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Palamara, a settembre ultimo "appello" davanti a tutti i colleghi iscritti all'Anm PDF Stampa
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di Liana Milella


La Repubblica, 11 luglio 2020

 

Il renziano Ferri si dimette dal sindacato dei giudici per evitare di farsi espellere. Si oppone duramente la corrente di Davigo che invece voleva il voto. Chiede il "tribunale del popolo". E lo ottiene. Luca Palamara, a settembre, sarà giudicato da tutti i colleghi iscritti all'Anm che, quel giorno, vorranno partecipare all'assemblea generale in piazza Cavour. Lui - l'ex pm di Roma, l'ex presidente dell'Anm degli anni caldi contro Berlusconi, l'ex consigliere del Csm, l'ex leader di Unicost, adesso noto soprattutto per essere sotto inchiesta a Perugia per corruzione e per le telefonate e le chat coi colleghi con i quali trattava gli incarichi più prestigiosi, ma anche quelli di secondo piano - ebbene, lui, Palamara, espulso dall'Anm due settimane fa, ha presentato ricorso. Che è stato accolto.

Si lamenta di essere stato condannato alla pena più grave, l'espulsione appunto, senza essere stato ascoltato, come invece aveva chiesto. Un'istanza, la sua, a cui i colleghi non hanno detto di no. Sarà sentito a settembre, in un'assemblea che, formalmente, deve discutere le riforme sulla giustizia, ma che diventerà inevitabilmente il grande sfogatoio di una magistratura che per via del caso Palamara e per il mercato delle nomine, ha perso molti punti nella graduatoria della credibilità.

È improbabile che il destino di Palamara cambi, che lui riesca a dimostrare di essere "non colpevole". Certo i colleghi, anche quelli dell'Anm, non condividono la sua linea d'accusa, tant'è che l'attuale segretario Giuliano Caputo, che è della sua stessa corrente, Unità per la Costituzione, lo ha criticato duramente, non solo per il suo comportamento, ma anche per la reazione alla sua espulsione.

"Il polverone sollevato sulla mancata audizione, non prevista dallo statuto e mai consentita ad altri magistrati sottoposti a procedimento disciplinare, è stata una reazione spropositata" ha detto Caputo durante la riunione del "parlamentino" dell'Anm. E ancora: "Palamara non è un capro espiatorio, ma fa un certo effetto che in televisione parli del sistema, criticandolo, proprio lui che se ne è evidentemente avvantaggiato e lo ha alimentato, e che gli unici nomi che abbia deciso di fare, accostandoli genericamente al suo 'sistema', siano quelli di coloro che evidentemente ritiene responsabili della sua espulsione. Lui, che dice di essere pentito e chiede scusa, e che lo scorso anno cercava di danneggiare e screditare altri magistrati, evidentemente non è per nulla cambiato".

Insieme all'hotel Champagne, Palamara e Ferri, insieme fuori dall'Anm. Anche se il primo, Palamara, viene espulso. Mentre il secondo, Cosimo Maria Ferri, oggi deputato di Italia viva, quindi renziano, si dimette in corner, ma per evitare di essere espulso (anche se lui la racconta diversamente, "sono parlamentare, non sono più nell'Anm dal 2018"). Quando si candidò per l'Anm - era marzo 2012 - Cosimo Maria Ferri fece l'en plein con le preferenze. Ne ebbe ben 1.196. Bisogna aspettare il 2018, e la candidatura di Piercamillo Davigo, per un risultato che lo raddoppia, visto l'ex pm di Mani pulite pigliò 2.522 voti. Nel 2006, correndo per il Csm, Ferri ne ottenne oltre cinquecento.

Ma dalle stelle alle stalle, perché adesso Ferri non fa più parte del sindacato dei giudici. Che per la riunione all'hotel Champagne volevano espellerlo. Lui invece si è dimesso, come hanno fatto tutti gli ormai ex consiglieri del Csm che parteciparono alla riunione clandestina all'hotel Champagne del 9 maggio 2019 per decidere chi dovesse essere il capo della procura di Roma.

Dimissioni accolte quelle di Ferri, anche se fino all'ultimo hanno battagliato per evitarlo proprio i quattro colleghi di Autonomia e indipendenza, la corrente di Davigo, che invece volevano andare avanti fino all'espulsione. Ma per Ferri è valsa la stessa regola utilizzata per gli altri ex del Csm che due settimane fa hanno preferito fare il passo indietro.

 
"No, non è mafioso". Intanto si è suicidato PDF Stampa
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di Giorgio Mannino


Il Riformista, 11 luglio 2020

 

Era il leader degli imprenditori anti-racket. A Gela denunciava mafia e stidda da anni. E così alcuni capomafia accusarono Rocco Greco di essere loro complice. Accuse fasulle, inventate, smentite da tre gradi di giudizio. Assoluzioni che tuttavia non bastarono a impedire l'interdittiva antimafia del prefetto di Caltanissetta contro la sua azienda, la Cosiam srl.

Era il 2018, e Greco non resse l'ennesimo colpo. Si sparò una pallottola alla testa, all'età di 57 anni. A un anno e mezzo dalla sua morte, il Tar del Lazio ribalta il giudizio del Viminale. Decisione sbagliata, dicono i giudici amministrativi. Il prefetto doveva rifarsi alle sentenze di assoluzione. Il Tar gli dà ragione, insomma, ora che è morto. E dopo aver subito tre gradi di giudizio, che si sono rivelati inutili agli occhi della prefettura.

"Invece di credere alle sentenze, il Viminale ha creduto ai mafiosi", è l'amaro sfogo dell'avvocato Galasso. Ma il figlio di Rocco, Francesco, non invoca vendetta: "Non denunceremo, le mele marce ci sono anche nello Stato". Per anni ha denunciato l'attività estorsiva di Cosa Nostra e della Stidda gelese. Insieme a un manipolo di imprenditori coraggiosi è diventato il leader dei commercianti anti-racket. Ma quando nel 2018 la sua azienda - la Cosiam srl, impegnata nell'esecuzione di lavori stradali e di servizi di raccolta rifiuti - ha ricevuto l'interdittiva antimafia, Rocco Greco, 57 anni, ha deciso di farla finita sparandosi un colpo di pistola alla testa.

A distanza di un anno e mezzo dal documento firmato dal Viminale, la sentenza del Tar del Lazio - annullando il provvedimento ministeriale - definisce l'istruttoria ‑ carente in ordine al presupposto di attualità del condizionamento mafioso. Una grave superficialità da parte del Viminale e degli organi competenti, che è costata la vita a un uomo e che ha cambiato per sempre quella di un'intera famiglia. La sua.

Così mafia e antimafia, ancora una volta, si confondono in una storia ‑angosciosa e tremenda in cui la giustizia arriva con grave ritardo, dice Alfredo Galasso, avvocato di Greco. Una trama inquietante nella quale il dolo è uno spettro, in una vicenda tutta da chiarire, che s'intravede nelle parole del figlio dell'imprenditore, Francesco: Non ho le prove - dice - ma l'interdittiva è arrivata quando gestivamo 20 cantieri e non in anni precedenti quando lavoravamo meno.

Il provvedimento sembra essere arrivato quasi ad orologeria. E se da un lato le sentenze della magistratura hanno dimostrato l'estraneità di Greco a Cosa Nostra, dall'altro l'iter prefettizio è andato avanti. Ma riavvolgiamo il nastro. Durante il processo "Munda Mundis" - svoltosi al tribunale di Gela, che ha messo in luce gli affari di Cosa Nostra sui rifiuti - Greco ha ripetuto e arricchito di particolari il suo racconto in merito ai soprusi subiti dalle cosche.

Il processo si è concluso con una sentenza di condanna per quasi tutti gli imputati. Durante il dibattimento, però, alcuni capimafia accusano Greco di essere stato un loro complice e di avere ottenuto favori nell'attribuzione di appalti pubblici. Accuse che, però, vengono smontate dai giudici nei tre gradi di giudizio: È stato riconosciuto che queste dichiarazioni da parte dei mafiosi erano espedienti utili a difendere la loro posizione. Eppure nonostante tutto il Viminale non ha creduto alle sentenze ma ai mafiosi, tuona l'avvocato Galasso.

Perché nel documento firmato dall'allora prefetto di Caltanissetta, Cosima Di Stani, e dal capo del Sisma (Struttura di Missione e Prevenzione Antimafia), Carmine Valente, si legge che ‑ l'insieme delle vicende giudiziarie evidenziano una figura d'imprenditore che dimostra di conoscere le dinamiche mafiose gelesi adoperandosi nel trovare protezione dalle stesse per sé e le sue aziende. Dunque Greco - continua il documento - pur essendo stato riconosciuto dal giudice vittima delle richieste estorsive da parte delle locali consorterie mafiose, ha manifestato nel corso degli anni, atteggiamenti di supina condiscendenza nei confronti di esponenti di spicco della criminalità organizzata gelese. Comportamenti che assurgono a forma di situazione a rischio di infiltrazione criminale nei confronti della Cosiam.

Quattro giorni fa, però, il Tar del Lazio ribalta il verdetto del Viminale: ‑Gli elementi a sostegno della collusione di Greco sono costituiti dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Ad avviso del collegio, l'attendibilità di tali dichiarazioni andava valutata alla luce dell'esito del processo che aveva coinvolto Greco assolvendolo dall'imputazione per associazione di tipo mafioso e dalla posizione di vittima che lo stesso ha sempre rivendicato.

A ciò deve aggiungersi la prova delle denunce di danneggiamenti o tentativi estorsivi proposte da Greco dal 2007, che si pongono in logico contrasto con l'assunta infiltrazione mafiosa, configurandosi come illecite pressioni sull'impresa al fine di estorcere un qualche vantaggio. Con la voce increspata dall'emozione, Francesco Greco commenta: Non avevamo bisogno di una sentenza del Tar per sapere chi fosse mio padre. Mi dispiace che per superficialità da parte di chi ricopre cariche importanti si facciano errori così gravi.

Il prefetto che ha firmato la prima interdittiva era Carmine Valente. Lo stesso che tre anni prima, quando era prefetto a Caltanissetta, ci aveva iscritti in white list. Bastava fare una verifica. L'azienda torna a lavorare nel solco della memoria di Greco: Da quando ci ha lasciati - dice il figlio - proviamo a onorarlo così, mandando avanti l'azienda e gestendo la quotidianità con serietà e garbo. Greco fa sapere inoltre che non denuncerà il Viminale per danni: Le mele marce stanno dappertutto, anche nello Stato.

 
Così si affondano aziende e uomini PDF Stampa
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di Sergio D'Elia


Il Riformista, 11 luglio 2020

 

Invece di punire lo Stato intende "prevenire" e in questo modo storce il diritto non garantendo le regole del processo. Dal 2014 al 2018, 2044 imprese sono state raggiunte da interdittiva.

La riabilitazione postuma di Rocco Greco, vittima a un tempo della mafia che lo ha infamato e dello Stato che lo ha "anti-mafiato", se restituisce l'onore all'imprenditore siciliano interdetto dal fare impresa, non cancella la vergogna di un sistema in teoria di prevenzione, di fatto di distruzione di alternative di vita economica, civile e sociale al potere mafioso.

Secondo un rapporto dell'Anac del luglio 2019, sarebbero 2.044 le aziende destinatarie di misure interdittive prefettizie dal 2014 al 2018. Mediamente, ogni santo giorno, 4 interdittive in più e centinaia di posti di lavoro in meno. La crescita è esponenziale e dilaga dal Sud al Nord. Dalle 122 interdittive del 2014 si passa alle 573 del 2018 (370% in più): nel Nord da 31 a 116; nel Centro da 16 a 34; nel Sud da 75 a 423. Dati sottostimati, perché riferiti solo a quelle imprese che nei 5 anni di riferimento hanno partecipato ad appalti pubblici.

Nella lotta alla mafia non vi può essere una terra di mezzo tra il potere criminale e il potere "democratico", tra la mafia che intimidisce e uccide e il suo eguale e contrario, lo Stato che reprime e, soprattutto, "previene". Perché, nella logica contorta, autoreferenziale, dell'accanimento anti-mafioso, prevenire è meglio, perché è peggio che reprimere.

La repressione presuppone che vi sia un rito processuale, un gioco delle parti e regole da rispettare: accusa, difesa, giudice, prove, controprove, sentenze e appelli fino all'ultimo grado di giudizio. Un lusso, quello del "giusto processo", che la lotta alla mafia non si può permettere, soprattutto in uno stato di emergenza. Meglio prevenire. Così il sistema di prevenzione nella lotta alla mafia si è progressivamente sostituito al sistema penale.

Una operazione colossale di vaccinazione obbligatoria e di massa volta a prevenire il contagio mafioso. Nella logica del sospetto che presiede al sistema delle misure interdittive e di prevenzione antimafia, non importa che vi sia prova di un reato specifico, di una partecipazione diretta o di un qualche concorso esterno riconducibili a una associazione mafiosa, è sufficiente che il prefetto intraveda il rischio eventuale o faccia una sua personalissima prognosi di condizionamento o infiltrazione mafiosa in una azienda per decretarne la morte.

Dallo Stato di Diritto allo Stato del Prefetto, questo è avvenuto nel nostro Paese, celebrato come la culla del diritto, divenuto la tomba del diritto. Il potere della prevenzione in capo al prefetto ha effetti salvifici immediati e ultimativi. Luigi Einaudi è stato il primo, dopo di lui anche Marco Pannella, a chiedere l'abolizione dei prefetti, protesi in ogni territorio del potere accentratore e di occupazione manu militari dello Stato, soprattutto nelle regioni del Sud.

Un provvedimento indispensabile e sempre più attuale che i democratici fasulli dello Sato di Diritto e i finti federalisti si guardano bene dal proporre. Dominus assoluto e incontrastato, il Prefetto di fatto decide sulla libertà di fare impresa, sul diritto al lavoro, sulla vita degli imprenditori e dei lavoratori, in definitiva sulla vita del Diritto nel nostro Paese.

Dell'armamentario speciale monumentale della lotta alla mafia costruito a partire dai primi anni Novanta, il potere dei prefetti è risultato quello più "efficace" se il parametro è quello dello stato di emergenza, ma anche quello più distruttivo per chi ha cuore lo Stato di Diritto. Propone e dispone che un Comune sia sciolto per mafia senza contraddittorio e per via di relazioni di commissioni d'accesso da lui istituite. Decide, a sua discrezione, chi sta dentro e chi sta fuori la black-list degli interdetti dal lavoro con la Pubblica Amministrazione.

Si dice: la misura interdittiva è temporanea, puoi ricorrere al Tar e poi al Consiglio di Stato. La realtà è che nella stragrande maggioranza dei casi, se l'azienda lavora solo con la pubblica amministrazione, il provvedimento "provvisorio" è comunque una condanna a morte dell'impresa, un ergastolo bianco che sancisce la sua scomparsa dal mercato e dal consorzio economico, civile, sociale.

Con il provvedimento in atto e, in attesa del Tar e del Consiglio di Stato, sei comunque condannato all'estinzione: non puoi portare a compimento i lavori già assegnati, non puoi partecipare a nuove gare d'appalto. Dopo l'eventuale, improbabile revoca della interdittiva prefettizia, la tua impresa sconta un'ipoteca negativa che graverà per sempre sul tuo nome e il nome della tua azienda: una pena d'infamia, il marchio indelebile con la scritta "interdetto" che segnerà per sempre il tuo nome e il nome della tua azienda. Quel marchio che Rocco Greco, suicidandosi, ha voluto cancellare per sempre, non lasciarlo in eredità ai suoi figli, quale condanna pendente sul loro futuro.

 
Piemonte. Superare le "chiusure" dei luoghi di privazione della libertà PDF Stampa
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cr.piemonte.it, 11 luglio 2020


I copresidenti della Conferenza regionale del volontariato della giustizia (Crvg) del Piemonte e della Valle d'Aosta Tiziana Propizio e Lodovico Giarlotto, e i rappresentanti del Coordinamento piemontese dei garanti delle persone private della libertà Bruno Mellano, garante regionale delle persone detenute, e Monica Cristina Gallo, garante della Città di Torino, hanno svolto negli ultimi giorni una serie d'incontri in ambito locale (il 24 giugno e il 4 luglio) e nazionale (il 12 maggio e il 2 luglio), sulla situazione attuale della vita nelle comunità penitenziarie e nei luoghi di limitazione della libertà personale.

La fase di ripartenza e di progressiva riapertura, a seguito della chiusura dovuta alle norme generali e alle prescrizioni specifiche dettate dall'emergenza Covid-19, pone una serie di questioni e di problematiche che le organizzazioni del volontariato della giustizia del Piemonte hanno deciso di affrontare in rete, anche rafforzando un'alleanza naturale fra gli assistenti volontari penitenziari (Avp) e le figure di garanzia territoriali.

La stagione estiva, che già normalmente esige una maggior attenzione alle dinamiche che vengono a crearsi nei luoghi di privazione della libertà personale, richiede oggi, a causa della peculiare situazione che si è determinata con la chiusura totale delle attività per il rischio di contagio, un'oculata gestione degli interventi della società civile a supporto della vita delle persone ristrette e del lavoro degli operatori.

Un documento di sintesi dei punti del confronto generale e dell'impegno puntuale fra volontari e garanti è stato inviato alla attenzione dell'Amministrazione penitenziaria (Prap e Cgm), della Magistratura di sorveglianza, della Prefettura di Torino e dell'Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte. I punti segnalati si possono raggruppare per le seguenti aree di intervento:

Carcere adulti - Ripresa completa delle attività dei detenuti in art.21 (ammessi al lavoro esterno) e degli studenti dei vari corsi interni agli istituti; ripresa progressiva delle attività formative e didattiche anche con collegamenti in streaming per lezioni, effettivo potenziamento - in base alla circolare del 2015 - dell'utilizzo degli strumenti tecnologici oggi disponibili per la didattica (skype, videochiamate...);

mantenimento e ulteriore potenziamento dell'uso delle nuove tecnologie di comunicazione con l'esterno, usati nell'emergenza con i parenti, gli avvocati e i garanti, sostenendo l'utilizzo di questi strumenti anche con gli assistenti volontari penitenziari (Avp); definizione condivisa di linee guida per accesso degli Avp negli istituti, concordando presenze, tempi, modalità e interventi prioritari nel periodo estivo e nella ripresa autunnale.

Cpr - Interlocuzione con la Prefettura di Torino perché sia reso pubblico l'elenco delle incombenze a carico dell'Ente gestore, previsto come allegato A al contratto d'appalto per la gestione del centro;

apertura al volontariato organizzato per la gestione di attività ludiche, culturali e ricreative; riconoscimento effettivo per i trattenuti del diritto individuale a effettuare colloqui personali con i ministri di culto delle varie religioni, anche cristiane; proposta di ripristino dell'uso del cellulare da parte del trattenuto per la comunicazione con l'esterno, con la consapevolezza delle grandi difficoltà.

Uepe - Definizione condivisa di linee guida per accesso degli Avp negli Uffici dell'esecuzione penale e soprattutto nell'interlocuzione in merito alla definizione dei percorsi individuali per il reingresso sociale delle persone prese in carico dai servizi; valorizzazione delle risorse del volontariato nella rete territoriale delle istituzioni che si occupano del carcere.

Carcere minori - Definizione condivisa di linee guida per accesso degli Avp negli istituti, concordando presenze, tempi, modalità e interventi prioritari nel periodo estivo e nella ripresa autunnale.

Rems - Definizione condivisa di linee guida per accesso degli Avp nelle due Rems piemontesi e nell'interlocuzione in merito ai percorsi individuali per il reingresso sociale dei pazienti autori di reato;

valorizzazione delle risorse del volontariato nella rete territoriale delle istituzioni che si occupano dei pazienti internati nella Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Il contributo del volontariato alla vita delle comunità che ospitano persone private o limitate nella libertà è stato riconosciuto, da tempo, nell'ordinamento penitenziario (1975) e in norme specifiche successive, ma si tratta di un ruolo che deve ancora essere pienamente acquisito nell'ambito nuovo delle Rems (a gestione sanitaria) e deve essere finalmente valorizzato nel contesto delle strutture sotto il controllo del Ministero dell'Interno, come il Centro per il rimpatrio (a gestione Prefettura, Questura, Ente gestore).

L'impegno condiviso della Crvg Piemonte e Valle d'Aosta e del garante regionale, con il Coordinamento dei garanti comunali piemontesi, è quello di proseguire e rafforzare un'alleanza di attenzione e di iniziativa comune affinché la ripresa delle attività possa fare propri gli elementi innovativi dettati dalla gestione emergenziale Covid-19 e si possano finalmente estendere le positive esperienze maturate nel campo dell'esecuzione penale agli altri contesti delle limitazioni di libertà.

 
Emilia Romagna. Nuova programmazione dei Garanti a tutela dei genitori reclusi con figli PDF Stampa
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di Cristian Casali


cronacabianca.eu, 11 luglio 2020

 

Garavini e Marighelli propongono azioni di monitoraggio per assicurare i contatti, anche telefonici e telematici, tra figli e genitori detenuti. Allo studio anche soluzioni per accogliere in strutture esterne al carcere mamme con bambini piccoli. "Vogliamo dare un contributo reale al benessere delle bambine, dei bambini e degli adulti che vivono le loro relazioni affettive nel corso di una pena o di una misura cautelare: pena che non deve essere scontata dai minori d'età".

Lo hanno dichiarato la Garante regionale per l'infanzia e l'adolescenza, Clede Maria Garavini, e il Garante delle persone private della libertà personale, Marcello Marighelli, al termine di un incontro dedicato alla genitorialità in carcere, con l'obiettivo di inaugurare un programma sul tema.

A seguito di numerose segnalazioni sulle difficoltà relazionali tra genitori detenuti e figli, in particolare in questa fase emergenziale (anche per le criticità collegate al digital divide), i due garanti hanno messo a punto un progetto rivolto a ricercare soluzioni per tutelare questo tipo di rapporto: a partire dall'anno in corso e per tutto il 2021 saranno realizzate azioni di monitoraggio per assicurare la piena attuazione della normativa europea in materia (che garantisce regolarità e stabilità nei contatti anche telefonici e telematici tra figli e genitori detenuti).

Altro ambito di studio, rivolto agli interlocutori del territorio regionale, riguarderà l'ipotesi di attivare nuove strutture residenziali per l'accoglienza extracarceraria di mamme con bambini, proprio per evitare che siano anche i minori a scontare la pena con i genitori nelle strutture carcerarie. Obiettivo comune, hanno spiegato Garavini e Marighelli, "è evitare che bambine e bambini 'crescano' vivendo periodi più o meno lunghi della loro vita 'dietro le sbarre', seppur in spazi a loro dedicati ma che per il luogo stesso in cui sono collocati non possono essere considerati idonei a una buona crescita". Fra le proposte per il 2021 i garanti risollecitano poi esperienze formative per gli operatori di polizia penitenziaria che si occupano degli incontri in presenza fra genitori e figli.

 
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