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Giustizia: il caporalato e i nuovi schiavi, pagati un euro ogni quintale di pomodori raccolti PDF Stampa
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di Carlo Vulpio

 

La Stampa, 27 agosto 2015

 

Lavorare in nero, cioè senza uno straccio di contratto, o in grigio, con un contratto finto, da cui risulti un salario doppio o triplo di quello reale è una pratica molto ben collaudata nei grandi lavori stagionali agricoli. Specialmente nel Sud Italia.

Nelle campagne questo sfruttamento grigio-nero è molto più "nero" che grigio. Per il colore della pelle della maggioranza dei lavoratori. Per la fatica bestiale che richiede, non meno di 10-12 ore sotto il sole cocente, con paga "a cottimo", 3 euro per ogni cassone di 3 quintali di pomodori. Per gli abusi d'ogni tipo sulle persone, che nei confronti delle donne sono ovviamente abusi sessuali. Per il taglieggiamento continuo sui lavoratori: la percentuale di 50 centesimi per ogni cassone di pomodori; il "biglietto" di 5 euro a cranio per il trasporto sul luogo di lavoro, stipati anche in quindici in furgoni e in utilitarie; il "contributo" di un euro su ogni bottiglia di acqua per dissetarsi.

Secondo i dati dell'Unar, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, 15 province italiane assorbono il 50,6 per cento della manodopera agricola straniera e, tra queste, la provincia di Foggia è al primo posto, con il 6,4 per cento. Il Tavoliere è dunque soltanto il picco più alto di questo infinito dramma, che nonostante i proclami è l'unica "filiera" agricola che funzioni davvero. Una "filiera" in cui vengono triturati non solo i neri africani concentrati in ghetti come quello di Rignano Garganico, che è solo il più grande e il più mediaticamente efficace, ma anche i bianchi europei della ex Europa dell'Est - romeni e bulgari su tutti, che fanno i "pendolari" e terminata la stagione "da neri" tornano in patria, con qualche euro e molte umiliazioni in più.

L'emergenza quindi è stabile, endemica, aggravata dall'aumento di offerta di manodopera dovuta ai sempre più numerosi arrivi di clandestini e di rifugiati richiedenti asilo in cerca di lavoro. Tutto questo è manna per i "caporali" e per la grande distribuzione agroalimentare. Anche per i produttori, certo, ma questi, se non sono latifondisti, sono in qualche modo anch'essi vittime della "filiera", perché i prezzi del prodotto li fa la distribuzione, e il produttore, "per stare nei costi", si risolve a impiegare la manodopera arruolata dai caporali.

Non solo. C'è poi la burocrazia, che spesso e volentieri, per concedere agli immigrati il permesso di soggiorno si ostina a chiedere loro "la residenza" (che non c'entra nulla), così da alimentare tutta una compagnia di giro - composta da avvocati, consulenti, cooperative di servizi vari - che procaccia e vende contratti di affitto e documenti di varia natura che gli immigrati comprano per non diventare "fuorilegge".

E così un altro giro di giostra ricomincia. Fino al prossimo "caso umano", alla "scoperta" del prossimo ghetto, alla solenne istituzione del prossimo "Tavolo istituzionale interforze permanente contro l'illegalità e il lavoro nero" (nientedimeno). Ma strutture da campo mobili e temporanee per i lavoratori stagionali, con permesso di soggiorno e garanzia del diritto alla salute, con costi di residenza e trasporto anche a carico della grande distribuzione e delle organizzazioni dei produttori, no? Una cosa del genere, la fece Jacob Fugger ad Augusta, nel 1516. Non era Mao Zedong, ma uno dei più grandi capitalisti dell'età moderna.

 
Giustizia: giallo nelle campagne del Gargano, si ricerca il corpo di un bracciante morto PDF Stampa
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di Gianmario Leone

 

Il Manifesto, 27 agosto 2015

 

Lo hanno cercato invano per settimane negli ospedali del Gargano. Di lui si conoscono il paese di origine, il Mali, e il luogo in cui lavorava: le campagne di Rignano Garganico in provincia di Foggia. Nessuno pare l'abbia più visto, questo bracciante di trent'anni, uno dei tanti stagionali per la raccolta dei pomodori nei campi della Capitanata. Viveva in una baracca vicino alle campagne dove lavorava.

Un "giallo" sul quale la Flai-Cgil Puglia vuole vederci chiaro. Per questo Yvan Sagnet, coordinatore del Dipartimento immigrazione del sindacato, ha deciso di uscire allo scoperto: "Il cadavere non si trova negli obitori né di San Giovanni Rotondo né di Foggia. È probabile sia stato sepolto dai caporali nel ghetto oppure nascosto. Stiamo cercando di conoscere il nome per far partire una denuncia di occultamento di cadavere. Purtroppo è difficile avere informazioni poiché i caporali hanno spaventato a morte i lavoratori che, anche se parlano dell'episodio, hanno paura a dire il nome e il giorno preciso del decesso". L'uomo sarebbe morto cadendo in uno dei 57 cassoni di verdura raccolti dai braccianti.

Dunque, qualcosa è successo. I membri della Rete Campagne in Lotta avevano denunciato l'accaduto durante l'assemblea pubblica di lunedì scorso al Centro sociale "Scuria" di Foggia. Per il bracciante del Mali fu osservato anche un minuto di silenzio. Le versioni dei fatti sono però discordanti. Per la Rete, infatti, il lavoratore sarebbe deceduto in ospedale.

Chi sa ha paura di parlare temendo di subire pesanti ritorsioni. Tanto è vero che la notizia non ha trovato conferme ufficiali. Come dichiara il segretario generale della Flai-Cgil Puglia, Giuseppe Deleonardis: "Non abbiamo alcuna certezza che sia morto un uomo. Abbiamo raccolto un racconto di qualche bracciante e stiamo verificando". "È una voce - spiega il segretario - e stiamo indagando cercando di capire se sia vera". I carabinieri di Foggia al momento non hanno ricevuto alcuna segnalazione sulla presunta scomparsa di un bracciante, né di un decesso. Nessuna indagine risulta al momento aperta.

Ma qualcosa a Rignano Garganico è successo. Luogo tristemente famoso per il ghetto creato dai migranti che vivono in capanne costruite con materiali di fortuna, in condizioni igieniche spesso precarie. E dove dal 2012 "Radio Ghetto Voci Libere", un'esperienza di comunicazione partecipata, tenta di dar voce ai braccianti africani delle campagne pugliesi, specie del foggiano. Da sempre una delle zone più colpite dal caporalato: basti pensare che oltre a quello di Rignano, ci sono il "Ghetto Ghana House" a Cerignola, il "Ghetto dei bulgari", nei pressi di Borgo Mezzanone, e l'insediamento presso la pista dell'ex aeroporto militare attiguo al Cara di Borgo Mezzanone.

E proprio in questi giorni le campagne del foggiano sono state al centro dei controlli dei carabinieri di Foggia, del Nucleo operativo del Gruppo Tutela Lavoro di Napoli, del Nucleo ispettorato del Lavoro di Foggia e dal personale della Direzione Territoriale del Lavoro di Foggia. Delle aziende controllate, 32 sono risultate irregolari: 430 i lavoratori agricoli identificati di cui 71 sono risultati irregolari e 64 in "nero". Per sei aziende è scattata la sospensione della attività imprenditoriale, e sono state accertate violazioni amministrative in materia di lavoro e maxi-sanzioni per lavoro nero per oltre 300mila euro.

Tutto questo alla vigilia dell'odierno vertice nazionale sul caporalato, convocato dai ministri Martina e Poletti, ed al quale parteciperanno sindacati, associazioni delle imprese agricole, l'ispettorato del Lavoro e l'Inps. Il ministro delle politiche agricole Martina, su Twitter, citando anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha annunciato la loro proposta comune in vista del vertice: "La nostra battaglia contro il caporalato. Confisca dei beni passo necessario".

Idea che ha subito trovato riscontri positivi nella Uila Uil, che chiede "un decreto legge per renderle subito operative", come ha dichiarato il segretario generale Stefano Mantegazza. Mentre la Flai-Cgil presenterà la propria piattaforma, nella quale chiede la rapida approvazione del Collegato agricolo e che alla "Rete del Lavoro di Qualità" possano iscriversi e restare iscritte solo le imprese che applicano le leggi ed i contratti di lavoro. Oltre all'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori in agricoltura.

 
Lettere: Roverto per urlare la sua innocenza non mangia e non parla PDF Stampa
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di Marsel Hoxha

 

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2015

 

In questi giorni sono in profonda sofferenza per Roverto. Un mio vicino di cella che sta facendo lo sciopero della fame e ha deciso di non parlare più durante questo sciopero. Lui viene da un Paese del Centro America. È stato condannato all'ergastolo per un omicidio, ma si dichiara innocente. Non smette un momento di gridare la sua innocenza. In carcere sono davvero molti coloro i quali si dichiarano innocenti, la maggior parte. Molto spesso quando me lo dicono, in cuor mio penso: un altro innocente! Con Roverto, però, le cose le intendo diversamente, per me lui è innocente per davvero! Gli credo e quando ci penso soffro per lui. Io, che il carcere lo frequento da parecchio, nonostante la mia giovane età, ho capito fin dal primo momento che lui è innocente. La sua disperazione mi ha coinvolto profondamente e quando mi parla delle sue figlie il suo volto si accende di una luce che non riesco a ignorare.

Noi siamo entrambi redattori della Redazione di Ristretti Orizzonti. Partecipiamo sempre a tutti i convegni e spesso interveniamo con le nostre riflessioni, con le nostre storie. Quando lui narra la sua storia e parla della sua famiglia, delle figlie che vivono lontano, molti di noi si commuovono. Il pensiero comune è che la giustizia tante volte ha un occhio solo, e non vede le cose come dovrebbe. Lui si chiama Roverto Cobertera, è un uomo di colore. Un negro! Lui lo dice sempre, mi hanno dato l'ergastolo anche per il colore della mia pelle.

Che le cose non siano andate in maniera lineare lo si capisce anche dal fatto che nel processo di primo grado era stato condannato a 24 anni, poi, in appello gli hanno aumentato la pena al massimo, gli hanno trasformato i 24 anni di pena in ergastolo. Non voglio scendere nei dettagli perché sarebbe lungo e complicato e non è esattamente questo il mio messaggio. Spero che ci sia qualcuno che legge questo articolo e è in grado di dare un aiuto a Roverto, che in questi giorni sta attuando questa protesta pacifica per attirare l'attenzione sul suo caso.

Quando vado nella sua cella a trovarlo lui mi parla a gesti, ma agita le mani in una maniera che non capisco niente. Allora prendo la penna e un foglio di carta e lui mi scrive i suoi pensieri. Mi spiega cosa intende e cosa posso fare per lui. Io rido tantissimo e sembra che a volte lo prendo in giro, ma non è vero, lui è molto simpatico e divertente, rido per questo e per distrarlo dai suoi pensieri tristi. Quando esco dalla sua cella però sono sempre triste. Penso che la galera è davvero una cosa brutta, lo penso per me che sono un colpevole, figuriamoci per lui che è innocente.

 
Lettere: i torti presunti della magistratura PDF Stampa
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di Armando Spataro (Procuratore della Repubblica a Torino)

 

Corriere della Sera, 27 agosto 2015

 

Caro direttore, quando è necessaria, la sintesi può esaltare le virtù di chi scrive, ma spesso può determinare difficoltà nell'esposizione di argomenti complessi. Credo e spero che tali difficoltà - nelle quali anche chi scrive incorrerà - abbiano condizionato il professor Sabino Cassese nell'esposizione delle sue tesi sulle riforme necessarie per far funzionare la giustizia (mi riferisco al suo editoriale sul Corriere del 24 agosto). Lo ipotizzo con il massimo rispetto per il professor Cassese, il cui prestigio è fuori discussione, ma del cui ragionamento, tuttavia, riesco a condividere solo pochi passaggi.

L'editoriale in questione, peraltro, si caratterizza per l'assertività di molte affermazioni: un mero elenco di presunte disfunzioni della giustizia le cui responsabilità vengono quasi tutte addebitate ai magistrati. Così per quanto concerne la loro "leggerezza" nell'uso della "carcerazione preventiva... come mezzo di pressione, per ottenere ammissioni di colpa", la tendenza a dettare l'agenda della politica e i criteri di politica industriale fino a occupare uno spazio sproporzionato nella vita civile (tanto da spingere l'autore a ipotizzare che il Csm possa dettare "linee guida non vincolanti"!), la inadeguatezza diffusa nel contrasto della criminalità organizzata, l'utilizzo eccessivo delle intercettazioni quale mezzo di prova.

n professor Cassese auspica pure la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici convinto che la diversità dei mestieri richieda "preparazione e professionalità differenti". Come può facilmente rilevarsi, questa lista dei presunti vizi dei magistrati non è nuova, ha preso forma in anni "difficili" ed evidentemente non è stata cancellata dal trascorrere del tempo. Non appare condivisibile neppure la "denuncia" del numero eccessivo degli avvocati quale concausa della crisi della giustizia: la trovo ingiusta se rapportata alla natura libera di quella professione e alle aspirazioni di tanti giovani che credono nella giustizia e nei due piatti della bilancia che la rappresenta.

Sto affermando che avvocati e magistrati non hanno vizi, né colpe? Certamente no! E limitandomi ai secondi, condivido ciò che Cassese afferma sull'eccesso di carriere politiche e di esternazioni di alcuni di loro. Aggiungo - come ricordato in altre occasioni - che sono fortemente criticabili anche quei magistrati che si propongono quali moralizzatori della società, esorbitando dai confini della loro professione, o quelli che incorrono in neghittosità inescusabili.

Ma - per favore - non si confondano patologia e fisiologia, né si ignori che la magistratura italiana (tra le più produttive in Europa), unitamente alle nostre forze di polizia, è leader mondiale nel contrasto efficace di ogni forma di criminalità organizzata, che le intercettazioni sono irrinunciabili per ogni delicata indagine (specie contro la corruzione) e che l'indipendenza di cui godono i pm, l'obbligatorietà dell'azione penale e la possibilità di interscambio della carriera tra giudici e pm (così da garantire, anche attraverso la loro comune formazione, miglior tutela dei diritti degli imputati e delle parti offese dai reati) fanno di quello italiano un sistema cui la comunità internazionale guarda come esempio virtuoso.

Certo, la giustizia italiana necessita di riforme profonde, a partire dagli investimenti in risorse umane e materiali, dalla cancellazione di formalismi inutili, dalla rivisitazione della prescrizione e di molto altro ancora. La strada è però una sola, quella del confronto approfondito su ogni criticità accertata: lo aveva auspicato più volte una mente libera come quella del compianto professor Vittorio Grevi, un illustre processual-penalista che aveva con chiarezza spiegato ai lettori in centinaia di articoli pubblicati su questo quotidiano i problemi della giustizia italiana e le possibili soluzioni, senza risparmiare critiche ai magistrati. Le sue, però, erano opinioni ben diverse da quelle del professor Cassese.

 
Lettere: perché mi sono candidato a Garante dei detenuti dell'Abruzzo PDF Stampa
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di Francesco Lo Piccolo

 

Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2015

 

Sono uno dei candidati alla nomina da parte del Consiglio regionale dell'Abruzzo del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Mi sono candidato perché mi è sembrato il giusto sbocco del mio percorso: giornalista, consulente dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo per la "Carta di Milano", membro della Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Abruzzo, referente dei detenuti per i Radicali Abruzzo, volontario in carcere da otto anni, da quando venni invitato dalla direttrice dell'Istituto di Chieti Lucia Avvantaggiato ad aiutarla nell'organizzazione di un giornalino interno. Da allora il giornalino "Voci di dentro" è diventato una rivista ed è nata l'associazione Voci di dentro di cui sono presidente e che oggi è attiva con oltre 60 soci.

In questi anni ho imparato a conoscere i detenuti e a misurarmi con loro. Soprattutto ho visto che prima di essere autori di un reato sono persone. Persone la cui dignità non può mai essere calpestata e i cui diritti restano tali, inviolabili. Da qui l'idea e la spinta a cambiare il senso dell'attività del volontario: non solo un aiuto spirituale o materiale ma motore di un processo di responsabilizzazione e crescita delle persone detenute per un reale cambiamento. Da qui le battaglie dentro il carcere per i diritti dei detenuti e fuori per eliminare le condizioni che portano le persone in carcere con la costruzione di occasioni di lavoro, occasioni di studio e di conoscenza. Con la convinzione che fare il volontario in carcere significhi lavorare fuori oltre che dentro per evitare che il fuori sia occasione di mancato inserimento, occasione di devianza e marginalità. Per evitare la cosiddetta porta girevole. Non a caso l'associazione Voci di dentro ha istituito fuori dal carcere uno sportello legale per gli ex detenuti e uno sportello di aiuto nella ricerca del lavoro.

Aiuti concreti e realizzati. A titolo di esempio segnalo qui la bella storia di Tony in carcere a Chieti che grazie ai corsi interni di Voci di dentro è stato ammesso al lavoro esterno in articolo 21 prima presso l'associazione e successivamente presso un'industria. Un percorso andato a buon fine al punto che oggi Tony, che ha finito di pagare il suo debito con la giustizia, è libero, è assunto a tempo indeterminato, è padre di famiglia. Ma è solo un esempio. Il primo. Tanti altri i progetti andati a buon fine, tutti nel segno della responsabilizzazione.

Come l'esperimento "La città" in corso nel carcere di Pescara: non più visite una tantum, non più corsi settimanali, ma attività quotidiane e costanti con il coinvolgimento di una trentina di detenuti e una quarantina di esterni tra volontari, ingegneri de L'Aquila, stagisti dell'Università D'Annunzio, per la trasformazione degli ambienti, e per la responsabilizzazione e crescita delle persone in una dinamica di relazione e scambio.

Per rendere gli spazi il più possibile simili al mondo di fuori con area lavoro, area studio, area hobby e con l'intenzione di estendere questa città in miniatura fino al muro di cinta. Ma è solo una tappa di un percorso, un percorso che parte dalla considerazione che tutte le persone hanno il diritto di essere trattate come persone. Per questo mi sono candidato a Garante dei detenuti. Per garantire i diritti che sono l'altra faccia dei doveri. La nuova seduta di Consiglio per la votazione e la nomina dovrebbe tenersi il 1° settembre.

 
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