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Foggia. Suicidio nel carcere, muore un affiliato alla "società foggiana" PDF Stampa
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Corriere del Mezzogiorno, 19 settembre 2021


Alessandro Lanza, 43 anni, si è impiccato all'interno della sua cella. Doveva scontare altri due anni per mafia e tentata estorsione. Fu coinvolto anche nel blitz "Blauer" del 2011 perché accusato di aver favorito la latitanza del boss Franco Libergolis.

Ancora un suicidio nel carcere di Foggia. Un detenuto di 43 anni, Alessandro Lanza, esponente del clan Sinesi-Francavilla si è ucciso impiccandosi all'interno della sua cella. Sono stati gli agenti della polizia penitenziaria ad accorgersi di quanto avvenuto: a nulla sono serviti i tentativi di soccorso del personale medico, giunto tempestivamente. Il 43enne stava scontando un residuo pena di circa due anni per mafia e tentata estorsione nell'ambito del processo "Corona", l'operazione del 2013 con cui furono arrestati 24 tra affiliati e vertici della criminalità organizzata di Foggia.

L'altro episodio - È il secondo suicidio che si verifica dall'inizio dell'anno nel carcere di Foggia. Il 3 aprile scorso si è ucciso Gerardo Tarantino il presunto omicida di Tiziana Gentile la bracciate agricola uccisa nella sua abitazione ad Orta Nova (Foggia) il 26 gennaio. In Puglia in pochi giorni è il terzo recluso morto all'interno dei penitenziari.

Lo denuncia il FS-CO.S.P. Coordinamento sindacale penitenziario che ricorda come in Puglia mancano oltre 1.000 unità sugli attuali 2.700 poliziotti. Nelle dodici strutture carcerarie di sono oltre 4.100 detenuti contro i 2.400 regolamentari. Anche per questo il sindacato della polizia penitenziaria ha chiesto nuovamente un intervento della Ministra della Giustizia Marta Cartabia per ottenere "provvedimenti urgenti, radicali e profondi anche eventuali sostituzioni di dirigenti e funzionari se necessari al cambiamento".

 
Pisa. Il pm ha chiesto l'archiviazione per tutti i detenuti indagati per la rivolta del 2017 PDF Stampa
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La Nazione, 19 settembre 2021


Dopo che un detenuto si era tolto la vita, scoppiò una rivolta nel carcere di Pisa. Era il 2017 e quel tragico e drammatico gesto suscitò le proteste degli altri detenuti che si sono asserragliati in uno dei piani dell'istituto. Scoppiò un parapiglia insieme all'allarme che fece scattare, immediatamente, le misure di sicurezza: all'esterno del carcere si raccolsero mezzi della polizia penitenziaria, della polizia di stato, dei carabinieri e della guardia di finanza. La protesta durò quasi tre ore.

E, secondo le informazioni che emersero, furono lanciati oggetti, suppellettili e venne anche dato fuoco ad alcune lenzuola e cuscini, rendendo necessario l'intervento con estintori. All'interno intervennero gli agenti della polizia penitenziaria mentre gli uomini delle altre forze dell'ordine vigilarono l'esterno.

All'esito delle indagini e degli approfondimenti, pero, il pubblico ministero per i 13 indagati di resistenza, danneggiamento, minaccia e uno anche per calunnia, ha chiesto l'archiviazione perché, pur con una condotta sbagliata, i detenuti avevano dato vita ad una protesta. Una dimostrazione messa in piedi con metodi non consoni, ma senza però l'intenzionalità di compiere il reato. la richiesta di archiviazione è arrivata ieri davanti al GUP Castellano, alla quale si sono associati i difensori degli imputati. Il giudice si è riservato la decisione.

 
Napoli. Processo "Cella zero", tour de force per scongiurare la prescrizione PDF Stampa
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di Viviana Lanza


Il Riformista, 19 settembre 2021

 

Ormai è una corsa contro il tempo. I giudici provano a mettere il turbo al processo sui presunti pestaggi denunciati da quattro ex detenuti del carcere di Poggioreale nel lontano 2012-2014. Secondo il nuovo calendario di udienze, si procederà al ritmo di una seduta ogni quindici giorni. Dopo i lunghi rinvii del passato, il processo noto anche come "Cella zero", dal numero della cella più temuta del grande carcere cittadino, si appresta ad arrivare alla fase conclusiva del dibattimento provando a evitare la prescrizione che rischia di incombere.

Cinque gli episodi indicati al centro delle accuse che, a vario titolo, sono contestate ai dodici agenti della polizia penitenziaria sotto processo, e all'epoca dei fatti (parliamo di quasi dieci anni fa) in servizio presso la casa circondariale di Poggioreale. Si va dall'abuso di potere nei confronti di persone detenute al reato di maltrattamenti. Perché, secondo la denuncia di quattro ex detenuti, sarebbe stato con la violenza che una squadretta di agenti avrebbe regolato i rapporti con i reclusi, punito sguardi o parole di troppo. "Il metodo Poggioreale" lo ha definito qualcuno. La stessa definizione è emersa anche, più recentemente, dalle chat dell'inchiesta sui pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Quello sulla "Cella zero" è a Napoli il primo processo incentrato su ciò che accade nel chiuso di un istituto di pena. I dodici agenti imputati si difendono, respingendo le accuse.

Finora, nel dibattimento, lo scontro tra le tesi di accusa e difesa si è concentrato sull'attendibilità dei riconoscimenti degli imputati da parte delle vittime. Anche l'udienza di giovedì è stata dedicata all'analisi delle attività investigative svolte per dare un nome e un volto agli autori delle umiliazioni e dei pestaggi denunciati dagli ex detenuti, alla verifica delle testimonianze con riscontri sui registri delle presenze degli agenti in servizio nei giorni in cui si sarebbero consumati i soprusi. Secondo il racconto di chi in quella cella ha detto di esserci finito, tutto accadeva di notte. Che la squadretta fosse in azione lo si capiva dal rumore dei passi e dal suono delle mazze di ferro battute contro le sbarre della cella. Bastava che ci fosse stato nella giornata un battibecco, una risposta dai toni più duri, un commento di troppo. Entrare nella cella zero voleva dire essere costretto a spogliarsi, fare flessioni e prendere le botte, stare poi in isolamento fino a quando non si riusciva a reggersi di nuovo in piedi sulle proprie gambe.

Nel ricordo degli ex detenuti la cella zero era una stanza senza arredi. "Mi fecero spogliare, mi fecero togliere anche gli indumenti intimi e in tre iniziarono a picchiarmi, a insultarmi e farmi eseguire flessioni sulle gambe - si legge in una delle testimonianze degli ex detenuti finita al vaglio degli inquirenti - Si alternavano a picchiarmi con schiaffi mirati alla testa e calci alla schiena".

Per gli ex detenuti "cella zero" era un luogo di umiliazioni e violenza. Oggi a Poggioreale quella stanza al piano terra, spoglia e arredata solo con un letto ancorato al pavimento con delle viti, non esiste più. Esiste nelle ricostruzioni al centro di un dibattimento iniziato nel 2017 e ancora in corso in primo grado, sospeso tra vari rinvii e ora sottoposto a un'accelerazione che si spera possa servire a portare il processo alla sua naturale conclusione. Tra coloro che hanno raccontato le torture di "cella zero" c'è anche Pietro Ioia, attuale garante dei detenuti di Napoli.

 
Sulmona (Aq). Ambulatorio sovraffollato, crisi del servizio odontoiatrico nel carcere PDF Stampa
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ilgerme.it, 19 settembre 2021


Con una nota ufficiale inviata dai responsabili di categoria della Uil-Fpl e Uil-Pa L'Aquila ai vertici della Asl sono stati chiariti i problemi che affliggono l'ambulatorio del carcere sulmonese di via Lamaccio. Liste d'attesa troppo lunghe e rallentamenti dovuti al rispetto dei protocolli anticovid hanno creato più di un disagio per il servizio odontoiatrico della casa circondariale.

"Sulla base delle rilevanze fatte ne è conseguita la scelta di inviare un altro odontoiatra in supporto alla professionista ivi di ruolo - si legge nella nota - Tale provvedimento però non sta dando i risultati sperati soprattutto in ordine all'abbattimento delle liste di attesa, al regolare soddisfacimento dei lavori che necessitano di più accessi in ambulatorio e agli interventi d'urgenza segnalati dal medico di medicina generale. Va altresì evidenziato che il tutto risulta aggravato dai limiti imposti dalle politiche anticovid che ne rallenta ulteriormente l'iter".

"Ci ritroviamo - continua la nota - di fronte una situazione che vede la Casa circondariale dell'Aquila ospitare quasi la metà dei detenuti reclusi rispetto al penitenziario sulmonese ma con un monte ore assegnato superiore se si rapporta al numero dei detenuti presenti. Premesso quanto sopra, al fine di evitare spiacevoli situazioni visto che il non soddisfacimento delle richieste avanzate dai detenuti si riverbera negativamente su tutto il sistema penitenziario sulmonese". Tra le richieste dei sindacati ci sono un incremento orario settimanale pari a 6 ore al fine di meglio contemperare le molteplici esigenze che la professionista si trova faticosamente a fronteggiare e la riduzione della lista d'attesa.

 
Ferrara. "In carcere servono più occasioni di socialità e lavoro" PDF Stampa
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di Martina De Tiberis


estense.com, 19 settembre 2021

 

"Ingiustizia carceraria" è il tema trattato venerdì 17 settembre dagli Emergency Days Ferrara. Nella serata di venerdì 17, durante gli Emergency Days, si è tenuto il secondo incontro, presso il Rivana Garden, dal titolo "Ingiustizia carceraria". Mauro Presini, maestro elementare specializzato per l'integrazione e, per l'occasione, mediatore dell'evento, ha voluto commemorare l'importanza della figura di Gino Strada, fondatore di Emergency, e dei suoi precetti, rivolti soprattutto verso gli ultimi della società.

Alessio Scandurra, membro del Comitato Direttivo e Coordinatore dell'osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione dell'associazione Antigone, ha descritto le pessime condizioni delle carceri italiane.

"Oggi quello che noi osserviamo quando giriamo per gli istituti - afferma il coordinatore di Antigone - è un carcere che ancora fatica a tornare quello che era. Per una comunità che ha l'isolamento nel proprio sangue, aprirsi è un processo lento e faticoso. È importante che la comunità esterna chieda a gran voce questa apertura nei confronti delle carceri".

La questione dei diritti dei detenuti è stata affrontata, in maniera minuziosa e analitica da Stefania Carnevale, professoressa associata di Diritto processuale penale presso l'Università di Ferrara, ricordando il concetto fondamentale di diritto umano, sulla scia degli insegnamenti di Gino Strada, un diritto che è qualcosa di inalienabile, congenito in ogni persona dal momento della nascita.

"Il diritto alla salute e alla vita è un diritto fondamentale: non può e non deve soccombere dinanzi a timori per la sicurezza. Quest'ultima va tutelata in altro modo. Le persone detenute devono mantenere la loro dignità in ogni ambito della quotidianità. I diritti sono la cosa più preziosa che abbiamo perché sono una forma di tutela che la collettività ci assicura per esserne parte, anche se si è tradito il patto sociale". Queste le parole della professoressa dinanzi alla situazione attuale degli istituti penitenziari attuali.

Il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara si è fatto promotore di un lodevole progetto, denominato "sportello carcere", in collaborazione con l'associazione L'Altro Diritto: il servizio prestato concerne specifiche esigenze dei detenuti che, grazie ad uno sportello di orientamento legale, possono ricevere assistenza, da parte di esperti in materia, su temi che riguardano la condizione carceraria.

Antonio Amato, ex responsabile dell'area Misure e sanzioni di comunità dell'Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna di Bologna, ha definito il carcere come un luogo "antieconomico e criminogeno", un'esperienza che non ha alcuna valenza educativa, poiché l'utenza che vi transita è un'utenza debole, composta da persone in condizione di notevole disagio economico, sociale e affettivo. "Sarà necessario investire in campagne di sensibilizzazione per smuovere l'animo dei cittadini. Bisogna creare maggiori occasioni di socialità e lavoro per i detenuti". Con queste parole, pronunziate da Amato, si è concluso il dibattito.

 
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