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Giustizia: la rivoluzione nella Facoltà di Giurisprudenza, quinto anno a "numero chiuso" PDF Stampa
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di Silvia Mastrantonio

 

Il Giorno, 26 agosto 2015

 

Giurisprudenza, si cambia e si punta sul "numero chiuso" per il quinto anno da passare "sul campo". Si cambia anche per il post-giurisprudenza, quando si lavorerà con la toga addosso e ci si dovrà specializzare. Nei giorni scorsi il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha incontrato la collega dell'Istruzione, Stefania Giannini: hanno concordato le modifiche per l'ultimo anno universitario della facoltà di Legge. I dettagli sono in via di definizione e un nuovo incontro è previsto a settembre. Per adesso, però, si sa che la volontà congiunta è quella di dedicare il quinto anno di studio alla formazione, anche attraverso la scelta offerta allo studente tra diversi percorsi di specializzazione che comprendono un semestre di pratica.

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Giustizia: Mafia Capitale; team commissari per Giubileo, a Marino poteri solo sul traffico PDF Stampa
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di Alessandro Capponi

 

Corriere della Sera, 26 agosto 2015

 

Domani Renzi decide. Il governo: il piano opere va riscritto, irritazione per l'assenza del sindaco. La battuta (amara) dell'esponente della Capitale da sempre al fianco di Matteo Renzi: "Certo è vero, come si diceva qualche tempo fa, che tra Renzi e Marino alla fine ne rimarrà uno solo. Ma il punto è che se le cose continuano così quello a rimanere in piedi potrebbe pure essere Marino...".

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Giustizia: l'imprenditore Antonio Monella, l'idolo dei leghisti "ho ucciso per sbaglio" PDF Stampa
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di Davide Milosa

 

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2015

 

L'imprenditore di cui il Carroccio invoco la liberazione nel 2006 ammazzò un albanese che gli stava rubando l'auto. La concessione della grazia in cambio del ritiro di 500mila emendamenti alla riforma del Senato. L'uscita del leghista Roberto Calderoli trasforma la vicenda dell'imprenditore bergamasco Antonio Monella in una sorta di baratto politico tra il Carroccio e il governo Renzi.

Eppure quella del 57enne di Arzago d'Adda è una storia complicata e sofferta, sia sul piano umano sia su quello giudiziario. Monella è in carcere dall'8 settembre 2014. Sulle spalle ha una condanna definitiva a sei anni e due mesi per omicidio volontario con l'esclusione del "dolo intenzionale". Nel 2006 sparò e uccise Helvis Hoxa, un albanese di 19 anni che assieme a due complici assaltò la sua villa tentando poi di rubargli un Mercedes fuoristrada. I giudici respinsero la richiesta di assoluzione per legittima difesa. E nonostante questo, fin da subito il suo caso ha unito forze politiche diverse nella richiesta di grazia.

La storia di Monella inizia la notte del 6 settembre 2006. L'imprenditore edile si ritrova davanti tre banditi che subito scappano verso il garage della villa. In mano hanno le chiavi del suo suv. Monella se ne accorge e imbraccia un fucile da caccia regolarmente detenuto. Spara due volte. Decisivo il primo colpo che entra nell'auto e ferisce il giovane albanese.

Alle 3 del mattino del 7 settembre i carabinieri trovano il ragazzo accasciato sotto i tavolini di un bar di Truccazzano in provincia di Milano. I complici se ne sono liberati. Hoxa morirà poche ore dopo all'ospedale di Niguarda. Sentito in procura a Bergamo, Monella si difenderà spiegando che il primo colpo è partito per sbaglio. Nonostante i suoi legali siano ottimisti per l'archiviazione in base alla legge sulla legittima difesa, l'imprenditore edile finisce indagato per omicidio volontario. Cinque anni dopo, il Tribunale di Bergamo lo condanna a otto anni.

Il 29 giugno 2012 la Corte d'Appello di Brescia riduce la pena a sei anni e due mesi. Il primo marzo del 2014 i giudici della Cassazione confermano tutto. Il 22 marzo successivo il Tribunale di sorveglianza decide per il differimento della pena di sei mesi, giudicando "non improbabile la concessione del richiesto provvedimento clemenziale". Monella, che ha risarcito i familiari della vittima con 215mila euro, entrerà nel carcere bergamasco di via Gleno l'8 settembre accompagnato dal figlio di 26 anni.

La politica si attiva subito. Due giorni dopo la sentenza della Cassazione, il sindaco Pd di Arzago d'Adda annuncia la nascita di un comitato per chiedere al presidente della Repubblica la grazia. La Lega si associa e subito cavalca la vicenda. Il neo-leader del Carroccio Matteo Salvini corre nella villa di Arzago. Commenta: "Rischia di finire in galera per aver ucciso un ladro che gli era entrato in casa. Spacciatori tranquilli a spasso e chi si difende in galera, roba da matti". La questione, però, non è solo politica.

Il fatto pone il problema della legittima difesa. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando il 5 marzo 2014 annuncia l'avvio dell'istruttoria relativa alla domanda di clemenza. La vicenda di Monella torna d'attualità il 3 febbraio scorso quando in provincia di Vicenza, il benzinaio Graziano Stacchio uccide un uomo che stava rapinando una gioielleria. La Lega torna all'attacco proponendo di allargare la legge sulla legittima difesa. L'iter per comporre la domanda di grazia prosegue. E dopo il differimento di pena, è arrivato anche il parere favorevole della Procura generale della Corte d'Appello di Brescia. L'ultimo passaggio sarà il parere del Tribunale di sorveglianza sul comportamento in carcere di Monella. Il sottosegretario Ferri annuncia: "Ci sono le condizioni perché il ministro esprima parere positivo sulla grazia a Monella". Orlando promette un'accelerazione. La Lega festeggia. Anche se la vicenda di Monella è poco politica e tutta umana.

 
Giustizia: caso Monella; il Pd fa l'offeso "niente scambio sulla grazia". Verdiniani irritati PDF Stampa
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di Luca De Carolis

 

Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2015

 

Sbarra la porta il Pd. S'arrabbiano i verdiniani, che si sentono quasi superati a destra. E c'è pure chi sorride. Il Calderoli che ha offerto di ritirare i suoi 510mila emendamenti alla riforma di Palazzo Madama ("tranne 4") in cambio della grazia ad Antonio Monella suscita reazioni multiformi nei partiti.

Proprio nel giorno in cui Renzi chiude ancora al Senato elettivo: "Non è che devi votare tante volte per avere più democrazia, quello è il telegatto". E poche ore dopo la minaccia del sottosegretario alle Riforme, il dem Luciano Pizzetti: "Troppi emendamenti, porteremo il testo subito in aula". Ieri il premier ha sibilato sul tema da Pesaro: "Ci portano mezzo milione di emendamenti? Una risata li seppellirà". Renzi ostenta sarcasmo, ma Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato per il Pd, si dice sdegnata sul Corriere della Sera di Bergamo: "Mettere sullo stesso piano la riforma del Senato e la grazia a Monella non sta in piedi: sarebbe uno scambio improprio, è un fatto di correttezza istituzionale".

Il verdiniano Vincenzo D'Anna si accalora: "Il baratto non è tra le forme costituzionalmente previste per l'attività parlamentare né può essere tollerato quello richiesto da Calderoli". Gli ex berlusconiani, dove Renzi dovrà pescare voti preziosi a settembre, non tollerano che un leghista getti una carta per tornare al tavolo. Gianlu-ca Castaldi, capogruppo dei Cinque Stelle, la butta lì: "Può darsi che dietro questa proposta di scambio, in tipico stile da Lega, ci siano richieste sulla composizione dei collegi elettorali".

Ma il sospetto è anche un altro: "Oltre mezzo milione di emendamenti erano il pretesto perfetto per la maggioranza per forzare. E infatti in queste ore il Pd minaccia di saltare la commissione. Calderoli con quella montagna di carta in fondo li ha favoriti". Tradotto, la trattativa potrebbe essere più sottile di come appare. Federico Fornaro, uno dei dissidenti dem: "Con questa offerta Calderoli cerca soprattutto una via d'uscita politica, perché dopo i primi titoli sui giornali quella mole di emendamenti era difficile da giustificare. Di certo ha penalizzato noi della minoranza, che ne abbiamo presentato solo 17".

Ma c'è la corsa a sedersi al tavolo con Renzi? "L'anomalia è proprio questa, la trattativa tra partiti e governo. Le riforme sono materia parlamentare, l'esecutivo non dovrebbe metterci bocca. O almeno dovrebbe permettere un vero confronto in commissione". Augusto Minzolini, fittiano, ride: "Tutti quegli emendamenti per il governo erano soprattutto un aiuto". Poi allarga: "Ciò che tutto il centrodestra continua a non capire è che quello è in difficoltà è Renzi.

Nonostante Verdini non ha una maggioranza, crolla nei sondaggi e l'Italicum entrerà in vigore solo dal luglio 2016: non può usare la minaccia del voto. Dovrebbe essere lui a cercare contatti, non il contrario". E allora, niente scambi? "L'unica moneta concreta è il premio di coalizione nella legge elettorale: ma Renzi può mai concederlo?". In serata, il presidente del Senato Pietro Grasso alla Festa de l'Unità a Milano: "Sugli emendamenti all'articolo 2 (quello sul Senato elettivo, ndr.) deciderò da arbitro, basandomi sulle carte".

 
Giustizia: Uno Bianca. Occhipinti chiede riduzione di pena, contrari i parenti delle vittime PDF Stampa
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di Andrea Pasqualetto

 

Corriere della Sera, 26 agosto 2015

 

Quel giorno ci scappò il morto. Era il 19 febbraio 1988 e lui e i suoi amici poliziotti decisero di dare l'assalto a un furgone portavalori della Coop bolognese di Casalecchio dove venne freddata una guardia giurata, Carlo Beccari, 26 anni.

Un delitto che costò l'ergastolo a Marino Occhipinti, agente della Narcotici di Bologna e membro minore della banda della Uno Bianca, l'organizzazione fondata dai fratelli Savi che fra gli anni Ottanta e Novanta si macchiò di 24 delitti e 103 crimini, tutti commessi per una sola ragione: denaro. Era la gang degli uomini in divisa che toccò il suo culmine il 4 gennaio del 1991, quando la Uno Bianca incrociò fra i palazzoni popolari del Pilastro una gazzella dei carabinieri. Fu una strage nella quale caddero tre giovani uomini dell'Arma sotto il "fuoco amico" dei poliziotti in versione banditi spietati.

Ebbene, a distanza di 24 anni, dei quali 21 trascorsi dietro le sbarre del carcere Due Palazzi di Padova (dal 2012 in semilibertà), il cinquantenne Occhipinti ha chiesto alla Corte d'Assise di Bologna di poter accedere ai benefici del rito abbreviato, il che comporterebbe la commutazione del "fine pena mai" in una condanna a 30 anni di reclusione.

"Considerati gli sconti di pena per buona condotta il mio cliente dovrebbe così essere libero da subito", ha calcolato l'avvocato Milena Micele, suo difensore. Domande: com'è possibile che un condannato all'ergastolo in via definitiva possa sperare in un "abbreviato postumo"? Per quale motivo non l'ha fatto prima? "Fino al 1999 la legge non consentiva questo rito per i delitti puniti con la pena a vita. Quando è cambiata, il processo era già in Cassazione e noi abbiamo comunque fatto istanza. Il momento era però di passaggio e non abbiamo avuto risposte. Cioè, la Cassazione non l'accolse e non la respinse. Non si capiva esattamente chi e quando la potesse chiedere".

Ora Occhipinti ci riprova. Nonostante la stessa richiesta sia stata bocciata nel dicembre scorso a Fabio Savi, capo della banda (erano in sei) con i fratelli Roberto e Alberto, entrambi agenti in servizio a Bologna e Rimini. "C'è una differenza fondamentale - aggiunge il legale. Savi non aveva mai fatto ricorso all'abbreviato, anche quando avrebbe potuto".

Una differenza che potrebbe essere presa in considerazione dalla procura di Bologna, chiamata a esprimere un parere davanti alla Corte. "Nel caso di Savi fu negativo - ricorda Valter Giovannini, procuratore aggiunto della città felsinea. Quanto a Occhipinti alla procura non è ancora pervenuto nulla, valuteremo". L'ipotesi della libertà ha provocato l'indignazione dei familiari delle vittime. "È un assassino e io non lo perdono. È stato in silenzio per sette anni anche se sapeva quello che facevano. Se avesse parlato avrebbe salvato tante vite, compresa quella di mio marito", è sbottata Rosanna Zecchi, presidente dell'associazione che li rappresenta.

Durante la reclusione Occhipinti ha fatto vari lavori: redattore della rivista "Ristretti", artigiano per un laboratorio di manichini interno al carcere e ora che è in semilibertà è occupato all'esterno in un cali center gestito dalla cooperativa Giotto che prenota visite per l'ospedale di Padova. Gli anni neri del vice sovrintendente della Narcotici sono lontani: la Uno Bianca, la banda del terrore, il sangue, le rapine. Lui ha confessato, si è pentito e ha abbracciato la fede cristiana: "Mi ha aiutato molto".

Il giorno del suo primo permesso premio reggeva la croce di una Via crucis: "La mia vita è stata rovinata da quindici giorni di follia. Per quanto siano gravi i reati che ho commesso e per quanto mi abbiano segnato in maniera irrimediabile sono stati solo quindici giorni. Sia chiaro, non ho scuse e mi assumo tutte le responsabilità ma una cosa è certa: Marino Occhipinti non è quel giovane uomo".

 
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