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Conte. "Le carceri italiane? Non ci giriamo dall'altra parte" PDF Stampa
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di Alessandro Gisotti

 

L'Osservatore Romano, 9 aprile 2020

 

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte parla della situazione delle carceri italiane: "Il governo di certo non si gira dall'altra parte rispetto alla condizione delle carceri e alla tutela della salute dei detenuti e di tutti coloro che in esse lavorano".

 

In più occasioni, il Papa ha espresso la sua preoccupazione per la condizione nelle carceri in questo periodo segnato dalla pandemia. Cosa pensa sia possibile fare per affrontare questa situazione?

"Il governo di certo non si gira dall'altra parte rispetto alla condizione delle carceri e alla tutela della salute dei detenuti e di tutti coloro che in esse lavorano. Anche negli istituti penitenziari abbiamo adottato, per quanto possibile, il principio di massima precauzione facendo quanto possibile per ridurre al minimo il rischio. Dall'inizio dell'emergenza ad oggi oltre 4 mila detenuti hanno trovato una collocazione fuori dagli istituti o perché in condizioni di salute a rischio, o perché si è potuto ricorrere alla detenzione domiciliare. Siamo intervenuti inoltre per dotare le strutture dei dispositivi di protezione necessari, abbiamo installato 151 tensostrutture per il triage in ingresso, predisposto spazi per l'isolamento e distribuito oltre 275 mila mascherine. Per alleviare il disagio emotivo di chi si è visto costretto a rinunciare alle visite dei propri cari, abbiamo aumentato il numero dei colloqui facendo ricorso a strumenti tecnologici, che permettono di video-collegarsi anche se lontani. Ringrazio le donne e gli uomini che in questi giorni dalle carceri inizieranno a produrre 400 mila mascherine al giorno, il loro contributo è importante. E rivolgo un sentito ringraziamento anche agli agenti della Polizia penitenziaria".

 
Luigi Compagna: "In carcere nessun rispetto per la salute delle persone" PDF Stampa
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di Viviana Lanza

 

Il Riformista, 9 aprile 2020

 

"È un tema affrontato con tempi di provocazione da parte del ministro della Giustizia e l'insensibilità del premier Conte e del Capo dello Stato desta qualche sgomento". Parla della questione carceri Luigi Compagna, senatore, docente universitario di Storia delle dottrine filosofiche e consigliere della Svimez. Ed è critico nei confronti della politica per come quest'ultima sta affrontando una situazione drammatica: "Lo era già quando ero parlamentare ma fu in qualche modo ridotta da alcuni interventi dell'allora governo Berlusconi, con l'allora ministro Alfano".

 

In che modo?

"Già a quell'epoca pensavo che fosse necessario un provvedimento e presentai un disegno di legge di amnistia e indulto. Il capo dello Stato, che era Giorgio Napolitano, fece un appello al Parlamento per ottenere l'approvazione di un provvedimento del genere. Questo provvedimento, faccio un inciso, è diventato difficilissimo, perché implica di essere votato articolo per articolo con una maggioranza dei due terzi. Mentre l'amnistia era agli onori delle cronache parlamentari fin troppo. Erano i tempi in cui, come gruppo di pressione, il super-partito degli avvocati non era affatto più debole del super-partito dei magistrati che poi si sarebbe scatenato con tutt'altri intenti".

 

Cosa accadde?

"Napolitano fece un appello molto apprezzato nel mondo dei giuristi, dei magistrati e dei professori di diritto ma alla fine non fu discusso né alla Camera né al Senato. Quindi, da questo punto di vista, le provocazioni di Bonafede vengono abbastanza da lontano".

 

Come vede la situazione attuale?

"La misura è colma. Tra l'altro, in un Governo che ha istituzionalizzato la procedura del decreto legge, soltanto nei confronti delle carceri la violazione della Costituzione è così fortemente all'ordine del giorno".

 

Lei ha visitato molti istituti di pena, soprattutto in Campania. Qual è la maggiore criticità?

"Oltre il sovraffollamento, quella sanitaria è la questione più difficile da affrontare. E non dipende dal Coronavirus. In carcere, anche quando viene prescritta la visita specialistica, è difficilissimo accompagnare un detenuto in ospedale. Lo si fa una volta ma poi sono richiesti sforzi che molto spesso non sono alla portata del personale penitenziario. La condizione dei detenuti negli anni è peggiorata e il diritto alla salute e quello al lavoro sono due beffe, due fallimenti assoluti".

 

Una soluzione è possibile?

"Il problema è la normativa. Bisogna snellire le procedure".

 
Pisapia: "Sulle carceri Conte passi dalle parole ai fatti" PDF Stampa
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vita.it, 9 aprile 2020

 

Finalmente oggi si è sentita la voce del Presidente del Consiglio che ha dichiarato che il Governo non intende girarsi dall'altra parte di fronte alla condizione delle carceri e alla tutela dei detenuti e di chi lavora ed opera negli istituti penitenziari. Dalle parole si passi ai fatti", dichiara l'Eurodeputato Giuliano Pisapia.

"Dopo le parole del Presidente della Repubblica, del Papa, dei Magistrati di sorveglianza, dell'Avvocatura, dei Garanti dei detenuti, dei rappresentanti della Polizia penitenziaria e di tanti altri finalmente si è sentita la voce del Presidente del Consiglio che ha dichiarato che il Governo non intende girarsi dall'altra parte di fronte alla condizione delle carceri e alla tutela dei detenuti e di chi lavora ed opera negli istituti penitenziari. Dalle parole si passi ai fatti", dichiara l'Eurodeputato Giuliano Pisapia.

"Mi auguro che da questo ulteriore e drammatico momento che le nostre carceri stanno vivendo a causa del Coronavirus venga colta l'indifferibile necessità di una riforma capace di incidere non solo per il presente, ma anche e soprattutto per il futuro. Se vogliamo dare piena attuazione all'articolo 27 della Costituzione che prevede la rieducazione del condannato e indica come le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, l'unica strada da dover intraprendere è una più decisa e allargata applicazione delle pene alternative al carcere.

Non nell'interesse di singoli detenuti, ma nell'interesse della nostra democrazia e in quello più generale della sicurezza collettiva. La realtà quotidiana- e tutti i dati, recenti e meno recenti lo dimostrano - evidenzia come, grazie all' applicazione delle misure alternative al carcere, diminuisce la recidiva e, di conseguenza, aumenta la sicurezza dei cittadini.

Il tema "carceri" non è argomento che può interessare solo gli addetti ai lavori e pochi altri che - con coraggio e forza- danno voce e testimonianza a quel mondo. Non è possibile che si parli di condizioni carcerarie solo quando scoppia una rivolta. Le carceri sono l'immagine e il volto di un Paese e le condizioni attuali dimostrano, anche alla luce delle condanne della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che l'Italia sulla base delle condizioni di gran parte dei nostri istituti penitenziari anche, e soprattutto a causa del sovraffollamento, non può essere considerata un Paese "civile". Andiamo quindi oltre la logica emergenziale. I problemi non si risolvono guardando al passato, ma al presente e al futuro.

Come richiesto da più parti e ancora oggi dalla Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano sono indispensabili modifiche migliorative al decreto legge all'esame del Parlamento che prevede la possibilità, per chi ha un residuo di pena da scontare minore ai due anni, di ottenere gli arresi domiciliari. Quel provvedimento purtroppo prevede una serie di passaggi, con connessi lacci e laccioli, che lo rendono molto debole e non in grado di dare una risposta concreta ad una emergenza che rischia di implodere.

Tutte le proposte di detenzioni domiciliari o di sospensione dell'esecuzione della pena in caso di una reclusione da scontare non superiore ai due anni, che provengono dal mondo accademico, dall'avvocatura e dalla magistratura, hanno un preciso e fondamentale obiettivo: le nuove norme debbono essere applicate al più presto, prima che sia troppo tardi, eliminando ogni "burocrazia" giudiziaria e sostituendola con un meccanismo automatico.

La certezza di tornare in carcere e di scontare l'intera pena in caso di violazione degli obblighi sarebbe un deterrente efficace a tutela della collettività. Partendo da una situazione difficile per tutti, si trovi la forza e il coraggio di fare, anche sui temi della giustizia e del carcere, quei passi avanti che possono permettere al nostro Paese di uscire da un tunnel che sembra senza fine. I tempi sono stretti ma proprio per questo bisogna avere la forza e il coraggio per realizzare una riforma alta e di visione che il Paese attende da anni".

 
"Noi giudici di sorveglianza sfidiamo l'orrore del Covid e salviamo la vita ai reclusi" PDF Stampa
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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 9 aprile 2020

 

Intervista a Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano. Parlateci con Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano. Perché si deve dare retta per un po', per qualche minuto, alla sua voce ferma, di magistrata consapevole della propria funzione, lucida ma commossa dalla "tragedia nella tragedia: perché, vede, il Covid è una cosa terribile, ma in carcere può esserlo di più".

Parlateci, ascoltate i magistrati come lei, fatevi raccontare, se possibile, dei detenuti che sono disabili, anziani o comunque in gravi condizioni, e per i quali "l'accoglienza solidale non sempre riesce a offrire un alloggio adeguato a scontare la pena ai domiciliari, seppure sarebbe doveroso. Si tratta di persone che andrebbero assistite, e che in carcere sono i bersagli preferiti del virus. I più esposti". Forse si deve spegnere per un attimo il rumore di fondo dell'ideologia sul carcere e ascoltare solo la voce di un magistrato come la presidente Di Rosa.

 

Ormai il suo ufficio è costretto a lavorare in un semi-accampamento...

Sì, dopo l'incendio abbiamo dovuto sistemare cinque postazioni in un piano diverso. Di fatto è un Tribunale di sorveglianza da campo. Difficoltà enormi. Vanno recuperate le carte nella zona incendiata e va dato un ordine ai documenti che continuano ad arrivare. Non si possono accatastare certo alla rinfusa e anzi ora evadere le istanze è drammaticamente urgente.

 

Si riferisce alle domande di scarcerazione legate all'emergenza Covid?

Sì, diamo precedenza assoluta a tutte le domande relative alla libertà personale. Altri affari pure di notevole rilievo, come la conversione in pena pecuniaria o la remissione del debito di giustizia, cedono inevitabilmente il passo a tutti gli atti relativi a richieste connesse a motivi di salute.

 

Sul giudice di sorveglianza, ora che c'è l'epidemia, ricade un peso psicologico maggiore?

Il peso corrisponde alla consapevolezza della responsabilità legata alla nostra funzione. Si tratta di una responsabilità che esiste in sé, che si lega a un esercizio delicatissimo, alla valutazione sulla possibilità di concedere misure alternative alla detenzione inframuraria, ma anche all'impossibilità di essere curati nelle strutture penitenziarie. Ora si è aggiunta una nuova categoria di problemi: la decisione che riguarda detenuti con patologie pregresse.

 

I più esposti al virus...

Lo sono, è evidente. Adesso le conseguenze sono gravissime. In particolare nel caso di persone in età avanzata. Quando il pg Salvi chiede di applicare le leggi esistenti in relazione a tale nuovo tragico scenario, si riferisce anche ai rischi per i più anziani? Sicuramente: ho davvero apprezzato il documento del procuratore generale, rivolto certo innanzitutto alla magistratura inquirente, ma ispirato da uno sguardo molto ampio. Una riflessione rivolta al diritto che vive, ossia alla necessità di calare le tutele giuridiche nella realtà concreta delle situazioni. Lasciare in cella una persona vulnerabile al contagio può voler dire innescare una catena epidemica immediata.

 

E noi magistrati di sorveglianza, se chiamati a decidere in via provvisoria, siamo tenuti a valutare il pregiudizio eventualmente causato dalla permanenza negli istituti di pena. La situazione delle carceri lombarde può precipitare?

Noi abbiamo fatto tutto il possibile. È dal 21 febbraio che siamo in una situazione terribile. Nel nostro distretto il sovraffollamento medio è del 143 per cento, ma ci sono istituti dove siamo a quota 200.

 

I detenuti sono il doppio dei posti...

Ecco, allora abbiamo affrontato l'emergenza, definito in modo favorevole 450- 500 istanze di libertà personale, li abbiamo scarcerati. Ma da quel 21 febbraio siamo in emergenza assoluta anche in termini di personale.

 

È una lotta titanica...

Nel distretto di Milano c'erano 6.600 detenuti, ne abbiano scarcerati 500, abbiamo lavorato intensamente, abbiamo dato priorità agli anziani, ma c'è anche tanto dispiacere per i reclusi anziani e malati che non hanno casa.

 

E che quindi non possono andare ai domiciliari, giusto?

Parliamo di anziani spesso disabili, che hanno bisogno di accompagnamento e che non è possibile gestire nei pochi posti di accoglienza solidale disponibili. Magari sono sulla sedia a rotelle.

 

Il presidente emerito della Consulta Flick sostiene che dinanzi a un simile orrore il carcere va riconsiderato come estrema ratio...

Sono totalmente d'accordo con l'affermazione del presidente Flick. Totalmente. La Costituzione parla di funzione della pena, non cita mai il carcere. Ci si ricordi che la flessibilità della pena è una cosa meravigliosa: permette a un fatto brutto qual è un reato, che causa dolore, di essere sanato sotto forma di riconciliazione. Ma è possibile se non ci si limita a concepire la pena solo in termini repressivi, retributivi. Altrimenti, anziché farne la cura di una ferita, la si riduce a mero differimento della possibilità che la persona colpevole torni a circolare per strada. Il carcere deve contenere solo gli individui socialmente pericolosi.

 

La Lega continua a dire che le pur blandissime norme del Cura Italia sui domiciliari sono un favore ai boss...

Posso solo ricordare che nessun boss potrà uscire: né sulla base delle norme da poco introdotte e neppure con l'interpretazione estensiva della disciplina preesistente. I meccanismi preclusivi non sono stati toccati.

 

Presidente, ma come si fa a lavorare senza perdersi d'animo in mezzo a questa tragedia?

Vede, prima mi ha chiesto del carcere come estrema ratio. Si tratta di riscoprire un'idea, un principio giuridico, che già esiste. E dobbiamo farlo. Dobbiamo. Qui a Milano ci battiamo in tutti i modi. Ma nonostante il coronavirus, ancora continuano a entrare in cella persone con residui di pena molto bassi. Si capisca, lo si capisca davvero, che siamo di fronte a una tragedia. E che il Covid in carcere è una tragedia nella tragedia. Ci si ricordi che ci sono valori di solidarietà e uguaglianza in grado di orientarci sempre. Non perdiamoli mai di vista.

 
Basta dietrologie e congetture: la giustizia al tempo del Covid non è la tomba delle garanzie PDF Stampa
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di Eugenio Albamonte*

 

Il Dubbio, 9 aprile 2020

 

La sospensione delle attività giudiziarie è stata prorogata all' 11 maggio. È una scelta giusta ed auspicata anche dall'Anm, che prende atto di una situazione sanitaria generale che, nonostante qualche iniziale segnale di miglioramento che tutti speriamo si consolidi, espone ancora a gravi pericoli di contagio.

Non è possibile, tuttavia, immaginare che la giustizia rimanga pressoché immobile fino alla nuova data stabilita con il decreto in via di pubblicazione. Attualmente, infatti, nel settore penale si trattano soltanto gli atti urgenti, soprattutto gli arresti, mentre i processi con detenuti - consentiti dalle norme sull'emergenza - di fatto non si stanno svolgendo perché pochissimi sono gli imputati ed i loro difensori che ne fanno richiesta. Nel frattempo gli uffici giudiziari si stanno attrezzando velocemente, grazie ad efficaci strumenti informatici di video conferenza messi a disposizione dal Ministero di Giustizia, per poter svolgere, a distanza, le attività giudiziarie necessarie e consentite dal decreto sull'emergenza.

Mancano però le norme processuali che consentano di svolgere le indagini preliminari e l'attività giudiziaria consentita, in situazione di assoluta sicurezza per l'imputato e la persona offesa, per i testi e i consulenti, per il personale amministrativo e per avvocati e magistrati, attraverso questi strumenti di video conferenza.

La mancanza di tale regolamentazione non consente, allo stato, di celebrare i processi che potrebbero essere fatti, né di avviare seriamente le indagini relative anche soltanto ai reati più direttamente connessi all'emergenza sanitaria. Nel frattempo la giustizia penale sta accumulando un grave ritardo che sarà difficile recuperare se non con grande sforzo e con molto tempo, dopo la cessazione del pericolo. Il Governo ha, in verità, iniziato un lavoro di scrittura di queste norme, presentando emendamenti in sede di conversione del decreto legge n. 9/20.

Per il penale si disciplina l'acquisizione a distanza di alcune prove testimoniali e la partecipazione al processo in video conferenza del giudice e delle parti. Alcuni organi di informazione anticipano anche la presentazione di emendamenti relativi allo svolgimento a distanza di alcuni atti di indagine.

Immediatamente si è sollevato un coro di voci contrarie, animato principalmente da alcuni esponenti politici e dell'Unione Nazionale delle Camere Penali. Contrarietà radicale ed ideologica, che non affronta nel merito le singole proposte e le respinge in blocco, in ragione dell'interferenza negativa che, la gestione del processo attraverso sistemi di video conferenza, avrebbe sempre e comunque sui diritti della difesa.

Ma c'è di più, tutte le critiche si fondano su un retro pensiero in base al quale staremmo assistendo ad una riforma occulta del processo penale in chiave inquisitoria, destinata a diventare definitiva dopo l'emergenza corona virus. In buona sostanza si mirerebbe, con la scusa dell'epidemia e del necessario utilizzo di strumenti tecnologici avanzati per consentire la celebrazione di alcuni processi senza esporre a rischio di contagio le persone, ad eliminare, o a drasticamente ridurre, le garanzie del giusto processo. Quindi meglio che rimanga tutto immobile e che la giustizia penale non funzioni se non per le emergenze fino al cessato pericolo.

Onestamente mi sembrano suggestioni del tutto destituite di fondamento. Non voglio dire che tutte le norme proposte siano condivisibili e non meritino miglioramento. Non voglio dire che gli interventi ipotizzati siano tutti privi di incidenza sull'effettivo esercizio delle garanzie processuali. Ma non posso ipotizzare che norme come quelle che consentono la dislocazione del giudice in luogo diverso dall'aula o la partecipazione alla camera di consiglio in video conferenza possano essere in nessun modo transitate nel processo penale dopo l'emergenza. Non si tratta di interventi destinati a modificare permanentemente la struttura del processo e non è certo questo il momento per tali operazioni.

L'irruzione delle nuove tecnologie telematiche nel processo penale, fenomeno certamente auspicabile per le sue potenzialità benefiche, merita una approfondita valutazione che di sicuro oggi non è consentita. In particolare sarà necessario valutare con estrema ponderazione quanti e quali interventi innovativi siano possibili senza interferire sulle garanzie processuali e sulla loro concreta attuazione.

Tale preoccupazione non è certo soltanto dell'avvocatura; è fortemente avvertita anche dalla magistratura italiana che ha interiorizzato le garanzie processuali rendendole una componente imprescindibile della propria cultura e che quotidianamente le tutela anche quando non altrimenti presidiate. Occorre allora sgombrare il campo dalle illazioni e dalle dietrologie ed iniziare, avvocati, magistrati, e parti politiche a ragionare sul merito delle norme proposte per apportare miglioramenti ove necessario, facendosi carico però del momento assolutamente emergenziale che stiamo vivendo e dell'insostenibilità civile e democratica del prolungamento di questa fase di sostanziale congelamento della giustizia penale anche soltanto per un altro mese.

*Magistrato

 
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