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Migranti. La grande secca delle rimesse PDF Stampa
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di Danilo Taino

 

Corriere della Sera, 2 luglio 2020

 

La pandemia, per esempio, sta portando un colpo terribile alle rimesse degli emigranti, con conseguenze globali piuttosto gravi. Nei Paesi più poveri, i disastri non arrivano mai da soli: viaggiano accompagnati da altri guai, che poi colpiscono a cascata.

La pandemia, per esempio, sta portando un colpo terribile alle rimesse degli emigranti, con conseguenze globali piuttosto gravi. Secondo la Banca Mondiale, nel 2018 i flussi di denaro che i migranti hanno inviato alle famiglie rimaste nei loro Paesi di origine hanno toccato i 350 miliardi di dollari. Si tratta di gran lunga della maggiore fonte di reddito estera per gli Stati a basso reddito e fragili: si confrontano con i 150 miliardi di investimenti esteri netti diretti, i cento miliardi di aiuti allo sviluppo e praticamente allo zero degli investimenti di portafoglio.

Quest'anno, la Banca Mondiale prevede che le rimesse crolleranno di circa cento miliardi di dollari, più o meno il 20% rispetto all'anno scorso. Per alcuni Paesi, quelli più dipendenti da questa fonte di reddito, il crollo sarà drammatico in sé. Per il Tajikistan, le rimesse costituiscono (costituivano) il 35% del Pil, per Bermuda il 32%, per Tonga il 28%, per il Kirghizistan il 27%, per il Nepal e il Lesotho il 26%, per Haiti il 24%, per la Moldavia il 23%, per il Salvador il 19%, per Samoa il 17%. Per questi e per altri Paesi, il prosciugarsi del flusso, causato dalla perdita di lavoro degli emigrati, aprirà problemi estremamente seri.

Innanzitutto, milioni di famiglie dipendenti dal denaro che arriva dai loro parenti all'estero stanno perdendo reddito di sussistenza. Ma succede anche che le rimesse hanno solitamente una funzione anticiclica: quando un'economia fragile va male, per ragioni di finanza o per catastrofi naturali, il denaro che arriva dai migranti ha un effetto stabilizzante.

In questo caso, la pandemia annulla però questo effetto: gli Stati colpiti dalla crisi economica da virus non potranno contare sulle rimesse, avendo molti degli emigrati perso a loro volta il lavoro. Questi espatriati, fino a sei mesi fa fonti di reddito, potrebbero addirittura vedersi costretti a lasciare il Paese ospite e a tornare a casa ad allargare l'esercito dei disoccupati. Un'analisi del Fondo monetario internazionale ha segnalato che un deflusso di lavoratori è probabile dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Le rimesse sono state nei decenni scorsi parte del grande fiume della globalizzazione che ha alimentato di risorse i Paesi più poveri. Fiume che ora rischia di finire in secca.

 
Regeni, i genitori: "Un fallimento l'incontro con i pm del Cairo, richiamare l'ambasciatore" PDF Stampa
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di Giuliano Foschini

 

La Repubblica, 2 luglio 2020

 

I magistrati egiziani hanno nuovamente chiesto a quelli italiani informazioni sull'attività di Giulio. "Un gesto offensivo". Doveva essere l'incontro della verità. E invece è stata l'ennesima presa di tempo: dopo quattro anni e mezzo dall'omicidio e 14 mesi dall'ultima rogatoria, non c'è ancora nessuna svolta nell'inchiesta egiziana sulle torture, il sequestro e l'assassinio di Giulio Regeni. "Un'offesa" dicono i genitori del ricercatore italiano ucciso al Cairo nel gennaio del 2016. Il procuratore generale del Cairo, Hamada Elsawi, non ha infatti ieri dato alcuna risposta al procuratore capo di Roma Michele Prestipino e al sostituto Sergio Colaiocco rispetto alle 12 richieste fatte nella rogatoria inviata ad aprile nello scorso anno, nell'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.

Domande, alcune banali, come l'elezione del domicilio, che permetterebbero però alla procura di Roma di processare i cinque agenti della National security indagati per il sequestro di Giulio. "Il procuratore generale egiziano ha assicurato - si legge nella nota inviata al termine dell'incontro avvenuto in video conferenza - che sulla base del principio di reciprocità le richieste avanzate dalla procura di Roma sono allo studio per la formulazione delle relative risposte".

In compenso gli egiziani hanno chiesto, per la prima volta, nuove indagini sul ruolo svolto da Giulio Regeni durante la sua ricerca, nonostante la stessa National security, il servizio segreto civile egiziano, avesse già certificato l'assoluta trasparenza del comportamento del ricercatore italiano. "Hanno formulato - si legge nella nota - alcune richieste investigative finalizzate a meglio delineare l'attività di Regeni in Egitto".

"Il procuratore di Roma - scrivono i magistrati - ha assicurato che, come già avvenuto dopo l'incontro di gennaio, la procura italiana risponderà in pochi giorni alla richieste egiziane. E ha insistito - si legge ancora nella nota - sulla necessità di avere riscontro concreto, in tempi brevi, alla rogatoria avanzata nell'aprile del 2019 ed in particolare in ordine all'elezione di domicilio da parte degli indagati, alla presenza e alle dichiarazioni rese da uno degli indagati in Kenya nell'agosto del 2017".

I genitori di Giulio sono molto delusi. "A leggere il comunicato della procura di Roma è evidente che l'incontro virtuale di oggi con la procura egiziana è stato fallimentare" dicono in una nota Paola e Claudio Regeni, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini. "Gli egiziani non hanno fornito una sola risposta alla rogatoria italiana sebbene siano passati ormai 14 mesi dalle richieste dei nostri magistrati. E addirittura si sono permessi di formulare istanze investigative sull'attività di Giulio in Egitto. Istanze che oggi, dopo quattro anni e mezzo dalla sua uccisione, senza che nessuna indagine sugli assassini e sui loro mandanti sia stata seriamente svolta al Cairo, suona offensiva e provocatoria. Nonostante le continue promesse non c'è stata da parte egiziana nessuna reale collaborazione. Solo depistaggi, silenzi, bugie ed estenuanti rinvii". La questione ora diventa evidentemente politica. Il Governo italiano aveva dato rassicurazioni sulla collaborazione egiziana, anche alla vigilia della vendita delle due fregate militari al Governo di Sisi. Le aveva date alla famiglia Regeni ma anche all'opinione pubblica italiana.

"Il tempo della pazienza e della fiducia è ormai scaduto - dicono però i Regeni - Chi sosteneva che la migliore strategia nei confronti degli egiziani per ottenere verità fosse quella della condiscendenza, chi pensava che fare affari, vendere armi e navi di guerra, stringere mani e guardare negli occhi gli interlocutori egiziani fosse funzionale ad ottenere collaborazione giudiziaria, oggi sa di aver fallito. Richiamare l'ambasciatore oggi è l'unica strada percorribile. Non solo per ottenere giustizia per Giulio e tutti gli altri Giulio, ma per salvare la dignità del nostro Paese e di chi lo governa".

 
Regeni, tempo scaduto PDF Stampa
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di Carlo Bonini

 

La Repubblica, 2 luglio 2020

 

In questi quattro anni, la ricerca della verità sui responsabili dell'omicidio di Giulio Regeni ha conosciuto giornate buie. Persino drammatiche. Ma è difficile ricordarne una peggiore di quella vissuta ieri. Perché da qualunque parte lo si voglia osservare, l'esito della "conference call", il vertice da remoto, tra il procuratore generale egiziano Hamada Al Sawy e i nostri procuratori Michele Prestipino e Sergio Colaiocco è uno schiaffo senza precedenti non solo a una famiglia, ma ad un intero Paese. Dunque, la conferma che il tempo dell'attesa è scaduto.

L'accidia con cui l'Egitto pospone ancora una volta a data da destinarsi le risposte ad una rogatoria che pende da 14 mesi e da cui dipende la legittimità e l'agibilità di un futuro processo nei confronti di cinque funzionari dell'intelligence egiziana è pari infatti solo alla protervia delle richieste in 14 punti avanzate dal Cairo alla nostra Procura sulla figura di Giulio.

Sulle ragioni del suo soggiorno in Egitto, sulla natura dei suoi rapporti in quel Paese, sulle testimonianze rese da chi gli era vicino, su ciò che conservava la memoria del suo computer portatile. Perché in quelle domande - che per giunta hanno trovato da tempo risposta negli atti già nella disponibilità della Procura egiziana - non c'è solo la prova dell'evidente strumentalità di una mossa concepita solo per prendere altro tempo. C'è qualcosa di più e di peggio.

C'è l'odioso riproporsi del veleno con cui l'Egitto, quattro anni fa, aveva tentato una prima intossicazione dell'inchiesta. L'ipotesi, cioè, che la vita e il lavoro trasparenti di un ricercatore universitario italiano nascondessero da qualche parte inconfessabili rapporti con l'intelligence inglese. Che Giulio fosse una spia, insomma. Ipotesi, per altro, che il precedente procuratore generale egiziano, Nabil Sadeq, aveva ufficialmente escluso con un atto formale che celebrava Giulio quale "ambasciatore di pace nel mondo".

Nella mossa egiziana c'è evidentemente del metodo. Confondere le acquisizioni di quattro anni di cooperazione giudiziaria e rimettere in discussione la figura di Giulio, significa infatti porsi nelle condizioni di poter riavviare un estenuante suk diplomatico in cui ricominciare a negoziare un possibile punto di caduta dell'inchiesta giudiziaria sulla base di nuovi presupposti. Ma nella mossa egiziana - e questo è quel che più conta - c'è anche tutta la drammatica improvvisazione, debolezza e balbettio della gestione di Palazzo Chigi e della Farnesina di questa vicenda.

Conte, a inizio giugno, pur essendo stato avvertito da un azionista di peso della sua maggioranza come il Pd circa l'azzardo in cui si stava infilando, si è consegnato senza alcun "piano b" alle generiche assicurazioni di Al Sisi sulla volontà di riprendere la cooperazione giudiziaria, come se una vicenda di questo genere si risolvesse sul piano dei rapporti personali tra capi di governo. Mentre Luigi Di Maio ha scommesso in modo miope che spostare ogni volta più in là il momento delle decisioni lo avrebbe messo prima o poi in una condizione di maggior forza o, comunque, di minor svantaggio.

Senza capire che aver invocato per due anni "conseguenze" (mai arrivate) in mancanza di "cambi di passo" (lo ha fatto anche ieri dopo averlo fatto la prima volta nel 2018, da vicepremier di un governo giallo-verde), rinunciare anche solo a chiedere a Londra una collaborazione diplomatica attiva nei confronti del Cairo, ha soltanto contribuito a convincere definitivamente il Cairo che Roma brandiva una pistola semplicemente scarica.

Ora tutto diventa ancora più complicato. E lo spettacolo di queste ore ne è avvisaglia. Per quel che è possibile intuire, Di Maio tenterà di sfilarsi dall'angolo in cui si è cacciato richiamando per consultazioni il nostro ambasciatore (riproponendo così una mossa identica a quella decisa dal governo Renzi nel 2016).

Ed è altrettanto probabile che a qualcuno sarà chiesto conto della Caporetto diplomatica di Palazzo Chigi. Facciamo una previsione: il direttore del Dis Gennaro Vecchione, amico e gran consigliori del premier. Regista silente della vendita delle fregate al Cairo e della restituzione degli indumenti di Giulio che di Giulio non erano.

 
Stati Uniti. 1.334 prigionieri nei bracci della morte in violazione dei diritti umani PDF Stampa
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di Riccardo Noury

 

Corriere della Sera, 2 luglio 2020

 

Il diritto internazionale non prevede un divieto assoluto nei confronti della pena di morte. Con lo sviluppo dei trattati e delle convenzioni, sono stati posti alcuni limiti: ad esempio, la proibizione di mettere a morte persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni o il principio che la pena capitale debba essere riservata solo "ai reati più gravi", ossia quelli che riguardano fatti di sangue.

Altri limiti sono stati posti da organi sovranazionali. Da ultima, la Commissione interamericana dei diritti umani (che, nell'ambito dell'Organizzazione degli stati americani ha il compito di valutare possibili violazioni da parte degli stati membri), è intervenuta stabilendo che la permanenza da oltre 27 anni di un detenuto nel braccio della morte della California viola gli obblighi internazionali degli Usa. La Commissione ha fatto riferimento a una sua precedente dichiarazione, risalente al 2018 e riferita a un detenuto del Missouri, nella quale aveva scritto nero su bianco che "trascorrere 20 anni nel braccio della morte è una pena eccessiva e inumana".

Il Death penalty infomation center, uno dei riferimenti del movimento abolizionista statunitense ha fatto alcuni calcoli: 1334 detenuti in 26 stati degli Usa oltre che nelle giurisdizioni federali civili e militari, si trovano illegalmente nel braccio della morte.

Quasi un terzo di questi, 429, si trova in California, stato che peraltro ha introdotto nel 2019 una moratoria sulle esecuzioni; 192 sono in Florida, 95 nel North Carolina. Al 1° gennaio 2020 la popolazione complessiva dei bracci della morte degli Usa era di 2620 prigionieri. Tre ex condannati graziati - Paul Browning in Nevada, Henry McCollum nel North Carolina e Glenn Ford in Louisiana - hanno atteso 30 anni prima che venisse annullata la loro condanna a morte.

 
La Svizzera condannata dalla Cedu per il suicidio di un detenuto PDF Stampa
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mattinonline.ch, 2 luglio 2020

 

La Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ha accolto il ricorso di una madre il cui figlio si era suicidato nel 2014 nella sua cella di Urdorf, nel canton Zurigo. Secondo i giudici di Strasburgo, la polizia non ha preso misure sufficienti per evitare che il quarantenne si faccia del male. L'uomo aveva avuto un incidente mentre era sotto l'influsso di alcol e farmaci. Ha confessato alla polizia e a sua madre, chiamata sulla scena del crimine, di aver avuto pensieri suicidi. Dopo un esame del sangue in ospedale, era stato messo in una cella non sorvegliata a Urdorf.

Il Tribunale cantonale di Zurigo non ha rilasciato l'autorizzazione necessaria per un'indagine penale. Il Tribunale federale ha confermato la sentenza e respinto il ricorso della madre. Le conclusioni del Ministero pubblico secondo cui non vi era un sospetto apprezzabile di comportamento punibile erano state giudicate corrette.

Un punto di vista che la Cedu non condivide. Secondo quanto riferito, la polizia non ha preso misure sufficienti per proteggere l'uomo. Lo hanno trattato come una persona responsabile, anche se dalle sue condizioni e dalle sue dichiarazioni risultava chiaro che aveva tendenze suicide.

Inoltre, si sarebbe dovuta svolgere un'indagine penale, ha concluso la CEDU. Né il Tribunale cantonale di Zurigo né il Tribunale federale hanno tenuto conto del rapporto medico legale nelle loro considerazioni. Quest'ultimo stabilisce che l'uomo avrebbe dovuto essere sotto sorveglianza. Per la Cedu, questa è un'indicazione sufficiente per un possibile comportamento punibile.

 
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