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Giustizia in piena emergenza, crescono i tempi dei processi PDF Stampa
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di Andrea Fabozzi


Il Manifesto, 22 gennaio 2022

 

Anno Giudiziario. La relazione del primo presidente della Cassazione Curzio, ultima uscita di Mattarella. Allarme per la prescrizione e dubbi sull'efficacia della riforma Cartabia. Reati in calo, ma non gli omicidi in famiglia delle donne.

Rimesso in sella a tempo di record dal Csm, che lo ha nominato per la seconda volta in diciotto mesi al vertice della magistratura italiana dopo che il Consiglio di Stato ne aveva clamorosamente annullato la nomina la settimana scorsa, il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio ieri mattina era al suo posto in toga rossa ed ermellino nell'aula magna del Palazzaccio per la relazione di apertura dell'anno giudiziario. Davanti a lui e al centro delle poche autorità ammesse a una cerimonia ridotta per la pandemia, Sergio Mattarella alla sua ultima uscita pubblica prima che lunedì alla camera comincino le votazioni per il suo successore.

L'inizio di 2022 è un momento di passaggio non solo per alcuni dei protagonisti delle istituzioni, lo è anche per il sistema delle leggi. Le riforme dei codici di procedura della ministra Marta Cartabia - anche lei non si può escludere sia di passaggio, da via Arenula a palazzo Chigi, nel caso di elezione di Draghi al Quirinale - hanno fissato obiettivi ambiziosi in termini di riduzione dei tempi dei processi, meno 40% nel civile e meno 25% nel penale entro il giugno 2026. Ma vanno ancora tradotte in concreto nei decreti legislativi (il governo ha tempo tutto l'anno). Intanto dalla sintesi della relazione letta da Curzio e ancor più dalle trecento pagine del testo scritto si ricava un'indicazione preoccupante. I tempi della giustizia stanno nel frattempo crescendo.

Le statistiche non sono aggiornatissime, colpa evidentemente di quella scarsa "cultura del dato" che Cartabia ha indicato come un altro dei problemi da affrontare. Nel 2020 rispetto al 2019 (che è l'anno di riferimento per gli obiettivi promessi nel Pnrr, visto che è l'ultimo pre pandemia) i tempi dei processi civili di primo grado sono aumentati del 29% e di appello del 27%. Ancora peggio nel penale: tempi su del 31% in primo grado e del 42% in appello. In media il processo civile dura 449 giorni in primo grado e 799 in appello. Quello penale 516 giorni in primo grado, 1.035 in secondo (quindi quasi tre anni, rispetto ai due indicati dalla legge come limite ragionevole) e 237 in Cassazione.

Tutto questo a fronte di un calo inarrestabile dei reati (nel 2021 c'è stato in realtà un piccolo aumento rispetto al 2020, ma quell'anno di piena pandemia fa poco testo e rispetto al 2019 la diminuzione dei reati è stata del 12,6%). Non tutti i reati diminuiscono proporzionalmente. Aumentano, ed è comprensibile in pandemia, i crimini informatici, le violenze e le minacce, significativamente quelle contro giornalisti e amministratori pubblici. Aumentano ancora gli infortuni sul lavoro, specie mortali. Invece gli omicidi volontari diminuiscono ancora e sono a un livello tra i più bassi in Europa: 295 in un anno ed è notevole che ormai di sette su dieci si accerti l'autore. Ma quando la vittima dell'omicidio è una donna, come nel 2021 è accaduto 118 volte, nell'86% dei casi l'assassino è un familiare e nel 69% dei casi è il partner o ex partner.

Dalla relazione del primo presidente si conferma anno dopo anno il peso del l'arretrato sulla lentezza dei processi. In Italia ci sono oggi quasi sei milioni di cause pendenti, 3.106.623 civili e 2.540.674 penali. Questo malgrado una lieve inversione di tendenza. Sia nel civile, grazie a una maggiore velocità di definizione dei procedimenti, sia nel penale, a causa di minori iscrizioni. Tutto questo ha effetti sulla prescrizione, problema attorno al quale hanno litigato tre maggioranze diverse in questa legislatura e che è stato poi (si vedrà se) risolto da Cartabia con l'introduzione del criticatissimo istituto della improcedibilità. Criticato sottotraccia (più nella relazione scritta che in quella letta) da Curzio, pienamente approvato invece dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi che dopo la riforma dell'anno giudiziario interviene a conclusione della cerimonia. Quanto alle prescrizioni dichiarate nel 2020, il 37,1% sono intervenute nella fase delle indagini preliminari, il 35,8% durante il primo grado, il 25,1% in appello e appena lo 0,5% in Cassazione. Eppure con la riforma Cartabia (lei chiede di non chiamarla così, forse perché non pienamente soddisfatta dell'innesto sul vecchio testo Bonafede) nulla cambierà fino al grado di appello, lasciando dunque irrisolto il cuore del problema. Dopo la sentenza di primo grado la prescrizione adesso si blocca, salvo l'improcedibilità che interviene a cancellare i processi che durano troppo. Qui cade la critica di Curzio, in linea con le proteste dell'Associazione magistrati e le osservazioni del Csm: "È da chiedersi se una scelta così radicale fosse l'unica strada percorribile o non fosse possibile rendere più duttile la risposta, prevedendo risposte differenziate una congrua riduzione di pena per il condannato, un giusto indennizzo e la rifusione delle spese legali".

Secondo il primo presidente la riforma della procedura penale potrà avere successo solo se si ridurrà assai il numero dei processi e "il dibattimento si svolga solo se gli elementi acquisiti nelle indagini consentano una ragionevole previsione di condanna". Perché accada "sarà necessario riequilibrare il rapporto tra il numero dei pm e giudici". Prima ancora andrebbe aumentato il numero di magistrati, Curzio propone un paragone imbarazzante con la Germania: "In Italia ogni 100mila abitanti vi sono 11.6 giudici, 37.1 amministrativi, 388.3 avvocati. In Germania 24.5 giudici, 65.1 amministrativi, 198.5 avvocati".

Ma quando si fanno i concorsi di magistratura, pochi candidati vanno avanti "facendo sorgere il ragionevole dubbio che molti corsi universitari non riescano a fornire le basi". Infine torna la critica per la riforma del 2017 che ha tolto la possibilità di fare appello ai richiedenti asilo che si vedono respinta la prima richiesta. Una soluzione firmata Pd per scoraggiare le richieste di asilo - decreto Minniti-Orlando - che ha finito per caricare direttamente sulla Cassazione oltre 10mila ricorsi l'anno. Risolti, tagliando corto, con una dichiarazione di ammissibilità in oltre il 50% dei casi.

 
Il legame necessario tra riti e sapienza nell'esercizio del potere PDF Stampa
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di Stefano G. Guizzi


Il Domani, 22 gennaio 2022

 

L'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione avviene con l'ombra lunga del conflitto tra Consiglio di Stato e Csm, risolto dal consiglio frettolosamente. Ogni "rito" è importante in uno stato costituzionale di diritto, ma esso vive, soprattutto, di sapienza, giacché è nell'accorto e prudente esercizio del potere che ogni Istituzione trova, in ultima analisi, la sua principale fonte di legittimazione

"Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci, come non osano neppure gli alti prelati. Chi sono? Sono gli alti magistrati che inaugurano l'anno giudiziario ...".

Sono trascorsi esattamente cinquant'anni - era il 1972 - da quando l'acuminata penna di Luigi Pintor così descriveva, dalle colonne de "Il Manifesto", la cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario. Un'invettiva, quella rivolta dal grande giornalista - in un articolo intitolato, significativamente, "I mostri" - ad una magistratura che gli appariva, allora, del tutto sclerotizzata, giacché ancora sorda alle istanze di trasformazione dell'ordinamento giuridico (e, ancor prima, del tessuto civile e sociale della Repubblica), tratteggiate dalla Carta costituzionale. Un ordine giudiziario, in definitiva, agli occhi di Pintor, soltanto capace di assicurare una giustizia "di classe". Mezzo secolo, tuttavia, non è trascorso invano.

I cambiamenti - La magistratura, al pari del Paese, si è modernizzata, aprendosi ad un autentico pluralismo di idee e di valori. E ciò conformemente al disegno tracciato dalla Costituzione, basato sulla tutela delle formazioni sociali intermedie tra individuo e Stato, sulla promozione delle autonomie locali, sulla moltiplicazione dei livelli di governo della cosa pubblica, sulla valorizzazione in ogni ambito - civile, sociale e politico - dell'aggregazione tra individui. In una parola, sull'espansione degli spazi di democrazia e di libertà.

Di pari passo con tale cambiamento, al quale l'ordine giudiziario, come detto, non è stato affatto estraneo (e che, anzi, ha concorso a plasmare), è mutata inevitabilmente la percezione, nell'opinione pubblica, dei suoi appartenenti.

Non più, dunque, le creature mostruose evocate dal fondatore del quotidiano comunista, ma i titolari del potere, delicatissimo, di amministrare giustizia "in nome del popolo". A contribuire a tale rinnovata legittimazione dei magistrati sono stati, certamente, l'abnegazione e il coraggio dimostrati da molti di essi - persino oltre la soglia dell'estremo sacrificio - nel contrastare, dapprima, il terrorismo di matrice politica e, poi, la criminalità di tipo mafioso.

Senza tacere delle speranze in una rigenerazione, anche morale, della classe dirigente italiana, che l'azione della magistratura ebbe a suscitare, ormai un trentennio fa, in quella che è passata alla storia come la stagione di Mani pulite. Ma quell'onda che appariva impetuosa si è, poco alla volta, trasformata in risacca. Fino ad arrivare all'attuale congiuntura, in cui gli scandali che hanno investito la magistratura associata - disvelando una fitta rete di rapporti di "vassallaggio" tra pochi "patroni" e moltissimi "clientes", con ricadute sullo stesso funzionamento del Csm - hanno incrinato, nell'opinione pubblica, la fiducia nell'ordine giudiziario.

Il rito immutabile - A non mutare, invece, da quell'ormai lontano 1972, è stata la ritualità - e non potrebbe essere altrimenti, giacché il diritto vive di "riti e sapienza", secondo l'insegnamento di un indimenticato maestro del pensiero giuridico, Franco Cordero - dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. A partire da quella celebrata nelle aule, austere, della Corte di Cassazione, e poi presso le diverse Corti Appello, dislocate lungo l'intero territorio nazionale.

Quella di oggi, però, è stata - in Cassazione - una cerimonia diversa. E non per il persistere, purtroppo, dell'emergenza pandemica, che già lo scorso anno aveva imposto un drastico ridimensionamento delle presenze e degli interventi, conferendo all'inaugurazione un tono, per così dire, "minore".

La singolarità dell'odierna celebrazione è data dal fatto che, nel giro di neanche una settimana, i vertici della Suprema Corte (il primo presidente e il presidente aggiunto), dapprima "azzerati" da due sentenze del Consiglio di Stato, essendo stata accertata l'illegittimità delle relative nomine, sono stati repentinamente "reintegrati", nelle rispettive posizioni, dall'organo di governo autonomo della magistratura.

Questione, indubbiamente, assai complessa, che poco si presta ad analisi immediate e scarsamente approfondite. E ciò non solo per l'estremo tecnicismo della materia, ma anche per il doveroso rispetto dovuto ai protagonisti di questa vicenda, tutte personalità - chi ha agito innanzi al giudice amministrativo, il Presidente titolare della Terza Sezione Civile, Angelo Spirito, non meno dei due alti magistrati, le cui nomine sono state, viceversa, caducate - di eccezionale caratura, umana prima ancora che professionale.

Tuttavia, alla legittima soddisfazione, in chi qui scrive, di vedere - come magistrato di cassazione - sollecitamente ripristinata la piena funzionalità della Corte, non è disgiunto un sentimento di perplessità, come semplice appartenente all'ordine giudiziario (anzi, prima ancora, quale cittadino).

La raffica di annullamenti - Sebbene non siano mancate, neppure in passato, decisioni del giudice amministrativo di annullamento di nomine relative a importanti uffici giudiziari, nel corso di questa consiliatura si è assistito, purtroppo, ad un crescendo, che deve indurre a qualche riflessione. Questo Csm, infatti, ha visto annullare, dopo la nomina del procuratore della Repubblica di Roma, quella dei componenti della Scuola Superiore della Magistratura (l'organismo chiamato a provvedere alla formazione dei neo-magistrati, e all'aggiornamento professionale di tutti gli altri), fino alla recente decisione che ha interessato, appunto, i primi di due magistrati giudicanti della Suprema Corte.

Una pronuncia, questa adottata del Consiglio di Stato, che appare - sia detto senza infingimenti - come il più preoccupante sintomo delle crescenti difficoltà che l'organo di governo autonomo della magistratura incontra, da tempo, nell'esercizio della propria discrezionalità tecnica.

Tanto da far levare voci, all'interno dello stesso ordine giudiziario, in favore di interventi legislativi che rendano più obiettivi (o meglio, "misurabili", nella loro concreta applicazione) i criteri per il conferimento degli incarichi di direzione degli uffici giudiziari. Da tanti anni, infatti, si insiste - per frenare la deriva verso un diritto sempre più "incalcolabile" - sulla necessità di rendere "prevedibili" le decisioni dei magistrati, ma non meno "prevedibili" dovrebbero essere gli esiti relativi ad un'attività (qual è quella del Csm) di alta amministrazione, trattandosi, pur sempre, di dare "esecuzione alle legge", allorché si adottino quei provvedimenti di organizzazione degli uffici, che delle decisioni giudiziarie costituiscono, in qualche misura, il presupposto.

La rapidità nel decidere - Ma ciò che ancor di più sorprende, di queste convulse giornate che hanno preceduto l'inaugurazione dell'anno giudiziario, è la rapidità del percorso decisionale del Csm. L'annullamento disposto dal giudice amministrativo ha determinato la necessità che il Consiglio Superiore della Magistratura operasse una nuova comparazione tra il candidato - che il Consiglio di Stato ha ritenuto illegittimamente pretermesso - e i già nominati, sui quali è nuovamente caduta la scelta del Csm. Sarà, eventualmente, il giudice amministrativo ad esprimersi, ancora una volta, sulla legittimità di tali deliberazioni, stabilendo se esse siano state il risultato di una adeguata ponderazione dei profili professionali, oppure l'elusione del giudicato in favore del presidente Spirto.

Non si può, tuttavia, sottacere come la fretta di arrivare ad una deliberazione, che non lasciasse la Cassazione sguarnita dei suoi vertici in occasione della cerimonia odierna, sebbene comprensibilmente ispirata alla necessità di evitare un vuoto di potere, ha costretto il Csm a dover emendare, in sede di plenum (e al cospetto del Capo dello Stato, che lo presiedeva), la proposta relativa alla nomina del Presidente Aggiunto della Corte, correggendo una serie di refusi ed imprecisioni.

Tra i quali, in particolare, il riferimento all'acquiescenza, di tutti i candidati diversi dal presidente Spirito, alla delibera annullata, per non averla essi impugnata, stante, invece, la perdurante pendenza di almeno un ulteriore giudizio amministrativo radicato (e destinato a definizione, nel prossimo mese di febbraio) da parte di altro magistrato di legittimità.

Gli errori - Espressione di questa stessa fretta è, inoltre, l'affermazione - che si legge nell'allegato alle due proposte consiliari - relativa alla "rinnovazione" del concerto della Ministra Guardasigilli. Così come "nuove", e non semplicemente "rinnovate", sono le due deliberazioni del Csm, avendo esso proceduto a riesercitare il suo potere di comparazione e scelta tra i candidati, e non semplicemente a espungere, dai provvedimenti adottati in precedenza, i vizi da cui erano affetti, "nuovo" (e non meramente "rinnovato") non può che essere pure il concerto espresso dalla Ministra della Giustizia.

Una finissima costituzionalista come l'attuale titolare del dicastero di Via Arenula ne è, naturalmente, consapevole, sicché la concitazione di questi giorni deve aver tradito l'attenzione dei più stretti suoi collaboratori. Il concerto non è un mero "visto", apposto dal Guardasigilli all'operato del Csm, ma - come ben sa la Ministra Cartabia - "un elemento essenziale del procedimento", giacché l'interlocuzione, in tale ambito, tra il Ministro e l'organo di governo autonomo della magistratura, si traduce in "un modulo procedimentale volto al coordinamento di una pluralità di interessi, spesso eterogenei e imputabili ad autorità distinte", esigendo che si ponga in essere "una discussione e un confronto realmente orientati al superiore interesse pubblico", destinata a tradursi in "un esame effettivo ed obiettivo, dialetticamente svolto, di tutti gli elementi ai fini della copertura di quel determinato incarico direttivo" (Corte cost., sent. n. 379 del 1992).

Nessuno dubita che tanto sia avvenuto nei casi in esame, ma l'espressione secondo cui il concerto viene "rinnovato" non appare, forse, la più consona a darne attestazione.

Quale, dunque, la morale di questa storia? Ogni "rito" è importante in uno stato costituzionale di diritto, giacché ad esso appartengono anche momenti simbolici, indispensabili a consolidarne la sua "religione civile". Ma esso vive, soprattutto, di sapienza, giacché è nell'accorto e prudente esercizio del potere - qualunque ne sia la natura - che ogni Istituzione trova, in ultima analisi, la sua principale fonte di legittimazione.

 
La giustizia sempre più lontana dai cittadini PDF Stampa
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di Carlo Nordio


Il Mattino, 22 gennaio 2022

 

All'inaugurazione dell'anno giudiziario, la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha definito la riforma del Csm "necessaria e ineludibile". Sono parole dure e sacrosante, rese più severe dalla presenza del Capo dello Stato, che presiede il Csm, e dei titolari delle due massime cariche della Cassazione, che ne sono membri di diritto. E tuttavia neanche questa riforma sarebbe sufficiente a riportare tra i cittadini la fiducia nel nostro sistema giudiziario.

Un sistema che attualmente si avvia allo sfascio, e che nemmeno gli straordinari sforzi della pur bravissima Guardasigilli sembrano in grado di salvare, L'ultima prova di questa debacle è costituita proprio dal conflitto sorto tra lo stesso Csm e il Consiglio di Stato, che una settimana fa aveva dichiarato illegittima la nomina sia del Presidente della Cassazione, che ha officiato la cerimonia di ieri, sia della sua vice che gli sedeva accanto. Nomine che, secondo il giudice amministrativo, erano sorrette da una motivazione "irragionevole e gravemente carente": un giudizio drastico, e quasi offensivo, che ci induce a tre considerazioni.

Qui non si tratta del vecchio e annoso conflitto tra pretori di provincia sulla liceità del topless sulle spiagge. Qui abbiamo di fronte due organi essenziali del nostro sistema: quello che controlla i giudici, e quello che controlla l'amministrazione. Va detto che il Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbe godere di una sorta di supremazia, vista la sua rilevanza costituzionale e la sua prestigiosa composizione. Ma così non è. I suoi provvedimenti sono atti amministrativi, come tali impugnabili al Tar e successivamente al Consiglio di Stato, al pari della bocciatura di un alunno o della revoca di una licenza di caccia. In teoria il giudizio sulla loro validità dovrebbe limitarsi alla cosiddetta illegittimità, ma in pratica si estende al merito, cioè al loro contenuto. Nel caso in esame, definendo "irragionevole" la motivazione delle due nomine, il massimo organo della giurisdizione amministrativa ha rivolto al Csm le stesse censure espresse in varie altre occasioni, ultima quella per l'assegnazione della Procura di Roma al dottor Prestipino. In quel caso il Csm aveva riveduto il suo giudizio, ed aveva nominato il dottor Lo Voi. Ora invece ha insistito nella risoluzione precedente.

È probabile che il caso ritorni ancora al Consiglio di Stato, e così via chissà per quanto tempo. Logorato da tanta sottigliezza, il paziente lettore avrà già perso il filo del discorso. Di sicuro ha perso gran parte di fiducia nel sistema. Secondo. Questo conflitto tra Csm e Cds non nasce da rivalità istituzionali. Esso trae origine proprio da iniziative degli stessi magistrati.

I giudici amministrativi infatti non procedono di ufficio, ma in quanto investiti di ricorsi da parte di concorrenti che si ritengono ingiustamente scartati, Nel caso di specie, un alto magistrato aveva impugnato le nomine degli altri due aspiranti, secondo lui meno titolati e meritevoli. A questo punto il cittadino, nella sua sgomenta rassegnazione, sì domanda come sia possibile che i giudici facciano la guerra prima ai propri colleghi, e poi addirittura all'organo che li rappresenta e li tutela.

E questo ci porta alla terza considerazione: che il Csm non è proprio quel consesso di impeccabili giuristi che abbiamo prima ipotizzato. Lo scandalo Palamara ha rivelato una baratteria di cariche tra correnti che un autorevole commentatore ha definito "un verminaio", e un ex superprocuratore antimafia "mercato delle vacche". In effetti, dopo quelle rivelazioni, alcuni suoi membri erano stati indotti alle

dimissioni, e il Csm si avviava all'epilogo della sinfonia degli addii di Haydn, dove gli orchestrali se ne vanno uno alla volta finché il primo violino spegne l'ultima candela. Poi lo stesso Csm ha radiato Palamara sperando che tutto finisse lì. Ma così non sarà, perché al processo contro l'ex presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, dovranno sfilare come testi decine di suoi ex colleghi, e, come lo stesso Palamara ha detto, potrebbe esser un bagno di sangue.

Dal canto suo l'Anm pare stia mettendo sotto accusa una settantina di iscritti, che rischiano l'espulsione per le frequentazioni con Palamara e la violazione del codice deontologico. In ogni caso la credibilità e il prestigio del Csm, come ha detto commosso il vicepresidente Ermini nel suo saluto a Mattarella, "sono stati colpiti in profondità".

È ovviamente un verecondo eufemismo, perché a questo punto il cittadino, esausto e scoraggiato, si domanderà dove siano finite la certezza e la dignità del diritto. Ieri, durante la solenne cerimonia, la maggior disfunzione della nostra giustizia è stata individuata più o meno da tutti nella lunghezza dei processi.

Una patologia peraltro assai antica, visto che Amleto annoverava, tra i dardi dell'oltraggiosa fortuna, anche "the law's delay", il ritardo della legge. Oggi assistiamo a qualcosa di molto peggio: è il "the law's decay", il decadimento del nostro intero sistema giuridico. Il povero principe di Danimarca esitava a darsi la morte per paura dell'oltretomba. Noi invece abbiamo già un Paese che, dalla culla del diritto, ne è diventato la bara.

 
Appello solo per l'imputato, il Parlamento ci riprova PDF Stampa
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di Giovanni M. Jacobazzi


Il Dubbio, 22 gennaio 2022

 

Presentato dai senatori di FI un ddl che lascia solo alla persona condannata, e non più anche al pm, il diritto alla revisione di merito della sentenza. "Tutti i Trattati internazionali e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo prevedono che l'appello sia un diritto riconosciuto al solo imputato".

A dirlo è il senatore di Forza Italia Franco Dal Mas che, unitamente al capogruppo azzurro in Commissione Giustizia Giacomo Caliendo e ai colleghi Fiammetta Modena, Nazario Pagano, Luigi Vitali ed Enrico Aimi, ha presentato nei giorni scorsi un ddl al riguardo. La riforma prevede la modifica degli articoli 428 (Impugnazione della sentenza di non luogo a procedere), 593 (Casi di appello) e 606 (Casi di ricorso) del codice di procedura penale.

Scopo dichiarato del ddl è quello di consentire solo alla persona condannata, e non all'accusa, il diritto a una revisione della sentenza. La modifica proposta, in particolare, segue quanto era emerso dai lavori della Commissione sulla riforma del processo penale e presieduta da Giorgio Lattanzi.

La Commissione, nominata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia all'atto del suo insediamento, aveva infatti suggerito di intervenire in questa direzione, temperando la non impugnabilità da parte del pm con la possibilità del giudizio di legittimità formale. Una norma simile, va detto, era stata già introdotta con la legge Pecorella del 2006, ma la Corte Costituzionale, all'epoca presieduta da Giovanni Maria Flick, disarticolò poco dopo con la famosa sentenza numero 26 del 2007, ritenendo che si potesse violare il principio di parità delle parti fra accusa e difesa.

"Da allora sono trascorsi 15 anni, e siamo di fronte a un quadro molto differente", ricorda sul punto Dal Mas. "Forza Italia - ha poi aggiunto il senatore azzurro ha fatto questo passo, confido che anche le altre forze politiche che si ispirano al garantismo e rifiutano il populismo giustizialista possano convergere". La Corte costituzionale nel 2007 si premurò di affermare che la posizione di vantaggio di cui fisiologicamente fruisce l'organo dell'accusa nella fase delle indagini preliminari, sul piano della ricchezza degli strumenti investigativi non poteva abilitare di per sé sola il legislatore, in nome di un'esigenza di ' riequilibrio', a qualsiasi deminutio, anche la più radicale, dei poteri del pubblico ministero nell'ambito di tutte le successive fasi.

"Dopo trent'anni dall'introduzione della riforma in senso accusatorio - ricorda invece Giorgio Lattanzi - il tempo è ormai maturo per ripensare alla funzione da attribuire all'appello nell'innovata architettura del contraddittorio". In tale ottica, allora, ben si inserisce, per gli indagati e imputati, la concreta possibilità di riconoscere loro la presunzione di innocenza fino a quando non ne sia stata legalmente provata la colpevolezza. Senza trascurare, ovviamente, quale debba essere il ruolo assunto dal pubblico ministero: "Cerbero della legalità" o "avvocato dell'accusa", come affermato qualche tempo addietro da Alberto Macchia, professore di diritto processuale penale alla Luiss.

 
Il giusto sigillo della Consulta sulla modifica dell'abuso d'ufficio PDF Stampa
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di Antonella Trentini*


Il Dubbio, 22 gennaio 2022

 

È di tre giorni fa la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha ritenuto ragionevole e per nulla eccentrica la norma che ha riformato l'abuso d'ufficio previsto dall'art. 323 del codice penale, in vigore dal 16/07/2020 (art. 23, DL n. 76, recante "Misure urgenti per la semplificazione e l'innovazione digitale", convertito in L. n. 120/ 2020).

In una precedente breve riflessione (Il Dubbio del 30/07/2020), si era osservato che l'intenzione del legislatore mirava a "realizzare un'accelerazione degli investimenti e delle infrastrutture", soprattutto in un periodo di "straordinaria" devastazione economica e sociale quale quello imposto dal Covid 19. E che siffatto lodevole intento non poteva che prendere atto di due esigenze: la semplificazione delle procedure d'appalto ed edilizie senza compromissione delle esigenze di legalità da un lato, e dall'altro, poiché "semplificare" significa "agevolare, facilitare una procedura" - che in taluni settori rimane compressa sotto la cappa del timore di sbagliarne applicazione/ interpretazione della stratificazione normativa che affastella la nostra vita quotidiana sino a rimanerne schiacciata - occorreva restringere la portata applicativa dell'ipotesi incriminatoria più dilatata (e quindi più temuta) dai pubblici funzionari ed amministratori, l'abuso d'ufficio. A distanza di oltre un anno da quelle riflessioni "a caldo", la loro bontà è ora scolpita dalle motivazioni trasfuse dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 8 del 18/01/2022.

La Consulta prende atto che non è sbagliato "dare fiducia" a chi si è dovuto difendere dall'astrattezza, soprattutto in un momento storico in cui l'interesse pubblico primario è ripartire e non andare a caccia di interpretazioni (magari) errate di norme oscure da parte della burocrazia e degli amministratori.

Si rammenta che tale ipotesi incriminatoria ha spesso portato a procedimenti contro amministratori e dipendenti per lo più conclusi con assoluzioni e tanta tribolazione, sì da portare gli interpreti a coniare la categoria metagiuridica di "burocrazia difensiva", per indicare forme di immobilismo protettivo, termine oggi fatto proprio dalla Consulta.

Non si può tacere il fatto che da anni sono in "crisi" i due capisaldi della cultura giuridica, cioè il principio di legalità e il principio di certezza del diritto: dove la legge perde la sua tradizionale centralità, predomina l'incertezza delle regole giuridiche. Incertezza che in taluni Enti, ad esempio gli Enti Locali si avverte molto, dato che per dare risposte è necessario avere chiare le regole da applicare. Ma se la qualità della produzione normativa è scadente e le fonti del diritto sempre più stratificate (transnazionali, leggi, DL, DM, Authority, indicazioni "soffici", ecc.), se la giurisprudenza oscilla tra decisioni di segno opposto anche su casi analoghi, come si può pretendere di accelerare procedimenti complessi, individuando senza margine di errore le regole da applicare ai casi concreti?

È un fenomeno sconvolgente per gli enti locali, ancorati da sempre alle rassicuranti certezze e dogmi per i quali un ordinamento è tale in quanto per definizione è in grado di rinvenire all'interno di se stesso gli elementi che consentano di superare eventuali contraddizioni e antinomie o colmare possibili lacune.

La Consulta ha ben compreso che lo strumento indispensabile per poter lavorare e di conseguenza far riacquistare a funzionari, amministratori, imprenditori, cittadini la fiducia e, con essa, l'impulso all'economia, è sì semplificare, ma soprattutto delineare le norme penali affinché sia chiaro il contorno del lecito da ciò che non lo è.

Che la "certezza delle regole" rappresenti un fattore di sicurezza non è un quid novi; e se manca più facile è sbagliare per il cittadino, per il funzionario, per l'amministratore; ma se per il privato significa rimetterci in proprio, per la P. A. significa responsabilità erariale, amministrativa, e penale a carico dei responsabili, sui quali vengono troppo spesso riversati gli errori di normative troppo frettolose, di difficile applicazione, con passaggi troppo bruschi tra ' vecchi' e ' nuovi' regimi.

Alla Consulta non è quindi parsa né "eccentrica", né "assolutamente avulsa" la modifica operata dall'art. 23, d. l. 76/ 2020 che ha sostituito l'astratto reato di evento e a dolo intenzionale, con una fattispecie in cui l'evento ingiusto (vantaggio patrimoniale a proprio o altrui favore o l'ingiusto danno altrui), è conseguenza della violazione di regole di condotta specifiche e previste espressamente da leggi o atti equiparati, da cui non residuino margini di discrezionalità. Di conseguenza il funzionario/ amministratore non potrà essere perseguito ai sensi dell'art. 323 c. p. quando lo spazio di discrezionalità gli consenta di scegliere le concrete modalità per la realizzazione dell'interesse pubblico prefissato. La Consulta ha messo un punto fermo rilevante.

 

*Presidente Unaep (Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici)

 
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