto in una legge che si chiama Bossi-Fini, e abrogarlo vorrebbe dire ammettere l'errore. Quindi, tutti zitti.

Quattro. Chi delinque, soprattutto? I maschi, giovani, non inseriti nel mercato del lavoro (è così anche per gli autoctoni). Occorrerebbe quindi favorire processi di inserimento nel mercato del lavoro (legale) e di integrazione. Invece si fa l'opposto. Si impedisce l'integrazione e non si consente l'ingresso nel mercato del lavoro a centinaia di migliaia di irregolari - anzi, se ne aumenta il numero riducendo i riconoscimenti tra i richiedenti asilo. Cosa ci si immagina che faccia una persona che non può lavorare regolarmente? Come minimo, farà lavoro nero (che, lo ricordiamo - in un Paese che lo tollera con troppa indulgenza - è un reato); se va peggio, delinque. Il problema è che integrazione=sicurezza, meno integrazione uguale meno sicurezza. A qualcuno interessa, o siamo capaci di parlare solo di espulsioni?

Cinque. Pare che in Veneto qualcuno si sia finalmente svegliato, proponendo un Cie (Centro di identificazione e di espulsione) a Verona. Un posto, cioè, dove mettere chi è stato fermato, in attesa appunto dell'espulsione. Bene, i Cie sono previsti fin dai decreti Minniti, le altre regioni ce li hanno, ma il Veneto ancora no. Risultato: o si lasciano in giro i candidati all'espulsione, o li mandiamo nei Cie altrui. Oggi chi finalmente si accorge che occorre il Cie in Veneto dice che ci vuole mettere solo le persone arrestate in Veneto, con un inedito localismo securitario. Se avessero fatto lo stesso gli altri Cie italiani, noi ci saremmo dovuti tenere i nostri candidati all'espulsione. Forse ci avrebbe fatto bene. Avremmo capito prima.

Sei. Infine: c'è un problema di rispetto delle leggi e di efficacia della repressione, a fronte di un comportamento criminoso? Certo che c'è, ed è gravissimo. Purtroppo vale anche, poniamo, per gli spacciatori e i piccoli delinquenti indigeni. E forse vale la pena lasciarci con un'ultima riflessione. Immaginiamo due fratelli gemelli, emigrati, diciamo, dalla Tunisia o dalla Nigeria: uno emigra a Roma, l'altro a Stoccolma.

E ora rispondiamo a questa semplice domanda: hanno la stessa probabilità di pagare il biglietto dell'autobus? Se avete risposto onestamente, avete anche capito dove volevo andare a parare: ognuno ha gli immigrati che si merita. Facciamoci dunque anche una settima domanda, quella decisiva. Che razza di Paese siamo? Come mai siamo così? E cosa possiamo fare per cambiare?

 
Le sardine nere nel centro di Napoli: "Ministra, abroghi i decreti sicurezza" PDF Stampa
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di Adriana Pollice

 

Il Manifesto, 8 dicembre 2019

 

L'appello dei migranti a Lamorgese. "Il governo rispetti la Cassazione e dia un permesso temporaneo a chi ha fatto ricorso". Oltre 200 "sardine nere" del Movimento Migranti e Rifugiati ieri hanno raggiunto in corteo la questura di Napoli per chiedere il rispetto dei tempi indicati dalla normativa italiana per il riconoscimento della protezione internazionale e il rilascio dei permessi di soggiorno. Ma anche lo stop a richieste di documenti non previsti dalle leggi che, di fatto, servono a gonfiare i dinieghi.

Tra la Stazione centrale e via Medina c'è stato uno scarto non previsto. Le sardine nere hanno invaso i decumani, tra turisti e napoletani in clima natalizio, per raccontare a tutti che la discontinuità tra i due esecutivi Conte per loro è una finzione: "Cambiano i governi e i ministri dell'Interno ma non cambiano le politiche contro i migranti e le fasce più deboli della popolazione". E ancora: "Chiediamo l'immediata abrogazione dei decreti Sicurezza e un cambio di passo all'ufficio Immigrazione che, attraverso la macchina della burocrazia, continua a tenere in un limbo giuridico centinaia di persone e non garantisce l'accesso alla protezione internazionale. Avere il permesso di soggiorno significa poter utilizzare il sistema sanitario, poter contrattare un giusto salario e ribellarsi allo sfruttamento. Non vogliamo essere condannati a vivere come fantasmi nei ghetti delle città".

Giovedì scorso, con gli attivisti dell'Ex opg Je so' pazzo, erano già stati in questura per presentare i punti critici che rendono la richiesta dei documenti un gioco ad handicap fatto per respingere la maggior parte delle domande. Ieri mattina le richieste sono state reiterate ma è chiaro che per ripristinare un clima positivo si attende un segnale dalla ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese.

Il primo punto sul tavolo riguarda il decreto Sicurezza dell'ottobre 2018, convertito in legge nel dicembre successivo: "Molti richiedenti hanno fatto istanza di protezione umanitaria dal 2016 fino a settembre 2018, prima che il governo approvasse la norma che l'ha poi cancellata - spiegano gli attivisti -. Le loro domande sono state esaminate da ottobre 2018 in poi e bocciate perché giudicate alla luce del decreto: una direttiva del Viminale, retto allora da Matteo Salvini, aveva dato disposizione di applicare la legge in modo retroattivo".

Il 13 novembre scorso la Cassazione ha stabilito che il decreto Sicurezza non può essere retroattivo. Tutti quelli che hanno ricevuto il diniego hanno fatto ricorso e dovranno essere riesaminati in commissione: "Una direttiva al di fuori della legge sta provocando ingorghi nei tribunali e lungaggini nelle commissioni, a scapito delle nuove domande - proseguono -. Per superare l'empasse chiediamo al Viminale e alla Commissione asilo di concedere l'umanitaria a chi ha fatto ricorso cancellando così i procedimenti legali e i passaggi in commissione. Se Lamorgese e il nuovo governo vogliono dimostrare di essere in discontinuità con Salvini basta che seguano la strada tracciata dalla Cassazione".

A piazza Municipio le sardine nere sono state raggiunte dal senatore (ex 5S) Gregorio De Falco: "È già singolare che bisogna aspettare la Cassazione per sapere che una legge punitiva non si applica al passato - ha commentato con i manifestanti -. Il governo giallo verde ha picconato lo stato di diritto. I decreti Sicurezza ma anche il reato di immigrazione clandestina vanno aboliti".

In serata le sardine nere sono emerse in flash mob anche a Caserta insieme agli attivisti dell'ex Canapificio: "Frank, Collins, Ibrahim e altre 9 persone, tutti in Italia da 4, 10, 12, 13 anni, questa mattina (ieri, ndr) hanno ricevuto la comunicazione di aver perso il permesso di soggiorno - spiegano - perché è stato applicato in modo retroattivo il decreto Sicurezza". All'Ex Canapificio hanno raccolto 400 casi, al tribunale di Napoli ci sono 6.100 ricorsi pendenti, 9.100 con la Corte d'Appello. "A luglio 2018 ci fu la circolare che dava indicazione di limitare la protezione umanitaria e poi è arrivato il decreto Salvini - spiega Mimma D'Amico -. Il contenzioso legale è destinato a crescere a danno della stessa pubblica amministrazione. L'unica strada è una circolare del Viminale che stabilisca la concessione in automatico del permesso umanitario per due anni a chi ha fatto ricorso".

 
Tra i 40 migranti che resistono a Riace: "Qui non si ride più" PDF Stampa
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di Filippo Femia


La Stampa, 8 dicembre 2019

 

Casa dolce casa. La targa azzurra all'ingresso del Vasaio di Kabul sembra leggere il pensiero di Tsehayneshe. "In Eritrea il mio nome significa sole. Da qualche tempo il sole qui a Riace sembra spento", dice mentre colora una farfalla di terracotta.

Fissa la strada deserta fuori dal negozio e racconta di quando tutto ha iniziato a cambiare: ottobre 2018, poco dopo l'arresto dell'ex sindaco Mimmo Lucano. "Se ne sono andati in tanti, molti amici. Prima le vie erano rumorose, c'era felicità e si ballava. Ora è tutto finito. Ma questa è casa mia e io resto qui".

Tsehayneshe, arrivata nel borgo dell'accoglienza nel 2003, resiste. E come lei 12 famiglie, una quarantina di persone in tutto. Un anno fa erano 450. Hanno visto il modello Riace sgretolarsi, come i colori scrostati dell'anfiteatro all'ingresso del paese. Di fronte a questo arcobaleno giocavano decine di bambini, di ogni provenienza. Ora la piazza di Riace è muta.

"Ma io e mio figlio non ce ne andremo", sussurra Tsehayneshe sorridendo. Vista attraverso i suoi occhi la fine del progetto Sprar è stato l'inizio di un incubo. Ha innescato l'esodo di rifugiati e richiedenti asilo che a Riace vivevano da anni. Alcuni sono stati ospitati in altre città del Sud, molti sono partiti: Belgio, Francia, Germania. Ma da qualche mese la situazione è cambiata. La speranza, ora, ha il profumo intenso delle olive appena spremute. Il frantoio comunitario ha inaugurato grazie alle donazioni raccolte dalla fondazione "È stato il vento".

Gli stessi fondi hanno permesso di riaprire i laboratori artigianali, i pilastri dell'utopia di Mimmo Lucano, celebrata dal regista Wim Wenders e decine di università in tutto il mondo. Nel laboratorio tessile Rafia Munir sta terminando un tappeto di colore viola. In Kashmir, da dove è fuggita nel 2014, faceva la maestra ma per lei è un ritorno alle radici.

"I miei nonni producevano tappeti", racconta. Quando lo Sprar ha chiuso, lei, il marito e due figli sono rimasti senza acqua ed elettricità: "Lucano ci ha trovato una casa, senza di lui non saremmo qui". Da tre settimane è arrivata l'autorizzazione per vendere i prodotti ai pochi turisti che ogni tanto fanno capolino. "Prima era diverso: ogni giorno arrivavano centinaia di persone, ora non si vede quasi nessuno". I laboratori danno lavoro anche agli italiani. Dentro a Gli aquiloni di Kabul, c'è Daniela Pisani, 48enne romana che ha sposato un calabrese.

"L'accoglienza ha fatto rinascere Riace, ma ora rischia di morire di nuovo – dice. Il nuovo sindaco sta smantellando ciò che ha costruito il suo predecessore: non fa un dispetto a Lucano, ma a tutti i riacesi". Si riferisce alla contestata rimozione del cartello "Riace, paese dell'accoglienza", sostituito con uno che raffigura i santi patroni Cosma e Damiano.

Il primo cittadino Antonio Trifoli, eletto 6 mesi fa in una giunta a trazione leghista e dichiarato decaduto, si difende: "Qui non c'è mai stata divisione tra chi era a favore e chi contro l'accoglienza. Lucano ha abbandonato una parte del paese ed è stato punito alle urne. E ha lasciato il Comune in dissesto".

Il paese spaccato Basta percorrere i 9 chilometri di tornanti tra il borgo e la marina per scoprire un'altra Riace. Qui, in 15 anni, Lucano non ha mai vinto. E il sollievo dei cittadini è evidente. "Senza extracomunitari si sta molto meglio", dice Domenico Rullo, 26 anni, operaio edile. "Lucano faceva lavorare solo extracomunitari, con la nuova amministrazione ho già fatto qualche lavoretto: dovrebbe essere così, prima la gente del posto. Io sto con Salvini, non me ne vergogno".

È il simbolo di un paese spaccato in due, lacerato. Mimmo Lucano, intanto, è rientrato dal suo esilio: ad aprile la Cassazione ha annullato il divieto di dimora. Ora deve affrontare un processo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Quando passa in auto, una ragazza seduta al bar lo saluta.

"Chistu è u sindacu meu!", esclama. "Tutti possono sbagliare. E anche se sarà condannato in tribunale, per me è innocente. Quando non avevo una lira in tasca ha aiutato la mia famiglia", racconta. Lucano è da poco rientrato dagli Usa. Ha raccontato il modello Riace alla Library of Congress. "Questo orgoglio non me lo toglierà nessuno - dice: mostrare al mondo cosa siamo riusciti a fare in questo paesino sperduto".

La voglia di lottare non gli manca. "Non conosco i tempi della giustizia, ma fare il sindaco è la cosa che mi ha dato più soddisfazioni. Non mi dispiacerebbe tornare a farlo. Ma prima devo capire cosa pensa la mia gente". La ragazza del bar si improvvisa portavoce dei cittadini e ripete: "Chistu è u sindacu meu".

 
Libia. Tripoli, l'allarme dell'Onu: "Rischio bagno di sangue, avremo milioni di sfollati" PDF Stampa
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di Michela Allegri


Il Messaggero, 8 dicembre 2019

 

Se il conflitto proseguirà il rischio concreto è di un "bagno di sangue a Tripoli" e di "un grande movimento migratorio di popolazioni, ci saranno masse di sfollati che ricadranno in tutti i Paesi vicini, come Niger, Algeria, Tunisia, Sudan". Sono i timori espressi dall'inviato speciale Onu per la Libia, Ghassan Salame, che ha preso la parola ieri al Med Dialogues a Roma.

Un grido d'allarme: i progressi per risolvere la situazione non ci sono, la diplomazia non agisce, le Nazioni Unite si dichiarano impotenti. "Mi spiace dire che nel sistema internazionale ci sono profonde divisioni che hanno impedito al Consiglio di Sicurezza Onu di chiedere un cessate il fuoco - ha detto Salamè - E dall'inizio di questa guerra, il livello delle interferenze esterne in Libia è aumentato in modi diversi, allineamenti diplomatici, armi, sostegno tecnico e approvvigionamento".

L'alternativa a una Libia di pace e prosperità "è orribile", ha concluso l'inviato Onu. La guerra libica ha visto nelle ultime settimane un'accelerazione. Grazie al sostegno militare sempre più consistente di Mosca, che avrebbe inviato armi e centinaia di mercenari, le forze armate di Haftar avrebbero ormai preso il controllo addirittura dell'80 per cento del territorio del Paese e in molti prevedono un prossimo attacco finale per la conquista della capitale, dove il governo di Serraj (riconosciuto dall'Italia e dall'Onu) sembra sempre più a rischio. Sul tema è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, sottolineando che la stabilità della Libia è un tema centrale per l'Italia.

La partita per risolvere il conflitto deve essere diplomatica, ha spiegato Conte: "Lo scenario libico ci vede in prima linea a sostegno dell'Onu anche nell'organizzazione della prossima conferenza di Berlino. Non esiste un'opzione militare risolutiva, solo un processo politico inclusivo potrà condurre ad una stabilizzazione piena e duratura del Paese".

Quello libico "è un dossier su cui non è possibile improvvisare o fare i primi della classe", ha aggiunto il premier, specificando anche di aver chiesto l'aiuto degli Stati Uniti: "Ne ho parlato con Trump, dobbiamo fare di più". Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha espresso la sua preoccupazione e ha detto che la questione libica è prioritaria.

"Continueremo a sostenere con la nostra diplomazia gli sforzi delle Nazioni Unite per ricomporre le crisi attraverso processi politici inclusivi, a partire dalla priorità rappresentata dalla Libia". Intanto in Libia si continua a combattere: ieri ci sono scontri nell'area di Tripoli con raid aerei dello schieramento guidato dal generale Khalifa Haftar e colpi di artiglieria da parte delle milizie del premier Fayez al-Sarraj.

"I caccia hanno eseguito più di sei raid contro una serie di postazioni e basi delle milizie lungo gli assi della capitale": così in un post su Facebook la "Divisione informazione di guerra" dello Lna, l'Esercito nazionale libico di cui Haftar è comandante generale.

Mentre la pagina di "Vulcano di collera", l'operazione delle formazioni filo-Serraj, ha annunciato di avere portato a termine un attacco "contro le basi delle milizie multinazionali del criminale di guerra Haftar negli assi di El-Khalatat e del campo El Yarmouk dopo l'impiego di artiglieria pesante e colpi di mortaio".

 
Iraq. Caccia al manifestante, a Baghdad è una strage PDF Stampa
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di Chiara Cruciati

 

Il Manifesto, 8 dicembre 2019

 

Uomini armati a bordo di pick up sparano sui manifestanti, senza essere fermati. Ma Tahrir non smobilita. Sanzioni Usa alle milizie sciite, ma Washington non fa mea culpa per aver imposto al paese una proto-democrazia settaria. Drone sulla casa di al-Sadr. È notte fonda a Baghdad quando iniziano gli spari. La capitale irachena, venerdì notte, non dorme: presidia piazza Tahrir e i ponti sul Tigri come fa ininterrottamente dal 25 ottobre scorso. All'improvviso il rumore dei motori di minivan e pick up sovrasta le voci dei manifestanti.

È l'inizio del massacro: uomini armati, ufficialmente non identificati, sparano sulla gente. Le persone fuggono in ogni direzione, ma in tanti cadono, raggiunti dai proiettili. Altri dalle coltellate, inferte in un edificio occupato da settimane, il garage al-Sinak, a nord di Tahrir. Era successo anche il giorno precedente, nella piazza: 13 accoltellati, forse 15 (tra loro un giornalista, Ahmed al-Muhenne, morto subito dopo) da infiltrati che tentano di spezzare la fiducia interna all'autogestione.

Il bilancio finale del massacro è di 25 uccisi, oltre 130 feriti e la perdita del controllo del ponte e del garage al-Sinak e di piazza al-Khilani, teatri del bagno di sangue e dell'incendio poi appiccato dagli aggressori. Una perdita, quella, durata poco: ieri mattina in decine di migliaia sono tornati a marciare verso piazza Tahrir e, riporta Shafaq News, "hanno ripreso il controllo del ponte al-Sinak, del garage, di piazza al-Khilani, dei vicoli di al-Rashid Street".

Non cedono i manifestanti, neppure di fronte a una ferocia senza precedenti coperta dallo Stato. In tanti, ieri, su Twitter si chiedevano come fosse possibile che gang simili superino gli innumerevoli checkpoint militari, scorrazzino nel centro della capitale, aprano il fuoco sulla folla e scappino senza che nessun poliziotto o militare intervenga.

La risposta la danno alcuni manifestanti: lo Stato non vuole impedire la violenza. Vuole smobilitare la rivoluzione, ma le reazioni non sono quelle desiderate. Ieri gli scioperi sono proseguiti in tutto il centro-sud e il presidio di Tahrir si è riempito di nuovo, nonostante il bilancio delle vittime dal primo ottobre scorso cresca a velocità impressionante insieme alle candele, i fiori e le foto degli uccisi. Oltre 460 morti, 17mila feriti per mano dalla polizia o dei miliziani sciiti, proiettili e candelotti lacrimogeni sparati in testa.

Ieri il ministero dell'Interno ha annunciato un'inchiesta e, secondo Shafaq, la commissione parlamentare per la sicurezza ha convocato per oggi quattro generali, i comandanti di aviazione, polizia, 11esima unità dell'esercito e di quella per Baghdad. Nelle stesse ore a Najaf la casa del leader religioso sciita Moqtada al-Sadr, campione di arrampicata su qualsiasi forma di protesta popolare lo possa favorire, veniva colpita un drone. La sua cerchia non ha tardato a individuare il movente nel sostegno alla mobilitazione: poco prima unità sadriste erano state dispiegate a Baghdad a protezione dei manifestanti, fa sapere il suo portavoce.

Lui, al-Sadr, non era a casa ma in Iran, potenza da cui ha sempre detto di volersi distanziare (avvicinandosi invece alle monarchie sunnite) ma che da qualche tempo frequenta di nuovo, guarda caso mentre il parlamento cerca di individuare un primo ministro che sostituisca il dimissionario Abdul Mahdi, caduto in disgrazia. Secondo fonti Usa, il potente generale iraniano Soleimani, capo delle Guardie rivoluzionarie e tacciato di essere il "premier" del governo ombra con cui Teheran gestisce il vicino Iraq, sarebbe a Baghdad in questi giorni per dare forma al nuovo esecutivo.

Venerdì contro le milizie sciite filo-iraniane - che dopo la lotta vinta all'Isis si sono fatte partito e sono entrate in parlamento - la Casa bianca ha emesso sanzioni economiche più dal sapore anti-iraniano che per un sincero interesse verso la repressione della protesta popolare: nella lista nera sono finiti i fratelli Qais e Laith al-Khazali, leader delle Asaib Ahl Al-Haq, e Hussein al-Lami, capo della sicurezza delle al-Hashd ash-Sha'bi. Sono sanzioni facili, che non danno conto del ruolo di primo piano degli Stati uniti nell'imporre all'Iraq una proto-democrazia, un sistema di potere settario, diviso tra etnie e confessioni, in cui ogni élite distribuisce favori e privilegi ma non diritti. Una buona notizia, però, c'è: i manifestanti, a milioni, e la loro rivoluzione laica ed egualitaria non solo non lasciano le strade ma non si fanno incantare dai canti di sirena. Né da quelli di al-Sadr, né di Teheran, né tanto meno da quelli statunitensi. Il loro obiettivo è un paese nuovo, in cui non ci sia spazio per posizioni di rendita, corruzione, ingerenze esterne e diseguaglianza.

 
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