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Sanzione delirante per gli albergatori che ospitano i profughi PDF Stampa
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di Luca Fazio

 

Il Manifesto, 16 settembre 2015

 

Regione Lombardia. Su istigazione della Lega di Roberto Maroni, la nuova legge sul turismo approvata ieri sera contiene un emendamento punitivo che nega i fondi regionali a chi ospita migranti nel proprio hotel. Ritirata all'ultimo minuto la proposta di multe e revoca di licenza, resta un provvedimento che qualifica la classe politica che dirige goffamente il Pirellone.

Razzisti piccoli piccoli. Lavorano di cesello, si incattiviscono sugli emendamenti, provocano. C'è sempre una deprimente particina anche per loro nell'Europa ossessionata dalla criminale politica del controllo. C'è chi mette il filo spinato e chiude le frontiere, chi come Matteo Salvini rispolvera un classico di ogni inizio anno scolastico chiacchierando in tv - "se in classe ci sono pochi bambini italiani non c'è confronto ma solo casino" - e poi c'è anche chi vorrebbe blindare gli alberghi della Lombardia con provvedimenti ridicoli (che infatti ieri sera sono passati in consiglio regionale con alcune sostanziali correzioni). Sono leghisti, perdono tempo nel palazzo della Regione di Roberto Maroni, a pochi passi dalla stazione dove da mesi vengono soccorse migliaia di persone che fuggono da fame e guerre. Ce l'hanno con loro e sono in preda all'ansia di farlo sapere.

Ieri si sono ritagliati un quarto d'ora di celebrità con una proposta contenuta in un emendamento alla nuova legge regionale sul turismo. La firmano il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, il suo sottoposto Fabio Rolfi e il consigliere Pietro Foroni. Cosa vorrebbero fare? Multare con una sanzione da 5 a 10 mila euro quegli albergatori che daranno ospitalità a stranieri senza permesso di soggiorno, profughi e "migranti economici" compresi. E se non dovesse bastare, sarebbero disposti anche a sospendergli l'attività da sei mesi a un anno. La proposta, oltre a fare a pugni col buon senso, con gli alleati del Ncd e con la realtà - qualora gli albergatori si prestassero ad ospitare profughi lo farebbero su indicazione e con il permesso del ministero dell'Interno - se non altro ha il merito di qualificare la classe politica che dirige goffamente la Regione Lombardia.

"Tutte le strutture ricettive alberghiere e non alberghiere - si leggeva sull'emendamento ritoccato all'ultimo minuto - non possono ospitare, anche in via emergenziale, soggetti entrati illegalmente nel territorio italiano che non siano stati definitivamente regolarizzati ai sensi della normativa vigente". Le sanzioni avrebbero dovuto scoraggiare gli albergatori. "Si propone di evitare - era l'obiettivo dichiarato - che le strutture dedicate al turismo e alla ricettività lombarda, che si vogliono qualificare a valorizzare, possano essere utilizzate come alloggi o rifugi temporanei per soggetti entrati illegalmente nei confini dello Stato (siano essi profughi o migranti economici)".

Il provvedimento sanzionatorio, il solito pasticcio in salsa padana che poi si limiterà a minacciare "mancate corresponsioni" di contributi in caso di lavori di ristrutturazione, è stato rivendicato anche dal governatore, ma senza troppa convinzione. "Se il governo li mette negli alberghi nostri, a spese dei lombardi, io ho il dovere di reagire come governatore", ha farfugliato Maroni. Per lui "quello che decide il Consiglio regionale è sovrano". Poi, in conclusione, una sottigliezza da vero statista: "Io sono favorevole a tutte le iniziative che evidenziano la nostra opposizione a questa gestione". Comprese le iniziative strampalate come questa, che comunque non sembrano scaldare più di tanto le opposizioni. Per Alessandro Alfieri, segretario regionale del Pd, si tratta del solito spot leghista contro i migranti.

"La Lega finisce per penalizzare gli imprenditori lombardi - ha detto - per mero furore ideologico. Dobbiamo fare una legge per il turismo lombardo, per aiutare anche gli albergatori a fare bene il loro lavoro, non per punirli. La gestione dei profughi non c'entra nulla con questo provvedimento, teniamo separati i due argomenti e la Regione faccia bene quello che altre Regioni già fanno: aiuti i comuni a gestire queste persone in modo umano e razionale".

Gli albergatori come la pensano? Il ricatto meschino certo non farà piacere. La Regione Lombardia alla fine ha deciso di "vendicarsi" con gli albergatori che ospitano i migranti negando loro eventuali fondi regionali previsti in caso di ristrutturazioni edilizie. Se ne faranno una ragione. Il fatto è che gli albergatori che in questo momento ospitano i profughi hanno già stipulato contratti con le prefetture. È il governo che paga, per cui non sarà un emendamento leghista a gettarli sul lastrico.

 
Cannabis legale, Europa a due velocità PDF Stampa
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di Susanna Ronconi

 

Il Manifesto, 16 settembre 2015

 

"La questione cruciale che l'Europa, oggi, ha di fronte non è se sia necessario o meno modernizzare le politiche sulla cannabis, ma quando e come farlo". Così Tom Blickman, ricercatore del Tni (Transnational Institute di Amsterdam), sintetizza il punto sul dibattito europeo attorno alla riforma del governo legislativo e politico di produzione e consumo di canapa nel suo intervento alla Summer School di Forum Droghe e Cnca svoltasi a Firenze il 3-5 settembre.

Blickman è attento studioso dei processi di cambiamento che a livello mondiale stanno imprimendo una accelerazione decisa alla riforma delle politiche delle droghe in materia di canapa, processo tanto significativo da aver portato, in modo irrituale, ad una anticipazione al 2016 della sessione globale di Ungass prevista per il 2019, su pressione di alcuni stati dell'America Latina che hanno imboccato la via della legalizzazione.

Non parlare del "se" regolamentare, ma del "come e quando" significa leggere un dato di realtà, quello della ormai evidente normalizzazione dell'uso di cannabis, non solo riferita al numero imponente di consumatori ma soprattutto a come questo consumo sia diventato, vissuto e percepito come un comportamento quotidiano, ordinario, socialmente e culturalmente accettato. Ciò che ormai oggi stride è la contraddizione tra questa natura sociale e culturale e un governo del fenomeno caparbiamente punizionista e patologizzante, che continua a produrre e riprodurre una fittizia e controproducente divisione tra paese che usa e paese che non usa sostanze. Nazioni come l'Uruguay e alcuni stati degli Usa hanno messo mano a questa contraddizione tra paese reale e paese legale, mentre l'Europa sembra in posizione di stallo.

L'Europa dei governi, però, non certo quella sociale né quella delle città. Che, anzi, sono in grande movimento. L'auto-organizzazione dei consumatori in forma di Cannabis Social Club (Csc), nati nelle maglie delle "zone grigie" delle legislazioni nazionali, si sta diffondendo: oltre alla realtà più ampia e diversificata della Spagna (700 club, di cui 350 in Catalogna, 250 a Barcellona, 75 nei Paesi Baschi), il fenomeno è in crescita in Belgio e in Svizzera, e "incubatori" sono attivi in Francia, Regno Unito, Italia, Repubblica Ceca, Slovenia, Bulgaria.

Ma "dal basso" premono anche le città e le regioni, l'altro paese legale che già aveva promosso il radicale cambiamento della riduzione del danno negli anni 80-90, spingendo su governi sordi e inerziali.

Le autorità locali si muovono con gli strumenti amministrativi che loro competono, e che pur con non pochi limiti, tuttavia consentono loro di innovare: per esempio, sui Csc Paesi Baschi e Catalogna stanno elaborando un quadro di regolazione, così come stanno facendo Ginevra, Zurigo, Berna e Basilea. Altre città puntano sul modello coffee shop olandese, dunque su un sistema di licenze che rendano legale fornire cannabis: ci stanno lavorando Copenhagen, e in Germania città importanti come Berlino, Brema, Colonia, Dusseldorf, Francoforte.

E in filigrana tra questi progetti e sperimentazioni stanno già emergendo linee guida per modelli praticabili, sostenibili e "sicuri". "La riforma delle politiche sulle droghe - afferma Blickman - è spesso bottom-up, come dimostra il successo della rete Ecdp (European Cities for Drug Policy) nel promuovere la riduzione del danno a livello locale e internazionale. Sulla canapa è tempo di lanciare un "Ecdp 2.0". E in Italia? C'è qualche sindaco che batta un colpo?

 
Emirati Arabi: Amedeo Matacena "perché Orlando vuole me e non fa estradare Battisti?" PDF Stampa
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di Martino Villosio

 

Il Tempo, 16 settembre 2015

 

"Non è una notizia inaspettata, ma è ridicolo che un ministro provi a nascondere l'incapacità sua e del governo di riformare la giustizia vendendo un po' di fumo all'opinione pubblica con l'estradizione di Matacena. Io sono stato condannato a tre anni ingiustamente, Orlando per cominciare poteva andare in Brasile a chiedere di estradare il compagno pluriomicida Cesare Battisti invece di venire qui". Amedeo Matacena, latitante da tre estati dopo una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, risponde da Dubai. Ieri ha compiuto 52 anni. Un compleanno amaro, visto che nello stesso giorno il Guardasigilli Andrea Orlando è volato negli Emirati Arabi per siglare importanti accordi di cooperazione giudiziaria che potrebbero stringere la morsa intorno all'armatore calabrese, ex parlamentare di Forza Italia.

 

È preoccupato?

"No. La cosa che mi fa riflettere è che sembra che i problemi della giustizia italiana, dall'inefficienza alla totale assenza di certezza del diritto, dalle sentenze sbagliate ai giudici che non rispondono quando fanno errori e commettono falso ideologico nelle loro sentenze, siano ridotti alla necessità di estradarmi. Il tutto a causa di una sentenza ingiusta, emessa da un giudice di Magistratura Democratica che ha sostituito il collega di Unicost, e dunque non di sinistra, cui inizialmente era stato assegnato il mio processo. Questo magistrato per la foga di condannarmi ha ignorato i principi della cosiddetta sentenza Mannino della Cassazione, già applicati per assolvere Andreotti ed altri collegi parlamentari, e inoltre mi ha dato 5 anni applicando retroattivamente una legge in maniera illegittima. Tanto che la Cassazione ha ridotto in seguito la pena a tre anni applicando la norma giusta. Ovviamente senza che il giudice di MD abbia subito alcun provvedimento".

 

Lei tenterà di fuggire ancora?

"Io sono qui, e qui resto. Se mi faranno tornare in Italia verrò, perché non sono mai fuggito. All'epoca della condanna per concorso ero fuori dal Paese perché stavo finalizzando l'acquisto di una casa per la famiglia. I legali mi avevano detto di stare tranquillo perché il reato sarebbe andato prescritto. Comunque prima che un accordo di estradizione diventi operativo deve essere ratificato dal Parlamento. Non mi risulta che sia stato dato un potere di delega al ministro su questo caso particolare. Se dovessero fare un'operazione in violazione del potere del Parlamento lascio a lei ogni ulteriore commento. Inoltre gli accordi simili stipulati dall'Italia con tutti gli altri Paesi non hanno mai avuto operatività retroattiva, se questo dovesse averlo sarebbe un altro dei "casi strani" che mi hanno riguardato".

 

Davvero lei si sente perseguitato?

"Quegli "strani casi" li ho elencati nella domanda di grazia che a breve i miei legali depositeranno all'attenzione del Capo dello Stato. Le ricordo che la sinistra è riuscita a governare in Calabria solo dopo che il sottoscritto è stato fatto fuori per vie giudiziarie".

 

Se dovesse tornare in Italia si toglierebbe qualche sassolino? A marzo lei si disse pronto, nel caso in cui fosse successo qualcosa ai suoi familiari, a rivelare i conti correnti svizzeri in cui sarebbero state depositate presunte tangenti dell'affaire Telecom Serbia prese da tre importanti politici italiani...

"Vedremo. La volontà di togliermeli dei sassolini ci sarebbe, ma non esiste una giustizia in Italia di cui fidarsi e a cui affidare alcunché. Io ho sempre in mente la famosa vicenda del dossier Mitrokin, l'elenco delle spie al servizio del KGB in cui emersero importanti personalità della sinistra italiana. Non è successo niente. E a proposito di due pesi e due misure mi lasci dire una cosa al ministro Orlando".

 

Che cosa?

"Una vera riforma della giustizia non è riuscito a farla. La legge sulla responsabilità civile dei giudici si è rivelata una boutade. Napolitano gli aveva chiesto provvedimenti di amnistia e indulto rimanendo inascoltato. Tutto lo spessore di questo ministro si riduce nel venire qui a Dubai. Matacena ha avuto tre anni. Io sarei andato prima in Brasile per far estradare chi ha ammazzato delle persone. Perché a prendere il compagno Cesare Battisti non ci va nessuno?".

 

Si aspettava più sostegno dai suoi ex colleghi del centrodestra?

"Il problema del centrodestra è che insorge solo quando si tratta di Berlusconi. Non l'hanno fatto per nessun altro, tranne forse nei casi di Previti e Dell'Utri. È sempre mancata una percezione globale del problema giustizia in Italia".

 
Iran: la morte sospetta del detenuto politico Zamani nella prigione di Gohardasht PDF Stampa
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da Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana

 

politicamentecorretto.com, 16 settembre 2015

 

Appello per la creazione di una commissione d'inchiesta per indagare sulle morti sospette dei detenuti politici. Il detenuto politico Shahrokh Zamani, originario dell'Azerbaijan, ha perso la vita in maniera sospetta nella prigione di Gohardasht (Rajai Shahr), nel pomeriggio di domenica 13 Settembre. Intorno alle 17:00 i suoi compagni di cella nella sala 12 della sezione 4, hanno scoperto il suo corpo nel letto con la bocca piena di sangue e la testa fracassata. Zamani era stato insieme ai suoi compagni di cella fino alle 10 di mattina ed era sempre di buon umore. Si allenava regolarmente.

Gli aguzzini e gli agenti dell'intelligence lo odiavano profondamente e non si fermavano davanti a nulla pur di tormentarlo. Lo avevano minacciato di morte in molte occasioni. In una nota scritta prima della sua morte Zamani diceva: "Sono stato minacciato di morte direttamente e indirettamente dal dipartimento dell'intelligence. Hanno minacciato di avvelenarmi, di mettermi insieme a gente malata di Aids, hanno costretto individui disturbati, pericolosi e omicidi ad aggredirmi, mi hanno messo insieme ad agenti dell'intelligence travestiti da detenuti che mi incoraggiavano a scappare, così avrebbero potuto spararmi mentre cercavo di fuggire (ho preso le distanze da loro quando sono stati identificati e denunciati). Ho avvertito tutti delle conseguenze di questo tipo di cose. La mia morte in prigione, qualunque ne sarà il motivo, dovrà essere imputata alle autorità della prigione".

Shahrokh Zamani, 51 anni, pittore e operaio, era stato arrestato diverse volte per le sue attività in difesa dei diritti dei lavoratori, tra cui il diritto alla previdenza sociale e all'indennità di disoccupazione per i pittori. Aveva subito le più tremende pressioni e torture negli anni trascorsi nelle prigioni di Tabriz, Yazd, Ghezel-Hessar e quella di Gohardasht a Karaj.

Era stato arrestato la prima volta nel 1993 per le sue attività segrete nel sindacato dei pittori, rimanendo in carcere per 18 mesi. L'8 Giugno 2011, era stato arrestato a Tabriz e condannato a 11 anni di prigione con l'accusa di "propaganda contro il sistema". A Settembre 2013 era stato nuovamente incriminato in un processo-farsa dei mullah, per "insulti al leader" e condannato ad altri 6 anni di carcere.

Zamani era stato molte volte trasferito in isolamento o in sezioni di quarantena e aveva fatto lo sciopero della fame per protestare contro queste atrocità. Non gli era mai stato concesso di incontrare i suoi familiari in prigione e non gli avevano permesso di partecipare alla cerimonia funebre della madre o al matrimonio di sua figlia. Durante la sua detenzione a Tabriz, i suoi aguzzini lo avevano trasferito nella sezione dei prigionieri affetti da malattie pericolose.

Aveva sofferto di molte malattie causate dalle dure condizioni carcerarie e dalle terribili torture subite. Non gli era stato permesso di essere curato fuori dalla prigione. Godeva di un grande rispetto tra i detenuti per la sua posizione decisa contro il regime dei mullah ed era sempre in prima fila nei movimenti di protesta in carcere.

L'omicidio segreto dei detenuti politici è un metodo ben noto utilizzato dal regime iraniano, in particolare negli ultimi anni. Valiollah Fayz Mahdavi, Amir Hossein Heshmat-Saran, Mansour Radpour, ed Afshin Assanlou, sono alcuni di questi detenuti uccisi. L'ufficio del medico legale del regime iraniano ha cercato di giustificare la loro morte fornendo motivazioni irreali.

Maryam Rajavi, Presidente eletta della Resistenza Iraniana, ha porto le sue condoglianze alla famiglia di Shahrokh Zamani, al popolo eroico dell'Azerbaijan e a tutti i lavoratori. Ha sottolineato che il sangue di questi tenaci detenuti, proprio come quello dei 120.000 martiri per la libertà, non fa altro che aumentare la determinazione e la risolutezza del popolo iraniano ad abbattere questo regime disumano e che il suo ricordo, come quello degli altri martiri per la libertà, resterà per sempre nella storia dell'Iran.

Maryam Rajavi ha chiesto alle Nazioni Unite, in particolare al Consiglio di Sicurezza e a tutte le organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani, di condannare le condizioni disumane all'interno delle prigioni del regime iraniano e il trattamento criminale cui i detenuti vengono sottoposti dai loro aguzzini, nonché le pressioni e le torture imposte a questi detenuti. Ha poi chiesto che una missione internazionale indaghi sulle morti sospette dei detenuti politici in Iran.

 
Stati Uniti: gli ex detenuti si inventano il "Tripadvisor delle carceri" PDF Stampa
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L'Arena, 16 settembre 2015

 

A volte sono serie, altre scanzonate. Ma tutte sono scritte da chi ha usufruito del "servizio": sono le recensioni delle prigioni, che negli States spopolano ormai sui social network, da Yelp a Google. Lo racconta wired.com, spiegando che sono in molti a descrivere online la loro esperienza nei penitenziari, archiviandoli nella categoria "Servizi pubblici e amministrazioni locali".

Jenny Vekris, per esempio, finita più volte in carcere per guida in stato di ebbrezza, ha recensito il carcere di Travis County Jail, Austin perché, spiega, "quando sono uscita non potevo permettermi un terapeuta". A lasciare commenti sul luogo sono ex detenuti, certamente, ma anche assistenti sociali o parenti in visita. A Victoria Ramos, per esempio, è stato impedito di vedere il fratello al Correctional Institution di Tehachapi, California. Gli addetti le hanno consigliato di mettersi addosso qualcosa che fosse meno aderente, ma nelle regole del penitenziario nessuno aveva specificato come ci si dovesse vestire. "A saperlo, scrive lei, "mi sarei presentata con l'abbigliamento adeguato". Ma in questa sorta di "Tripadvisor" delle prigioni ci sono anche commenti di chi è stato detenuto in più di un penitenziario e di chi, tutto sommato, dice di esser stato trattato bene.

 
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