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La droga non teme la pena di morte: legalizziamo la prima e aboliamo la seconda PDF Stampa
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di Marco Perduca (già Senatore Radicale, rappresentante all'Onu del Partito Radicale)

 

L'Huffington Post, 10 ottobre 2015

 

Il 10 ottobre si celebra la giornata mondiale contro le esecuzioni capitali, il tema scelto per il 2015 dalla Coalizione mondiale di Ong contro la pena di morte era la sua applicazione nella guerra alla droga.

Secondo l'organizzazione Harm Reduction International, i Paesi che mantengono la pena di morte per reati legati alle droghe sono 32 dei quali 12 la prevedono obbligatoriamente solo in alcune circostanze. Si tratta di Brunei Darussalam, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Oman, Siria, Sudan, Sudan del Sud e Yemen. Nella maggior parte dei casi le esecuzioni sono estremamente rare. Quattordici, tra cui gli Stati Uniti e Cuba, la prevedono sulla carta per i trafficanti di droga ma non la applicano nella pratica.

Sono sette invece i Paesi dove le esecuzioni per reati di droga sono effettuate di routine - Arabia Saudita, Cina, Indonesia, Iran, Malesia, Singapore e Vietnam, mentre in Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan, Sudan del Sud e Siria le informazioni sono difficili da raccogliere.

Il diritto internazionale parla chiaro a proposito dell'applicabilità della pena di morte: secondo l'articolo 6(2) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, per quei Paesi che ancora non hanno abolito la pena capitale sono previste delle eccezioni al godimento del diritto alla vita altrimenti garantito dall'Articolo 6(1), queste eccezioni riguardano i "reati più gravi". La giurisprudenza internazionale s'è talmente e comunque evoluta e consolidata che le Nazioni Unite hanno più volte affermato che i reati di droga non possono esser considerati "reati più gravi", cioè reati "con conseguenze letali o estremamente gravi". Le esecuzioni connesse a questo tipo di reato, già di per sé sui generis perché senza vittima, violano quindi le norme internazionali sui diritti umani.

Oltre alla giornata mondiale contro la pena di morte, esiste anche la giornata mondiale contro il narcotraffico. Negli anni scorsi, grazie anche a una gestione delinquenziale di certi programmi, il 26 giugno veniva dedicato tanto alla distruzione delle tonnellate di droghe proibite confiscate, quanto a punire in maniera esemplare i trafficanti catturati - spesso con esecuzioni pubbliche come a Teheran o Pechino. Oggi, dopo anni di conclamati fallimenti del proibizionismo e a fronte di un graduale abbandono della pena di morte da morte da parte di decine di paesi, le Nazioni unite che gestiscono i programmi di "controllo delle droghe" hanno modificato il loro approccio.

Nel 2011, l'Ufficio delle Nazioni Unite di Vienna contro la Droga e il Crimine (Unodc) ha deciso di cessare gli aiuti ai Paese che potrebbero approfittarsene per giustificare delle esecuzioni sospette. Nonostante ciò, la dirigenza dell'Unodc non ha smesso del tutto di destinare fondi a governi, in particolare all'Iran, che, come riportano Ong come Iran Human Rights, li utilizza per catturare, condannare a morte, e spesso anche giustiziare, presunti trafficanti di droga.

Nel marzo dell'anno scorso, il Direttore esecutivo dell'Unodc, Yury Fedotov, aveva detto che anche la sua agenzia era contraria alla pena di morte ma che, allo stesso tempo, "l'Iran svolge un ruolo molto attivo nella lotta contro le droghe illecite" perché al confine con l'Afghanistan - il maggior produttore di oppio per eroina del mondo - per cui non si prevedeva il blocco dei finanziamenti a Teheran nel timore di una "possibile reazione da parte dell'Iran" per cui "l'enorme quantità di droga, che ora sono sequestrate dagli iraniani, inonderebbero liberamente l'Europa."

Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Reprieve, Human Rights Watch, Harm Reduction International, il Drug Policy Consortium International, e Nessuno Tocchi Caino hanno invitato più volte l'Unodc, e i Paesi donatori, a porre fine al sostegno a certi paesi per non contribuire indirettamente all'incremento delle esecuzioni in paesi come Iran, Vietnam e Pakistan.

Uno studio sull'operato dell'Unodc evidenzia come negli ultimi anni l'agenzia abbia dato più di 15 milioni di dollari per "il sostegno delle operazioni di controllo" della polizia anti-droga iraniana e che ciò ha prodotto "un aumento dei sequestri di droga e una migliore capacità di intercettare trafficanti". Come denunciato da numerose associazioni per i diritti umani questi aiuti hanno anche contribuito a un "aumento di condanne legate alla droga". Per il quinquennio 2012/17, gli aiuti dell'Unodc al Vietnam, altro paese che prevede la pena di morte per il traffico di sostanze illecite, superano i 5 milioni di dollari. Nel dicembre 2014, il Pakistan, altro paese che giustizia in ossequio alla guerra alla droga, ha revocato una moratoria delle esecuzioni capitali che durava da sei anni. Tra gli oltre 500 detenuti a rischio di esecuzione, almeno 112 sarebbero trafficanti di droga arrestati anche grazie al sostegno internazionale.

Negli ultimi tempi il Regno Unito, la Danimarca e l'Irlanda hanno ritirato i loro finanziamenti ai programmi dell'Unodc in Iran; la Francia, la Germania e la Norvegia non hanno fatto altrettanto e non escludono di contribuire a un nuovo fondo di finanziamento segreto dell'Unodc alla Polizia Anti Droga (Pad) iraniana. Una ricerca dell'associazione britannica Reprieve dimostra che la Francia negli ultimi anni ha fornito più di 1 milione di euro alla Pad, mentre la Germania ha contribuito a un progetto di 5 milioni di euro dell'Unodc per la formazione e le attrezzature della stessa polizia. Il Regno Unito ha cessato il finanziamento al Fondo anti-droga per l'Iran ma non a quello per il Pakistan. La strategia del governo britannico per l'abolizione della pena di morte ritiene il Pakistan un "paese prioritario" ma Londra ha contribuito con più di 12 milioni di sterline alle operazioni anti-droga in quel paese.

In aggiunta alle diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani causate dalla guerra alla droga, e ampiamente documentate dall'Alto Commissario Onu per i diritti umani, il proibizionismo continua a dare un contributo consistente alla pratica della pena di morte nel mondo.

Secondo il rapporto annuale della pena di morte pubblicato a luglio scorso da Nessuno Tocchi Caino, nel 2014 ben 414 esecuzioni in 4 Paesi sono da ascrivere al narcotraffico, almeno 41 in Arabia saudita, un numero sconosciuto in Cina, 371 in Iran e due a Singapore.

Al 30 settembre del 2015, almeno 615 persone sono state giustiziate per reati connessi alla droga in quattro Paesi: 55 in Arabia Saudita, un numero imprecisato in Cina, 14 in Indonesia e almeno 546 in Iran. Nel 2014 e nei primi mesi del 2015, condanne a morte per droga sono state inoltre pronunciate, ma non eseguite, in altri nove Stati: Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Malesia, Pakistan, Qatar, Sri Lanka, Tailandia e Vietnam. Secondo le statistiche fornite dal Ministero dell'Interno del Pakistan, il 70% delle condanne a morte comminate dai giudici di primo grado per traffico di droga viene poi annullato dai tribunali superiori. Nel marzo 2014, l'India ha sostituito la pena di morte obbligatoria per i recidivi per droga con una condanna a morte discrezionale. Ogni anno le Nazioni Unite certificano che la produzione, il consumo e il commercio degli stupefacenti proibiti non accenna a diminuire, un'ulteriore riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la pena di morte non è un deterrente, neanche nella guerra alla droga.

 
Droghe: come si riducono i danni (e le morti) PDF Stampa
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di Alessandro De Pascale

 

Left, 10 ottobre 2015

 

A due mesi dalla chiusura del Cocoricò, siamo andati a vedere come lavorano gli operatori che si occupano di riduzione del danno in un rave in Val d'Orcia. Ma per il prefetto di Siena rimangono "interventi marginali"

Quest'estate ci eravamo occupati di "riduzione del danno", in seguito a una serie di casi di cronaca, per spiegare come quelle morti, forse, si sarebbero potute evitare. Ora siamo invece andati a vedere come lavora chi questi interventi li mette in pratica. Le politiche di riduzione del danno non sono tuttora riconosciute dal nostro ordinamento, nonostante le prime sperimentazioni risalgano a oltre due decenni fa, e malgrado siano fra i pilastri fondamentali dell'Unione europea in materia di droghe.

I governi targati Berlusconi hanno tagliato i fondi e, per anni, l'espressione stessa "riduzione del danno" è stata perfino eliminata dai documenti ufficiali governativi. È il weekend del 18-20 settembre 2015. In Val d'Orcia, un'ampia valle toscana patrimonio dell'Unesco situata quasi al confine con l'Umbria, va in scena un rave party al quale accorrono circa 3mila persone, anche dall'estero. "Si è svolto in una diga, progettata negli anni Ottanta per sbarrare il fiume Orcia e mai terminata. Un canalone in cemento armato, stretto e lungo. Uno dei tanti scempi incompiuti che ci sono in Italia", racconta a Left il sindaco di Radicofani, Francesco Fabbrizzi (centrosinistra).

Essendo un raduno non autorizzato, le forze dell'ordine hanno bloccato l'accesso all'area fin dall'inizio: "Quando non riusciamo a prevenire, adottiamo un sistema che minimizza i danni", spiega il prefetto di Siena, Renato Saccone. "Cerchiamo cioè di bloccare, laddove è possibile, ulteriori afflussi. Poi cinturiamo l'area, mettendo insieme un sistema di intervento che coinvolge non solo le forze dell'ordine ma anche il sistema sanitario. Perché l'obiettivo prioritario diventa la salute degli occupanti, tra cui potrebbero esserci minori". Anche gli operatori del progetto di riduzione del danno Extreme vengono fermati all'ingresso dalla polizia, sono a bordo del loro camper "messo a disposizione dal Comune di Firenze per consentirci di lavorare a questi eventi", dice l'operatrice Sara Contanessi.

"Nonostante il foglio di progetto e i nostri tesserini, siamo stati un'ora e mezzo ad aspettare di poter entrare e allestire lo spazio di soccorso". Ne chiediamo conto al prefetto che, oltre a non saperne nulla, riferendosi agli operatori, afferma: "Sono attività collaterali che danno qualche risultato, ma molto marginali". A causa del blocco, in prossimità degli ingressi ci sono persone e mezzi dappertutto. Pur di entrare cercano accessi alternativi, invadono le proprietà private, guadano il vicino torrente. E, così, aumentano i rischi per i partecipanti e i disagi per i residenti. "La nostra preoccupazione è stata proprio quella di non riuscire a monitorare tutta l'area e che qualcuno cadendo si potesse far male senza che noi ce ne rendessimo conto", continua Sara.

Che aggiunge: "L'altra grossa criticità è che, con un tale quantitativo di forze dell'ordine dispiegate, nessuno si è potuto muovere con i mezzi durante la festa per gli approvvigionamenti di generi di prima necessità, come acqua e cibo".

A queste critiche, il prefetto risponde: "È molto semplice evitare di restare senza cibo, basta andarsene qualche ora prima. Inoltre chi è dentro può tranquillamente uscire per recarsi nei paesi vicini ad acquistare quello che gli serve". Anche se, poi, è lui stesso a spiegare il perché non lo fanno: "Ci saranno almeno 400 sanzioni, sulla base delle identificazioni fatte e delle auto rilevate all'uscita, cui si aggiunge l'attività di indagine su eventuali organizzatori".

Quindi meglio non farsi vedere in giro. Stessa cosa per le ambulanze e per la mediazione svolta dagli operatori della riduzione del danno, non visti di buon occhio dai ragazzi: "Gli amici di solito sono molto preoccupati dal fatto che un compagno venga portato in ospedale, perché temono molto quello che può succedere se vieni ricoverato a causa delle sostanze", aggiunge Sara di Extreme. Alla fine, gli operatori riescono a entrare, e a montare il loro gazebo.

"Come vedi abbiamo coperte, molta acqua, succhi, frutta e caramelle, per evitare tutti i casi di disidratazione dovuti al consumo di eccitanti, ma anche gomme da masticare, materiale informativo sulle sostanze e le malattie a trasmissione sessuale, quindi anche profilattici gratuiti", illustra Sara. La loro equipe è formata da 6-8 persone, tutti operatori specializzati nel campo delle sostanze e del primo soccorso, a cui si aggiunge un medico.

"È fondamentale, soprattutto negli eventi illegali dove è difficile arrivare anche per le ambulanze". Durante il loro turno (8-10 ore), intervengono su 4 casi. Uno dei quali, appare preoccupante fin dall'inizio. "Ha la saturazione molto bassa, come del resto tutti gli altri parametri, respira male", dice il medico, mettendolo in posizione di sicurezza. "Spesso la modalità di assunzione non è più legata a una sostanza ma a una poli-assunzione", aggiunge Sara. Poi ancora: medicazioni per traumi dovuti al terreno accidentato e un intervento su un ragazzo disidratato che si era addormentato al sole.

Poco distante c'è un'altra area chil-out, il servizio di bassa soglia del Lab57: 5 operatori attivi per tutta la durata dell'evento, dal venerdì fino al lunedì mattina. Il loro camper fa anche riduzione del rischio, attraverso l'analisi delle sostanze. "Abbiamo trovato anche delle cose nuove", spiega Max, storico attivista del Lab, "la qualità media delle sostanze nei free-party è molto più elevata, perché in un evento in cui quasi tutti sanno che c'è qualcuno che le analizza, le schifezze che ci sono in giro non le vendono".

Cosa hanno trovato? "Francobolloni di Lsd con 6 volte il dosaggio normale, quindi sconsigliatissimi da prendere interi", prosegue Max. "E abbiamo riscontrato anche un altro cristallo che non siamo riusciti a identificare, ne abbiamo sconsigliata l'assunzione e lo hanno gettato via. Noi le analisi le facciamo anche per dare indicazioni a chi consuma, riguardo dosi e quantità, per non fare dei mix sbagliati. Infine, c'era parecchia ketamina, anche di qualità medio alta: il problema è quando la mischiano agli oppiacei o al metadone".

Proprio quello che ha detto di aver fatto il ragazzo assistito da Extreme, un mix che può essere letale. A lui è andata bene, e in poco tempo è tornato a ballare con gli amici. Ma se non ci fossero stati questi servizi di riduzione del danno? Forse ci troveremmo di nuovo a parlare, su giornali e tv, dell'ennesima morte.

 
Medio Oriente: manifestazioni e attacchi, il bilancio è da Intifada PDF Stampa
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di Chiara Cruciati

 

Il Manifesto, 10 ottobre 2015

 

Oltre 270 feriti in un giorno, un palestinese ucciso vicino Hebron. Manifestazioni ovunque, l'esercito apre il fuoco. In territorio israeliano marce anti-palestinesi. Ramallah, Hebron, Betlemme, Nablus, Tulkarem, Salfit, Jenin, Qalqiliya: tutta la Cisgiordania è in fiamme. Al di là del muro attacchi a Gerusalemme, Dimona, Afula e manifestazioni a Haifa e Taibeh. La situazione tra Israele e Territori Occupati è esplosiva: le immagini che ieri riempivano le tv palestinesi mostravano proteste in decine di città in Cisgiordania e raccontavano delle violenze in Israele e a Gerusalemme. Nei social network si susseguivano immagini di morti e feriti, una sollevazione che dalle strade finisce in rete.

Il bilancio è da Intifada: in una settimana 14 morti palestinesi in una settimana, 4 israeliani. Quasi mille i feriti tra i palestinesi, negli scontri con le forze militari israeliane; una decina quelli israeliani colpiti da coltelli o da lancio di pietre. Uno stillicidio ricominciato ieri mattina con l'accoltellamento di 4 lavoratori palestinesi nella città meridionale israeliana di Dimona. L'israeliano responsabile, 24 anni, è stato arrestato dalla polizia. Che non ha aperto il fuoco contro l'aggressore, come successo poche ore dopo a nord, ad Afula: una palestinese di Nazareth, Esraa 'Abed, 30 anni, è stata centrata da sei colpi di pistola nella stazione degli autobus. Brandiva un coltello - dice la polizia - e voleva colpire una guardia privata. I video girati da testimoni la mostrano immobile, con un oggetto in mano e le braccia alzate, circondata da poliziotti. Poco dopo, gli spari. È ora ricoverata in ospedale.

Due pesi e due misure. Lo stesso si è verificato nei Territori Occupati: Muhammad Fares Abdullah al-Jaabari, 19 anni, è stato ucciso nella colonia di Kiryat Arba vicino Hebron dopo aver accoltellato un poliziotto di frontiera, ricoverato per ferite lievi.

Simile la situazione a Gerusalemme, nei giorni scorsi ed ancora ieri mattina: un palestinese ha accoltellato un adolescente israeliano di 14 anni, mentre la polizia riceveva l'ordine di blindare la città e dispiegava agenti nei quartieri di Ras al-Amud e Wadi al-Joz. La Spianata delle Moschee è stata chiusa ai fedeli musulmani sotto i 45 anni e in moltissimi si sono ritrovati alla porta di Damasco per pregare in strada. Nella notte erano migliaia i palestinesi scesi in strada a Shuafat, Gerusalemme Est, per i funerali di Wissam Faraj, ucciso il giorno prima mentre difendeva la casa di Subhi Abu Khalifa (responsabile di un accoltellamento in Città Vecchia) dalla demolizione. In serata, secondo i residenti, le autorità israeliane hanno cercato di compiere un raid nella tenda posta fuori dalla casa di Faraj. Scontri sono esplosi in molti dei quartieri di Gerusalemme Est.

Manifestazioni partecipate in Cisgiordania, a cui l'esercito israeliano ha risposto con lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili veri: 272 i feriti totali, di cui 24 da pallottole, secondo la Mezza Luna Rossa. Ad Hebron un paramedico ha perso un occhio a causa di un proiettile di gomma mentre aiutava alcuni manifestanti. A Tulkarem è stata la polizia dell'Autorità Nazionale Palestinese a fermare la protesta diretta alla fabbrica chimica israeliana Kashouri, costruita su terre palestinesi: Ramallah lo ha detto chiaramente, non permetterà una sollevazione e non metterà in pericolo il coordinamento alla sicurezza con Israele, prodotto degli Accordi di Oslo da sempre avversato dal popolo palestinese.

La notte precedente all'atteso venerdì di violenze, le strade delle principali città israeliane erano state teatro di marce anti-palestinesi: gruppi estremisti ebraici, molti legati a squadre di calcio, a partire dal Beitar, camminavano per Gerusalemme, Netanya e Afula cantando cori anti-arabi e aggredendo i pochi palestinesi presenti. La polizia israeliana è intervenuta per sedarli, stringendo le manette ai polsi di sei leader degli ultrà israeliani del gruppo Lehava.

Ieri gruppi di coloni hanno compiuto raid nei quartieri di al-Ras e al-Jaabari a Hebron e nella vicina città di Yatta, con lancio di pietre contro le case. Una violenza individuale che preoccupa le stesse autorità israeliane incapaci di gestire sia gli attacchi dei giovani palestinesi, non membri di organizzazioni politiche o armate, né tanto meno quelli degli estremisti ebraici. Una galassia di gruppi ingestibili, lasciati crescere e maturare da un governo ora incapace di tenerli a bada. Tanto da far dire al ministro della Sicurezza Pubblica, Gilad Erdan, che Israele "non tollererà che nessuno prenda la legge nelle proprie mani, anche i terroristi ebraici stanno compiendo attacchi".

 
Stati Uniti: il giudice ferma 8 esecuzioni capitali in Arkansas PDF Stampa
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La Repubblica, 10 ottobre 2015

 

Ricorso di un gruppo di condannati a morte contro la legge che impedisce la diffusione di informazioni sulle aziende che producono medicinali per l'iniezione letale. Un giudice dell'Arkansas ha fermato otto esecuzioni capitali dopo che i detenuti condannati a morte hanno contestato una recente legge introdotta nello Stato americano.

Gli otto - che dovevano essere uccisi il 21 ottobre - si sono rivolti alla giustizia pretendendo di sapere quali sostanze letali sarebbero state usate per l'esecuzione. I detenuti contestano la normativa che consente alle autorità di impedire la diffusione di informazioni utili per identificare le aziende che producono e distribuiscono i medicinali utilizzati per l'iniezione letale. Il giudice, Wendell Griffen, ha sostenuto che il condannato ha il diritto di essere informato.

Secondo uno degli avvocati dei detenuti la nuova legge aumenta il rischio di sottoporre i condannati a sofferenze durante l'esecuzione a causa di medicinali non controllati, incorrendo così in una pratica incostituzionale. Sempre il giudice Griffen era intervenuto nel 2014 fermando la condanna a morte di nove detenuti in nome dell'ottavo emendamento che impedisce punizioni "crudeli". Nello stesso anno un'esecuzione capitale si era trasformata in un'agonia di 40 minuti per un condannato, a causa di un'iniezione sbagliata.

La scelta di Griffen si inserisce in un ampio dibattito, in corso negli Stati Uniti, sugli errori nella preparazione delle sostanze letali. Le prigioni americane sono poi spesso costrette a fare i conti con una penuria di farmaci mortali, vista la crescente opposizione delle aziende europee alle richieste di acquisto.

 
Brasile: la denuncia dell'Onu "esecuzioni di ragazzini di strada per mano della polizia" PDF Stampa
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di Sara Gandolfi

 

Corriere della Sera, 10 ottobre 2015

 

Le Nazioni Unite denunciano le forze di polizia in Brasile per "l'elevato numero di esecuzioni extragiudiziali di bambini", lanciano l'allarme per l'impunità "generalizzata" nel Paese ma anche per la violenza fisica e l'uso sproporzionato di gas urticanti e lacrimogeni durante gli sgomberi forzati in vista delle Olimpiadi 2016.

Il Comitato per i diritti dei bambini, con sede a Ginevra, in un rapporto pubblicato giovedì si dice "seriamente preoccupato per la violenza diffusa per mano della polizia militare - l'Unidade de Policia Pacificadora e il Batalhào de Operacoes Policiais Especiais, in particolare contro i bambini che vivono in strada o nelle favelas" di Rio de Janeiro, citando anche torture e sparizioni.

La vicepresidente del Comitato dell'Onu Renate Winter, intervistata dal quotidiano Estadào di San Paolo, ha aggiunto: "È in corso un'ondata di pulizia in vista dei Giochi olimpici, per mostrare al mondo una città senza problemi". Secondo il quotidiano, gli estensori del rapporto denunciano che le esecuzioni extragiudiziali e le detenzioni arbitrarie sono aumentate proprio in occasione di mega-eventi sportivi.

Il rapporto sottolinea che il Brasile ha uno dei più alti tassi di omicidio di giovani nel mondo, vittime della polizia, del crimine organizzato e dei gruppi paramilitari. "La sfida per le autorità è enorme" ha concluso il presidente del Comitato, Benyam Mezmur, secondo cui gran parte dei bambini finiscono in cella senza mandato d'arresto. Anche il perito dell'Onu Gehad Madi ha confermato "l'operazione pulizia". "L'abbiamo già visto per la Coppa del mondo nel 2014".

 
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