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Bongiorno: "Castrazione chimica? Sarebbe una misura civile" PDF Stampa
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di Fausto Carioti


Libero, 20 luglio 2019

 

Il ministro: "È utile, ma deve essere volontaria e reversibile". La Lega lavora a un disegno di legge da presentare a settembre. Pare che stavolta facciano sul serio. Tra quelli che ci stanno lavorando c'è Giulia Bongiorno, persona credibile e competente, una delle poche in questo governo. Meglio così, perché la storia della castrazione chimica in Italia è diventata ridicola.

Se ne parla a intervalli regolari, di regola dopo qualche episodio clamoroso di stupro o pedofilia; la proposta suscita le solite reazioni pavloviane e muore lì, pronta per essere riesumata col nuovo caso di violenza sessuale. Ora, assicurano alla Lega, le cose sono diverse. Stanno preparando un disegno di legge che presenteranno a settembre, alla riapertura dei lavori parlamentari, sempre ammesso che riapertura ci sia. Certo, poi bisognerà trovare una maggioranza disposta a votarlo, perché pure in questo caso i Cinque Stelle si rivelano una costola della sinistra e sono determinati a dire no.

Male che vada, il testo sarà ripresentato nella prossima legislatura, che comunque non pare lontana e promette di avere numeri assai diversi da quelli di oggi. La Bongiorno è avvocato e giurista di cultura garantista, lontanissima dalla macchietta del politico truculento con l'elmo chiodato in testa. Ieri ha detto che la castrazione chimica "è una misura civile" che può essere utile nella lotta alla violenza sessuale e alla pedofilia, a patto che il trattamento sia "volontario e reversibile". Ed è così, ha ragione lei. Se si guarda alla questione senza isterie (impossibile, in Italia) non c'è un singolo motivo per cui non si debba fare qui ciò che già viene fatto in Germania, Francia, Regno Unito, Belgio, Svezia e altri otto civilissimi Paesi europei.

Quale sarebbe la ragione? Che lo Stato non può mutilare un condannato? Ovvio che non può farlo, ma qui si parla di un'altra cosa. La castrazione chimica di granguignolesco ha solo il nome: all'atto pratico consiste nella somministrazione di un ormone antiandrogeno che frena la libido. È il caso dell'Androcur, compressa da prendere dopo i pasti, uno dei prodotti più diffusi per la cura del carcinoma. Tra i suoi effetti, avverte il foglietto, c'è "la riduzione delle deviazioni dell'istinto sessuale negli uomini".

Cessata la somministrazione del farmaco, il desiderio torna. Nemmeno ha senso dire che si tratta di un sopruso da parte dello Stato, giacché la cosa avverrebbe solo su base volontaria e sotto controllo medico. Il condannato che l'accetta avrebbe il vantaggio di una riduzione della pena e la possibilità, inibite le sue voglie, di avere relazioni normali e reinserirsi nella società, o quantomeno di provarci. Si parla sempre di funzione rieducativa della pena: bene, cosa c'è di più rieducativo che cambiare e avere una seconda opportunità?

Altrettanto stupida è l'obiezione che l'integrità del corpo dell'individuo sia sacra al punto che nemmeno lui stesso può disporne. Chi la sostiene cita l'articolo 32 della Costituzione, secondo il quale la salute è un "fondamentale diritto dell'individuo", come tale irrinunciabile. Suona molto nobile, ma è una panzana. La legge italiana già oggi consente a chiunque di mutilarsi, anzi provvede esso stesso a farlo nei propri ospedali.

Dal 1967 il nostro ordinamento ammette la donazione del rene da parte di un vivente, dal 1999 quella di una porzione del fegato e dal 2012 è prevista la possibilità di rinunciare a un pezzo di polmone, pancreas e intestino. Se per aiutare un'altra persona posso privarmi di un rene, che non mi ricrescerà, perché non posso rinunciare alla libido con una terapia reversibile, per aiutare me stesso? Altri, ed è il caso dei Cinque Stelle, nascondono dietro a un distintivo da sceriffo la loro intesa con la sinistra su questo argomento.

A partire dal guardasigilli Alfonso Bonafede, il quale sostiene: "A me non interessa che il colpevole di una violenza sia fuori dal carcere con il testosterone più basso, mi interessa solo che sia in carcere". È quello che quando parla davanti agli avvocati si traveste da fine liberale e declama che "la pena deve avere quella funzione rieducativa che la Costituzione italiana le attribuisce". Se continua a fare il ministro sarà il caso che si metta d'accordo con se stesso (ma speriamo che non accada).

 
Aziende confiscate alla mafia, solo una su cinque sopravvive PDF Stampa
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di Marco Ludovico


Il Sole 24 Ore, 20 luglio 2019

 

L'agenzia nazionale. Ai minimi il tasso di attività delle imprese sottratte alla criminalità. Si punta su riorganizzazione, cultura manageriale e sinergia con i privati per risollevarlo. Un'azienda sana può salvare un'impresa sottratta alla mafia. È una sfida nella sfida.

Lanciata dal prefetto Bruno Frattasi, direttore da febbraio dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Qualche giorno fa, in audizione alla commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra (M5S), Frattasi ha spiegato tutte le criticità dei due settori d'azione: beni immobili e aziende. Forte di un'esperienza quasi quarantennale di prefetto, il direttore dell'Agenzia ha in capo la scommessa stessa di una struttura appena riformata e, dunque, attesa a risultati diversi dai problemi annosi trascinatisi negli anni.

Come prevede il nuovo Codice antimafia, le aziende "in sequestro e confisca possono avvalersi, oltre che del sostegno qualificato del mondo imprenditoriale, anche dell'ausilio tecnico delle Camere di commercio". Frattasi poi rivela un'altra mossa: "L'Agenzia intende valorizzare forme di collaborazione con associazioni di qualificati professionisti che possano portare all'interno di queste aziende una cultura manageriale fortemente orientata al rispetto delle regole". Il prefetto non si nasconde difficoltà e rischi.

Ma sottolinea la necessità della "inversione di una narrativa screditante, tendente a identificare l'impresa confiscata come una sorta di bad company". Se è fondato, il processo virtuoso "deve passare attraverso un'attenta opera di ripulitura interna e la sistematica osservanza dei modelli organizzativi di compliance previsti dalla normativa sulla responsabilità societaria". I numeri attuali, del resto, sono sconfortanti.

Le aziende ex mafiose che hanno già una destinazione sono 1.003; quelle in gestione all'Agenzia 2.982. Frattasi fa notare in Antimafia come "il numero delle aziende confiscate portate in liquidazione si attesta a una soglia elevatissima, supera il 90% dell'intero plateau". Il prefetto ha svolto in questi mesi una verifica sulle aziende in gestione. Con esiti drammatici: "Solo il 34%, tra quelle sottoposte a sequestro, è ancora effettivamente attivo".

Con la confisca di primo grado le aziende ancora attive sono "poco oltre il 27%". E a confisca definitiva si precipita "a circa il 19%", una su cinque. La musica cambia poco con gli immobili ex mafiosi. Destinati in 15.868, in gestione all'Agenzia 16.864. La tragedia sta in una procedura dove, dopo la destinazione, di solito a un ente locale, il bene resta abbandonato. "La percentuale di riuso in una rilevazione su circa 6mila immobili è di poco oltre il 60%". Contro queste assurdità indegne la sfida ricomincia.

 
Campania: dati allarmanti dalle carceri, il Garante "ci vogliono più psicologi" PDF Stampa
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di Roberta De Maddi


comunicareilsociale.com, 20 luglio 2019

 

In Campania l'anno scorso sono stati 11 i suicidi nelle carceri, quest'anno da gennaio a luglio ne sono stati già cinque. L'ultimo è avvenuto nel carcere di Secondigliano qualche giorno fa. Una situazione di estrema importanza che non può essere ignorata e sulla quale non ci si può non porre degli interrogativi. Esiste un protocollo di prevenzione del rischio suicidario, ma per mancanza di personale e per un basso numero di ore che si svolge effettivamente con i detenuti, questo protocollo viene davvero applicato come dovrebbe?

"Quando si tratta di suicidi i picchi più alti sono in ingresso e in uscita dal carcere", spiega Daniela de Robert, membro del collegio del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, la cui relazione annuale dovrebbe a breve essere resa pubblica. L'allarme che viene lanciato è chiaro. "Il welfare in Italia non esiste più, più ci si sente soli più si viene emarginati. Il carcere è fuori dalle agende della politica, all'apertura dell'anno giudiziario il carcere non è stato neanche nominato. Sono necessarie piccole cose quotidiane che però per chi è in carcere rappresentano tantissimo.

Attività, psicologi e psichiatri, visite e telefonate ai familiari ad esempio. In alcuni casi c'è un solo telefono, dieci minuti di telefonata a rotazione tra i detenuti, ma così finisce che non tutti riescono a sentire i propri familiari. Perché non utilizzare sistemi di videochiamata che sono invece autorizzati per la media sicurezza?

A Novara lo si fa, nel carcere femminile di Venezia c'era una mamma che poteva fare i compiti a telefono con la figlia via Skype. La Campania è un territorio difficile da gestire, ma ci vorrebbe più attenzione, più personale e soprattutto ben distribuito".

Il Garante in Campania per le persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha fatto visita ai detenuti dei reparti Ionio e Ligure del carcere di Secondigliano: "Siamo dispiaciuti, era un uomo semplice, introverso", così alcuni detenuti hanno ricordato il loro compagno che si è suicidato quattro giorni fa.

Samuele Ciambriello pone l'attenzione sulla carenza di personale come psicologi e psichiatri che sono troppo pochi e hanno troppo poco tempo a disposizione: "In alcuni reparti i detenuti anche per quattro mesi non vedono psicologi. Facendo una stima numeri alla mano, i detenuti in Campania hanno a disposizione 10 minuti al mese per parlare con loro. Bisogna aumentarne il numero e aumentare le ore. Le attività che vengono svolte inoltre sono poche.

A Secondigliano fino alle 13:30 le celle sono aperte, dopo fino alle 17:30 ci sono delle aree di socialità dove possono stare. Questa però è un'eccezione. A Poggioreale dopo le ore 16 qualunque attività è ferma, il carcere è come fosse congelato. Tutte le notizie ad esempio vengono date nel pomeriggio quando i detenuti non possono parlare con nessuno.

Tutte le attività sono ferme. Inoltre a Secondigliano in alcuni reparti non ci sono neanche le docce in cella, ci sono docce collettive peraltro arrugginite". Ciambriello sottolinea infine quanto sarebbero importanti le pene alternative per chi deve scontare ad esempio fino a due anni di carcere: "Si potrebbero destinare queste persone ai lavori socialmente utili invece di sovraffollare le carceri. Ricordo sempre che l'anagramma di carcere è cercare. Cerchiamo di dare a queste persone una giustizia riparativa, un presente dignitoso in carcere, ed un futuro quando hanno finito di scontare la pena".

 
Benevento: detenuto di 55 anni stroncato in cella da un infarto PDF Stampa
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cronachedellacampania.it, 20 luglio 2019


Un altro detenuto è morto in carcere colpito da un malore improvviso. È accaduto nel carcere di Benevento. la vittima si chiamava Antonio D. 55 anni di Napoli. Era in cella per reato comuni ma aveva problemi di cuore. Era un soggetto cardiopatico. Nella mattinata di ieri, forse per il caldo eccessivo della cella, l'uomo è stato colto da un infarto che lo ha stroncato subito.

I compagni hanno avvertite gli agenti penitenziari che sono accorsi insieme con il personale medico ma non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. Ancora una vittima quindi tra i detenuti in questa che sembra un'estate nera per le carceri italiani.

 
Napoli: detenuti con dipendenze, aumentano le possibilità di recupero PDF Stampa
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tuttosanita.com, 20 luglio 2019


La Asl Napoli 1 Centro e la Uiepe (Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna) insieme per implementare programmi socio-riabilitativi per i detenuti tossicodipendenti. Sottoscritto un protocollo che mira a potenziare l'attuazione delle misure alternative alla detenzione per i tossicodipendenti sottoposti a provvedimenti penali.

Un protocollo voluto dal Commissario Straordinario dell'Asl Napoli 1 Centro Ciro Verdoliva quanto dal Direttore dell'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna er la Campania Maria Bove, e che vede la determinante collaborazione del Direttore del Dipartimento Dipendenze Stefano Vecchio e della Responsabile della Unità Operativa Dipartimentale (Uosd) Strutture Intermedie Marinella Scala.

La normativa del settore, sulla scorta del percorso tracciato dalla storica legge del Sen. M. Gozzini e dall'impegno istituzionale multiforme di Alessandro Margara, prevede che i tossicodipendenti possano fruire di misure alternative alle pene per i reati commessi, in quanto prevalentemente collegati alla loro relazione con le droghe, seguendo programmi socio-riabilitativi all'interno di uno o più dei servizi per le dipendenze (Serd, Centri Diurni, Comunità Terapeutiche).

"Si inaugura una nuova stagione di attività congiunte con Uiepe - commenta Ciro Verdoliva. Il protocollo e il progetto Deeply rappresentano un nuovo tassello nella realizzazione del modello territoriale diffuso e articolato di servizi afferenti al Dipartimento delle Dipendenze che rappresentano uno dei nodi strategici e innovativi della attuale Direzione strategica della Asl Napoli 1 Centro".

In questo quadro si inserisce la sottoscrizione del protocollo tra la Asl Napoli 1 Centro e la Uiepe, che prevede un finanziamento per la realizzazione del progetto Deeply con la prima attivazione di quattro tirocini formativi che prenderanno vita nei due orti sociali gestiti dal Centro Diurno Lilliput (nel quartiere Ponticelli) e dal Centro Diurno Palomar (realizzato in via Manzoni). Progetti che vanno a potenziare e rinforzare i programmi socio-riabilitativi orientati al lavoro già in corso nelle due strutture.

Il Dipartimento delle Dipendenze della Asl Napoli 1 Centro ha infatti una lunga storia di progetti per l'esecuzione delle misure alternative alla detenzione, in particolare all'interno dei quattro Centri Diurni (Centro Aleph, Centro Arteteca, Centro Lilliput, Centro Palomar), afferenti alla Uosd Strutture Intermedie, con programmi socio-riabilitativi personalizzati e originali, implementati nel tempo anche con progetti finanziati dalla Regione Campania finalizzati più specificamente alla formazione professionale.

In questa logica è stato istituito uno sportello di orientamento per le misure alternative, nell'ambito del "Progetto IV Piano", che integra l'attività della UO SerD Area Penale ed è stato attivato un circuito regionale e nazionale di Comunità Terapeutiche che consente di personalizzare e velocizzare l'esecuzione delle misure alternative.

"Questo protocollo - dice il Direttore della Uiepe - conferma e rafforza la collaborazione con l'Asl Napoli 1 Centro, in particolare con il Dipartimento Dipendenze e la Uosd Strutture Intermedie. Si compie un ulteriore passo in avanti nella collaborazione istituzionale grazie a progetti che delineano il passaggio da interventi orientati esclusivamente ai singoli individui, a orizzonti più ampi, nei quali le storie individuali, pur non azzerate, vengono tuttavia ricomprese nella ricerca di efficaci politiche di servizio, che tendono a conferire alle misure alternative contenuti trattamentali di chiara evidenza".

 
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