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Egitto: altre 183 condanne a morte per i Fratelli musulmani PDF Stampa
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di Giuseppe Acconcia

 

Il Manifesto, 3 febbraio 2015

 

La Corte penale di Giza ha condannato a morte altri 183 sostenitori dei Fratelli musulmani con l'accusa di aver attaccato la stazione di polizia di Kerdasa nell'agosto del 2013, in seguito alla dura repressione subita dai sostenitori dell'ex presidente Mohamed Morsi. Nell'attacco persero la vita 16 poliziotti, 34 dei condannati non erano presenti in aula al momento della lettura della sentenza. Lo scorso dicembre, la stessa corte aveva condannato a morte 188 sostenitori dell'ex presidente Morsi per lo stesso episodio. L'attacco alla stazione di polizia di Kerdasa è diventata per i media pubblici e i sostenitori del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi il simbolo dell'uso della violenza da parte degli islamisti contro la polizia.

Quelle immagini brutali sono state per mesi rilanciate dalla tv di Stato per giustificare la repressione del regime contro tutti gli islamisti, come se non esistessero distinzioni tra moderati e terroristi. Il gran-mufti della massima istituzione sunnita, al Azhar potrebbe commutare le pene in ergastolo. Lo stesso era avvenuto con i 528 e 683 imputati, inclusi i principali leader della Fratellanza (lo stesso Morsi rischia la forca), condannati a morte dalla Corte di Minya per gli scontri che hanno avuto luogo nella città dell'Alto Egitto dopo lo sgombero di Rabaa. Di queste, 220 pene capitali sono state approvate in via definitiva dai giudici egiziani.

Nell'ultima analisi periodica all'Onu sui diritti umani in Egitto, Germania, Ungheria, Francia, Svizzera e Uruguay hanno sottolineato le violazioni sistematiche commesse, chiedendo al governo di cancellare la pena di morte dal codice penale. La nuova condanna di massa arriva a poche ore dal rilascio e dall'estradizione del giornalista australiano di al-Jazeera.

Peter Greste è uno dei tre giornalisti della televisione del Qatar condannato con le accuse di aver diffuso false informazioni in riferimento alla copertura del sit-in islamista di Rabaa. Il collega egiziano-canadese di Greste, Mohamed Fahmy, potrebbe essere rilasciato una volta cassata la sua cittadinanza egiziana, mentre il terzo, Bader Mohamed, condannato a dieci anni, resterà in carcere. Il presidente del sindacato dei giornalisti Diaa Rashwan ha chiesto poi a tutti reporter egiziani di deferire ogni collega critico nei confronti di esercito e polizia.

Al-Sisi ha così risposto alle pressioni internazionali che chiedevano il rilascio dei giornalisti della televisione del Qatar. Anche il presidente degli Stati uniti

Obama aveva chiesto ad al-Sisi spiegazioni sui processi contro i giornalisti di al Jazeera nel primo incontro dello scorso settembre a Washington. A dicembre la rete televisiva al Jazeera Mubasher Misr (Egitto in diretta), con sede a Doha in Qatar, ha chiuso i battenti. Il canale era rimasto il solo a difendere l'ex presidente islamista Morsi continuando a definire "golpista" l'ex generale al-Sisi.

Non solo, la televisione del Qatar era rimasta la sola a coprire le diffuse manifestazioni anti-golpe degli ultimi mesi in tutto il mondo. Anche questa decisione ha facilitato il rilascio di Greste. Per mesi sono stati sotto accusa per "diffusione di notizie false" anche i reporter britannici di al Jazeera, Dominic Kane e Sue Turton, e la giornalista olandese Rena Netjes che hanno lasciato l'Egitto. A novembre, al-Sisi ha assunto per decreto il potere di grazia di cittadini stranieri nelle carceri egiziane, un escamotage architettato per consentire il rilascio di Greste. Ieri sono stati amnistiati 312 prigionieri politici, ma 516 sono gli arresti solo in seguito agli scontri per il quarto anniversario dalle rivolte del 2011.

 
Indonesia: si avvicina l'esecuzione capitale per due australiani condannati per traffico di droga PDF Stampa
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Agi, 3 febbraio 2015

 

Nonostante il pressing di Canberra sul governo indonesiano e sul presidente Joko Widodo, le pratiche per l'esecuzione di due cittadini australiani accusati di essere a capo di una banda di trafficanti di droga (i Nove di Bali, Bali Nine) proseguono spedite. Lo scrive l'agenzia Misna. Oggi il procuratore generale ha confermato che i due, Andrew Chan e Myuran Sukumaran, saranno nel prossimo gruppo di condannati in via definitiva a essere fucilati. Non è stata comunicata la data dell'esecuzione o la località dove si terrà, come pure il numero e l'identità dei compagni di esecuzione. L'irrigidimento del presidente, che contrasta con il suo impegno sociale e il programma liberista, una posizione confermata anche ieri in un'intervista a Christiane Amanpour trasmessa dalla Cnn, ha preso di sorpresa le diplomazie. Lo scorso mese sono stati sei i trafficanti fucilati in due diverse carceri del paese e tra questi cinque stranieri.

Come conseguenza, Brasile e Olanda hanno richiamato gli ambasciatori a Jakarta e un provvedimento simile è prevedibile da parte dell'Australia e di altri paesi di cui sono cittadini i prossimi nella lista delle esecuzioni. Sia Chan che Sukumaran, in carcere dal 2005 per l'accusa di avere cercato di contrabbandare otto chili di eroina dall'isola di Bali, hanno visto negata la grazia presidenziale, rispettivamente a gennaio e lo scorso dicembre.

L'appello a una revisione del processo avanzato venerdì è stato escluso perché non ci sarebbero gli estremi per procedere. Per i critici, Joko Widodo avrebbe deciso di esorcizzare la tensione popolare per la graduale fine dei sussidi a generi primari, premendo sulla carta della severità della legge e della lotta alla diffusione degli stupefacenti, uno tra i maggiori problemi sociali per l'arcipelago.

 
Iran: detenuti politici privati dell'assistenza sanitaria e torturati a morte PDF Stampa
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www.ncr-iran.org, 3 febbraio 2015

 

Appello per salvare i detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam in grave pericolo di vita. La Resistenza Iraniana chiede a tutti gli enti e agli organi in difesa dei diritti umani, all'Inviato Speciale dell'Onu sulla Tortura, al Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria e all'Inviato Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani in Iran di intraprendere un'azione urgente per salvare le vite dei detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam che si trovano in gravi condizioni dato che vengono privati delle cure mediche necessarie.

Ad Asghar Qatan, detenuto politico e sostenitore del Pmoi/Mek, in gravi condizioni a causa di un cancro allo stomaco che necessita di un'operazione immediata, vengono negate le più fondamentali cure mediche. Ha 63 anni ed è un dottore in fisica e sismologia, soffre anche di altri gravi problemi di salute, come l'ingrossamento del fegato e della milza e disturbi cardiaci.

Per trasferirlo in ospedale gli aguzzini del regime lo hanno incatenato mani e piedi. Quando ha fatto resistenza a questo barbaro comportamento i suoi aguzzini gli hanno impedito il ricovero in ospedale. I tentativi dei suoi familiari di pagare una cauzione per ottenere il suo ricovero, sono risultati inutili. Asghar Qatan, imprigionato e torturato per sei anni negli anni 80 per il suo sostegno al Pmoi, è stato arrestato nuovamente nel Gennaio 2011.

Il detenuto politico Ahmad Daneshpour Moqadam, 42 anni, insieme al padre settantenne, Mohsen Daneshpour Moqadam, è stato condannato a morte con l'accusa di Moharebeh (inimicizia verso Dio) per il suo sostegno al Pmoi. Ha perso 40 kg. a causa di un'emorragia intestinale e delle sue conseguenze. Anche a lui vengono negate le cure mediche e la sua vita è in pericolo.

Tormentare i detenuti politici fino alla morte, privandoli deliberatamente delle cure mediche, è un metodo ben noto utilizzato dal fascismo religioso al potere in Iran. Mohsen Dogmechi, detenuto politico e famoso commerciante del bazar di Tehran, è stato tormentato a morte e privato delle cure mediche divenendo un martire per aver perso la vita nel Marzo 2011.

 

Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana

 
Siria: l'orrore delle torture nelle carceri rivelato dalle foto di Zaman al Wasl PDF Stampa
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di Andrea Spinelli Barrile

 

www.polisblog.it, 3 febbraio 2015

 

Il regime di Assad ha sempre negato le torture inflitte ai prigionieri nelle carceri di Damasco in Siria: Zaman al Wasl pubblica alcune foto che inchiodano il regime.

Che le carceri siriane di Bashar al Assad fossero dei buchi neri che inghiottono ogni anno migliaia di esseri umani, i quali letteralmente scompaiono nel nulla senza che nessuno ne abbia più notizia, luoghi di tortura e disperazione, era già ben più di un sospetto per la comunità internazionale. Grazie alle denunce di Human Rights Watch, di molti ex detenuti fuggiti dall'inferno di Adra a Damasco, dei libri scritti sull'argomento (nell'opera di Mustafa Khalifa "La Conchiglia" si raccontano orrori indicibili), dell'Osservatorio Siriano sui Diritti Umani è ormai noto l'inferno in terra rappresentato dalle carceri del regime di Assad.

Oggi il giornale online Zaman al Wasl, che dà voce all'opposizione laica al regime di Assad (la stessa che scese in piazza nel 2011 invocando più diritti e più democrazia e che fu violentemente repressa dallo stesso regime, che ha preferito consegnare la Siria alla guerra civile piuttosto che cedere di un millimetro alle richieste della popolazione siriana), ha pubblicato un articolo in perfetto stile WikiLeaks, nel quale si mostrano alcune fotografie di detenuti dal regime di Damasco, foto dove sono ben evidenti segni di percosse, strangolamento, brutali pestaggi e, più in genere, di trattamenti cruenti di tortura da parte dei carcerieri. Sarebbero oltre 55mila le fotografie che ritraggono circa 11mila corpi di oppositori al regime massacrati. La fonte del sito siriano è un certo "Cesare": fuggito dalla Siria (si tratta di un ex militare disertore), oggi vive sotto copertura in una località segreta assieme alla famiglia, secondo quanto spiega la Cnn.

Dalla metà del 2013 le foto rivelate da Cesare furono oggetto di un lungo studio da parte di magistrati americani esperti di crimini di guerra e torture, che analizzarono a fondo le immagini digitali. Oggi quelle foto sono pubblicate dal giornale Zaman al Wasl per aiutare le famiglie disperate ad avere notizie di parenti scomparsi nell'inferno carcerario della Siria e per denunciare le continue torture ai detenuti: senza troppi giri di parole, sembrano foto a colori dell'Olocausto nazista.

La vera notizia però è che Zaman al Wasl rivela al mondo che fine ha fatto il colonnello Hussein Harmoush. A molti di voi questo nome non dirà nulla, ma il colonnello ha avuto un ruolo mediaticamente importantissimo all'inizio della guerra civile. Il video qui sopra mostra Harmoush annunciare la sua diserzione: era il 9 giugno del 2001 e il colonnello fu uno dei primi ufficiali dell'esercito lealista ad Assad (Saa) ad unirsi ai ribelli del Free Syrian Army (Fsa). Harmoush affermò che nel 2011 l'Saa reprimette duramente la "Primavera Siriana" coadiuvato dalle Guardie della Rivoluzione (i Pasdaran iraniani) ben prima che lo ammettesse l'alto ufficiale iraniano Ismail Qàani, inviato da Teheran a dare manforte all'amico Assad: nel video Harmoush accusa l'esercito di Damasco di violenze e crimini indicibili contro la popolazione e annuncia di essersi unito ai ribelli dell'Fsa.

"L'esercito ha avuto l'ordine di fare fuoco sulla popolazione civile" rivela nel video, invitando poi lo stesso esercito a sostenere il popolo e non il governo. Era l'inizio di quella che sarebbe diventata la guerra civile siriana, che perdura ancora oggi sotto forma di "moderna guerra per procura", come scritto da Loretta Napoleoni nel suo libro "Isis, lo stato del terrore". Solo primi cinque mesi di proteste di piazza in Siria morirono 2.200 civili (stime Onu).

Per il regime di Assad quello fu uno choc intollerabile; Harmoush si rifugiò in Turchia ma i primi di settembre del 2011, pochi mesi dopo la diserzione, scomparve nel nulla da un campo profughi in cui si era rifugiato. Pochi giorni prima aveva rivisto le affermazioni contenute nel video in un'interessante intervista alla Tv siriana, accusando i ribelli islamisti (vicini ai Fratelli Musulmani) di aver fatto "promesse vuote", di violenze contro i civili nelle città di Homs, Latakia, Idlib ed Hama, di contrabbando di armi e munizioni dalla Turchia verso la stessa città siriana di Homs.

In particolare rivelò di come il suo nome (divenuto una "leggenda" tra i ribelli) fosse usato nel mese del Ramadan come "parola chiave" per ottenere donazioni in denaro e fare promesse vuote. Di lui non si seppe più nulla, ma insistenti voci vicine ai ribelli raccontavano che fosse stato rapito dall'intelligence turca, che lo avrebbe consegnato nelle mani degli iraniani i quali, a loro volta, lo trasferirono all'intelligence siriana e da qui a un carcere di Damasco in Siria. Una versione sempre negata dal ministero degli esteri turco.

Con il senno di poi, se il mondo avesse ascoltato attentamente il colonnello Hussein Harmoush e le sue dichiarazioni tra giugno e settembre 2011, forse oggi la Siria non sarebbe l'inferno in terra che è, dilaniata da decine di gruppi e gruppetti armati, dall'Saa e dallo Stato Islamico. Come racconta Francesca Borri la neve in Siria diventa rosa perché quando cade si mescola con il sangue dei civili massacrati.

Oggi sappiamo che Hussein Harmoush fu veramente portato in un carcere del regime siriano. E sappiamo anche, grazie alle foto di "Cesare" pubblicate da Zaman al Wasl, che l'ex colonnello dell'Saa è stato probabilmente brutalmente torturato ed ucciso. Il giornale dell'opposizione siriana non conferma al 100% l'identità di Harmoush, non è effettivamente possibile averne certezza, ma nelle fotografie la somiglianza è notevole e il margine di errore davvero minimo.

Abbiamo deciso di non pubblicare le foto del corpo di Hussein Harmosh per una questione di rispetto nei confronti dei nostri lettori.

 
Gran Bretagna: nuovi schiavi? i carcerati inglesi costretti a cucire abiti per l'esercito PDF Stampa
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di Marco Dotti

 

Vita, 3 febbraio 2015

 

Il Governo inglese ha rivelato ieri un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta - così riportano le agenzie d'Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo - di "insegnare il valore del duro lavoro" (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l'esercito.

Tempi di magra, per chi cerca lavoro. Per chi è in carcere, però, le cose sembrano andare diversamente. Il lavoro, qui, rischia di diventare forzato. Una sorta di luogo comune, diffuso tra decisori e opinion makers, si sta facendo largo. La logica, in sostanza, è questa: un detenuto è un costo per la società, di conseguenza è giusto che lavori, ripagando la società delle spese.

Domenica, il Governo inglese ha rivelato un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta - così riportano le agenzie d'Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo - di "insegnare il valore del duro lavoro" (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l'esercito. Chris Grayling, Segretario alla Giustizia, ha smorzato i toni e le critiche, che già stanno montando, affermando che il programma mira alla valorizzazione delle competenze dei detenuti che, una volta fuori, potranno farle valere sul mercato del lavoro. "Per la prima volta daremo corpo a un vero programma di riabilitazione", ha proseguito Grayling, entusiasta dei progetti pilota che si sono susseguiti in questi mesi. Il modello adottato da Londra sembra molto simile a quello che, negli Stati Uniti, attraverso la Federal Prison Industry, ha sviluppato un giro d'affari di circa 20 milioni di dollari con la realizzazione di giubbotti antiproiettile per l'esercito.

 
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