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Prima del morto roghi e fughe: "Gradisca è una polveriera" PDF Stampa
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di Vincenzo Bisbiglia


Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2020

 

Cresce l'allarme sul Centro di detenzione in cui è spirato il georgiano Enukidze. Il Siulp: "In un mese 40 tra incendi e atti vandalici, non dovrebbe gestirlo la polizia". Quaranta atti vandalici gravi. Materassi bruciati, porte sfondate, strutture danneggiate. Tre tentativi di fuga, di cui due riusciti, solo a gennaio. E poi risse quotidiane e atti di autolesionismo. Il tutto a poco più di un mese dall'inaugurazione.

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Politica e magistratura. Il processo penale non risolve tutto PDF Stampa
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di Giuseppe Pignatone


La Stampa, 26 gennaio 2020

 

"L'equilibrio (perduto) dei poteri" è il titolo di un recente articolo di Angelo Panebianco sul rapporto tra politica e magistratura. Rapporto che - argomenta Panebianco - sarebbe cambiato una trentina di anni fa con il passaggio dalla Prima Repubblica, la Repubblica dei partiti, in cui "semplicemente l'ordine giudiziario era subordinato al potere politico", all'attuale Repubblica "giudiziaria" che vedrebbe la situazione capovolta.

Questa analisi, ormai ampiamente diffusa, costituisce anche la base per le frequenti accuse mosse alla magistratura nel suo insieme - in particolare a Procure e singoli magistrati - di avere ampliato a dismisura il proprio campo di azione e di abusare del potere conferitole sia per acquisire vantaggi personali e di categoria sia, ipotesi ben più grave, per condizionare aspetti fondamentali della vita del Paese.

Va detto subito, con onestà, che di abusi ce ne sono. E sono proprio le cronache giudiziarie a darne conferma (il che indica, comunque, lo sforzo della stessa magistratura per fare pulizia al suo interno). Credo, però, che ricondurre a banali smanie di protagonismo o, peggio, a un raffinato disegno strategico protratto per decenni, un fenomeno rilevante come l'eccesso di intervento dei magistrati nella vita politica, economica e sociale del Paese, sia un eccesso di semplificazione dettato da esigenze polemiche.

E, quel che più importa, una tesi errata nella sostanza. Un fenomeno diffuso Innanzitutto il fenomeno non è solo italiano, ma caratterizza il mondo occidentale nel suo complesso. L'espressione "democrazia giurisdizionale" fu coniata dal ministro francese della Giustizia Robert Badinter già nel 1981 e tutti ricordiamo esempi clamorosi come l'esito delle elezioni presidenziali americane del 2000, decise dalla Corte Suprema, o la recentissima sentenza con cui la magistratura inglese ha annullato la sospensione dei lavori del Parlamento di Westminster deciso dalla Regina su richiesta del premier Boris Johnson.

In realtà, le cause profonde della dilatazione dell'intervento giurisdizionale sono comuni a tutte le democrazie avanzate perché le risorse disponibili non sono sufficienti a far fronte alla richiesta crescente per il soddisfacimento di esigenze, individuali e collettive, percepite ormai come diritti che giustificano il ricorso al giudice.

Nella stessa direzione spinge la diminuzione del senso di appartenenza a una comunità in cui ai diritti degli uni corrispondono i diritti degli altri, che li limitano creando dei doveri. In queste condizioni la politica, spesso molto debole per un insieme di ragioni, non riesce più a dettare regole chiare, ma si limita a dare indicazioni di massima, non di rado incerte e tra loro contraddittorie, per non scontentare nessuno degli attori e degli interessi in gioco.

In definitiva, il potere legislativo lascia l'interpretazione e l'applicazione concreta al giudice. Il quale, peraltro, si trova ormai prigioniero "nel labirinto" delle leggi - come lo ha definito il giurista Vittorio Manes - perché alle norme statali si aggiungono e sovrappongono, non sempre coerentemente, quelle locali, quelle europee e quelle che derivano da convenzioni internazionali.

La vicenda dell'Ilva di Taranto, nella sua drammaticità, è emblematica di questo "labirinto", così come lo sono le questioni relative ai cosiddetti nuovi diritti in materia di bioetica. In questo contesto, la certezza e la prevedibilità delle decisioni diventa un mito e diventa facile - ma anche ingiusto e mistificante - riversare sempre e per ogni caso la colpa sui magistrati.

Sulla dilatazione del ruolo del giudice incide poi la convinzione che attraverso la sanzione penale, che dovrebbe essere l'extrema ratio, si possano risolvere i problemi sociali, evitando alla politica di assumere decisioni scomode, con il conseguente rischio di perdere consensi. Il legislatore, spesso inseguendo o addirittura favorendo l'emotività sociale, aumenta le pene e moltiplica le figure di reato, creando così ulteriori spazi di intervento della magistratura.

Ma nemmeno questo è un fenomeno recente né solo italiano, tanto che "la missione di limitare e contenere tali tendenze" è stata indicata come fondamentale da Papa Francesco già nel 2014, nel discorso al congresso mondiale degli studiosi di diritto penale. In questo quadro, si inseriscono le peculiarità della situazione italiana, con particolare riferimento alla giustizia penale.

Non si può, infatti, dimenticare il ruolo che la magistratura - investita da questa sorta di delega implicita - ha svolto nel combattere i grandi fenomeni criminali del Paese, che sono spesso anche fenomeni sociali, a cominciare dal terrorismo (contro il quale però, almeno da un certo punto, si sono impegnate in modo decisivo anche le forze politiche e sociali). Ma la questione che ritengo decisiva è quella del contrasto a mafia e corruzione.

La fase cruciale, cui evidentemente fa riferimento lo stesso Panebianco, inizia nella seconda metà degli anni Ottanta, con il maxiprocesso di Palermo, e il momento decisivo è il 1992, l'anno di Mani pulite, ma anche delle stragi. Il passo indietro Nel contrasto a mafia e corruzione, la delega è stata, io credo, più ampia. E forte la sensazione che la classe politica restasse un passo indietro. Fino al verificarsi di una perversa illusione ottica che ha indotto una parte (non disinteressata) della stessa classe politica e una quota dell'opinione pubblica a ritenere che il magistrato potesse essere un'autorità morale, che non si limitasse a decidere sui reati, ma anche su ciò che è giusto o ingiusto.

E così che in questi decenni abbiamo visto crescere - anche per volontà della politica, che in nome del popolo fa le leggi e fissa regole e compiti - una magistratura forte e indipendente che ha conseguito notevoli successi nel contrasto ai fenomeni criminali, anche pagando prezzi altissimi, come testimonia il lungo elenco di magistrati uccisi nell'adempimento del dovere. Naturalmente, aver delegato alla magistratura compiti così importanti, ma insieme così difficili e insidiosi (non solo per l'incolumità, ma anche per le lusinghe e le liaison dangereuses di cui corrotti e mafiosi sono maestri), ha inevitabilmente provocato episodi di degenerazione e persino una "questione morale", com'è stata definita dalla stessa Associazione Magistrati, sulle cui dimensioni si confrontano, ovviamente, opinioni differenti.

Questa forza, quest'indipendenza, quest'ampiezza di compiti e la dotazione dei penetranti strumenti per soddisfarli, ha finito per provocare un'opposizione crescente di settori sempre più ampi della società. Non solo perché la decisione del magistrato scontenta sempre almeno una delle parti in causa, ma soprattutto perché egli deve oggi intervenire in materie che vedono in gioco interessi enormi e, come detto, non regolamentate in modo chiaro e specifico.

In altri casi gli è richiesta la ricostruzione di fatti e vicende di estrema complessità, anche lontani nel tempo, ma quasi sempre con forti richiami a sensibilità attuali, accese, divisive. Le decisioni assunte presentano così, inevitabilmente, margini di discrezionalità e opinabilità che rendono più frequenti le discrepanze fra le diverse fasi previste dal processo e inevitabili le critiche, anche violente, al di fuori di esso.

La situazione è poi aggravata da un'opposizione sistematica all'azione della magistratura, un'avversità preconcetta che spesso prescinde dal merito, alimentata da uno schieramento che comprende partiti, organi di informazione e settori di opinione pubblica, mentre una tifoseria contrapposta, in modo altrettanto sbagliato, esalta comunque e in ogni caso l'operato dei magistrati, che viene quindi utilizzato - con o senza il loro consenso - nella lotta politica.

Il risultato è oggi davanti agli occhi di tutti: viene messa in dubbio l'imparzialità dei magistrati, dapprima dei pubblici ministeri ma ormai anche dei giudici, la cui credibilità è invece un bene prezioso per la democrazia. Tra le cause di queste perverse dinamiche, un ruolo decisivo ricopre il carattere sistemico di alcuni fenomeni criminali che affliggono l'Italia, senza riscontri di pari gravità negli altri Paesi europei e la cui sconfitta è per noi di vitale importanza, mentre rientrano solo a fasi alterne tra le priorità nazionali.

Al di là delle indispensabili riforme processuali, c'è quindi da sperare che si riduca progressivamente l'affidamento alla magistratura di compiti ulteriori e diversi da quelli suoi propri. E che, secondo l'auspicio formulato - quasi senza sperarci - da Angelo Panebianco, maturi anche in Italia "un pubblico democraticamente avvertito ed esigente, consapevole che qualunque potere, sia esso politico, giudiziale odi altro tipo, è pericoloso per la comunità se non è limitato".

 
Durata del processo e stop alla prescrizione, è lite toghe-penalisti PDF Stampa
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Il Messaggero, 26 gennaio 2020


L'Anm: "idea brutale fissare tempi rigidi per i procedimenti". Caiazza: "Irricevibile è l'abrogazione delle garanzie". Evitare una corsa contro il tempo per chiudere i processi e dichiarare "irricevibili" e "brutali" le sanzioni per i magistrati che non siano in grado di rispettare ritmi serratissimi.

È il messaggio che l'Associazione nazionale magistrati consegnerà mercoledì al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nell'incontro in programma per discutere della bozza di riforma del processo penale, come sottolinea il presidente dell'Anm, Luca Poniz.

La presa di posizione dell'associazione delle toghe accende la polemica con i penalisti: "Prendiamo atto che l'Associazione nazionale magistrati improvvisamente giudica le proposte di riforma del processo penale del ministro Bonafede "brutali e irricevibili" non appena esse prevedono sanzioni disciplinari per i magistrati che non rispettino tempi predeterminati di durata dei processi", dice il presidente dell'Unione delle Camere Penali, Gian Domenico Caiazza.

E aggiunge: "Anche i penalisti italiani sono convinti che fissare velleitariamente termini di durata dei processi e sanzionarli, per di più non con decadenze processuali ma con improbabili sanzioni disciplinari, sia inutile. Tuttavia, ci sarebbe piaciuto che l'Anm giudicasse altrettanto "brutale e irricevibile" l'abrogazione della prescrizione. Evidentemente per Anm la difesa della corporazione vale molto di più della difesa dei diritti fondamentali dell'imputato".

Nei giorni scorsi la richiesta di una forte presa di posizione, attraverso una "mobilitazione" dell'Anm contro il progetto di riforma, era arrivata da Aerea, il gruppo dei magistrati progressisti, e da Magistratura Indipendente, la corrente moderata. Si era ipotizzata una protesta da attuare in occasione delle cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario che si terranno il primo febbraio in tutti i distretti di Corte d'appello.

Ma la mobilitazione per adesso non ci sarà. Ci sarà invece un confronto diretto con il ministro. Per il segretario dell'Anm, Giuliano Caputo, stabilire a priori tempi obbligati, in assenza di nuove risorse per garantire la durata ragionevole del processo, è "una sorta di messa in mora" per i magistrati, e "significa essere del tutto sganciati dalla realtà".

 
Ira per le multe anti-ritardi. Le toghe: scelta demagogica PDF Stampa
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di Virginia Piccolillo


Corriere della Sera, 26 gennaio 2020

 

No al piano Bonafede per sveltire i processi. Prescrizione, protesta dei penalisti. "Brutale. Irricevibile. Demagogica": all'incontro di mercoledì prossimo con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, l'associazione nazionale magistrati si presenterà agguerrita.

Perché nella riunione del comitato direttivo centrale convocato ieri, si è messo a punto il parere sulla riforma Bonafede e sono state espresse critiche pesanti. Soprattutto nella parte in cui prevede tempi predeterminati per la durata dei procedimenti, tra i 4 e i 5 anni, e sanzioni ai magistrati che non li rispettano.

Lo hanno detto chiaramente il presidente, Luca Poniz, e il segretario, Giuliano Caputo, auspicando di avere un testo in occasione dell'incontro ("leggiamo anticipazioni ma nessuno ce lo ha sottoposto") e di poterlo analizzare. Ma se la lettura non smentirà quelle anticipazioni la risposta sarà un "no" netto. Quella delle sanzioni ai magistrati è "una valutazione demagogica che dà l'idea di una predeterminazione dei tempi, come se il mancato rispetto dipendesse dai magistrati, una sorta di negligenza staccata da valutazioni fattuali", spiega Poniz.

E Caputo rincara: "C'è una sorta di messa in mora, del tutto sganciata dalla realtà, che mette a rischio anche la tutela dei diritti. La durata dei processi dipende infatti pure dallo scrupolo dell'accertamento dei fatti".

E Poniz subito dopo aggiunge: "Ci sono meccanismi che ci vedono favorevoli e che noi stessi avevamo offerto come possibili contributi ma il brutale contingentamento non può esser fatto digerire come contropartita alla riforma della prescrizione". La linea è tracciata: "Mercoledì parleremo di tutto questo.

E diremo che noi magistrati rifiutiamo l'idea che se contestiamo una parte della riforma e siamo favorevoli a un'altra siamo tirati per la giacchetta, come chi sta dentro o fuori quella parte politica", chiarisce Poniz, alludendo alla riforma della prescrizione. L'Anm l'aveva accolta con favore. E aveva anche respinto l'ipotesi di incostituzionalità del cosiddetto "lodo Conte", che ammorbidirebbe la nuova norma, prevedendo l'interruzione dei termini solo peri condannati in primo grado e non anche per gli assolti.

"Siamo su questa posizione da sempre - ha ricordato Poniz - a prescindere da questo o quel "lodo"". Ma ha giudicato irricevibile l'idea che visto che la prescrizione non ci sarà più, "un imputato resterà imputato a vita. Come se un magistrato decidesse il destino di una persona in base al meccanismo del calcolo della prescrizione".

Contro la riforma della prescrizione protestano invece i penalisti, che il 28 gennaio torneranno ad astenersi dalle udienze e manifesteranno davanti alla Camera con una nuova maratona oratoria. Il presidente dell'Unione camere penali, Giandomenico Caiazza, rimarca: "Prendiamo atto che l'Anm improvvisamente giudica le proposte Bonafede "brutali e irricevibili" non appena esse prevedono sanzioni disciplinari per i magistrati che non rispettino tempi predeterminati di durata dei processi.

Ci sarebbe piaciuto giudicasse altrettanto "brutale e irricevibile" l'abrogazione della prescrizione prima ancora della riduzione dei tempi del processo in spregio del principio costituzionale del diritto della ragionevole durata. Evidentemente per Anm la difesa della corporazione vale molto di più della difesa dei diritti fondamentali dell'imputato".

 
Quattro anni fa la morte di Regeni: delitto e depistaggi, tanti i punti oscuri PDF Stampa
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di Michela Allevi


Il Messaggero, 26 gennaio 2020

 

Fiaccolate in tutta Italia per chiedere verità e giustizia. La madre: "grazie a chi ci sta vicino, non ci arrendiamo". Migliaia di fiaccole per illuminare un silenzio assordante: quello sulla verità, che ancora manca, sul sequestro del ricercatore Giulio Regeni, avvenuto al Cairo, in Egitto, il 25 gennaio del 2016.

Giulio era stato trovato morto una settimana dopo e sul suo corpo c'erano evidenti segni di tortura. Da quel giorno sono passati quattro anni e non ci sono risposte. La procura di Roma, che ha indagato sette agenti dei Servizi egiziani per sequestro di persona, ha aperto una seconda inchiesta per le pressioni ricevute al Cairo dal consulente egiziano della famiglia di Regeni da parte di esponenti della National Security.

Intanto ieri sono state organizzate fiaccolate in tutta l'Italia in ricordo del giovane ricercatore. A Fiumicello, in provincia di Udine, paese natale del ricercatore, sono state appoggiate a terra 4 mila piccole candele, una per ogni anno passato dalla scomparsa di Regeni. Il 25 gennaio 2016 alle 19.41, il giovane inviò il suo ultimo messaggio dal Cairo. Poi, di lui non si seppe più nulla fino al 3 febbraio, quando il suo cadavere fu trovato abbandonato su una strada tra la capitale e Alessandria d'Egitto.

Da quel giorno la famiglia chiede giustizia. C'erano anche i genitori e la sorella di Giulio alla fiaccolata di Fiumicello, con la madre che su Facebook ha ringraziato "chi ci sta vicino". E c'era anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che ha ribadito che il caso Regeni è una "questione di Stato che non sarà mai abbandonata, fin quando non otterremo i colpevoli" e ha invitato le istituzioni a "essere un'unica voce".

L'auspicio è che "il 2020 sia l'anno della verità". In piazza, tra centinaia di persone, c'era anche il presidente della Commissione d'inchiesta, Erasmo Palazzotto. I Regeni continuano a chiedere "che questo governo richiami l'ambasciatore dal Cairo. E coinvolga l'Ue nel dichiarare l'Egitto un Paese non sicuro".

A unirsi nel ricordo di Giulio, più di cento piazze italiane: a Roma piazza della Rotonda, davanti al Pantheon; a Torino piazza Castello; a Milano piazza della Scala; a Firenze piazza San Marco; a Bologna piazza Ravegnana; a Napoli piazza del Gesù Nuovo; a Palermo piazza Pretoria; a Trieste piazza della Borsa Mentre l'inchiesta della procura di Roma ora procede su un doppio binario, in Parlamento è stata costituita una Commissione d'inchiesta sulla morte di Regeni: "Abbiamo portato alla luce elementi che fino ad ora non erano stati raccontati - ha spiegato Sabrina De Carlo (M5S) - e a breve procederemo con altre audizioni".

E dopo 4 anni di indagini, tutti chiedono passi avanti. "Lavoriamo incessantemente per la verità. C'è tutto il mio impegno e quello del governo", ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. "Dopo tanti governi passati in 4 anni è vergognoso che ancora non sia stata trovata la verità", ha detto Stefano Pedica (Pd). Per Pietro Grasso (Leu), "fare luce sulla tragedia subita da Giulio e sostenere i genitori vuol dire anche occuparci di nuove generazioni, dei diritti umani, di lavoro, studio e ricerca".

Mentre per Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, "ricordare il quarto anniversario del rapimento e della barbara uccisione senza che sia stata fatta luce sui fatti e siano stati assicurati alla giustizia i colpevoli indigna e addolora".

 
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